!-- Codice per accettazione cookie - Inizio -->

mercoledì 22 novembre 2017

Hayao Miyazaki, l'animazione infinita

65° Mostra del cinema di Venezia - il regista Hayao Miyazaki © Federico Roiter
Hayao Miyazaki è tornato a lavorare. A breve uscirà il corto Boro il bruco, in CGI. Kaku Arakawa ce ne racconta la genesi col documentario-intervista Never-Ending Man: Hayao Miyazaki (2017).

di Luca Ferrari

Hayao Miyazaki si è ritirato dal mondo del cinema. La notizia non è certo una novità. Ma può un pozzo creativo come il premio Oscar per il Miglior film d'animazione La città incantata (2001) pensare davvero di restarsene con le mani in mano fuori finché mente & corpo girano ancora? No, non è possibile. Eccolo dunque tornare (leggermente) indietro sui suoi passi e calarsi in una nuova avventura, il corto di "Boro il bruco" in CGI (computer-generated imagery). Come ci sia arrivato, ce lo racconta Never-Ending Mad: Hayao Miyazaki (2017, di Kaku Arakawa).

Sigaretta sempre in bocca. Tazza di un non imprecisato liquido (probabile caffè). Si comincia con i saluti del produttore dello Studio Ghibli e lo stesso Miyazaki al pubblico italiano. “È stato uno schizzo. Disegno per divertimento”. Hayao sembra davvero arrivato al capolinea. Per sua stessa ammissione, non si ritiene più in grado. “Voglio creare qualcosa di straordinario ma non so se sono in grado di farlo” ammette a metà strada tra il divertito e lo sconsolato.

Sul grande schermo si susseguono brevissimi frammenti dei suoi indiscussi capolavori a cominciare da Nausicaa della Valle del vento (1984), tornato due anni fa sul grande schermo. Ecco poi i protagonisti de Il mio vicino Totoro (1988), Kiki - Consegne a domicilio (1989, anch'esso riproposto di recente), le inimitabile peripezie volanti di Porco Rosso (1992), l'ecologista Principessa Mononoke  (1997) fino ai più recenti Il castello errante di Howl (2004) e Si alza il vento (2013).

Dal passato al presente. Lì, sulla carta c'è lo schizzo di Boro il bruco. “Farò un corto in CGI”. Caratteristica dello Studio Ghibli, co-fondato da Miyazaki nei lontani anni '70, quella di realizzare tutti i disegni a mano.  Adesso i tempi sono cambiati e bisogna fare i conti con l'era digitale. Cambiano gli strumenti ma non l'uomo alla base dell'invenzione e con lui non si scherza, né allora né oggi. “È importante disegnare esseri umani completi” spiega, “Ho sempre creato panorami mai visti. Adesso sono attratto da quelli insignificanti. Sarà l'età”.

Capitolo dopo capitolo, Arakawa ci mette sempre più a stretto contatto con Miyazaki, un “arzillo vecchietto” con ancora un po' di voglia di darsi da fare. I problemi non mancano. Ciò che sgorga dalla sua matita non trova l'esatta comprensione nelle giovani generazioni già espertissime della tecnologia digitale più avanzata. Un po' si spazientisce. Un po' vorrebbe mollare tutto. “Preferisco morire pensando che devo continuare a vivere” scandisce deciso ed energico. Vorrebbe davvero chiudere ma non ci riesce. “Voglio una copia di me stesso” sentenzia.

Hayao Miyazaki, un legame profondo mi unisce al regista giapponese. Per la prima volta inviato stampa al Festival del Cinema di Venezia, quella era la 65° edizione. L'anno in cui fu presentato in anteprima in concorso Ponyo sulla scogliera. Sgommando su e giù per le sale e le conferenze stampe, d'improvviso me lo trovo lì. Seduto fuori dell'hotel Des Bains. Gli chiedo se lo posso fotografare con in mano una rivista per cui collaboravo dove c'era un articolo scritto dal sottoscritto su di lui. Accettò senza battere ciglio e mi regala un momento di pura cine-magia.

Oggi di Mostre del Cinema vissute in prima linea giornalistica ne ho collezionate dieci. È il 21 novembre 2017 e a Venezia non è una giornata come le altre, è la festa della Salute. Come ogni anno migliaia di donne, uomini e bambini si riversano in pellegrinaggio ad accendere una candela votiva per la Madonna. Non è il mio caso. Questa non è una mia tradizione, non sono credente e non mi sognerei mai di rivolgermi a qualcuno (il cui mito, o presunto tale, è stato ampiamente romanzato) per elemosinare ciò che non sono in grado di realizzare da me.

Se c'è qualcosa in cui posso fermamente sostenere di credere, oltre agli esseri umani, è la fantasia e tutto ciò che ne consegue. Giornata ideale dunque per venire qui, al cinema Rossini, ad assistere alla proiezione di Never-Ending Man: Hayao Miyazaki. Il consueta regalo a Instagram come segno di tributo al grande schermo e posso accomodarmi. Taccuino aperto e proteso con tutta l'anima ad ascoltare “i deliri senili di un vecchio”, come il Maestro giapponese stesso riferisce di sé con non poca autoironia.

Assisto alla proiezione di Never-Ending Man: Hayao Miyazaki (2017, di Kaku Arakawa). Riaccese le luci, sgattaiolo veloce nell'oscurità lagunare. Vorrei già mettermi al lavoro ma è giusto concedere una minima pausa. Lascio che le parole e le immagini sedimentino quel tanto. Mi rintano nei pensieri senza il minimo sforzo. Ripenso a queste parole “Il movimento parte dalla volontà. Bisogna renderlo espressivo”. Oggi, 21 novembre 2017, ho scelto con ferma volontà di essere qui, a imparare dal lavoro di Hayao Miyazaki... per creare qualcosa di straordinario!

Il trailer di Never-Ending Man: Hayao Miyazaki

Venezia, l'ingresso del cinema Rossini con locandina “Miyazakesca” © Luca Ferrari
il regista Hayao Miyazaki in azione
Never-Ending Man: Hayao Miyazaki (2017, di Kaku Arakawa)

venerdì 17 novembre 2017

The Place, il pasto dei mostri

The Place - Gigi (Vinicio Marchioni) e il misterioso uomo (Valerio Mastandrea
Tutti vogliono qualcosa ma fino a dove saremo in grado di spingerci per ottenerlo? Le catene sono limiti. I limiti sono valori. The Place (2017, di Paolo Genovese).

di Luca Ferrari

C'è un uomo che realizza i desideri della gente. Chi sia non ha importanza. Si rivolgono a lui come tanti peones disperati davanti a un dispensatore di miracoli. Tutti lo cercano e quando questi gli dice cosa devono fare per ottenerlo, la reazione è sempre la stessa. Inorriditi, poi però cercano un modo per realizzare e dunque tornare dal loro Salvatore. Enigmatico. Spietato. Metaforico. Fin troppo realistico, The Place (2017, di Paolo Genovese).

C'è un uomo (Valerio Mastandrea). Passa le giornate seduto in una locale indefinito. A turno persone di tutte le estrazioni vengono a parlare con lui. Tutti diversi ma accomunati dalla disperazione e lui sa come risolvere i loro problemi. Apre la sua agenda, li fa parlare e annota i loro pensieri. Poi gli chiede qualcosa in cambio. Non per lui. Devono svolgere un compito. Alcuni provano a protestare ma lui è inflessibile. O così o... puoi rifiutare, dice.

Uno dopo l'altro, vogliono tutti qualcosa. Il poliziotto Ettore (Marco Giallini). Il meccanico Odoacre (Rocco Papaleo). Il padre di famiglia Gigi (Vinicio Marchioni). L'anziana Marcella (Giulia Lazzarini). Suor Chiara (Alba Rohrwacher). La vanitosa Martina (Silvia D'Amico). Il cieco Fulvio (Alessandro Borghi). La moglie Azzurra (Vittoria Puccini) e il piccolo malavitoso Alex (Silvio Muccino). E poi c'è lei, la cameriera del bar, Angela (Sabrina Ferilli). Lei non chiede niente, anzi. Vorrebbe solo conoscere meglio questa persona che vede ogni dì ascoltare gli altri.

