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venerdì 21 luglio 2017

Logan, l'eredità di Wolverine

Logan The Wolverine - il protettivo Logan (Hugh Jackman) con la piccola Laura (Dafne Keen)
Il vecchio guerriero è giunto al capolinea. Lui, emblema della forza e fragilità mutante. Il domani è già arrivato e gli chiede un ultimo sacrificio. Logan – The Wolverine (2017, di James Mangold).

di Luca Ferrari

Ogni civiltà ha i suoi splendori e le sue rovine. I mutanti sono (pare) al capolinea ma l'interesse più bieco non ha ancora intenzione di pensionarli. Il meno improbabile degli eroi sta per essere così (ri)trovato. Perché proprio lui? Perché proprio Wolverine? Forse perché la sua natura così rabbiosamente fragile lo ha sempre reso un solitario e mai devoto (davvero) a una causa e dunque imprevedibile in tutti i sensi? Poco importa, questo è il tempo di Logan – The Wolverine (2017, di James Mangold).

Anno 2029. Il gene mutante si è quasi estinto. I pochi rimasti si nascondono dall'umanità. James Logan “Wolverine” (Hugh Jackman) è un alcolizzato e lavora come tassista. I soldi che guadagna li usa per comprare medicine per il vecchio amico novantenne Charles Xavier -Professor X (Patrick Stewart), un tempo fondatore della scuola dei mutanti e oggi ridotto su una sedia a rotelle senza quasi più alcun potere, se non qualche sprazzo della sua mente comunque sempre molto temuta. Insieme a loro, sul confine messicano, vive l'albino Calibano (Stephen Merchant).

Durante un funerale, lo scontroso Logan  viene avvicinato da una donna, Gabriela (Elizabeth Rodriguez) che lo chiama Wolverine, supplicando di aiutarla per salvare una bambina di nome Laura (Dafne Keen). La donna non da molte spiegazioni. Trattasi di un'ex-infermiera di una spietata compagnia bio-tecnologica, il cui centro era diretto dal Dr. Zander Rice (Richard E. Grant). Qui venivano creati mutanti in vitro per essere usati come armi letali.

Il progetto però è sfuggito al controllo e ora tutte queste creature artificiali vanno eliminate. Gabriela e altre colleghe però, sono riuscite a salvare alcuni di questi bambini e si sono tutti rifugiati in un posto chiamato Eden nel Nord Dakota. Lì, stanno aspettando Laura per varcare il confine ed entrare in Canada dove hanno avuto certezza di ottenere asilo. Sulle tracce della piccola mutante X-23 intanto c'è lo spietato Donald Pierce (Boyd Holbrook). Laura non parla e il suo potere sono degli artigli affilati in adamantio. È figlia di Logan.

Ha inizio una spietata caccia all'uomo, anzi alla bambina. Logan però, a dispetto del suo carattere da finto mercenario (accetta l'incarico per soldi), non ha alcuna intenzione di lasciare quella ragazzina in mano a degli spietati aguzzini. Lui la difenderà e anche se non crede all'esistenza di questo "paradiso" di cui Gabriella aveva letto sui fumetti degli X-Men, alla fine si decide a portarla. Poi, ognuno per la sua strada. Il Canada e la salvezza per lei, il primo bar per lui.

Logan – The Wolverine (2017, di James Mangold) è tutto fuorché un cinecomic. Si, certo. C'è Logan con i suoi artigli, le altre creature mutanti e combattimenti con fiotti di sangue, ma di ludico c'è molto poco. Il protagonista è un uomo stanco, ancora in lotta con se stesso. Il suo corpo pullula di ferite ma non per questo rinuncia a combattere per proteggere chi ha un appuntamento col futuro. Va contro anche i suoi stessi limiti per dare alla propria razza la certezza di un nuovo domani.

Già dietro la macchina da presa di Wolverine – L'immortale (2013), il regista dimostra di avere dimestichezza con storie dall'alto spessore umano e drammatico, su tutti Ragazze interrotte (1999) e Quando l'amore brucia l'anima - Walk the Line (2005), film che fecero vincere il premio Oscar rispettivamente ad Angelina Jolie e Reese Whiterspoon. È questa la fine della saga dei mutanti? Non si sa. Logan – The Wolverine (2017, di James Mangold) è la perfetta conclusione.

"Il rapporto tra Logan e la piccola Laura mi ha ricordato quello tra Léon (Jean Reno) e Mathilda (Natalie Portman) nell'immortale opera Léon (1994) di Luc Besson" commenta a caldo l'appassionato di fumetti Pietro De Perini, all'uscita dal cinema durante la rassegna estiva veneziana, "Pur con le dovute differenze (età inclusa, ndr), l'uomo è sempre un solitario e con lo sviluppo della storia s'instaura un rapporto sempre più di protezione padre-figlia. Dolcezza e rabbia possono convivere. Logan e Leon sono qui a dimostrarlo".

