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venerdì 22 settembre 2017

Twin Peaks, riposa in pace

Twin Peaks - Dale Cooper (KlyeMacLachlan), Diane (Laura Dern) e Gordon Cole (David Lynch
Sogni. Realtà. Dimensioni parallele. La terza stagione di Twin Peaks (di David Lynch) è un'esasperata odissea nell'ignoto senza fine... “né fine”. Un ingresso per l'aldi-dove di una scontata nuova serie.

di Luca Ferrari

Esasperatamente onirico. Tutto arte e zero (virgola qualcosa) cinema. Dimenticate per sempre la grandiosa serie I segreti di Twin Peaks d'inizio anni '90 dove la storia e la naturale scenografia sapevano incutere angoscia pura senza chissà quali arzigogoli mentali. La terza stagione di Twin Peaks diretta da David Lynch è un confuso miscuglio di surrealismo, vecchi personaggi ridotti a misere comparse (salvo qualche rara eccezione) e un tanto decantato finale capace solo di riportare alla memoria il già “sentito” rimandando a un'altra scontata stagione. Riposa in pace, Twin Peaks.

Sono passati i fatidici 25 anni da quando l'agente speciale Dale Cooper (Kyle MacLachlan) si spaccava la testa contro lo specchio posseduto dal demone BOB (Frank Silva). Da allora non ha fatto più ritorno in quella piccola e isolata cittadina del Nordovest, in compenso si è sdoppiato in due: un feroce killer a zonzo per gli States di nome Dale Cooper e Dougie Jones, assicuratore a Las Vegas nonché problematico padre di famiglia che parla a monosillabi.

18 gli episodi in tutto dove non/si può capire (interpretare) tutto. 25 anni dopo l'omicidio di Laura Palmer c'è ancora molto da chiarire e capire su questo efferato delitto (ma non era tutto finito? ndr). Il Cooper malvagio e demoniaco semina morte. Sulle sue tracce intanto si sono messi il suo ex-capo dell'FBI, Gordon Cole (David Lynch) e il fido esperto della scientifica, Albert Rosenfield (Miguel Ferrer), a cui si aggiungerà nel corso delle puntate quella famosa Diane (Laura Dern, protagonista anche della grandiosa serie Big Little Lies) cui Cooper si rivolgeva a distanza registrando ogni singolo appunto durante le indagini dell'omicidio di Laura.

Episodio dopo episodio, nuovi personaggi fanno il loro ingresso, il cui meglio viene incarnato dalla moglie di Dougie, Janey (Naoim Watts) e i fratelli Bradley (Jim Belushi) e Rodney Mitchum (Rodney Knepper), ma la creazione che ne emerge è un agglomerato fagocita-orizzonti, capace di concedere al passato qualche incursione nostalgica, vedi il mono-ballo già visto di Audrey Horne (Sherilyn Fenn) la cui morte sembrava appurata nell'ultima puntata della II stagione ma che incredibilmente viene annullata nonostante la fanciulla si trovasse legata a una cassaforte e alle prese con un'esplosione interna.

Dei tanti reduci dell'omicidio di Laura Palmer, ogni tanto ricompare James Hurley (James Marshall), del tutto superfluo. Presenza più fissa, Shelly Johnson (Mädchen Amick), divorziata da Bobby Briggs (Dana Ashbrook), oggi in servizio nella polizia locale di Twin Peaks al fianco dell'invecchiato Hawk (Michael Horse). Hanno una figlia, Becky (la new entry Amanda Seyfried), fidanzata con un ragazzo violento che la picchia senza mezzi termini. Qualcosa che rimanda all'ex-marito della madre, il crudele Leo Johnson.

Da personaggi stravaganti e sui generis, Andy Brennan (Harry Goaz) e Lucy (Kimmy Robertson) oggi sono al limite del patetico. Piccola incursione da parte di Ed Hurley (Everett McGill). Più significativa la presenza del grande amore (perduto) di quest'ultimo, Norma Jennings (Peggy Lipton), sempre titolare dell'RR Dinner, e la signora Ceppo (Catherine E. Coulson). Un tempo uomo di scienza e indagatore della psiche umana, oggi il Dott. Lawrence Jacoby (Russ Tamblyn) assomiglia più a un Beppe Grillo a stelle e strisce, per altro idolatrato da Nadine Hurley (Wendy Robie).

Sulle tante decantate guest star invece, da Eddie Vedder (voce dei Pearl Jam) ci si aspettava qualcosa di più che cantare una semplice canzone di fine puntata mentre Monica Bellucci è al limite dell'insignificante.

Puntata dopo puntata, tutto vira deciso alla cittadina di Twin Peaks e la domanda che resta inebetita a galla tra un Cooper che non smette di risuscitare, visioni alternate del Gigante (Carel Struycken) e l'uomo senza un braccio, è quando finirà questo tour nell'ignoto e verrà data una risposta. Lynch con abilità non concede tracce né troppe speranze, semmai qualche illusione. David Lynch è un artista e ci accompagna nel buio più assoluto fino al grido dell'orrore. Quello stesso grido che Sarah Palmer (Grace Zabriskie), anch'essa rediviva per poco in questa terza stagione, lanciava nella quiete domestica alla prima visione del demone BOB.

Bob esiste ancora. L'omicidio di Laura Palmer (Sheryl Lee) non è stato ancora chiarito del tutto. 18 episodi per ribadire tutto questo ingarbugliando all'inverosimile una storia che all'epoca non aveva avuto bisogno di chissà quali curve ancestrali. Questo però è il terzo millennio e la regola è andare oltre, scioccare. L'ignoto viene chiamato a gran voce. L'oscurità partorisce l'ennesima domanda dalle mille risposte. David Lynch getta le membra dilaniate de I segreti di Twin Peaks in pasto a una folla di creature adoranti che attendono la loro messianica prosecuzione.

Twin Peaks - Bobby (Dana Ashbrook), Becky (Amanda Seyfried) e Shelly (Madchen Amich
Twin Peaks - i fratelli Rodney (Robert Knepper) e Bradley Mitchum (Jim Belushi)
Andy Brennan (Harry Goaz) e Lucy (
Kimmy Robertson

sabato 16 settembre 2017

Mazinga Z Inifinity? No grazie!

Mazinga Z Inifinity (2017, di Junji Shimizu)
Prodotto confezionato per il pubblico nostalgico dei quarantenni ormai con prole al seguito, Mazinga Z Infinity è il classico film inutile. Un film fuori dal tempo contemporaneo.

di Luca Ferrari

I remake stanno dando una pessima immagine del cinema. Ancora peggio è lo sviluppo di quelli che una volta per noi bambini degli anni'80 erano solamente "cartono animati". Mazinga Z come tutti i robot dell'epoca, aveva una grafica quasi pacioccona. I nemici incutevano paura ma lui era il buono, imperfetto e coraggioso. E cosa potrà dire al mondo di oggi se non l'ennesimo mix di effetti speciali e consuete figure appuntite? Nulla. Mazinga Z Infinity è il classico prodotto confezionato per spingere i nerd & young adult con prole a sperperare soldi nel superfluo.