Compiti stravaganti, violenti. Perché proprio questo? Perché proprio a me? Ognuno pone delle domande a questo novello innominato. Qualcuno arriva anche a minacciare ma sono parole che trovano il tempo di pochi attimi. La pistola viene rimessa nella fondina e lui prosegue con le sue domande. Vuole sapere come ciascuno intenda procedere e una volta portato a termine l'impegno, cosa ha provato nel compierlo. Sadismo? Curiosità? I desideri prendono forma solo a missione compiuta.

Una fede perduta. Un marito malato. Una bellezza svanita. Una matrimonio da salvare. Un senso da riacquistare. Una donna da conquistare. Tutti nel nostro cammino abbiamo perduto qualcosa e non abbiamo più avuto la forza (o la voglia) di riprendercelo. Ma invece di tirarci su le maniche, che cosa abbiamo fatto? Abbiamo comprato prodotti. Abbiamo puntato il dito. Abbiamo usato filosofie attendiste. Abbiamo permesso che altri ci dicessero cosa fare. Abbiamo lasciato che gli altri decidessero per le nostre vite.

Paolo Genovese cambia registro, e apre l'agenda. La generazione delle menzogne di Perfetti sconosciuti (2016) è scomparsa. Oggi tocca a chi proprio non ce la fa. A chi è disposto a tutto pur di vedere la propria vita cambiare. Oggi siamo dinnanzi a imbonitori di ogni sorta. Una volta le religioni promettevano il paradiso, oggi invece è sufficiente un rossetto, un'adesione politica, un silenzio, una slot machine. C'è chi comanda e chi non deve fare domande e obbedire. Nulla è gratis al mondo. Nulla. Tutto ha un prezzo.

The Place è un luogo reale e metafisico. The Place è dentro ciascuno di noi. The Place ci pone dinnanzi a quelle domande a cui abbiamo volutamente scelto di non rispondere. E se incontrassimo qualcuno capace di darci ciò che vogliamo, quanto saremmo disposti a tollerare? Contro cosa e chi ci dovremmo scontrare? E soprattutto, perché abbiamo dovuto attendere che qualcuno arrivasse per dirlo?

Voglio essere sincero, con voi tutti e il regista. Non ero troppo convinto di andare al cinema e confrontarmi con gli inevitabili spettri di The Place. Un giro di parole con un'amica ed eccomi in sala del cinema Rossini di Venezia (ancora in programmazione fino a mercoledì 22 novembre). In pochissimi fino a quasi all'inizio del film, e poi l'arrivo della massa. Una metafora interessante anch'essa. Uno spunto ulteriore su cui cominciare a riflettere. Un piglio da cui lasciar cadere ogni pregiudizio.

The Place (2017, di Paolo Genovese) apre le porte del girone contemporaneo ai novelli dott. Faust alla disperata ricerca di qualcosa che gli è sfuggito o gli sta sfuggendo. Valerio Mastandrea (Notturno bus, La prima cosa bella, Fai bei sogni) è un perfetto Mefistofele senz'anima né apparenti sentimenti. Gran burattinaio ed esecutore di chissà cosa/chi. Non si fa impressionare dalle suppliche e non ha tempo da perdere. Ma se le sue richieste fossero davvero così impossibili o insostenibili da eseguire, allora nessuno accetterebbe mai... Nessuno, appunto.

Il trailer di The Place

Venezia, dentro e fuori il cinema Rossini a vedere The Place ... insieme a Ciak!© Luca Ferrari
The Place (2017, di Paolo Genovese)

lunedì 13 novembre 2017

Borg McEnroe, la Storia siamo noi

Borg McEnroe - John McEnroe (Shia LaBeouf) e Bjorn Borg (Sverrir Gudnason
Se gli dei dell'Olimpo avessero giocato a tennis, Marte sarebbe stato Bjorn Borg e Apollo, John McEnroe. Dall'erba di Wimbledon al grande schermo, Borg McEnroe (2017, di Janus Metz).

di Luca Ferrari 

È la finale che tutti avrebbero voluto vedere sul centrale di Wimbledon nel 1980. Da una parte il quattro volte campione uscente, la macchina svedese Bjorn Borg. Dall'altra il rampante bad boy americano, l'irascibile e geniale John McEnroe. Così fu ed è stata leggenda. Una vera, purissima leggenda. Una partita finita al quinto set che neanche un copione avrebbe saputo realizzare/immaginare così grandiosa. Questo è Borg McEnroe (2017, di Janus Metz Pedersen).

È una (finalmente) serata freddina a Venezia. Ancora prima rispetto ai miei normali standard cinematografici, mi presento in sala con larghissimo anticipo. Lì fuori, davanti all'entrata del cinema Giorgione non passa anima viva per qualche secondo. Il tempo necessario per stagliarmi di profilo dinnanzi all'imponente locandina e guardare quei due volti. Le facce di Shia LaBeouf e Sverrir Gundnason interpreti di John McEnroe e Bjorn Borg. Il finale lo conosco. L'inizio e il percorso un po' meno. Adesso tocca al grande schermo. Adesso è il mio turno di Borg McEnroe.

Eccoli, sono loro. In campo. L'un contro l'altro. Numero 1 e 2 del mondo si presentano nel tempio del tennis con l'aspettativa mondiale di giocare la finale perfetta. Gli stati d'animo sono agli antipodi. Bjorn Borg (Sverrir Gudnason) è alla ricerca del 5° titolo consecutivo, John McEnroe (Shia LaBeouf) del primo. Bjorn appare dilaniato da demoni personali, John li fa esplodere in faccia a pubblico e arbitro, incurante di fischi e della reputazione che si sta ormai facendo. Match dopo match, arriva il momento della finale.

Ma chi è questo (in apparenza) inossidabile campione dalla lunga chioma bionda con fascia sopra la fronte? Un semplice ragazzino che palleggiava contro il muro, dal pessimo carattere, mal visto dagli altri coetanei e criticato perfino per avere il rovescio bimane. Più da proletario giocatore di hockey che non da aristocratico tennista. Lennar Bergelin (Stellan Skarsgard) però, il capitano della squadra svedese di Coppa  Davis, lo ha notato e pensa potrebbe fare grandi cose sui campi da tennis.

Ma chi è questo boccolone e arrogantello giocatore deciso a detronizzare il Re del tennis mondiale? Mangia hamburger e ascolta il rock. Alza sempre i toni. Non c'è arbitro che possa avere un pomeriggio tranquillo con lui. I tifosi lo fischiano senza pietà? E chi se ne frega. Borg, Borg e ancora Borg. Se lo sente sempre sbattere in faccia e forse è arrivato il momento che parlino allo svedese di lui. Ma questa sarà la Storia che lo dovrà decidere e non certo l'ennesima sfuriata.

Borg McEnroe è un film possente. Unica grande pecca, tropo incentrato sull'atleta scandinavo. Che cosa ci racconta del John pre-Wimbledon? Che i suoi genitori volevano eccellesse a scuola e si divertivano a sfoggiarlo davanti agli amici altolocati. Niente di più. Bjorn invece lo troviamo ragazzino reietto, adolescente selezionato e un giovane uomo. Lo si scopre nel match che lo consacrerà al mondo, rivelando retroscena psicologici a dir poco cruciali della sua carriera. E Mac? Poco altro.

Non è da meno il presente. La telecamera del regista danese si concentra quasi esclusivamente sul caratteraccio dello yankee, capace di prendere (anche) a mal parole in semifinale il connazionale Jimmy Connors (Tom Datnow) e puntando al difficile rapporto col compagno di doppio, Peter Fleming (Scott Arthur), al momento di sfidarsi in singolare nell'alltrettanto importante match di quarti di finale, senza però approfondire.

Tutt'altro trattamento per il freddo avversario. L'allenatore, la pressione dell'invasiva macchina del marketing e l'imminente nozze con la fidanzata Mariana Simionescu (Tuva Novotny). Tutto sulle spalle di Borg e McEnroe che fa invece? Va a bere ai party insieme al festaiolo collega australiano Vitas Gerulaitis (Robert Emms), facendo come gli pare dentro e fuori dal campo.

Davvero un caso curioso quello del tennis sul grande schermo. Flirt a dir poco leggiadri e molto spesso impacciati (per non dire imbarazzanti), oggi, a distanza di neanche un mese due film usciti al cinema. Entrambi basati su sfide realmente accadute, mentre La battaglia dei sessi con Emma Stone e Steve Carell ha più spessore sociale, Borg McEnroe è un monologo a due voci. Due urla nella medesima tempesta della luce più assordante. La battaglia dei sessi è una sfida di racchetta e “diritti”, Borg McEnroe un concentrato di adrenalina psicologica, personalità e nervi.