Wolverine colpisce e attacca, sempre per legittima difesa. È una creatura matura. Sempre scontroso e pronto a lasciarsi andare a qualche bicchiere di troppo. I suoi compagni mutanti non ci sono più. È un uomo sconfitto, o per lo meno si crede tale. Logan ha quel qualcosa nell'anima che non smetterà mai di farlo soffrire ma è anche la sua indissolubile forza. Tra le lame splende aggrovigliato un cuore grande e generoso. Il futuro dei mutanti lo ha capito e per questo gliene saranno sempre grati.

Il trailer di Logan - The Wolverine

Logan The Wolverine - la piccola Laura X-23 (Dafne Keen)

mercoledì 19 luglio 2017

Estate è sempre 50 volte il primo bacio

50 volte il primo bacio - Lucy (Drew Barrymore) bacia Henry (Adam Sandler
Non è vera estate senza 50 volte il primo bacio. Divertente commedia romantica con Adam Sandler, Drew Berrymore e la naturale scenografia delle isole Hawaii.

di Luca Ferrari

Ogni stagione e talvolta anche le festività  hanno i loro film. Per me natale significa sempre almeno The Family Man, A Christmas Carol e Polar Express. D'estate invece, più di Mamma Mia! e tanti altri, c'è sempre e solo il romanticismo di 50 volte il primo bacio (2003, di Peter Segal). La storia in principio è abbastanza classica. Il veterinario donnaiolo Henry Roth (Adam Sandler) incontra per caso l'autoctona Lucy Whitmore (Drew Barrymore). È colpo di fulmine per entrambi ma qualcosa di impensabile sta per succedere, anzi è già successo.

La ragazza infatti ha avuto un incidente d'auto. Sbattendo la testa, la sua memoria arriva fino al giorno prima dell'incidente di cui non ricorda nulla e tutto quello che vive nel presente lo dimentica subito. Ecco dunque che quando Henry si ripresenta da lei, questa lo tratta come se non lo avesse mai visto. Fortuna sua che in sua difesa, interviene la proprietaria del ristorante, Sue (Amy Hill), amica di famiglia di vecchia data e al corrente della situazione. Il redento Henry non può più ignorare i propri sentimenti e così ogni giorno è deciso a farla innamorare di nuovo.

50 volte il primo bacio è una commedia fresca in tutti i sensi (questa sera h. 21,15 su canale 9), non priva di velata tristezza ma si sa, l'amore vince su tutto. E chi non vorrebbe dopo tutto un partner talmente innamorato da comportarsi come se dovesse uscire con te ogni giorno per la prima volta? Non manca l'ironia, a cominciare dall'assistente di Henry, pluri-padre di famiglia e dedito alla marijuana, Ulla (Ron Schneider). Sempre desideroso di ascoltare le storie piccanti dell'amico e talmente goffo da farsi male in ogni situazione possibile.

Più ridicolo che comico invece, Dough (Sean Austin, il Mickey Walsh dei Goonies), il fratellone di Lucy. Marinaio come il padre Marlin (Blake Clark) ma con una fissa per culturismo e sostanze dopanti. La malattia cerebrale di Lucy esiste davvero e non c'è nulla da scherzare ma è commovente vedere come ogni giorno Henry si prenda cura di lei, spiegandole non senza difficoltà cosa le sia successo e come lo potranno affrontare insieme. Ogni giorno una magia nuova, peccato che all'indomani tutto sparisca. Tutto o quasi.

Lo dico e lo ripeto. Mi sono avvicinato al cinema con le commedie romantico-sentimentali e 50 volte il primo bacio occupa un posto speciale. Iniziata la professione di giornalista 15 anni or sono a Firenze, fu l'ultimo film che vidi sul grande schermo in terra toscana prima del rientro in laguna. 50 volte il primo bacio (2003, di Peter Segal) sono emozioni, risate, l'estate fresca (e non umida). 50 volte il primo bacio è romanticismo isolano e la certezza che anche il sogno d'amore più complicato possa trasformarsi in una meravigliosa realtà quotidiana.

Il trailer di 50 volte il primo bacio

50 volte il primo bacio - Ulla (Ron Schneider) bacia Henry (Adam Sandler)

martedì 18 luglio 2017

The Company Men (2010), il lavoro uccide

The Company Men - Gene McClary (Tommy Lee Jones)
La crisi economica non è mai finita. Viviamo il secolo dei suicidi da non-lavoro. C'è bisogno di uomini forti per creare nuove e durature fondamenta. The Company Men (2010, di John Wells).

di Luca Ferrari

Sogni e miseria. Luce e tenebra. Ricchezza e precariato. Ogni volta che trasmettono sul piccolo schermo The Company Men (2010, di John Wells), non posso fare a meno di non guardarlo. E ogni volta sto male. Ambientato negli Stati Uniti nel periodo della crisi economica, uno dopo l'altro cadono tutti: piccoli lavoratori e grandi manager, ed è su questi ultimi che la pellicola, presentata al Sundance Film Festival, apre i riflettori.