Sebbene capostipite (1972-74), la serie del manga arrivò in Italia dopo Goldrake (considerato infatti il primo nel Bel paese) e Il grande Mazinga. 92 episodi in tutto. Dal piccolo schermo al grande schermo, ed ecco ritornare Ryo Kabuto alla guida del robot contro le mire del Dott. Inferno. Prodotto dalla Toei Animation in occasione del 45º anniversario della serie, Mazinga Z Inifinity (2017, di Junji Shimizu) sarà proiettato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2017 (26 ottobre - 5 novembre) e arriverà nelle sale italiane pochi giorni dopo distribuito da Lucky Red.

Mazinga Z non c'entra niente col 2017. Lui appartiene agli anni Settanta e lì resterà per sempre.
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La sigla di Mazinga Z

Il solo e unico Mazinga Z

giovedì 14 settembre 2017

Point Break (1991), voglio il massimo

Point Break - Johnny Utah (Kean Reeves) e Bodhi (Patrick Swayzee)
Amicizia. Amore. Adrenalina. Cult anni Novanta, Point Break - Punto di rottura (1991, di Kathryn Bigelow) torna questa sera (h. 21,15) sul piccolo schermo su Cielo, canale 26.

di Luca Ferrari

C'è una nuova banda di rapinatori di banche a Los Angeles. Colpiscono veloci e letali. Entrano ed escono in 90 secondi. Mai un ferito. Mai un caveau. Ripuliscono le casse e via. Sono in quattro e indossano la maschere degli ex-Presidenti Reagan, Nixon, Johnson e Carter. Sulle loro tracce intanto è appena arrivato Johnny Utah (Keanu Reeves), affiancato dallo scafato ma non troppo considerato Angelo Pappas (Gary Busey). Il feeling scatta presto tra i due, e Angelo lo convince a imparare il surf: molti elementi infatti gli fanno credere che i membri della banda di ex-presidenti siano surfisti.

Comprata la tavola, il ligio agente si butta tra le onde dell'oceano ma i risultati sono disastrosi e affogherebbe anche se non fosse per l'intervento di Tyler Endicott (Lori Petty), l'aggancio ideale per entrare nel mondo del surf e conoscere tutti i suoi alfieri, a cominciare da Bodhi (Patrick Swayze). Un personaggio alla ricerca dell'onda perfetta. Un uomo tutto spirito e tavola da surf, sempre sull'acqua insieme agli amici Grommet (Bojesse Christopher), Nathanial (John Philbin) e Roach (James Le Gros).

Ha inizio una doppia vita per l'agente speciale Utah. Inflessibile uomo di legge durante il giorno, sempre più dinamico e sentimentale giovane surfista la sera. Bodhi gli è sempre più amico, condividendo con lui la passione e la cultura (spirituale) attorno all'oceano. Fra i due l'amicizia si fa sempre più una sorta di fratellanza ma quando il cerchio sui rapinatori si fa scoppiettante inseguimento prima su quattro ruote e poi di corsa, sotto la maschera di Reagan Johnny Utah scoprirà una realtà fino a qualche tempo prima inimmaginabile.

Non sono tanti i film capaci di segnare un'epoca e attraversare generazioni. Point Break (1991, di Kathryn Bigelow) è uno di essi, capace di unire action e sentimento senza mai cedere al machismo. Un cast perfetto e qualche comparsata eccellente tra cui il non accreditato Tom Sizemoore nei panni dell'agente infiltrato Deets con cui Pappas ha un divertente battibecco, il cantante dei Red Hot Chili Peppers, Anthony Kiedis e John C. McGinley, il dott. Cox della serie Scrubs, nelle vesti del direttore dell'FBI, Ben Harp.

Se il compianto Patrick Swayze (1952-2009) era ben noto al grande pubblico in particolare per I ragazzi della 56ª strada (1983), Fratelli nella notte (1983), il generazionale Dirty Dancing – Balli proibiti (1987) e Il duro del Road House (1989), Keanu Reeves al contrario era praticamente uno sconosciuto. Point Break (1991, di Kathryn Bigelow) andò contro ogni più ottimistica previsione e ancora oggi, a più di 25 anni dall'uscita è un film amatissimo e di cui è stato anche girato (purtroppo) un mediocre quanto inutile remake, Point Break (2015, di Ericson Core).

"Se vuoi il massimo, devi essere pronto a pagare il massimo. Deve essere bello morire facendo ciò che ami..." dice il "profeta" Bodhi. Oggi è di nuovo tempo di Point Break (1991, di Kathryn Bigelow).


Point Break - Il discorso di Bodhi

Point Break - Punto di rottura (1991, di Kathryn Bigelow)
Point Break - Johnny Utah (Kean Reeves) e ...

lunedì 11 settembre 2017

World Trade Center (2006), di Oliver Stone

World Trade Center (2006, di Oliver Stone)
Oggi, nell'anniversario degli attacchi terroristici alle Torri Gemelle di New York, su Paramount Channel (h. 21,20) viene tramesso World Trade Center (2006, di Oliver Stone).

di Luca Ferrari

Storia vera di John McLoughlin (Nicolas Cage) e Will Jimeno (Michael Pena), poliziotti dell'Autorità Portuale di New York e New Jersey, rimasti sotto le macerie dopo il crollo delle due torri mentre aiutavano la popolazione a fuggire, e miracolosamente sopravvissuti. Un film dall'alto contenuto drammatico che non può non far riflettere sui troppo errori commessi da tutti. prima e dopo l'orrore dell'11 settembre.

"…tutti hanno imbracciato un’arma,
si sono divisi gli schieramenti
dimenticando ancora
una volta cosa nessuno avrebbe
disimparato…

terminati i perché di rito
e annesse dichiarazioni belliche
di auto-affermazione, il mondo
ha continuato a guardarsi in cagnesco
aspettando che un altro nemico
prendesse il posto
di questa minaccia terminabile

...lo schieramento delle catastrofi continue
non porterà in vita chi ha pagato
per arricchire
l’incubo abilmente fatto comune
a chiunque…ci sono troppe
dichiarazioni frantumate dalle macerie
di fatti…che muoia una persona
o un milione, l’orologio del boia
esprime
la sola forma di democrazia
comune a tutto il mondo…"
                                              l.f

World Trade Center (2006, di Oliver Stone)

giovedì 7 settembre 2017

Loving Penelope Cruz

74. Mostra del Cinema, Penelope Cruz e Javier Bardem © Federico Roiter
Charme latino, semplice e dolcemente incantevole, Penelope Cruz è sbarcata a Venezia74 per l'anteprima di Loving Pablo, insieme al marito-compagno di set, Javier Bardem.

di Luca Ferrari

Ha fatto il suo debutto sul grande schermo 25 anni fa esatti con Prosciutto prosciutto (1992, di Bigas Luna) dove ha incontrato il futuro marito. È stata la musa di Pedro Almodovar (Carne tremula, Tutto su mia madre, Volver). Sotto la regia di Sergio Castellitto ha regalato al pubblico due delle più sofferte interpretazioni: Non ti muovere (2004) e Venuto al mondo (2012), quest'ultimo ambientato durante la guerra dei Balcani. Il suo nome è Penelope Cruz.