Saranno molti gli amanti dell'antica “pallacorda” che si presenteranno in sala per assistere alla proiezione di Borg McEnroe (2017, di Janus Metz) e non rimarranno delusi. Le immagini, o meglio le gesta della finale, ottimamente riproposte inclusi svariati match point di quell'epico quarto set, portano davvero lo spettatore nel campo. La scena di John a terra e il passante di Borg non sono più solo l'emblema di una pagina immortale di tennis supremo, ma anche il cinema di Borg McEnroe, da oggi e per sempre sugli schermi del mondo intero.


Il trailer di Borg McEnroe

Venezia, la locandina di Borg McEnroe fuori dal cinema Giorgione © Luca Ferrari
Borg McEnroe - il campione americano John McEnroe (Shia LaBeouf
Borg McEnroe - il campione svedere Bjorn Borg (Sverrir Gundnason

domenica 29 ottobre 2017

The Tourist (2010), Hollywood a Venezia

The Tourist - Elise (Angelina Jolie) e Frank (Johnny Depp)
Viaggio a Venezia insieme alle star Hollywoodiane. Due turisti, questi si, che i sempre critici residenti vorrebbero vedervi passeggiare. The Tourist (2010, di Florian Henckel von Donnersmarck).

di Luca Ferrari

Alla stazione Santa Lucia di Venezia sono appena arrivati due nuovi turisti. Lei, elegantissima si chiama Elise Clifton-Ward (Angelina Jolie) ed è una misteriosa donna in fuga dall'Interpol. Lui, più casual, è un proletario insegnante di liceo, tale Frank Tupelo (Johnny Depp). Si sono appena conosciuti in treno e tra loro è subita scattata un'impensabile scintilla. Passione autentica o macchinoso gioco di specchi? Tutti e due, o magari no. Chissà! Adattamento del francese Anthony Zimmer (2005, di Jérôme Salle), questa sera torna sul piccolo schermo The Tourist (2010, di Florian Henckel von Donnersmarck).

Elise è a Venezia per un motivo ben preciso, ricongiungersi con l'amato marito Alexander Pearce la cui nuovissima identità è un mistero per tutta la polizia internazionale. Un uomo questo che ha un conto in sospeso di oltre 300 milioni di sterline con il Governo di Sua Maestà. Sulle loro tracce da riscuotere) c'è anche la mafia russa, il cui spietato capo Steven Berkoff (Reginald Shaw) tra un abito su misura e un omicidio a sangue freddo, è deciso a farsi consegnare da Elise ciò che aspettava da Pearce.

A guardare le spalle alla donna e al turista Frank, sempre lui, l'ispettore John Acheson (Paul Bettany), deciso più che mai a dimostrare al proprio capo, Jones (Timothy Dalton), di chiudere il caso, consegnare Pearce alla giustizia e recuperare il malloppo. La presenza di Tupelo si fa sempre più coinvolgente. Chi è davvero costui? Fu davvero casuale l'incontro con Elise su quel treno per Venezia o era tutto calcolato? Tra romantici inseguimenti per i canali, goffe corse sopra il mercato di Rialto e sontuosi balli negli inimitabili palazzi storici, la vicenda giunge alla conclusione.

Pompato come film d'azione, The Tourist è più uno spot per celebrare la dieta dell’attrice premio (lontano) Oscar per Ragazze interrotte (1999). Angelina Jolie (Una vita quasi perfettaChangelingMaleficent) ha la pelle vellutata, una soffice chioma fluente, incapacità espressiva ed è mobile quanto una sfinge. Johnny Depp (Dead ManChocolatDark Shadows) se la cava con qualche espressione Sparrowiana ma da due artisti di questo livello e per la prima volta insieme sotto la stessa telecamera, era lecito aspettarsi qualcosa di molto meglio.

A parte il concierge Neri Marcorè, il resto dei nomi noti italiani recita in ruoli fin troppo standard per le rispettive corde. Dopo anni spesi a fare la fiction Carabinieri, Nino Frassica indossa la divisa anche in The Tourist. Christian De Sica è un uomo corrotto, ruolo non troppo lontano dunque da ciò che è abituato a interpretare in quelle pellicole che chiamarli film è un insulto a chiunque faccia questo mestiere. Raoul Bova invece sembra strizzare l'occhio al Casanova dei bei tempi andati (per sempre). Tra le comparse, ennesima presenza per il sempre più rodato Francesco Frasson, sul set anche nell'ultimo film "veneziano" di Clint Eastwood.

A dare un senso a una storia ammalata di estetismi, è la coppia dell'Interpol interpretata dal biondo Paul Bettany (Wimbledon, Il codice Da Vinci, Mortdecai) e l'ex-007 Timothy Dalton, meritevoli di dare quel pizzico di normalità e realismo a una pellicola le cui fondamenta si basano solo sui nomi di due superstar. Con un set naturale poi come la città di Venezia e le possibilità recitative di tutto il cast, per von Donnersmarck è stata davvero un’occasione sprecata per realizzare qualcosa d’immortale. Un film che tempo addietro un collega ebbe l’ardire di etichettare come "piccolo cult".

Per chi vive  a Venezia, vedervi un film ambientato è un'esperienza alquanto suggestiva. Si cerca lo scorcio di casa. Si riconoscono i luoghi dove magari si ha vissuto qualche episodio importante della propria vita. Allo stesso tempo però, si notano errori. O meglio, chiare falsificazioni logistiche. Il più clamoroso è quello in cui Johnny Depp, una volta entrato nelll'hotel Danieli, situato in Riva degli Schiavoni, aperta la finestra, si trova “magicamente” sul Canal Grande con vista (sulla destra) del ponte di Ri’Alto. Cosa impossibile, se non al cinema.

Un'ultima nota. Io sono un giornalista veneziano. Vivo e lavoro a Venezia, ergo tutto quello di buono e cattivo accada in questa inimitabile città, mi passa direttamente sulla pelle. Il trend degli ultimi anni però è un constante sparare sul turista, come fosse lui il responsabile dei problemi che attanagliano la Serenissima. Nonostante certi legittimi malumori, ho difficoltà a pensare che si comporterebbero così se gli stranieri che vi sbarcano ogni giorno, fossero tutti come Miss Angelina Jolie e Mr Johnny Depp.

Il turista, sappiatelo, paga una media di 7,5 euro a biglietto anche solo per una minima corsa sul vaporetto, questi stretto per lui così come per i residenti. Al momento leggi che vietino l'ingresso in città, non ve ne sono. La città non è di sicuro in grado di reggere l'onda abnorme di visitatori, ma per questo ci sono degli amministratori comunali cui rivolgersi e invece a giudicare dai commenti, pare che i turisti debbano anche chiedere il permesso per andare a un bagno (quello pubblico costa 2 euro a persona. ndr).

I problemi di Venezia non sono una responsabilità dei turisti e sebbene alcuni non si comportino in modo educato, cosa potremmo dire dei tanti rifiuti organici (volgarmente, merda!) dei cani i cui padroni veneziani lasciano a concimare le tante calli? Alla fine si va sempre lì, ai soldi. Un turista danaroso come l'affascinante Elise Clifton-Ward sarà sempre ben accolta, anche se questa dovesse intasare l'intera laguna. Viceversa il mordi-e-fuggi non garba proprio. E guai se gli ospiti osano toccare i capisaldi della venezianità, in ultima il servizio-gondola da un sestiere all'altro per il quale sono stati scritti articoli a dir poco ridicoli.

"I turisti? Devono svuotare le tasche e non rompere, stop". Questo è tristemente il pensiero di molti. Venezia è di tutti: residenti, Hollywood e persone meno abbienti comprese. Se le cose non girano come dovrebbero e la città ne risente, forse è ora di guardarsi allo specchio e iniziare a capire cosa non abbiamo fatto e dunque agire di conseguenza. Certo se ognuno penserà sempre al proprio orticello, magari sostenendo addirittura a una fantomatica autonomia o un'ignorante chissà-quale indipendenza, è difficile che qualcosa cambi. Ma questa non è solo Venezia, è ancora la stragrande maggioranza dell'Italia. Meglio guardarsi The Tourist (2010, di Florian Henckel von Donnersmarck) allora, e sognare col cinema una Venezia diversa.