Bobby Walker (Ben Affleck) è un uomo di successo, passato in un amen da una vita di agi allo spettro della povertà. A dispetto della posizione di spicco che ricopriva, viene licenziato dalla multinazionale per cui lavora senza troppi giri di parole. Inizia il calvario della ricerca di un nuovo impiego e se in principio non vuole scendere a compromessi, la vita e gl'imminenti conti da pagare lo porteranno a riflettere e dover prendere decisioni che mai si sarebbe immaginato fino a qualche anno prima.

La crisi economica non è finita, è ancora più viva che mai. Come l'ottimo La grande scommessa (2015, di Adam McKay) ci ha raccontato-spiegato, i pezzi grossi sono tutti al loro posto. Di tutte quelle persone invece sbattute su di una strada con la casa pignorata invece, che cosa ne è stato? La mattina ti svegli e non pensi minimamente che andare a fare la spesa potrebbe diventare un problema, poi un attimo dopo ti ritrovi a vagare per la città nel cuore della mattinata e non sai più cosa fare.

L'uomo crea la crisi e solo l'uomo la può risolvere. Non ci sono forze invisibili che disfano e costruiscono. La maggioranza si adatta e subisce, ma ci sono anche i Gene McClary (Tommy Lee Jones) che a dispetto dei ricchi salvacondotti finanziari, non si limitano a galleggiare voltandosi dall'altra parte. Si mettono in gioco e usano la propria forza per ripartire e gettare la basi per un nuovo futuro che per centinaia di persone significa una nuova azienda, un nuovo lavoro e una nuova vita.

The Company Men (2010, di John Wells) fa sanguinare. Difficile trovare qualcuno al giorno d'oggi che non sia passato per periodi analoghi. The Company Men è un film che sebbene guardi il problema licenziamenti da un punto di vista più altolocato, fa capire che nel tritacarne dell'economia ci cadono (senza far ritorno) quasi tutti. Pur non raggiungendo l'angoscia di Due giorni, una notte (2014, di Jean-Pierre e Luc Dardenne) resta comunque un film interessante da vedere.

Il trailer in lingua originale di The Company Men
The Company Men - Bobby Walker (Ben Affleck)

venerdì 7 luglio 2017

15 anni di giornalismo e cinema

North Bend (Washington, USA) - Luca Ferrari all'interno del Twede's Cafe di Twin Peaks
15 anni or sono iniziai la mia attività di giornalista a Firenze. Fin dai primi mesi, a farmi compagnia ci fu il grande schermo, diventato poi il mio target principale, e Best Movie, (all'epoca) neo-mensile cinematografico.

di Luca Ferrari

15 anni di scrittura incessante tra carta stampata, online e blog. Agli esordi il cinema non era ancora il mio target ma lo sarebbe diventato nel giro di poco tempo. La scintilla interiore era già scattata. Decisivo lo scontro con tre pellicole in particolare: Shakespeare in Love, Moulin Rouge! e I Tenenbaum. Potenza alle parole e delle immagini. Il resto è stato una costante infatuazione davanti e dentro il grande schermo, tutt'oggi più viva che mai. E ancora oggi, ogni volta che si spengono le luci in sala, ho due soli desideri: guardare il film e scrivere la recensione.

La storia della mia attività giornalistica prese il via sul fronte turistico a Firenze, lavorando per i mensili Toscana News e Chianti News, fondati dal compianto Paolo Melani. Già sul primo numero in cui scrissi trovai il modo di paragonare la Satine “Luhramnniana” alla fertilità della Vendemmia. Un anno dopo sarebbe stato pubblicato il mio primo vero articolo di cinema sul film Io ballo da sola (1996, di Bernardo Bertolucci), ambientato nelle campagne di Gaiole in Chianti (Si), e recensito parecchi anni dopo anche sulle pagine online di "cineluk - il cinema come non lo avete mai letto".

Un piccolo passo indietro. Nei giorni scorsi ho fatto una curiosa scoperta. Il mio sbarco in terra toscana avvenne nel giugno 2002 e fin da subito il grande schermo mi accolse generoso e amorevole. Fu allora che vidi Best Movie per la prima volta e mi incuriosii non poco. Il taglio era diverso dal più noto Ciak. Una lettura questa, che mi accompagnò per gran parte della mia esperienza di vita fiorentina così come nei successivi anni. Immaginate la sorpresa quando nell'ultimo numero del magazine (luglio 2017) scoprii che era nato proprio nel 2002, pochi mesi prima dell'inizio della mia attività giornalistica.

Emblematiche le copertine dei primi due numeri che sfogliai. Su giugno c'era Spider-Man e su luglio invece, quello che fino a quel momento era il mio attore preferito: Nicolas Cage (Con Air, Via da Las Vegas, Lord of War), protagonista del commovente war-movie Windtalkers (2002, di John Woo), basato su di una storia vera. Quasi un miscuglio di passato, presente e futuro. Il mese scorso invece, ossia nell'anniversario del mio inizio sulla carta stampata, è uscito proprio su Best Movie la mia recensione del film The Circle (con Emma Watson e Tom Hanks). Esattamente un cerchio. Il cerchio del cinema e della vita. Una coincidenza che ha il sapore di quella magia che solo il cinema è in grado di regalare.