Premio Oscar come Miglior attrice non protagonista in Vicky Cristina Barcelona (2008, di Woody Allen), l'attrice spagnola Penelope Cruz è sbarcata a Venezia per l'anteprima di Loving Pablo (di Fernando León de Aranoa), sez. Fuori concorso, incentrato sulla vita del narcotrafficante Pablo Escobar. Diva (quasi) di un'altra epoca per charme ed eleganza, Penelope Cruz si è ricongiunta in laguna con la sua dolce metà Javier Bardem, nel cast anch'esso e già protagonista con Jennifer Larrence del controverso Mother! (di Darren Aronofsky)

74. Mostra del Cinema, Penelope Cruz saluta, e dietro di lei Javier Bardem © Federico Roiter

mercoledì 6 settembre 2017

Jennifer Lawrence, Mother di Venezia74

74. Mostra del Cinema, Javier Bardem e Jennifer Lawrence © Federico Roiter
Protagonista del criptico Mother!, l'attrice ventisettenne Jennifer Lawrence ha infiammato pubblico e critica di Venezia74.

di Luca Ferrari

Era la star più attesa. Alla fine è arrivata. Jennifer Lawrence (Un gelido inverno, Hunger Games, Joy) è sbarcata al Lido di Venezia insieme al regista Darren Aronofsky e i colleghi Javier Bardem (Non è un paese per vecchi, To the Wonder, La vendetta di Salazar) e Michelle Pfeiffer. Tutti qui per l'anteprima di Mother! Un'opera (in concorso) che ha diviso come poche in questa 74° edizione della Mostra del Cinema. Un lungometraggio che i critici si stanno ancora sforzando di capire (a parte il mitico vignettista di Ciak, Stefano Disegni) e i cinefili passano da commenti osannanti alla stroncatura più feroce.

La storia di Jennifer Lawrence è cominciata a Venezia, una decade fa. Di lì in poi, una costante ascesa fino alla conquista della statuetta più ambita: l'Oscar per la Migliore attrice protagonista in Il lato positivo (2013, di David O. Russell). Un ruolo come quello vissuto in Mother! però ancora non le era capitato. Realtà o vita vera? Di sicuro accanto a lei c'è uno scrittore (un ambiguo Javier Bardem) la cui esasperata ospitalità verso chiunque mostri interesse per la sua attività letteraria è sospetta. O comunque darà via a qualcosa di diabolicamente inimmaginabile.

Sparito dalle scene da qualche anno per dedicarsi alla pittura, Jim Carrey (Man on the Moon, The Truman Show, Il Grinch) si è ritrovato sotto i riflettori della Mostra del Cinema per presenziare all'anteprima del documentario Jim & Andy: the Great Beyond – the story of Jim Carrey & Andy Kaufman (di Chris Smith). A dare ulteriore lustro al festival veneziano, Sir Michael Caine (Hannah e le sue sorelle, Il cavaliere oscuro, Youth - La giovinezza) giunto in laguna per presentare il documentario My Generation (di David Batty). Il celebre attore inglese ha poi ricevuto il Premio Fondazione Mimmo Rotella.

74. Mostra del Cinema, Michael Caine e Jim Carrey © Federico Roiter 
74. Mostra del Cinema, lo sbarco di Jennifer Lawrence al Lido © Federico Roiter
74. Mostra del Cinema, lo charme di Jennifer Lawrence © Federico Roiter
74. Mostra del Cinema, Jennifer Lawrence firma autografi sul red carpet © Federico Roiter

lunedì 4 settembre 2017

Cinema chiama, Venezia74 risponde

74. Mostra del Cinema, il cast di Suburbicon
(da sx) Matt Damon, Julianne Moore e George Clooney © Federico Roiter
Nuove storie da Venezia74. Il Virzì americano con i regali Helen Mirren e Donald Sutherland commuove. George Clooney & la sua "gang" seduce per intelligenza e satira.

di Luca Ferrari

Un Matt Damon grassoccio, carogna e invecchiato. Una Julianne Moore algida e razzista. Un Glen Flesher perfino più viscido e bastardo dei panni da avvocato al servizio di Bobby Axelrod in Billions. Una vecchia sceneggiatura dei fratelli Coen e alla regia c'è lui, George Clooney. Il risultato di Suburbicon è un pugno ben attestato ai pregiudizi, all'america razzista di Donald Trump. Cast perfettamente in sintonia e risultato a dir poco ottimale, balzando dalla critica sociale alle risate più assurde.

Hanno fatto il pieno di applausi. Tutti e tre. Il regista Paolo Virzì, gli attori Hellen Mirren
e Donal Sutherland. Dopo il successo per La pazza gioia (2016), il regista toscano è sbarcata in terra americana per questo road movie con protagonisti una coppia di anziani coniugi, decisi a staccarsi da medici e figli appiccicosi, godendosi un ultimo grande viaggio. The Leisure Seeker è un film per chi crede nell'amore. The Leisure Seeker è un film per chi ha voglia di trovare conforto in calde lacrime di commozione.

Sempre sul fronte delle storie da fazzoletto, Victoria e Abdul, storia vera (o quasi) dell'incredibile amicizia tra la Regina d'Inghilterra e un consigliere venuto dall'India. Regia di Stephen Frears, la monarca è Judi Dench. Tra le sorprese di questo festival in mezzo a cinema impegnato e sentimenti d'amore, ecco arrivare il violento Brawl in Cell Block 99 (di S. Craig Zahler) con un inedito Vince Vaughn, Jennifer Carpenter e l'ex-Miami Vice, Don Johnson.

74. Mostra del Cinema,
gli eleganti Donal Sutherland ed Hellen Mirren © Federico Roiter
74. Mostra del Cinema, l'incantevole Jennifer Carpenter © Federico Roiter

sabato 2 settembre 2017

Human Flow, l'umanità è morta

Human Flow (2017, di Ai Weiwei)
Il dramma di centinaia di migliaia di esseri umani etichettati nei modi più disparati, e lasciati a morire nell'indifferenza. A Venezia74 è sbarcato Human Flow, del regista cinese Ai Weiwei.

di Luca Ferrari

Rifugiati, richiedenti asilo... o se cominciassimo semplicemente a chiamarli esseri umani? No, ma scherziamo. Loro sono tutti terroristi. Un flusso costante che ormai ha preso casa ai confini dell'Impero d'Europa. Una fiumana di disperazione che non intenerisce nessuno, anzi, ha saputo suscitare l'opposto facendo riemergere quel sentimento di superiorità così ben incarnato dal Terzo Reich. Loro sono gli altri, noi dobbiamo restare noi. In concorso alla 74° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, è stato presentato Human Flow (2017, di Ai Weiwei).