Il trailer di The Tourist
The Tourist - Frank (Johnny Depp) ed Elise (Angelina Jolie) per la la laguna di Venezia

sabato 21 ottobre 2017

La battaglia dei sessi... game, set, match!

La battaglia dei sessi - Bobby Riggs (Steve Carell) vs Billie Jean King (Emma Stone)
Per lui era solo una ricca e grassa scommessa. Per lei c'era in gioco molto di più. Sui campi da tennis ha luogo La battaglia dei sessi (2017, di Jonathan Dayton e Valerie Faris).

di Luca Ferrari

Il 20 settembre 1973 a Houston Bobby Riggs e Billie Jean King si sfidarono in un epico match di tennis chiamato la “battaglia dei sessi”. Lui, ex-numero 1 del mondo, showman e maschilista. Lei, attuale regina del tennis mondiale e una delle fondatrici della neonata federazione femminile, in rottura col business del tennis mondiale che privilegiava economicamente i maschi. Amante del gioco d'azzardo, per Riggs è l'occasione per farsi beffe delle donne e intascare laute somme. Per la King, una sfida che non poteva proprio perdere. Distribuito da 20th Century Fox, è sbarcato al cinema La battaglia dei sessi (2017, di Jonathan Dayton e Valerie Faris).

Billy Jean King (Emma Stone) è una campionessa di razza. Già conquistate tutte le prove del Grande Slam, si è appena aggiudicata per l'ennesima volta gli US Open ricevendo le congratulazioni telefoniche anche dal presidente Richard Nixon in persona. Nonostante una presenza sugli spalti eguale alla finale maschile, il successivo torneo vede una notevole disparità tra premi maschili e femminili. È la goccia che fa traboccare il vaso. È il segnale che qualcosa va cambiato, subito.

La scafata Glady Heldman (Sarah Silverman), fondatrice della rivista World Tennis Magazine, Billy Jean e altre otto coraggiose tenniste affrontano a muso duro l'ex-tennista Richard Kramer (Bill Pullman), a capo della federazione americana, senza però ottenere nulla, anzi sentendosi ribadire il concetto della "superiorità maschile". Le poche ribelli rompono gli schemi e danno vita a quella che diventerà col tempo la WTA (Women's Tennis Association). È l'inizio di una nuova era, il Virginia Slims Tour prende il via.

Nelle retrovie intanto, l'ex-numero 1 del mondo Bobby Riggs (Steve Carell), tra una scommessa e un'altra mal digerite dalla moglie Priscilla (Elisabeth Shue), ha un'idea. Sfidare la numero 1 del mondo in un match uomini contro donne. Contattata inizialmente proprio Billy Jean, la tennista rifiuta disgustata. La situazione (e l'avversaria) cambia quando Billy Jean perde una sfida decisiva e dunque anche la leadership della classifica contro l'australiana neo-mamma Margaret Court (Jessica McNamee), .

Una sconfitta questa che ha una causa. La presenza della parrucchiera Marilyn (Andrea Riseborough), conosciuta durante il tour e aggregatasi alla comitiva delle rivoluzionarie tenniste. Sebbene sposata con il buon Larry King (Austin Stowell), Billy Jean si scopre attratta dal proprio sesso, finendo dunque per sconcentrarsi, cosa notata dalla sua avversaria il cui disgusto per l'omosessualità emerge nel modo più bigotto possibile. Ma questi sono tempi difficili e prima o poi qualcosa succederà. Come gli dirà più tardi l'amico e fashion designer Ted (Alan Cumming): “I tempi cambiano. Dovresti saperlo. Li hai cambiati tu!"

Margaret dunque accetta la sfida ma viene surclassata. Riggs è un fiume in piena e spara contro le donne da ogni latitudine. Billy Jean allora lo sfida, sapendo bene che se dovesse perdere, per lei e il Virginia Slims Tour saebbe la fine. Sfida al meglio dei cinque set, in palio un maxi assegno di trecentomila dollari. Bobby fa il buffone. Billy Jean si allena duramente. Bobby cerca il pubblico, Billy Jean la palla da tennis. “Basta parole, giochiamo a tennis” dice al centro del campo davanti al suo avversario.
...

E finalmente il giorno è arrivato. Poche opere sanno suscitarmi una curiosità morbosa. La battaglia dei sessi (2017, di Jonathan Dayton e Valerie Faris) è uno di questi, così eccomi puntuale al cinema Giorgione di Venezia per godermi nella consueta cornice rilassata la proiezione di un film capace di unire la mia grande passione giovanile, il tennis, e quella ludico-lavorativo contemporanea, il cinema. Nel cast poi, uno degli attori maschili che reputo più capace ed eclettici, Steve Carell. Analogo discorso per Emma Stone, il cui trasformismo in occhiali e racchetta mi ha molto più convinto del suo romanticismo Lalalandiano.

Una piccola nota negativa. Fin dal primo trailer de La battaglia dei sessi, è stato subito svelato il vincitore di quella epica partita, cosa molto poco gradita. Seppur appassionato di tennis non conoscevo questa storia e mi sarebbe piaciuto scoprirne l'esito davanti al grande schermo esattamente come accadde per Rush (2013 di Ron Howard), dove i piloti di Formula 1 Niki Lauda e James Hunt diedero vita a una epica battaglia su quattro "saettanti" ruote. Allo stesso tempo però, è uno dei rari film dove i colpi da tennis sono stati effettivamente mostrati come si tirano in campo.

Autori di moltissimi videoclip per band che hanno fatto la storia del  rock (Ramones, Jane's Addiction, Red Hot Chili Peppers, The Smashing Pumkins, R.E.M.), i registi Jonathan Dayton e Valerie Faris sono alla terza regia dopo il pluri-premiato (e grandioso) Little Miss Sunshine (2006) e Ruby Sparks (2012). In questa nuova incursione sul grande schermo alzano il tiro e ciò che ne viene fuori è un pregevole cine-dipinto dove c'è solo spazio per l'ammirazione e il ragionamento.

Ottimi i protagonisti a cominciare ovviamente dalla premio Oscar Emma Stone (The Help, Magic in the Moonlight, Irrational Man). Non era facile entrare nella personalità e nei colpi di una donna che ha segnato il corso di uno sport, lei ci è riuscita a pieni voti. Grandiosa trasformazione anche per Steve Carell (Una settimana da Dio, Foxcathcer - Una storia americana, La grande scommessa). Buffone, malinconico e gradasso allo stesso tempo. Più che giocare, lui cerca un modo per tornare in auge (anche in banca). Al suo fianco, spesso segnato, c'è una donna di elevato spessore: Priscilla Wheelan interpretata con veritiera intensità da Elizabeth Shue (Per vincere domani - The Karate Kid, Cocktail, Via da Las Vegas)

La battaglia dei sessi (2017, di Jonathan Dayton e Valerie Faris) non è solo un film che racconta una pagina epica di sport e diritti delle donne, ma uno scontro impari che ancora oggi le donne stanno faticosamente portando avanti. Ciò che chiedono non deve essere una concessione ma un diritto naturale e questo è un aspetto fondamentale che tutt'ora in troppe società (occidentali incluse) si fatica a mettere a fuoco. Perché l'uomo guadagna più della donna in eguali mansioni lavorative?

Ma il tennis maschile fa davvero guadagnare più di quello femminile? Qualunque sia la risposta, certe differenze è ora e tempo che vengano eliminate. La battaglia che le originali Billy Jean King, Gladys Heldman, Jane Bartkowicz, Rosie Casais, etc. iniziarono. fu un'importante presa di posizione e sull'onda del '68 e la rivoluzione sessuale, dissero a tutti gli appassionati sportivi e al mondo intero che uomini e donne dovevano avere lo stesso posto e non ad appannaggio dei primi con le seconde relegate a cucina e camera da letto.

Anche in tempi recenti la questione è tornata di attualità, con l'ex-numero 1 del mondo Novak Djokovic a sostenere come sia giusto che gli uomini guadagnino di più. Non è solo una questione monetaria, anzi, forse non conta neanche (più) così tanto. È un messaggio errato che continua ad arrivare e finché il mondo femminile continuerà a essere considerato di meno, inutile fare gli ipocriti a mostrarci sorpresi quando esplodono gli scandali alla Weinstein perché anche l'impunità e il silenzio sono figlie di una cultura distorta. Cultura appunto, non denaro.