E sempre in tema di anniversari, quest'anno raggiungerò quota 10 edizioni come giornaliasta accreditato al Festival del Cinema di Venezia, per il quarto anno consecutivo inviato del settimanale internazionale L'Italo-Americano per il quale ho appena scritto un servizio sull'attore genovese Paolo Villaggio, scomparso il 3 luglio scorso. Una storia quella vissuta all'ombra del Leone di celluloide sempre condivisa penna/laptop a fianco dei pregevoli flash del fotografo veneziano Federico Roiter.

Guardandomi indietro, tra i cine-viaggi più entusiasmanti, la maggioranza sono stati tutti realizzati oltreoceano, a cominciare dal mondo dei Goonies, in Oregon, tra Astoria, Ruby Beach e Cannon Beach. Poco distante, nello stato di Washington, eccomi a sorseggiare caffè nero mangiando torta di ciliegie (cherry-pie) al mitico Twede's Cafe, lì dove Mr David Lynch ambientò l'oscura serie di Twin Peaks. Non meno emozionate, l'essersi ritrovato a tu per tu con Anna dai capelli rossi a Cavendish, sulla Prince Edward Island, in Canada.

Tornando in Italia, per uno che a avuto la passione dei reportage, l'aver potuto intervistare la giornalista-inviata di guerra Monica Maggioni, è stato un onore, reso ancor più grande dallo scrivere la recensione del suo documentario Out of Theran (2011), presentato ala 68° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (sez. Controcampo italiano). A Venezia piantai i semi del grande schermo, a Firenze sbocciarono (ma quanto fu difficile abbandonarli, ndr) e una volta rientrato in laguna, presero il sopravvento su tutti gli altri interessi giornalistici.

E allora torniamo agli esordi, nel 2002 uscì Spider-Man di Sam Raimi. Oggi, nel boom modaiolo del filone cinecomic è appena sbarcato Spider-Man: Homecoming (2017, di Jon Watts con protagonista Tom Holland). Ricapitolando quindi, nel 2017: 15 anni di giornalismo, 15 anni a leggere Best Movie e 15 anni di Spider-Man. Io resterò sempre legato a Tobey “Peter” Maguire, Kirsten “M.J.” Dunst e il loro romantico bacio sotto la pioggia. Le sue ragnatele le ho immaginate sul Duomo Brunelleschiano. Quella storia l'ho sentita tra le contrade agli esordi di tutto. Quella storia è più viva che mai e pronta per lanciarmi a vivere e scrivere per altri 15 anni di cinema.


Spider-Man, la scena del bacio

le cover del mensile di Best Movie: (da sx); giugno 2002, luglio 2002 e luglio 2017 
Il mio primo articolo di cinema pubblicato sul Chianti News (agosto 2013) sul film Io ballo da sola 
Spider-Man - Peter Parker/Spiderman (Tobey Maguire) e la bella Mary Jane (Kirsten Dunst)
Cannon Beach (Oregon, USA) - Luca Ferrari sul set naturale de I Goonies

venerdì 30 giugno 2017

Il basket di Chi non salta bianco è... "anche" al Lido

Chi non salta bianco è - il cestista bianco Billy Hoyle (Woody Harrelson)
Brillante commedia anni '90 ambientata sui campi da basket, già mi pregusto le sfide di Chi non salta bianco è (di Ron Shelton) nel Torneo dei Sestieri al Lido di Venezia.

di Luca Ferrari

Sport, cinema e realtà. La vita ispira, la telecamera riprende e il presente mescola l'insieme. Nello stesso anno in cui il mitico Dream Team americano incantò il mondo alle Olimpiadi di Barcellona, uscì Chi non salta bianco è (1992, di Ron Shelton). Tralasciando il consueto abominio italiano sul titolo (molto meglio e più esplicativo l'originale White Men Can't Jump), il film seppe mescolare con garbo amicizia, pregiudizi, azioni spettacolari, leggerezza e maturità. Il film ideale prima di scendere in campo al Torneo dei Sestieri (Lido di Venezia, 30 giugno - 8 luglio).

Sui campetti di basket a Venice Beach California il talentuoso Sidney Deane (Wesley Snipes) arrotonda lo stipendio sfidando (e truffando) tutti i malcapitati che incrocino la palla con lui. Sulla sua strada però, o meglio sotto il suo canestro, incontra il bianco Billy Hoyle (Woody Harrelson), della sua stessa pasta e per niente intimorito dall'avversario che sostiene aver rifiutato di entrare nell'NBA. L'inedita coppia inizia a fare squadra puntando al piatto più grosso.

Debiti, presunzione e pregiudizi condiscono una storia ben diretta e senza chissà quale appeal da modelli. Il risultato è una storia dove se è vero che i bianchi non sanno schiacciare con quella mano dentro il canestro come i neri, non significa che non sappiano fare sul serio. E sarà lo stesso Sidney a rendersene conto, non riservando a ogni modo colpi bassi al neo-compare e aiutandolo quando si tratta di far accettare la ragazza di lui, Gloria (Rosie Perez), al quiz Jeopardy!