Ai Weiwei ha girato mezzo mondo. La sua telecamera arriva sulle sponde dell'isola greca di Lesbo, passando poi per i campi profughi di Iraq, Turchia, Siria, Pakistan e Giordania, senza dimenticarsi della prigione palestinese a cielo aperto e il muro che divide Stati Uniti e Messico. Ma c'è anche il filo spinato ungherese e macedone. Un abominio che sancì la volontà di non far passare più nessuno. Gli accordi UE per tenerseli là, ovunque sia, in cambio di danaro.

Il regista non ha paura di mostrare ciò che sta succedendo. Lui è un uomo che ha saputo sfidare la feroce dittatura cinese. Ai Weiwei non cerca le facile lacrime dei bambini. Mostra i campi profughi. Intervista gli operatori che ci lavorano. Segue l'esodo di persone che chiedono solo di poter ricominciare a vivere e che adesso invece non sono nulla. Sono ospiti (non troppo graditi) in una terra che non gli riconosce alcuno status giuridico.

Distribuito da 01 Distribution, Human Flow non cerca la risposta definitiva anche perché non vi è alcun bisogno. C'è già. È visibile a tutti: il dialogo. Quale che sia la nazione, nei prossimi 50 anni vivremo in società multiculturali. Questo è il mondo reale. I nemici non sono fantomatici personaggi a cui i supereroi danno la caccia in tutine attillate. Nel 2017 il nemico è dentro ciascuno di noi. È il pregiudizio. La paura (oggi) da chi viene da posti ormai collegabili solo al terrorismo.

L'umanità è morta da un pezzo. Non tutta, è chiaro. Banalmente, anche in Europa ce ne stiamo accorgendo. È bastato smuovere il nostro equilibrio per far riemergere il filo spinato (di solito rispolverato solo per farsi belli con la Shoah), la peggiore xenofobia, razzismo in tutti gli strati sociali e ormai in Italia quasi una sorta di revisionismo sul sempre più rimpianto Benito Mussolini. Ecco, benvenuti in Europa. Sappiatelo bene, l'Europa non è per tutti.

Human Flow è un documentario di più di due ore. Terra dopo terra, l'anima viene sferzata. Parlano i rappresentanti delle ONG ma è evidente che il loro intervento non potrà mai fare la differenza e allora mi chiedo: ha senso continuare a voler impietosire la gente con le classiche immagini dei “poveri negri” che muoiono di fame? In strada la loro presenza è sempre più sporadica se non per chiedere l'obolo, così come sui mass media.

I bambini di oggi sono i potenziali razzisti del domani e come si fa e evitarlo? Appurato che la politica non lo farà mai, le ONG devono entrare nelle scuole. Devono essere una presenza visibile sul territorio e non rintanarsi a ripetere le stesse cose davanti a facili platee che la pensano come loro. Le ONG devono iniziare a investire su quel mondo che un giorno governerà perché altrimenti il destino dell'Europa così come del resto del pianeta è già tragicamente segnato.

Nazione dopo nazione, Human Flow parla anche di diritti umani. Ma cosa sono? Une bella parola da abbinare alla propria cravatta, o qualcosa su cui sputare sopra. Human Flow raccoglie la testimonianza di chi sostiene che l'essere umano debba essere libero di andare dove vuole, senza barriere. Ed è un dato di fatto che dopo la caduta del muro di Berlino, le cose siano andate sempre peggio. Il cemento ha sempre più preso la strada verticale. A dispetto di una maggior informazione, l'ignoranza domina incontrastata.

“Come essere umano credo che qualsiasi crisi o difficoltà che colpisca un altro essere
umano, è come se capitasse a noi” ha sottolineato il regista, “Se non avvertiamo questa fiducia reciproca, siamo decisamente  in difficoltà. A quel punto, affronteremo muri, divisioni e inganni da parte dei politici, che ci porteranno a un futuro di oscurità”.

Lacrime e rabbia. Rabbia e lacrime. Human Flow (2017, di Ai Weiwei) non farà cambiare idea a chi ha una visione distorta del problema, e al massimo cementerà le convinzioni di chi la vede come lui. C'è qualcosa ancora che può fare Human Flow, e cioè prendere per mano quell'umanità che ha ancora voglia di credere nella Vita, stringersi e andare incontro verso i loro fratelli cambiando per sempre la storia del mondo.

Il trailer di Human Flow

Human Flow (2017, di Ai Weiwei)
74. Mostra del Cinema, il regista Ai Weiwei © La Biennale foto ASAC
Human Flow (2017, di Ai Weiwei)

venerdì 1 settembre 2017

The Shape of Venezia74

74. Mostra del Cinema, Robert Redford e Jane Fonda © Federico Roiter
Film di spessore e grandi divi. La 74° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia entra nel vivo. Cinema, cinema e ancora grande cinema.

di Luca Ferrari

Impegno uman(itari)o. Risate. Lacrime. Fantasy & realtà. Il Festival del cinema di Venezia è arrivato. La Mostra del Cinema (30 agosto - 10 settembre) sempre più fucina di premi Oscar, è pronta a svelare i suoi film. E per il 10° anno consecutivo il sottoscritto Luca Ferrari, giornalista veneziano, si avvale dell'impeccabile supporto visivo del fotografo Federico Roiter.

I primi tre giorni della 74° edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica si sono contraddistinti per la loro indubbia qualità. A dare il via, il film in concorso Downsizing di Alexander Payne con protagonista Matt Damon e un finalmente non luciferino Christoph Waltz. Favola ambientalista un po' troppo americana, ma comunque gradevole e di sicuro appeal sul grande schermo.

Giovedì 31 agosto sono stati autentici fuochi d'artificio. Primo film presentato alla stampa, la nuova opera di Guillermo del Toro, anch'esso nella selezione ufficiale, The Shape of Water, con Sally Hawkins, Octavia Spencer, Richard Jenkins e il purtroppo assente Michael Shannon, candidato agli ultimi Oscar come Miglior attore non protagonista per Animali notturni (di Tom Ford), presentato lo scorso anno proprio a Venezia.

Un autentico bagno di folla ha salutato i protagonisti, tanto tra il pubblico quanto fra gli addetti ai lavori. Davvero difficile non immaginare come questo film non riesca a portare a casa qualche premio, a cominciare dalla Coppa Volpi alla Hawkins o il Leone d'argento per la miglior regia a Del Toro, solo per dirne due. Un film assolutamente da vedere.

Ma se The Shape of Water riesce a toccare più sfere dell'anima umana (e non solo), di spessore ancor più attuale è il politico-religioso The Insult di Ziad Doueiri. Un film duro dove un battibecco tra un meccanico cristiano libanese e un carpentiere (profugo) palestinese si trasforma in uno scontro di piazza. Le cicatrici chiedono un riconoscimento del dolore patito. Le cicatrici chiedono anch'esse di avere un posto in un futuro di pace.