Il trailer de La battaglia dei sessi

La battaglia dei sessi - le buffonate di Bobby Riggs (Steve Carell)
La battaglia dei sessi - la protesta di Billie Jean King (Emma Stone) e le altre colleghe tenniste

giovedì 19 ottobre 2017

Un'ottima (e bucolica) annata

Un'ottima annata - Max (Russell Crowe) e Fanny (Marion Cotillard)
Una romantica storia di vita e d'amore vissuta tra la spietata City e i vigneti bucolici della Provenza. Un'ottima annata - A Good Year (2006, di Ridley Scott).

di Luca Ferrari

Max Skinner (Freddy Highmore) era solito trascorrere le estati in Francia, dallo zio Henry (Alber Finney). Ora quel bambino è diventato un uomo (Russell Crowe). Tutto quello che ha imparato è stato inghiottito dalle regole più viscide della vita. Lavora a Londra ed è un broker senza scrupoli che pensa solo ed esclusivamente al denaro. L'improvvisa dipartita del lontano parente, con cui non si sentiva più da anni, lo fa tornare nei luoghi più speciali dell'infanzia. Max però vuole solo vendere. Per essere un business man i sentimenti non servono. Mai.

Nonostante la calda accoglienza di monsier (Didier Bourdon) e madame Duflot (Isabelle Candelier), Max vuole solo incamerare dollari sonanti. Il suo avvocato di fiducia Charlie (Tom Hollander) è già in arrivo per fare una stima dell'immobile. Un'altra persona però è inaspettatamente in arrivo. Si chiama Christie Roberts (Abbie Cornish), e a quanto dice è la figlia dello zio Henry, dunque in line a di successione, sarebbe lei a ereditare tutto. Max ci vuole vedere chiaro e mentre guida spericolto verso lo studio notarile locale, si scontra (lei almeno) con l'incantevole Fanny Chenal (Marion Cotillard).

Premio Oscar come Miglior attrice non protagonista in Le vie en rose, Marion Cotillard (Due giorni una notte, È solo la fine del mondo, Allied - Un'ombra nascosta) è semplicemente perfetta. Non si fa mettere sotto, è decisa quando serve e di una dolcezza sconfinata quando si tratta di amare. Anch'esso premio Oscar (Il gladiatore), Russell Crowe (A Beautiful Mind, Padri e figlie, The Nice Guys) è un distinto gentleman, spregiudicato e bastardo quanto serve e anche di più. Dentro di sé, nell'io sommerso dalla durezza della vita, batte un cuore forte e appassionato.

A unire i due mondi, lui, lo zio Henry, interpretato da Albert Finney (Assassinio sull'Orient Express, Erin Brockovic - Forte come la verità, Big Fish). Grandi attori in Un'ottima annata - A Good Year (2006, di Ridley Scott) ma a stregare ovviamente è anche il paesaggio. Amanti del vino o meno, il contemplare la natura con un calice in mano apre spazi nella propria anima magari sconosciuti fino a un'istante prima. Un'ottima annata - A Good Year flirta con le emozioni. Condensa radici. Fortifica il domani. Sbaciucchia il momento (eterno).

Come si fa a non guardarsi Un'ottima annata - A Good Year (2006, di Ridley Scott)? Stasera, giovedì 19 ottobre è su rete4 a partire dalle h. 21,15. Visto sul grande schermo ormai più di dieci anni fa. è impossibile non farsi trascinare dalla storia, io come molti altri e la spiegazione è molto semplice. A un certo punto della vita molti di noi hanno lasciato sul proprio cammino affetti e hanno scelto la strada del silenzio e del più facile cinismo. Un'ottima annata - A Good Year (2006, di Ridley Scott) ci porta a credere che la pace sia sempre in agguato. Grazie cinema.

UN BRINDISI DI VITA VERA

Vorrei iniziare
con la citazione maiuscola
di un incontro,
ma ho paura che da affermazione
passerei coscientemente
a requisitoria
per poi terminare in difesa
e scadere
in qualche alibi da avamposto
del mio velato
quanto indispensabile cinismo

un’oasi c’è stata…c’è
sempre stata…la vita risponde,
e anche se in questo lcco
è più la mia vita a valutare
la miglior offerta
non sentendosi idoneo alle mie
ambizioni, comunque potrei sempre
avere voglia
di scrivere una lettera

au revoir piazzisti
del facile guadagno, au revoir
a quei ritratti e panorami
dalla sicurezza di un caveau,
vi do conferma
sulla mia totale e azzerata dedizione

un posto decisamente insolito
per chi fino a un secondo prima
giocava con il ghiaccio del letame
ricoperto
dallo scricchiolio di  una piscina vuota

…e per quei futuri e rosei baci,
mi sento pronto a esprimere
i nostri più intimi desideri
(Venezia, 18 Dicembre ‘06)

Il trailer di Un'ottima annata

Un'ottima annata (2006, di Ridley Scott)

martedì 17 ottobre 2017

Michael e Alicia, dovevate sposare noi

(da sx) Luca Ferrari, Desiree Sigurtà, Michael Fassbender e Alicia Vikander
Alicia Vikander e Michael Fassbender si sono sposati. Un autentico affronto al duo indie-rock Finalmente Melissa, Desiree Sigurtà e Luca Ferrari. Nelle loro menti (distorte e malate) infatti, avrebbero dovuto sposare loro.

di Luca Ferrari

Quei due l'hanno combinata davvero grossa. La premio Oscar Alicia Vikander e Michael Fassbender si erano presentati ai riflettori della 73° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia come neo-coppia per l'anteprima del sottovalutato La luce sugli oceani (2016, di Derek Cianfrance). L'amore è proseguito fino alle nozze celebratesi il 13 ottobre scorso. Felicitazioni da parte di tutti, o quasi. A storcere il naso il duo indie-rock dei Finalmente Melissa. Il loro addetto stampa ha parlato di un clima inimmaginabile.

Leader della band, la milanese Desiree Sigurtà in più di una occasione aveva dichiarato di essere alla ricerca di un vero uomo di classe e Michael Fassbender sembrava essere la persona giusta, senza che questi però la degnasse di alcuna attenzione. Inviato stampa a Venezia73, il veneziano Luca Ferrari, dal torbido passato sentimentale, aveva provato ad avvicinare la fanciulla ricevendo in cambio minacce dall'intero staff dell'Actv (è sempre colpa loro, ndr). Ora, la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Desiree e Luca non ci stanno proprio. Parafrasando il loro collega Alessandro Manzoni, “questo matrimonio non ha s'ha da proseguire”.

La storia dei Finalmente Melissa è avvolta nel mistero. Considerati da molti il perfetto incidente tra Sonic Youth e Stone Gossard, nonostante la band debba ancora produrre il primo album e non abbia all'attivo alcuna presenza live, gode di un incredibile seguito (la loro pagina Facebook ha ben 17 followers!”). Tutto quello che si sa dei due artisti è che sono anche giornalisti. In esclusiva sono stati raggiunti da “cineluk – il cinema come non lo avete mai letto”. Preparatevi dunque a leggere questa incredibile e stucchevole doppia intervista.

  • Perché Michael/Alicia avrebbe dovuto sposare te? 
D.S Innanzitutto, per istinto di conservazione della specie. Non tanto quella umana, quanto quella dei portatori di capelli rossi. Inoltre, avendo lui interpretato film a tema musicale (c’è Song to Song, ma soprattutto Frank), e facendo io parte di una band, e avendo partecipato al compleanno di Noel Gallagher, abbiamo molto più cose in comune di quanto potrebbe pensare. E poi perché io sono io. Anche se sono forse meno graziosa di James McAvoy.
L.F Sono un poeta. Ho scritto più di 12.000 poesie fino a ora. Che volete di più nella vita? Volete mettere poi "lo spasso" portare il sottoscritto, notoriamente asociale e inviso alle public relations, a eventi e anteprime? Ogni volta sarebbe un'avventura... specie per gli altri.

  • Perché Michael/Alicia non avrebbe dovuto sposare Alicia/Michael? 
D.S Perché lei è lei? Troppo facile.
L.F All'inizio può sembrare più facile e galvanizzante, ma alla fine la gente che fa lo stesso mestiere entra in un circolo vizioso di noia e condivisione estrema. Io invece sono una mina vagante.