Da Venice Beach, negli Stati Uniti, all'unica e inimitabile Venezia italiana. Nella dirimpettaia isola del Lido, sede ogni anno della Mostra del Cinema, prende il via oggi la 13° edizione del Torneo dei Sestieri (30 giugno – 8 luglio) che si svolgerà al Pattinodromo delle Quattro Fontane, quest’anno caratterizzato da una grande novità: il Torneo Master Internazionale che vede la partecipazione di 18 squadre provenienti da Irlanda, Inghilterra, Germania, Spagna e Russia.

Il ricco programma prenderà il via con la “tre giorni” dedicata ai 200 atleti master del I° Venice Master Basketball Tournament, suddivisi in tre categorie (over 40 femminile, over 40 maschile – over 50 maschile) mentre il Torneo dei Sestieri inizierà domenica 2 luglio, e alla cui conclusione , dopo la premiazione ci sarà la festa al parco delle Quattro Fontane. A sfidarsi ci saranno i roster del Lido, Cannaregio, Castello, Santa Croce & San Polo, Dorsoduro e San Marco & Murano.

Cinema e sport, il binomio spesso si è rivelato vincente. Chi più chi meno. Bypassando il penoso Wimbledon (2004, di Richard Loncraine) e in attesa di vedere Borg vs McEnroe (2017), fino a oggi il tennis non ha avuto il successo sperato sul grande schermo. Risultati agli antipodi con il calcio dove Fuga per la vittoria (1981, di John Houston) è di sicuro il più fulgido esempio. senza dimenticare l'ottima commedia anglo-hindi Bend it like Beckham (2002, di Gurinder Chadha).

Tra le varie incursioni del basket sul grande schermo, oltre al frizzante Forget Paris (1995 di Billy Crystal) con camei dei vari campioni Isiah Thomas, Kareem Abdul-Jabbar, David Robinson Charles Barkley, tra i film meglio riusciti e per certi versi sorprendenti visto il genere umano-animato, c'è di sicuro Space Jam  (1996, di Joe Pitka). Al centro della scena, quel giocatore considerato il migliore di tutti i tempi, Michael Jordan, in campo, o meglio in squadra con i Looney Tunes.

Sarà dal millennio scorso che non vedo questo film e la notizia del Torneo dei Sestieri mi ha messo una voglia folle di rivedere Chi non salta bianco è (1992, di (di Ron Shelton) ma devo aspettare che ripassi sul piccolo schermo o magari buttare l'occhio in qualche bel negozietto di DVD. Intanto mi rifaccio l'umore gustandomi qualche divertente scenetta su Youtube, spostandomi poi direttamente al Lido a vedere che combinano i giocatori in carne e ossa. Ci vediamo lì.


Chi non salta bianco è, il torneo

Lido di Venezia, il torneo dei Sestieri
Chi non salta bianco è - il cestista nero Sidney Deane (Wesley Snipes)

venerdì 16 giugno 2017

Sognare è vivere, una storia di amore e tenebra

Sognare è vivere – il tenero sguardo di Fania (Natalie Portman)
Il vivere quotidiano di una famiglia nella Gerusalemme pre-nascita stato d'Israele. Una storia di luce e tenebra. Sognare è vivere (2015, di Natalie Portman).

di Luca Ferrari

La terra dura di Gerusalemme scandisce i ritmi di una famiglia giunta in Palestina come tante altre migliaia di ebrei dopo aver abbandonato l'orrore dell'Europa nazista. Adattamento cinematografico del romanzo autobiografico "Una storia di amore e di tenebra" (di Amos Oz) e distribuito dalla neonata Altre Storie, è sbarcato sul grande schermo Sognare è vivere (2015), primo lungometraggio diretto dall'attrice premio Oscar Natalie Portman e presentato Fuori concorso al Festival di Cannes 2015.

1945. La II Guerra Mondiale è finita. Centinaia di migliaia di ebrei sono fuggiti dall'Europa liberata, destinazione quella Palestina alla base delle loro lontane origini. Tra di essi, la famiglia Klausner: Arieh (Gilad Kahana), la moglie Fania (Natalie Portman) e il piccolo Amos (Amir Tessler). Mentre l'uomo è felice e ansioso di partecipare a questa nuova pagina di Storia, la donna patisce gli spazi angusti e il clima arido.

La famiglia di Fania viene dalle terre baltiche. Abituata vivere all'aria fresca e in mezzo alla natura, qui, a Gerusalemme, ha trovato solo rocce, sole e politica. Lo stato d'Israele non esiste ancora. A governare è un provvisorio Mandato Britannico in terra palestinese. Per la donna la sola oasi di leggerezza è il dolce figliolo a cui racconta storie con protagonisti loro stessi. Nemmeno le rispettive famiglie le sono di conforto, criticata per ragioni diversi dalla propria madre e quella del marito.