Altre pellicole di spessore umano: This is Congo (di Daniel McCabe), Human Flow (di Ai Weiwei) e L'ordine delle cose di Andrea Segre che sempre a Venezia aveva presentato Mare chiuso (2012). Sono passati cinque anni da allora e ciò che ruota attorno ai flussi migratori è più tragico che mai. Rispetto ad allora, il regista ha abbandonato la formula del documentario puntando sul lungometraggio che vede come protagonisti Paolo Pierobon e Giuseppe Battiston.

Infine ci sono loro. Due autentiche leggende della settima arte. Di nuovo insieme sotto la stessa telecamera. Jane Fonda e Robert Redford, quest'ultimo tornato in laguna dopo aver presentato al festival La regola del silenzio (2012), film in cui era anche regista. Questa volta i due divi sono arrivati per l'anteprima di Our Souls at Night (di Ritesh Batra). Una tenera storia contemporanea di due signori ormai pensionati e vedovi, pronti (o quasi) per scrivere un nuovo capitolo delle loro vite.

74. Mostra del Cinema, il cast di The Shape of Water (da sx):
Octavia Spencer, Richard Jenkins, Sally Hawkins e il regista Guillermo del Toro © Federico Roiter
74. Mostra del Cinema, il regista William Friedkin © Federico Roiter
74. Mostra del Cinema, (da sx): il presidente della Biennale, Paolo Baratta,
il padrino del Festival Alessandro Borghi e il direttore del Festival, Alberto Barbera © Federico Roiter
74. Mostra del Cinema, la presidente di giuria Annette Bening © Federico Roiter
74. Mostra del Cinema, un gentilissimo Matt Damon firma autografi © Federico Roiter

martedì 22 agosto 2017

Dunkirk, l'anteprima nazionale a Venezia

Dunkirk in anteprima a Venezia
Lunedì 28 agosto si terrà a Venezia l'anteprima nazionale di Dunkirk (2017, di Christopher Nolan). Cineluk sarà in prima fila per raccontarvi questa magica serata.

di Luca Ferrari

L'eroica evacuazione di Dunkerque sta per essere raccontata sul grande schermo. Dietro la macchina da presa, Christopher Nolan (Memento, Il cavaliere oscuro - il ritorno, Interstellar): "lo Stanley Kubrick dei nostri tempi", come lo ha definito il direttore di Best Movie, Giorgio Viaro. Un film evento distribuito in Italia dalla Warner Bros Pictures e che avrà la sua (grandiosa) anteprima nazionale all'Arsenale di Venezia, due giorni prima dell'inizio della 74° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (30 agosto – 10 settembre).

Tra i protagonisti del film, l'attore-regista Kenneth Branagh, in autunno neo-Hercule Poirot a bordo dell'Orient Express; Cillian Murphy e Tom Hardy, entrambi vecchie conoscenze "!Batmananiane" di Nolan con il primo di nuovo a tu per tu con il mare dopo aver raccolto le testimonianze di Heart of the Sea - Le origini di Moby Dick. Altra presenza di spessore, l'ex-spia Spielberghiana Mark Rylance, premio Oscar come Migliore attore non protagonista per Il ponte delle spie e tenero "omone" animato di Il GGG - Il grande gigante gentile.

Coraggio, adrenalina e una fetta di Storia che ha contribuito a cambiare le sorti della II Guerra Mondiale. Lunedì 28 agosto h. 21 cineluk - il cinema come non lo avete mai letto sarà in prima linea per raccontarvi questa epica serata di cinema. Oltre a un ricco reportage-recensione della pellicola, sarò particolarmente generoso in tweet e foto InstagrammateDunkirk (2017, di Christopher Nolan) è uno di quei film che non finiscono dopo l'ultimo ciak. Dunkirk, ne sono certo, resterà dentro.

Dunkirk, i protagonisti si raccontano

Dunkirk (2017, di Christopher Nolan)
Dunkirk - il comandante Bolton(Kenneth Branagh)

venerdì 18 agosto 2017

Atomica bionda, Berlin calling

Atomica bionda - la spia britannica Lorraine Broughton (Charlize Theron)
Il muro di Berlino aveva i giorni contati, intanto però c'era un ultimo lavoro da compiere prima di chiudere per sempre con il Comunismo. Atomica bionda (2017, di David Leitch).

di Luca Ferrari

Spie. Doppi giochi. A ridosso del crollo del muro di Berlino e conseguente fine del Comunismo, c'è un'importante missione da portare a termine nella città divisa. Una preziosa lista da recuperare a tutti i costi. Per vincere devi prima sapere da che parte stai, dice l' uomo di punta dell'agenzia di spionaggio britannico MI6 in terra germanica. Ma se qualcosa sta per finire, il nuovo è già iniziato. Giovedì 17 agosto è sbarcato sul grande schermo Atomica bionda (2017, di David Leitch).

Berlino, novembre 1989. Al di qua e aldilà del muro KGB, CIA e agenti stranieri da ogni dove si stanno danno un gran da fare. L'agente di Sua Maestà James Gasciogne (Sam Hargrave) è stato freddato. Con lui è andata perduta una preziosa lista di nomi e annessi “peccatucci” consegnatagli da Spyglass (Eddie Marsan). Adesso è sul mercato. Sulle sue tracce viene allora inviata la brillante Lorraine Broughton (Charlize Theron), e ad attenderla nel cuore dell'Europa divisa c'è lo scafato collega David Percival (James McAvoy).

Qualcosa però non va (mai) come dovrebbe. L'intelligence sovietica è sempre al corrente dei suoi spostamenti. C'è una talpa. D'altronde il suo capo C (James Faulkner) era stato chiaro con la sua spia dalla bionda criniera, "non fidarti di nessuno". Sarà una missione davvero particolare quella che attende Lorraine, qualcosa che lei stessa non si aspetterà di affrontare come poi spiegherà nel corso del suo rapporto al proprio superiore Eric Gray (Toby Jones) e al collega della CIA, Emmett Kurzfeld (John Goodman).

Premio Oscar 2004 come Miglior attrice protagonista in The Monster, Charlize Theron (Young Adult, Biancaneve e il cacciatore, Mad Max: Fury Road) lascia davvero il segno. È slanciata e combattiva. Mena, si prende pugni e calci da uomini forzuti. Il suo corpo pieno di lividi è una mappa di azione. Il suo sguardo elegante è un concentrato di veleno e letale dolcezza (quando serve). È ligia al dovere ma non cieca, e la verità è la più grande forma di eccitazione come scoprirà insieme alla spia francese Delphine Lasalle (Sofia Boutella).

All'altezza i due coprotagonisti, a cominciare da Mr McAvoy (L'ultimo re di Scozia, The Conspirator, X-Men – Giorni di un futuro passato). Il suo Percival si veste quasi da pappone d'oltreoceano. Lui è il passato che non vuole cambiare. Lui è la confusione controllabile. Meglio rimandare di 40 anni la liberazione di Berlino. Di tutt'altro avviso John Goodman (Il grande Lebowski, Argo, L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo), l'uomo della CIA che sa già cosa accadrà domani e non ha alcuna intenzione di non prendervi parte.