  • Dove lo/l'avresti portato/a al primo appuntamento? 
D.S Prima in un non luogo. Una lunga camminata, perfetta per fare un po’ di psicanalisi alla Jung (che preferisco a Freud. Infatti chi interpretava lui in A Dangerous Method? Esatto). Poi, dopo ore di chiacchiere, birra e freccette (ma anche biliardo), in un pub.
L.F Dipenda dalla città, ma in linea di massima in un posto tranquillo e affacciato sul mare. Dato il mio ego sconfinato, avrei parlato soprattutto io. Tanto di lei so già su tutto con "Uikipedia". Scherzo, avrei fatto tesoro di tutto il mio assurdo passato, e l'avrei conquistata con ironia e il mio noto amore per l'acqua di rubinetto e il chinotto con limone (senza ghiaccio).

  • Dove vi sareste sposati?
D.S Non ci saremmo sposati. Non saremmo stati così borghesi. Ok, matrimonio civile probabilmente in una piccola città. Che non avrei voluto blindata.
L.F Adoro la Scandinavia. Ho girato per lavoro in Norvegia, Svezia e Finlandia. Ho fatto un reportage di viaggio anche a Goteborg, città natale di Alicia. Tutti gli scenari possibili mi garbano. Foreste, fiordi, laghi. Natura comunque. Se la fanciulla avesse gradito la sua terra natale, carta bianca per scegliere il posto.

  • Cerimonia grande o per pochi intimi? 
D.S Quante casse di birra servono per 30 amici strettissimi?
L.F Pochi intimi assolutamente. Lo ribadisco, sono abbastanza (…) avverso agli esseri umani (e io a loro). Poi la tensione pre-nuziale non l'avrei retta, in più non ho simpatia per l'alcol, il che complica le cose. Diciamo i due testimoni e stop. Però presumo avrei dovuto concedere qualcosa in più ad Alicia.

  • Dove sareste andati in luna di miele? 
D.S Galles. Ci sono un sacco di gingerheads.
L.F Siamo entrambi del Nord, ergo un posto caldo (ma non umido) sarebbe stato l'ideale, tanto per cambiare aria. Riflettendoci bene però, l'Islanda è da sempre una delle mie mete predilette che ancora aspetto di visitare..

  • Qual è il miglior film di Michael/Alicia?
D.S  Inglorious bastards (come ci chiameremmo nell’intimità)-
L.F L'ho molto apprezzata in Il quinto potere (2013, di Bill Condon), sulla controversa figura di Julian Assange. A Royal AffairOperazione UNCLE e The Danish Girl mi sono garbati assai ma ovviamente attendo con estrema curiosità di vederla in Tomb Raider (2018).

  • Che cosa dovrà assolutamente cambiare una volta sposati? 
D.S “James, questa  è l’ultima volta che mi sveglio la mattina e ti trovo in pigiama in cucina”.
L.F Non sono così presuntuoso da pensare che la fanciulla cambi per me, per lo meno ufficialmente. Le donne sono già perfette così come sono, Alicia in particolare. Ah, ovviamente stando insieme a me imparerà da sola l'arte della tolleranza e la pazienza. In caso contrario credo mi ucciderà, e che speranze posso avere contro "Lara Croft"?

  • Che cosa pensi di dover cambiare per essere la sua compagna di vita per sempre?
D.S Non potrò più fare tour lunghi coi Finalmente Melissa 😞
L.F Non sbuffare in modo palese quando ho sonno e/o mi viene fame. Diciamo che in codeste situazioni posso diventare dispettoso, fastidioso e usando le parole di Desiree stessa, “ignobile”.

  • Avresti inviato Luca e Alicia/Desiree e Michael al vostro matrimonio (si o no,  perché) ? 
D.S Sì, perché così lei rosicherebbe.
L.F Che si fottano tutti e due! Se si avvicinano nel raggio di 10 miglia li prendo a cannonate! Lei è una piantagrane, e lui doveva vincere l'Oscar come Steve Jobs. Mi ha profondamente deluso. Si vergogni!

La luce sugli oceani - Tom (Michael Fassbender) e Isabel (Alicia Vikander
Luca Ferrari e Desiree Sigurtà

sabato 14 ottobre 2017

Il palazzo delle divisioni

Il palazzo del Viceré - Lord Mountbatten (Hugh Bonneville) e Muhammad Ali Jinnah (Denzil Smith)
Divide et Impera. Ora che hindu, sikh e musulmani sono sul piede della guerra civile, la Gran Bretagna è pronta a lasciare libera l'India. Il palazzo del Viceré (2017, di Gurinder Chadha).

di Luca Ferrari

1947, la II Guerra Mondiale è finita. A Delhi viene inviato un nuovo Viceré, l'ultimo, Lord Louis Mountbatten ((Hugh Bonneville). La Gran Bretagna ha infatti concesso l'indipendenza alla sua colonia indiana. C'è un problema. Un ma. Tensioni interne sono sul punto di esplodere. I musulmani indiani si vogliono staccare. La tanto sudata libertà è sul punto di implodere. Basato su fatti reali, è uscito sul grande schermo Il palazzo del Viceré (2017, di Gurinder Chadha).

Il mondo è cambiato. Hitler e il nazismo sono un pallido ricordo. L'epopea del colonialismo europeo è sul viale del tramonto. Stati Uniti e Unione Sovietica sono i due grandi blocchi con e contro cui bisogna schierarsi. La Gran Bretagna è pronta ad abbandonare il subcontinente indiano dopo oltre tre secoli di dominio e oppressione. La tanto attesa libertà però si sta trasformando in un bagno di sangue.

Il leader musulmano Muhammad Ali Jinnah (Denzil Smith) vuole a tutti costi una propria nazione, il Pakistan, libero e indipendente. Per il corrispettivo hindu, Jawaharlal Nehru (Tanveer Ghani) e il mahatma Gandhi (Neeraj Kabi) invece, tutto questo è inammissibile. Lord e Lady Mountbatten (Gillian Anderson) non si comportano da conquistatori ma nulla serve a evitare l'inevitabile. La divisione è già scritta. È stata scritta da secoli. Loro non possono fare nulla, solo andarsene e lasciare quel mondo che non è più il loro, né britannico, al proprio destino.

Le differenze si acuiscono sempre di più, in ogni strato sociale. Anche nello stesso Palazzo dove risiedono i Mountbatten, definito dalla signora “più sfarzoso di Buckingham Palace. Nel giogo della politica d'interesse, esodi e ideologie, ecco sgorgare una pura tenera storia d'amore. Jeet (Manish Dayal) e Aalia (Huma Qureshi) sono entrambi impiegati nel Palazzo. Indiani, lui di fede hindu e lei musulmana. Si conoscevano già da quando l'uomo curò in carcere il padre di lei, Ali Rahim Noor (Om Puri). Adesso però la situazione è cambiata e devono essere divisi.

La Storia fa il suo corso. Mountbatten dialoga con tutti ma non c'è niente da fare. Downing Street è lungimirante e sa bene cosa deve fare per il proprio tornaconto. La Storia fa il suo corso e sotto i suoi cingoli spietati non c'è tempo né amore per nessuno. Va in scena il più grande esodo della Storia. Quella che doveva essere una festa comune si trasforma in una lotta fratricida. Un qualcosa che in troppe parti del mondo conosciamo bene e che ancora oggi, a distanza di settant'anni, si ripresenta spietato e devastante.

Non ho idea (al momento) quanto Il palazzo del Viceré (2017, di Gurinder Chadha) incasserà in Inghilterra, India, Pakistan e nel mondo. Ciò che so con estrema certezza è che non potrà mai aspirare agli incassi dei tanti e scandenti remake Holliwoodiani. Questi sono lungometraggi che insegnano. Il palazzo del Viceré è un film che ha che fare con la storia della stessa, Gurinder Chadha (Sognando Beckham, Matrimoni e pregiudizi, Paris je t'aime), regista britannica nata in Kenya ma di origini indiane.

Io la mia parte l'ho fatta subito. Primo giorno di programmazione e subito in sala al cinema, come sempre arrivato in anticipo per avere la mia postazione preferita. 106 minuti di cine-viaggio dove il passato rimanda all'attualità di un presente poco attento a imparare dalla Storia. 106 minuti di un fatto non troppo conosciuto in Europa ma i cui effetti, come sempre, siamo stati noi attori con interesse a creare.