Fania è un'anima sofferente ma di fronte a ciò che sta succedendo, è solo un essere minuscolo la cui voce al massimo viene recepita dal cuore del figlio ancora piccolo. È materna. Le sorelle vivono lontane, a Tel Aviv, e solo di rado riesce a vivere qualche momento di pace. Con la mente torna sempre lì, ai ricordi mescolati all'immaginazione, sognando un eroico conquistatore ebreo capace di liberare la sua casa ma allo stesso tempo essere premuroso e attento alla sua persona.

Arieh è sempre più preso dalla sua attività letteraria e politica. Amos non ha amici, e si rifugia nella lettura, cosa non troppo ben vista da molti compagni di scuola. Lì nel mezzo c'è lei, Fania. Il suo fisico crolla. Non regge più la luce. Questo nuovo mondo non è la sua casa. Per alcuni è solo una “bimba capricciosa”. Per alcuni semplicemente bisogna andare avanti. Anche lei troverà la forza di farlo, a modo suo s'itende.

Tutti (o quasi) conoscono la storia dell'Olocausto ma in quanti possono dire di avere la medesima (o presunta tale) della storia degli ebrei una volta arrivati nella futura Israele? L'urlo di gioia misto alla sensazione di una rivoluzione raggiunta quanto davanti alla radio viene annunciato che è passata la Risoluzione delle Nazioni Unite per la creazione di uno stato d'Israele, è a dir poco toccante. C'è inevitabilmente un ma. C'è il ma di (quasi) tutti gli Stati arabi che hanno votato contro e tutti noi nel 2017 sappiamo com'è andata avanti la Storia.

Solo nell'immaginazione due popoli oppressi si uniscono. Figli di un padre violento, ciascuno vede nell'altro la ferocia che in principio hanno subito” sentenzia Amos. Ebrei e arabi, entrambi perseguitati dall'Occidente, invece di trovare una strada comune per vivere come fratelli che appunto sono, ancora oggi, a più di 70 anni dalla fine delle ostilità del secondo conflitto mondiale, non hanno saputo (voluto) trovare una strada per la condivisione di quella terra così grondante di sangue.

Protagonista all'età di 13 anni dell'indimenticabile Leon (di Luc Besson) al fianco di Jean Reno e Gary Oldman, per la sua prima regia l'attrice di origine israeliane Natalie Portma (V for Vendetta, Il cigno nero, Jackie) ha scelto un testo per niente facile. Una storia gravida di pioggia interiore il cui titolo originale rende decisamente meglio dell'omologo italiano. Una storia dove le ombre interiori cercano il proprio spazio in un mondo sempre più complicato e drammaticamente mutevole.

In questo inizio estate 2017 sono sbarcati sul grande schermo tre colossi commerciali con budget da capogiro: La Mummia, Wonder Woman e Baywatch, film quest'ultimo tratto dall'omonima serie degli anni '90. In mezzo a questi prodotti dal facilissimo appeal e cavalcando i due più nauseabondi trend del momento (cinecomic e remake), che cosa potrà mai dire/dare Sognare è vivere (2015, di Natalie Portman)? Poco o niente, se non a una ridotta e più colta minoranza. Chi s'illude del contrario è uno stolto incapace di comprendere il tempo che sta vivendo.

Ebrei e palestinesi si stanno ancora facendo la guerra, banalmente i telegiornali sono più interessati ad altro. Il Medio Oriente è ancora una terra dalle mille contraddizioni. La maggioranza delle sue dittature sono ben accette dall'Occidente con la sola storica eccezione dell'Iran. È indubbio che la maggior parte del pubblico sia più interessato a una superdonna dai poteri soprannaturali che non alla Storia dove ciascuno potrebbe contribuire a cambiare e modificarne gli eventi futuri. Ma è proprio questo il punto.

Realizzare un sogno significa ucciderlo” racconta Amos ormai anziano nello scorrere di Sognare è vivere. Più di tante altre generazioni, il mondo attuale si accontenta dell'effimero. È ormai convinto che non ci sia più nulla da fare. Meglio dunque credere che un'immaginifica Regina delle Amazzoni possa entrare nella nostra dimensione sistemando le cose che non iniziare a comprendere i meccanismi del Sistema, e dunque agire. No, quello è difficile. Più facile ignorare, lamentarsi scrivendo post e restare nel'ignoranza. Più semplice andare al cinema a vedere Wonder Woman che Sognare è vivere.


Il trailer di Sognare è vivere

Sognare è vivere – la famiglia Klausner:
Arieh (Gilad Kahana), Fania (Natalie Portman) e sdraiato il piccolo Amos (Amir Tessler)

martedì 13 giugno 2017

Mr Deeds, il genuino Adam Sandler

Mr Deeds - il semplice Longfellow Deeds (Adam Sandler)
Un ragazzotto di provincia con la passione dei messaggini d'amore eredita una fortuna. Mr Deeds (2002, di Steven Brill). Un grande cast capitanato da un grandioso e genuino Adam Sandler.

di Luca Ferrari

La tipica storia americana dove la sincera e amabile Provincia fa la festa alla Città, boriosa e senza scrupoli. Longfellow Deeds (Adam Sandler) lavora in una pizzeria del New Hampshire e ha una passione: scrive bigliettini di auguri col sogno di vederli pubblicati. Tutto cambia quando si ritrova recapitata un'eredità di miliardi di dollari. Il viscido avvocato Chuck Cedar (Peter Gallagher) però è lì pronto a usare qualsiasi mezzo pur di arraffare il malloppo.