Più protagonisti dei tanti grandi attori in campo, Berlino e gli anni Ottanta. Un mondo quello verso cui si guarda ancora con molta nostalgia nonostante tutto. Il popolo lottava. Spingeva per sgretolare un Sistema che aveva ormai i giorni contati. Si, in quei concitati giorni dove Lorraine Broughton lottava per portare a termine la sua missione, c'era la speranza di cambiare per sempre, rompendo per sempre le catene di una dittatura. Superfluo dirlo, grandiosa la colonna sonora a suon di Queen, Depeche Mode, Clash, etc.

Protagonista tra i protagonisti, anche più della città stessa, il muro di Berlino. Non è quello gelido e piovoso dello Spielberghiano Il ponte delle spie (2016). Sotto di esso, nel novembre '89, ci sono le creste dei punk tedeschi e le proteste sempre più popolose. Sotto di esso c'è quella voglia di cambiamento che oggi langue abbandonata. Davanti a esso c'è lo spettro di una realtà che non siamo stati bravi a consolidare, consegnando i nostri sogni a macellai ancor più spietati.

Per una tragica coincidenza, Atomica bionda è uscito nel giorno degli attentati di Barcellona dove sono morte decine di persone. Innocenti falciati da una massa di burattini omicidi comandati a bacchetta da economisti della peggiore specie che uccidono per il proprio bieco tornaconto provando a gettare le basi per una (inesistente) guerra di religioni. La realtà di Atomica bionda (2017, di David Leitch) oggi non esiste più. Allora USA e URSS avevano messo in stallo il mondo. Oggi c'è sempre più anarchia e questi vili attentati ne sono la sua più tragica e sconsiderata degenerazione.

Il trailer di Atomica bionda

Atomica bionda -  Percival (James McAvoy) e Kurzfeld (John Goodman
Atomica bionda - Lorraine (Charlize Theron) e Percival (James McAvoy) camminano sotto il muro di Berlino

domenica 13 agosto 2017

Wanted, scelgo il mio destino

Wanted - Wesley Gibson (James McAvoy) decide della sua vita
Scegliere il proprio destino, sempre. Scegliere per la propria vita e la propria felicità. Scegliere con intelligenza e decisione. A lezione da Wanted - Scegli il tuo destino (2008, di Timur Bekmambetov).

di Luca Ferrari

Questo sono io che vi sto scrivendo appena rientrato dopo un lungo ed emblematico viaggio nelle terre del Nord. Questo sono io che dico fanculo a tutti quei lavori merdosi che ti fanno venire l'ulcera ancor prima di avere una ragionevole età per ammalarsi. Questo sono io che ricomincio a scrivere di cinema fottendomene altamente di incensare cazzate buone per decerebrati in costume e super-cazzo di poteri. Questo sono io, e presto avrete ancora mie notizie.

E tu, che cazzo stai ancora aspettando di leggere tutte le mie recensioni?!?


Il discorso finale di Wanted (2008, di Timur Bekmambetov)

venerdì 21 luglio 2017

Logan, l'eredità di Wolverine

Logan The Wolverine - il protettivo Logan (Hugh Jackman) con la piccola Laura (Dafne Keen)
Il vecchio guerriero è giunto al capolinea. Lui, emblema della forza e fragilità mutante. Il domani è già arrivato e gli chiede un ultimo sacrificio. Logan – The Wolverine (2017, di James Mangold).

di Luca Ferrari

Ogni civiltà ha i suoi splendori e le sue rovine. I mutanti sono (pare) al capolinea ma l'interesse più bieco non ha ancora intenzione di pensionarli. Il meno improbabile degli eroi sta per essere così (ri)trovato. Perché proprio lui? Perché proprio Wolverine? Forse perché la sua natura così rabbiosamente fragile lo ha sempre reso un solitario e mai devoto (davvero) a una causa e dunque imprevedibile in tutti i sensi? Poco importa, questo è il tempo di Logan – The Wolverine (2017, di James Mangold).

Anno 2029. Il gene mutante si è quasi estinto. I pochi rimasti si nascondono dall'umanità. James Logan “Wolverine” (Hugh Jackman) è un alcolizzato e lavora come tassista. I soldi che guadagna li usa per comprare medicine per il vecchio amico novantenne Charles Xavier -Professor X (Patrick Stewart), un tempo fondatore della scuola dei mutanti e oggi ridotto su una sedia a rotelle senza quasi più alcun potere, se non qualche sprazzo della sua mente comunque sempre molto temuta. Insieme a loro, sul confine messicano, vive l'albino Calibano (Stephen Merchant).

Durante un funerale, lo scontroso Logan  viene avvicinato da una donna, Gabriela (Elizabeth Rodriguez) che lo chiama Wolverine, supplicando di aiutarla per salvare una bambina di nome Laura (Dafne Keen). La donna non da molte spiegazioni. Trattasi di un'ex-infermiera di una spietata compagnia bio-tecnologica, il cui centro era diretto dal Dr. Zander Rice (Richard E. Grant). Qui venivano creati mutanti in vitro per essere usati come armi letali.

Il progetto però è sfuggito al controllo e ora tutte queste creature artificiali vanno eliminate. Gabriela e altre colleghe però, sono riuscite a salvare alcuni di questi bambini e si sono tutti rifugiati in un posto chiamato Eden nel Nord Dakota. Lì, stanno aspettando Laura per varcare il confine ed entrare in Canada dove hanno avuto certezza di ottenere asilo. Sulle tracce della piccola mutante X-23 intanto c'è lo spietato Donald Pierce (Boyd Holbrook). Laura non parla e il suo potere sono degli artigli affilati in adamantio. È figlia di Logan.

Ha inizio una spietata caccia all'uomo, anzi alla bambina. Logan però, a dispetto del suo carattere da finto mercenario (accetta l'incarico per soldi), non ha alcuna intenzione di lasciare quella ragazzina in mano a degli spietati aguzzini. Lui la difenderà e anche se non crede all'esistenza di questo "paradiso" di cui Gabriella aveva letto sui fumetti degli X-Men, alla fine si decide a portarla. Poi, ognuno per la sua strada. Il Canada e la salvezza per lei, il primo bar per lui.

Logan – The Wolverine (2017, di James Mangold) è tutto fuorché un cinecomic. Si, certo. C'è Logan con i suoi artigli, le altre creature mutanti e combattimenti con fiotti di sangue, ma di ludico c'è molto poco. Il protagonista è un uomo stanco, ancora in lotta con se stesso. Il suo corpo pullula di ferite ma non per questo rinuncia a combattere per proteggere chi ha un appuntamento col futuro. Va contro anche i suoi stessi limiti per dare alla propria razza la certezza di un nuovo domani.

Già dietro la macchina da presa di Wolverine – L'immortale (2013), il regista dimostra di avere dimestichezza con storie dall'alto spessore umano e drammatico, su tutti Ragazze interrotte (1999) e Quando l'amore brucia l'anima - Walk the Line (2005), film che fecero vincere il premio Oscar rispettivamente ad Angelina Jolie e Reese Whiterspoon. È questa la fine della saga dei mutanti? Non si sa. Logan – The Wolverine (2017, di James Mangold) è la perfetta conclusione.