Divide et Impera. Lo sapevano i Romani, lo sapevano i Britannici. Lo sanno bene anche i politici contemporanei. Hindu e musulmani si sono massacrati ma siamo davvero nella posizione per poterli criticare? E noi cosa stiamo facendo? Alziamo muri, ogni giorno. Ci stanno provando. Partiti ignoranti xenofobi e patetiche falangi fasciste cercano ogni giorno di sventolare la bandiera della separazione ma sappiatelo bene: perderete. Avete sempre perso, e perdete ancora!

Divide et Impera, funziona ancora. Una legge non scritta a prova di ideologia e millennio. Il palazzo del Viceré (2017, di Gurinder Chadha) racconta la storia vera di piani occulti, uomini utilizzati per scopi superiori (ricchezza e potere) e il consueto, inevitabile-voluto sacrificio di innocenti che pensando si agisca per il loro interesse, seguono leader interessati a ben altro. Oggi usciremo tutti da Il palazzo del Viceré per festeggiare. Domani saremo ancora lì fuori, abbandonati e soli a contemplare le catene che ci siamo stretti da noi.


Il trailer de Il palazzo del Viceré
Il palazzo del Viceré -
Lord Mountbatten (Hugh Bonneville), Gandhi (Neeraj Kabi) e Lady Mountbatten (Gillian Anderson)
Cinema Giorgione di Venezia,
in sala a leggere Il palazzo del Viceré prima della proiezione © Luca Ferrari

giovedì 12 ottobre 2017

2017: Assassinio sul grande schermo

Assassinio sull'Orient Express (2017, di Kenneth Branagh) - Samuel Ratchett (Johnny Depp)
Blade Runner, Jumanji, Assassinio sull'Orient Express, Top Gun. Li stanno uccidendo tutti. L'ennesima ondata di remake, sequel a distanza, reboot, etc. sta per invadere il grande schermo. Si salvi chi può!

di Luca Ferrari

La formula è sempre la stessa. Si prende un film cult, lo si affida a un regista di grido, lo si fa interpretare a un attore affermato e infine si mette a mo' di comparsa e/o co-protagonista l'originale primo attore. Il tutto ovviamente condito da effetti speciali spettacolari, inquadrature artistiche e ghirigori tali da imbonire per bene il pubblico. Il risultato? Potrà anche essere un capolavoro ma resta un'idea riciclata. Un'idea che toglie spazio al cinema contemporaneo. Un'idea che se avesse preso piede 30 anni fa, a quest'ora non ci sarebbe stato nulla di ciò che ha fatto la Storia del cinema.

La settimana scorsa è uscito Blade Runner 2049. Al timone della pellicola, il canadese Denis Villeneuve, consacratosi al grande pubblico con Arrival, film presentato in anteprima alla 73° edizione della Mostra Internazionale Cinematografica di Venezia. Nell'originale Blade Runner (1982, di Ridley Scott) il protagonista è Harrison Ford. Oggi lo ritroviamo a supporto del belloccio Ryan Gosling (Le idi di marzo, The Nice Guys, La La Land), Robin Wright e Jared Leto. La stampa vomita inchiostro, il riscontro però al momento non pare eccezionale.

Altro ritorno nostalgico direttamente dalla Fabbrica degli anni Ottanta, Top Gun (1986), il cult diretto da Tony Scott che lanciò la carriera di Tom Cruise. Analogo destino anche per la decade successiva, dove il cult generazionale Trainspotting (1996) è stato rovinato dall'insignificante sequel T2-Trainspotting (2016), per di più diretto dallo stesso regista, Danny Boyle. Analogo iter per l'epocale Interceptor (Mad Max, 1979) dove George Miller si è imbarcato in un miserevole remake tutto effetti speciali, tale Mad Max: Fury Road (2015).

Dei tanti remake in arrivo, il periodo pre-natalizo avrà un indiscusso protagonista: Assassinio sull'Orient Express, diretto e interpretato da Kenneth Branagh, questi nei panni e baffi dell'investigatore belga Hercule Poirot. Insieme a lui, un supercast a cominciare dai premi Oscar Judi Dench e Penélope Cruz, quindi Willem DafoeMichelle Pfeiffer e Johnny Depp. Tratto dall'omonimo romanzo di Agatha Christie, nel 1974 Sidney Lumet diresse un film capolavoro con protagonisti Albert Finney, Ingrid BergmanSean ConneryVanessa Redgrave e Anthony Perkins.

Bisognerà aspettare l'anno prossimo invece per assistere agli effetti disneylandiani dell'imprecisato Jumanji - Benvenuti nella giungla (di Jake Kasdan). Storia già gloriosamente vista sul grande schermo nel 1995, il drammatico Jumanji di Joe Johnston aveva per protagonista il compianto Robin Williams (1951-2014) e una giovanissima Kirsten Dunst (ElizabethtownStar System - Se non ci sei non esistiL'inganno). La nuova versione vede in campo Dwayne Johnson, già protagonista della versione cinematografica della serie cult BaywatchJack Black e Karen Gillan. Altri sequel in arrivo, Mary Poppins e Top Gun.

Non sono da meno nemmeno le serie televisive, dove talvolta si legge che la suddetta è un capolavoro ed è un mix di Caio, Tizio e Sempronio. Alla faccia dell'originalità, dunque. Il caso più emblematico è l'osannato Stranger Things, un prodotto che senza I Goonies (1985, di Richard Donner) non sarebbe mai stato nemmeno concepito. Sta assumendo i contorni di una telenovella Star Wars di cui oggi credo nessuno si ricordi degli originali Guerre stellari (1977), L'impero colpisce ancora (1980), Il ritorno dello Jedi (1983).

In questi ultimi anni il grande schermo è stato invaso da prodotti clonati e il successo è stato tutto fuorché una garanzia. Chi riesce a non sfigurare è solo perché il primo e UNICO lungometraggio ha lasciato talmente il segno da risultarne impossibile la non visione ai fan. E' interessante notare inoltre che dietro la pochezza dell'operazione, critica e pubblico sappiano solo guardare agli effetti digitali. E ci mancherebbe che non sappiano manco fare quelli in un'epoca come così estrema per la tecnologia. Point break, Total Recall, Robocop sono dei tragici esempi di operazioni commerciali senza la benché minima arte né sostanza.

Il 19 ottobre prossimo il grande schermo vedrà due importanti pellicole. Il nuovo e originale La battaglia dei sessi con la premio Oscar Emma Stone e il trasformista Steve Carell e la nuova trasposizione cinematografica di IT. Il primo tratta la storia vera tra la sfida tennistica tra Billy Jean King e Bobby Riggs, il secondo è una nuova versione dell'omonimo libro di Stephen King dopo la mini-serie cult di due puntate del 1990 con Tim Curry nelle vesti del pagliaccio assassino Pennywise. Quanti andranno a vedere il primo e quanti il secondo? Temo già di sapere la risposta.

Chi sono io? Se a rispondere fosse il Crozza-Vincenzo De Luca, direbbe: "Ferrari... detto Luca... personaggetto!". E visto che il personaggetto non ha certo il potere di cambiare le ambizioni di Hollywood, facciamo un altro gioco. Sarò io a suggerirgli qualche film da rovinare. Pellicole che hanno fatto la storia della settima arte e che sono certo, prima o poi, i tentacoli del business arriveranno a deturparne il vero e unico ricordo. Pronti?
  • Ritorno al Futuro: difficile immaginare il remake totale della trilogia di Robert Zemeckis (penso scatterebbe la rivoluzione). Più scontato e probabile il sequel
  • E.T. - L'extraterrestre (1982, di Steven Spielberg): remake azzardato, più facile immaginare il ritorno della creatura sul pianeta Terra
  • I goonies: come sopra, impensabile e troppo "Ottantesco". Un sequel nostalgia sarebbe un successo commerciale garantito. La sceneggiatura? Neanche mi esprimo
  • Il silenzio degli innocenti (1991, di Jonathan Demme): perfetta Jennifer Lawrence a interpretare l'agente Clarice Starling (Jodie Foster)
  • Una poltrona per due (1983, di John Landis): fattibile il remake con una coppia ben assortita. Steve Carell e Omar Sy in pole position, e uno dei fratelli Duke affidato proprio a Dan Aykroyd 
  • La vita è meravigliosa (1946, di Frank Capra): un natale con George Clooney al posto di James Stewart e il successo è garantito 
  • Stand by me (1986, di Rob Reiner): posso immaginare una versione al femminile in stile il recente remakeizzato Ghostbuster in rosa di Paul Feig, ennesima clonazione dagli Eighties
  • Jerry Maguire (1996, di Cameron Crowe): perfetto per il finto idealismo del terzo millennio. 
E voi, che altro film vorreste suggerire da rovinare? Buon cinema, e buona fortuna!