Variegato e di qualità il cast, a cominciare dalla spregiudicata giornalista Babe Bennett/Pam Dawson (Winona Ryder) le cui convinzioni presto andranno riviste. Spazio poi al fedelissimo maggiordomo del riccone scomparso, Emilio Lopez (John Turturro), senza dimenticarsi dell'amico di Deeds, Occhi Storti (Steve Buscemi). Tutto da gustarsi in salsa anarchica, il cameo dell'ex-numero 1 del mondo di tennis, John McEnroe, nella parte di se stesso.

Lo confesso, ho un debole per Adam Sander. È un comico grandioso. Fattosi le ossa al Saturday Night Live, è apprezzabile tanto in ruoli scanzonati (Un tipo imprevedibile, Pixels), quanto in commedie romantiche (50 volte il primo bacio, Mia moglie per finta) o interpretazioni più intense (L'altra sporca ultima meta, Reign Over Me). Commedia brillante, Mr Deeds (2002, di Steve Brills). Un film capace di regalare sorrisi spontanei senza nessun superpotere o fisico palestrato.


Il trailer di Mr. Deeds

Mr Deeds - Occhi strani (Steve Buscemi)

venerdì 9 giugno 2017

Big Little Lies, "più cinema di tanto cinema"

Big Little Lies - Jane (Shailene Woodley), Madeline (Reese Witherspoon) e Celeste (Nicole Kidman)
Anche la comunità più benevola e ben accogliente può nascondere segreti e paure inconfessabili. È sbarcata sul piccolo schermo la miniserie Big Little Lies (2017, di Jean-Marc Vallée).

di Luca Ferrari

La ricca e progressista comunità di Monterey (California) sta per dare il benvenuto alla nuova arrivata, una donna single insieme al suo bambino. Qui sono tutti gentili e le scuole sono ottime. Dietro tutto questa patina biondo-educata e salutista però, si nasconde un mondo di segreti non troppo condivisi. Basata sull'omonimo romanzo di Liane Moriarty, è sbarcata sul piccolo schermo la miniserie televisiva Big Little Lies – Piccole grandi bugie, creata da David E. Kelley e diretta da Jean-Marc Vallée.

Jane Chapman (Shailene Woodley) è sulla strada per portare il figlioletto Ziggy (Iain Armitage) al suo primo giorno di scuola. Per loro è l'inizio di una nuova vita. Causa un banale contrattempo su quattro ruote, fa la conoscenza di Madeline Mackenzie (Reese Witherspoon), anch'essa in procinto di accompagnare la piccola Chloe (Darby Camp). Da una giornata di festa e presentazioni, ecco il fattaccio. Amabella (Ivy George), figlia della potente Renata Klein (Laura Dern), è stata picchiata da un coetaneo. Chiestole chi sia stato, ha indicato Ziggy. Il piccolo però nega.

Non troppo ben vista da tante colleghe mamme, Renata alza subito i toni della discussione. È convinta sia lui il colpevole e lo denigra pubblicamente. Il nuovo arrivato viene però difeso a spada tratta, oltre che dalla mamma (certa che non stia raccontando bugie), da Madeleine e la migliore amica di quest'ultima, Celeste Wright (Nicole Kidman), i cui gemelli sono anch'essi nella medesima classe. La tranquilla e collaborativa comunità di Monterey mostra subito qualche crepa ma questo non è che l'inizio.

Violenza sulle donne. Bullismo scolastico. Invidie. Tradimenti. Famiglie allargate e problemi diversificati. A Monterey come in ogni altra parte del mondo gli esseri umani costruiscono e sfasciano tutto. La propria casa potrà avere anche un 'invidiabile vista sull'Oceano Pacifico e magari non si avranno le ansie di arrivare a fine mese con l'acqua alla gola ma tutti abbiamo sentimenti, paure e preoccupazioni.

Madeline è un vulcano. Non smette (quasi) mai di parlare. Si è risposata con il moderno e tecnologico Ed Mackenzie (Adam Scott). Insieme all'ultima nata, vive insieme a loro tre anche Abigail (Kathryn Newton), nata dalle prime nozze di Madeline con Nathan Carlson (James Tupper). Sono passati anni ma qualcosa le ribolle ancora. Lo tollera poco, ancor meno da quando si è risposato con la “ecologica” e sensuale Bonnie Carlson (Zoë Kravitz). Intelligente e sensibile, quest'ultima sente le difficoltà di una situazione difficile da gestire ma fa del suo meglio per spronare tutti ad andare d'accordo.