"Il rapporto tra Logan e la piccola Laura mi ha ricordato quello tra Léon (Jean Reno) e Mathilda (Natalie Portman) nell'immortale opera Léon (1994) di Luc Besson" commenta a caldo l'appassionato di fumetti Pietro De Perini, all'uscita dal cinema durante la rassegna estiva veneziana, "Pur con le dovute differenze (età inclusa, ndr), l'uomo è sempre un solitario e con lo sviluppo della storia s'instaura un rapporto sempre più di protezione padre-figlia. Dolcezza e rabbia possono convivere. Logan e Leon sono qui a dimostrarlo".

Wolverine colpisce e attacca, sempre per legittima difesa. È una creatura matura. Sempre scontroso e pronto a lasciarsi andare a qualche bicchiere di troppo. I suoi compagni mutanti non ci sono più. È un uomo sconfitto, o per lo meno si crede tale. Logan ha quel qualcosa nell'anima che non smetterà mai di farlo soffrire ma è anche la sua indissolubile forza. Tra le lame splende aggrovigliato un cuore grande e generoso. Il futuro dei mutanti lo ha capito e per questo gliene saranno sempre grati.

Il trailer di Logan - The Wolverine

Logan The Wolverine - la piccola Laura X-23 (Dafne Keen)

mercoledì 19 luglio 2017

Estate è sempre 50 volte il primo bacio

50 volte il primo bacio - Lucy (Drew Barrymore) bacia Henry (Adam Sandler
Non è vera estate senza 50 volte il primo bacio. Divertente commedia romantica con Adam Sandler, Drew Berrymore e la naturale scenografia delle isole Hawaii.

di Luca Ferrari

Ogni stagione e talvolta anche le festività  hanno i loro film. Per me natale significa sempre almeno The Family Man, A Christmas Carol e Polar Express. D'estate invece, più di Mamma Mia! e tanti altri, c'è sempre e solo il romanticismo di 50 volte il primo bacio (2003, di Peter Segal). La storia in principio è abbastanza classica. Il veterinario donnaiolo Henry Roth (Adam Sandler) incontra per caso l'autoctona Lucy Whitmore (Drew Barrymore). È colpo di fulmine per entrambi ma qualcosa di impensabile sta per succedere, anzi è già successo.

La ragazza infatti ha avuto un incidente d'auto. Sbattendo la testa, la sua memoria arriva fino al giorno prima dell'incidente di cui non ricorda nulla e tutto quello che vive nel presente lo dimentica subito. Ecco dunque che quando Henry si ripresenta da lei, questa lo tratta come se non lo avesse mai visto. Fortuna sua che in sua difesa, interviene la proprietaria del ristorante, Sue (Amy Hill), amica di famiglia di vecchia data e al corrente della situazione. Il redento Henry non può più ignorare i propri sentimenti e così ogni giorno è deciso a farla innamorare di nuovo.

50 volte il primo bacio è una commedia fresca in tutti i sensi (questa sera h. 21,15 su canale 9), non priva di velata tristezza ma si sa, l'amore vince su tutto. E chi non vorrebbe dopo tutto un partner talmente innamorato da comportarsi come se dovesse uscire con te ogni giorno per la prima volta? Non manca l'ironia, a cominciare dall'assistente di Henry, pluri-padre di famiglia e dedito alla marijuana, Ulla (Ron Schneider). Sempre desideroso di ascoltare le storie piccanti dell'amico e talmente goffo da farsi male in ogni situazione possibile.

Più ridicolo che comico invece, Dough (Sean Austin, il Mickey Walsh dei Goonies), il fratellone di Lucy. Marinaio come il padre Marlin (Blake Clark) ma con una fissa per culturismo e sostanze dopanti. La malattia cerebrale di Lucy esiste davvero e non c'è nulla da scherzare ma è commovente vedere come ogni giorno Henry si prenda cura di lei, spiegandole non senza difficoltà cosa le sia successo e come lo potranno affrontare insieme. Ogni giorno una magia nuova, peccato che all'indomani tutto sparisca. Tutto o quasi.

Lo dico e lo ripeto. Mi sono avvicinato al cinema con le commedie romantico-sentimentali e 50 volte il primo bacio occupa un posto speciale. Iniziata la professione di giornalista 15 anni or sono a Firenze, fu l'ultimo film che vidi sul grande schermo in terra toscana prima del rientro in laguna. 50 volte il primo bacio (2003, di Peter Segal) sono emozioni, risate, l'estate fresca (e non umida). 50 volte il primo bacio è romanticismo isolano e la certezza che anche il sogno d'amore più complicato possa trasformarsi in una meravigliosa realtà quotidiana.

Il trailer di 50 volte il primo bacio

50 volte il primo bacio - Ulla (Ron Schneider) bacia Henry (Adam Sandler)

martedì 18 luglio 2017

The Company Men (2010), il lavoro uccide

The Company Men - Gene McClary (Tommy Lee Jones)
La crisi economica non è mai finita. Viviamo il secolo dei suicidi da non-lavoro. C'è bisogno di uomini forti per creare nuove e durature fondamenta. The Company Men (2010, di John Wells).

di Luca Ferrari

Sogni e miseria. Luce e tenebra. Ricchezza e precariato. Ogni volta che trasmettono sul piccolo schermo The Company Men (2010, di John Wells), non posso fare a meno di non guardarlo. E ogni volta sto male. Ambientato negli Stati Uniti nel periodo della crisi economica, uno dopo l'altro cadono tutti: piccoli lavoratori e grandi manager, ed è su questi ultimi che la pellicola, presentata al Sundance Film Festival, apre i riflettori.

Bobby Walker (Ben Affleck) è un uomo di successo, passato in un amen da una vita di agi allo spettro della povertà. A dispetto della posizione di spicco che ricopriva, viene licenziato dalla multinazionale per cui lavora senza troppi giri di parole. Inizia il calvario della ricerca di un nuovo impiego e se in principio non vuole scendere a compromessi, la vita e gl'imminenti conti da pagare lo porteranno a riflettere e dover prendere decisioni che mai si sarebbe immaginato fino a qualche anno prima.

La crisi economica non è finita, è ancora più viva che mai. Come l'ottimo La grande scommessa (2015, di Adam McKay) ci ha raccontato-spiegato, i pezzi grossi sono tutti al loro posto. Di tutte quelle persone invece sbattute su di una strada con la casa pignorata invece, che cosa ne è stato? La mattina ti svegli e non pensi minimamente che andare a fare la spesa potrebbe diventare un problema, poi un attimo dopo ti ritrovi a vagare per la città nel cuore della mattinata e non sai più cosa fare.