Jumanji - Benvenuti nella giungla (2017, di Jake Kasdan
Blade Runner 2049 (2017, di Denis Villeneuve)

mercoledì 4 ottobre 2017

Sebastiano Riso, dagli al frocio!

Venezia74, il regista Sebastiano Riso © La Biennale foto ASAC
Vile aggressione omofoba ai danni del regista Sebastiano Riso. Basta con le mobilitazioni, è ora di scrivere e fondare una nuova cultura dell'essere umano.

di Luca Ferrari

“Lei è omosessuale? Su, avanti, risponda alla domanda... Lei è una checca? Lei è un finocchio, un pederasta, un invertito, un piglia-in-culo? Lei è un apri-chiappe, un ossobuco? Avanti, risponda alla domanda... Lei è o non è un gay?!?”. Tuonava così esausto e arrabbiato l'avvocato Miller (Denzel Washington) nel drammatico Philadelphia (1993, di Jonathan Demme). A distanza di più di 20 anni assistiamo ancora alla discriminazione contro gli omosessuali, anzi peggio, la bruta violenza.

Basta, basta con le parole di circostanza. Basta davvero. È ora e tempo di cambiare questa società sempre più (am)mal(i)ata di violenza. L'ultimo caso, il regista siciliano Sebastiano Riso (Più buio di mezzanotte, Una famiglia). Nessun vicolo buio. Luogo dell'agguato, l'androne di casa propria. Calci, pugni e insulti. Degno risultato di una cultura ancora capace di rimpiangere il fascismo e annesso macho-proselitismo.

La violenza omofoba così come quella domestico-taciuta sulle donne è un problema endemico di questa nazione. Continuare a negarlo significa alimentare tutto questo clima ed essere ugualmente criminali. Loro intanto se la spassano. Loro, i fieri maschi italici. "Prendi a pugni il frocio. L'invertito. Menalo per bene e poi vantati con i tuoi amici retrogradi. Quella checca di merda l'ho pestata per bene”. Eh si, funziona così. Adesso potete andare in giro soddisfatti.

Passano gli anni, si fanno campagne nazionali, ci si mobilita in piazza ma il problema resta. Tutto questo non serve più. Non è abbastanza. Si scalfisce la crosta. A scuola e in famiglia si continua a portare avanti un'idea sballata. Essere omosessuale non è e non deve essere  un problema. Non nel 2017. Ed è ora che tutti ci sentiamo coinvolti perché nostro figlio potrebbe essere gay o magari il suo compagno di banco, e come ci comporteremo allora? Ci volteremo dall'altra parte o avremo il fegato di dire la nostra?

Nel drammatico Una famiglia (2017), film presentato a Venezia74, con protagonisti Micaela Ramazzotti (Il nome del figlio, Ho ucciso Napoleone, La pazza gioia), Patrick Bruel e la giovane Matilda Veloce come il ventoDe Angelis, il regista siciliano accende la telecamera sulla questione dell'utero in affitto in Italia. Una nazione tragicamente incapace di confrontarsi con la realtà contemporanea, preferendo nascondersi dietro una cultura retrograda di comodo. Gli etero non sono gli unici che cercano vie alternative quando non possono avere figli. Anche gli omosessuali, uomini e donne. Ma questo per molti è intollerabile.

Durante il pestaggio infatti, al regista catanese classe '84 è stata ben rimarcata questa sua attenzione cinematografica condita ovviamente da insulti variegati. Riso se l'è cavata (si fa per dire) con una contusione della parete toracica addominale e un trauma allo zigomo con edema alla cornea. Ecco l'Italia, ancora ignorante e succube di logiche politico-ecumenali per le quali il gay non è un omosessuale, è uno schifoso e come tale va punito quando capita.

Il cinema, un film, un articolo o una presa di coscienza collettiva dopo un fatto di cronaca non sono la risposta né la soluzione al problema dell'omofobia. E fino a quando il partito di turno avrà paura di perdere voti schierandosi a favore degli omosessuali, non ci sarà niente da fare. I genitori nelle scuole protesteranno quando nei libri ci saranno racconti incriminati. E allora andiamo avanti così, tanto finché è un frocio o un ricchione a prenderle, chi se ne frega. Dentro la nostra fierezza di etero o gay-nascosto frustrati, alla fine lo pensiamo tutti uguali: gli sta bene!

Philadelphia, il discorso dell'vvocato Miller

Venezia74 (da sx): Sebastiano Riso, Micaela Ramazzotti e Patrick Bruel © La Biennale foto ASAC 

il regista Sebastiano Riso sul red carpet della 74° Mostra del Cine,a © La Biennale foto ASAC
Venezia74 (da sx): Sebastiano Riso, il direttore del festival Alberto Barbera,
Micaela Ramazzotti, Patrick Bruel e Matilda De Angelis © La Biennale foto ASAC
 

lunedì 2 ottobre 2017

Un amore sotto l'albero

Un amore sotto l'albero (2004, di Chazz Palminteri)
Le luci calde e malinconiche del natale. Una fiaba metropolitana dai riflessi magico-glaciali dove le emozioni carezzano, graffiano e custodiscono. Un amore sotto l'albero (2004, di Chazz Palminteri).

di Luca Ferrari

Sofferenza e dolcezza. Vicoli ciechi e speranza. Presente e passato. È la vigilia di natale a New York. C'è chi si sta preparando a condividere un momento di gioia e chi è chiuso nel proprio mondo, dove le luci (interiori) della festa sono un bagliore troppo lontano per goderne davvero. Si avvicendano le storie di Rose (Susan Sarandon), Nina (Penelope Cruz) e Mike (Paul Walker), Artie (Alan Arkin) e Jules (Marcus Thomas). Tutto è pronto per Un amore sotto l'albero (2004, di Chazz Palminteri), primo film natalizio dell'anno 2017, a trasmetterlo sul piccolo schermo questa sera La5 (canale 30 del digitale terrestre) h. 21,10.

Ricordi un'altra vita. Ricordi di passeggiate notturne e solitarie quando fuori dal grande schermo c'erano solo fantasmi e rancori. Eppure, in quel 26 novembre 2004 a Firenze, non scelsi la pianura oleosa del cinismo più letale, entrai in sala per vedermi Un amore sotto l'albero (2004, di Chazz Palminteri). Echi della "SpiceGirls-iana" 2 become 1, sapevo che una volta uscito sarei stato anche peggio. Sapevo che una volta dentro sarebbe stato più facile lasciarmi andare alle lacrime. Nulla aveva importanza. Nulla aveva comunque più importanza. Meglio allora andarsene...

SONO GELOSO DELL’AMORE NATALIZIO

a cosa stavo pensando? ah si,
tutto sarebbe finito
e sarebbe rimasto incontrollato
... c’era l’inevitabile traffico,
e ho ancora
il tovagliolo su cui scrissi
l’indirizzo di quella città...a chi importa
e cosa? Le persone sole
pensano si parli sempre di loro
quando viene tirato in ballo
il dolore

finestre aperte, case che
non ci appartengono... sconociuti
si confidano

girava voce
mi fossi addormentato
confrontandomi
con le dimostrative smancerie
della conoscenza... feci un annucio,
donare frammenti del mio domani
a chi mi farà riflettere
su qualcosa che non sia un'alta mia
storia

siamo pieni di Maria
di Nazareth...se rinascesse,
lavorerebbe all’ingrosso
per abbellire alberi e gradini
...e non farebbe la missionaria
solo per far ingelosire suo padre

le pene del perito
esperto in crociate non fanno più scalpore
nella mente reincarnata

la verità è che non ho
un biscotto preferito, né un posto
o una bibita...la verità è che
una porta disarcionata
mi ricorda una collina senza sentieri
e nessuno è più speciale
di ciò che riesco a partorire da dentro
i mie pensieri

potresti aspettare di andartene
quando io me ne sarò andato?
... non sono in grado
di riconoscere la tua voce,
le ali degli angeli sono tutte mimetizzate
con le parole in disaccordo...
                                                        (Firenze, 26 Novembre’04)


Un amore sotto l'albero, trailer

Un amore sotto l'albero (2004, di Chazz Palminteri)