L'uomo crea la crisi e solo l'uomo la può risolvere. Non ci sono forze invisibili che disfano e costruiscono. La maggioranza si adatta e subisce, ma ci sono anche i Gene McClary (Tommy Lee Jones) che a dispetto dei ricchi salvacondotti finanziari, non si limitano a galleggiare voltandosi dall'altra parte. Si mettono in gioco e usano la propria forza per ripartire e gettare la basi per un nuovo futuro che per centinaia di persone significa una nuova azienda, un nuovo lavoro e una nuova vita.

The Company Men (2010, di John Wells) fa sanguinare. Difficile trovare qualcuno al giorno d'oggi che non sia passato per periodi analoghi. The Company Men è un film che sebbene guardi il problema licenziamenti da un punto di vista più altolocato, fa capire che nel tritacarne dell'economia ci cadono (senza far ritorno) quasi tutti. Pur non raggiungendo l'angoscia di Due giorni, una notte (2014, di Jean-Pierre e Luc Dardenne) resta comunque un film interessante da vedere.

Il trailer in lingua originale di The Company Men
The Company Men - Bobby Walker (Ben Affleck)

venerdì 7 luglio 2017

15 anni di giornalismo e cinema

North Bend (Washington, USA) - Luca Ferrari all'interno del Twede's Cafe di Twin Peaks
15 anni or sono iniziai la mia attività di giornalista a Firenze. Fin dai primi mesi, a farmi compagnia ci fu il grande schermo, diventato poi il mio target principale, e Best Movie, (all'epoca) neo-mensile cinematografico.

di Luca Ferrari

15 anni di scrittura incessante tra carta stampata, online e blog. Agli esordi il cinema non era ancora il mio target ma lo sarebbe diventato nel giro di poco tempo. La scintilla interiore era già scattata. Decisivo lo scontro con tre pellicole in particolare: Shakespeare in Love, Moulin Rouge! e I Tenenbaum. Potenza alle parole e delle immagini. Il resto è stato una costante infatuazione davanti e dentro il grande schermo, tutt'oggi più viva che mai. E ancora oggi, ogni volta che si spengono le luci in sala, ho due soli desideri: guardare il film e scrivere la recensione.

La storia della mia attività giornalistica prese il via sul fronte turistico a Firenze, lavorando per i mensili Toscana News e Chianti News, fondati dal compianto Paolo Melani. Già sul primo numero in cui scrissi trovai il modo di paragonare la Satine “Luhramnniana” alla fertilità della Vendemmia. Un anno dopo sarebbe stato pubblicato il mio primo vero articolo di cinema sul film Io ballo da sola (1996, di Bernardo Bertolucci), ambientato nelle campagne di Gaiole in Chianti (Si), e recensito parecchi anni dopo anche sulle pagine online di "cineluk - il cinema come non lo avete mai letto".

Un piccolo passo indietro. Nei giorni scorsi ho fatto una curiosa scoperta. Il mio sbarco in terra toscana avvenne nel giugno 2002 e fin da subito il grande schermo mi accolse generoso e amorevole. Fu allora che vidi Best Movie per la prima volta e mi incuriosii non poco. Il taglio era diverso dal più noto Ciak. Una lettura questa, che mi accompagnò per gran parte della mia esperienza di vita fiorentina così come nei successivi anni. Immaginate la sorpresa quando nell'ultimo numero del magazine (luglio 2017) scoprii che era nato proprio nel 2002, pochi mesi prima dell'inizio della mia attività giornalistica.

Emblematiche le copertine dei primi due numeri che sfogliai. Su giugno c'era Spider-Man e su luglio invece, quello che fino a quel momento era il mio attore preferito: Nicolas Cage (Con Air, Via da Las Vegas, Lord of War), protagonista del commovente war-movie Windtalkers (2002, di John Woo), basato su di una storia vera. Quasi un miscuglio di passato, presente e futuro. Il mese scorso invece, ossia nell'anniversario del mio inizio sulla carta stampata, è uscito proprio su Best Movie la mia recensione del film The Circle (con Emma Watson e Tom Hanks). Esattamente un cerchio. Il cerchio del cinema e della vita. Una coincidenza che ha il sapore di quella magia che solo il cinema è in grado di regalare.

E sempre in tema di anniversari, quest'anno raggiungerò quota 10 edizioni come giornaliasta accreditato al Festival del Cinema di Venezia, per il quarto anno consecutivo inviato del settimanale internazionale L'Italo-Americano per il quale ho appena scritto un servizio sull'attore genovese Paolo Villaggio, scomparso il 3 luglio scorso. Una storia quella vissuta all'ombra del Leone di celluloide sempre condivisa penna/laptop a fianco dei pregevoli flash del fotografo veneziano Federico Roiter.

Guardandomi indietro, tra i cine-viaggi più entusiasmanti, la maggioranza sono stati tutti realizzati oltreoceano, a cominciare dal mondo dei Goonies, in Oregon, tra Astoria, Ruby Beach e Cannon Beach. Poco distante, nello stato di Washington, eccomi a sorseggiare caffè nero mangiando torta di ciliegie (cherry-pie) al mitico Twede's Cafe, lì dove Mr David Lynch ambientò l'oscura serie di Twin Peaks. Non meno emozionate, l'essersi ritrovato a tu per tu con Anna dai capelli rossi a Cavendish, sulla Prince Edward Island, in Canada.

Tornando in Italia, per uno che a avuto la passione dei reportage, l'aver potuto intervistare la giornalista-inviata di guerra Monica Maggioni, è stato un onore, reso ancor più grande dallo scrivere la recensione del suo documentario Out of Theran (2011), presentato ala 68° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (sez. Controcampo italiano). A Venezia piantai i semi del grande schermo, a Firenze sbocciarono (ma quanto fu difficile abbandonarli, ndr) e una volta rientrato in laguna, presero il sopravvento su tutti gli altri interessi giornalistici.

E allora torniamo agli esordi, nel 2002 uscì Spider-Man di Sam Raimi. Oggi, nel boom modaiolo del filone cinecomic è appena sbarcato Spider-Man: Homecoming (2017, di Jon Watts con protagonista Tom Holland). Ricapitolando quindi, nel 2017: 15 anni di giornalismo, 15 anni a leggere Best Movie e 15 anni di Spider-Man. Io resterò sempre legato a Tobey “Peter” Maguire, Kirsten “M.J.” Dunst e il loro romantico bacio sotto la pioggia. Le sue ragnatele le ho immaginate sul Duomo Brunelleschiano. Quella storia l'ho sentita tra le contrade agli esordi di tutto. Quella storia è più viva che mai e pronta per lanciarmi a vivere e scrivere per altri 15 anni di cinema.


Spider-Man, la scena del bacio

le cover del mensile di Best Movie: (da sx); giugno 2002, luglio 2002 e luglio 2017 
Il mio primo articolo di cinema pubblicato sul Chianti News (agosto 2013) sul film Io ballo da sola 
Spider-Man - Peter Parker/Spiderman (Tobey Maguire) e la bella Mary Jane (Kirsten Dunst)
Cannon Beach (Oregon, USA) - Luca Ferrari sul set naturale de I Goonies