Celeste e Renata sembrano due facce delle stessa medaglia. Entrambe donne forti e decise, la prima ha fatto un passo indietro nel nome della famiglia (e di qualcosa d'altro), la seconda è un bulldozer pronta a ottenere sempre ciò che vuole. Celeste è quanto di più materno ci possa essere, Renata vuole primeggiare a ogni costo spostando la "corsa" anche sul fronte della figliolanza. Sono comunque due madri e come tali vogliono il meglio per le loro creature. Ci sarà molto da conoscere e scoprire.

Se le protagoniste femminili danzano tra onde, ombre e i raggi più splendenti, non sono così nitidi nemmeno i maschi, molti dei quali anime inquiete e irrisolte. Sono andati avanti ma qualcosa di loro s'è perso per strada. Gordon Klein (Jeffrey Nordling), marito di Renata, è considerato un ricco mollaccione eppure non si fa problemi a minacciare di ritorsioni legali la più indifesa Jane. Tra Ed e Nathan inevitabilmente non scorre buonissimo sangue, eppure entrambi sono ansiosi di dimostrare l'uno all'altro il poter prevalere in modo manesco.

Perry Wright (Alexander Skarsgård), marito di Celeste, è un uomo di successo. Ha una bellissima moglie e due figli. Qualcosa lo turba però e lo si capisce fin dalle prime battute. Cede alla rabbia, e non vuole che la moglie riprenda il lavoro. Incarna al "peggio" la fragilità maschile del terzo millennio. Incapace di voltare pagina, si sfoga nel modo peggiore ovviamente mantenendo la facciata di uomo integerrimo e dai nobili principi. Di tutto questo però i figli non sembrano accorgersene. O almeno questo è ciò che lui e Celeste si auto-convincono.

Big Little Lies parte dalla fine. Un fatto gravoso di cui volutamente non si capisce oggetto e soggetto. Ciò che via via viene scandito sono piccole goccioline di veleno condite dall'acredine dei comprimari. I sospetti. Ognuno sembra volerne sapere più di tutti.  Tutti pronti a salire in cattedra denigrando qualsiasi dettaglio, dalla troppa irruenza a chi bacia la propria metà pubblicamente. In perfetta sintonia col mondo distorto dei social network, tutti credono di sapere tutto di tutti.

Le serie televisive del piccolo schermo sono (da un pezzo) la nuova frontiera del cinema di alta qualità. Anni fa le serie e in generale la televisione erano considerati un passo indietro per la carriera degli attori, oggi farebbero carte false per esserne i protagonisti. Non è un caso che Big Little Lies annoveri due premi Oscar, Nicole Kidman e Reese Whiterspoon (Legally BlondeWalk the Line - Quando l'amore brucia l'anima, Se solo fosse vero), una grandissima attrice vincitrice di tre Golden Globe e due nomination agli Oscar, Laura Dern, e Shailene Woodley (Paradiso amaro, Colpa delle stelle, Snowden), californiana classe '91, uno dei volti nuovi più promettenti.

Delle principali protagoniste femminili, Nicole Kidman (The Peacemaker, Moulin Rouge!, Grace di Monaco) ha qualcosa di più. Fa un po' da chioccia a Madeline e Jane. Affronta la vita da sola senza alleati. La sua vita è un mix indecifrabile di amorevolezza e sofferenza. Nel suo cuore c'è molta forza ma dovrà lottare non poco per dargli una forma e uscire allo scoperto. Come tutti, cade nella negazione ma il giorno per chiamare il peggio col suo vero nome, arriverà anche per lei.

Dietro la telecamera della serie c'è Jean-Marc Vallée, regista canadese di Montreal  che ben conosce alcune delle protagoniste. Dopo aver portato all'Oscar Matthew McConaughney e Jared Leto nel drammatico e commovente Dallas Buyers Club (2013), appena un anno dopo ha fatto conoscere al pubblico del grande schermo un'altra storia vera. Quella di Cheryl Strayed in Wild (2014), interpretata proprio da Reese Whiterspoon, la cui madre era una dolcissima Laura Dern.

Dimenticatevi gli intrighi fin troppo pettegoli di Desperate Housewives. Lasciate stare i cocktail di Sex and the City. Le bugie di Big Little Lies raccontano ben altro. Le storie di Big Little Lies penetrano con spietato e tremulo realismo dentro quei segmenti di conscio/subconscio che una donna non confida neanche all'amica più intima. “Più cinema di tanto cinema” ha scritto Piera Detassis, direttrice del mensile Ciak, sul numero di maggio parlando della suddetta serie. Questo è Big Little Lies – Piccole grandi bugie. Aspettarsi una seconda grandiosa stagione è lecito. Realizzarla, un dovere.

Il trailer in lingua originale di Big Little Lies
Big Little Lies - Renata (Laura Dern), Madeline (Reese Witherspoon) e Jane (Shailene Woodley), 
Big Little Lies - Celeste (Nicole Kidman) coi figli

mercoledì 7 giugno 2017

Rendition, sparizioni forzate e torture

Rendition Detenzione illegale - Anwar El-Ibrahim (Omar Metwally) viene torturato senza pietà
Le sparizioni forzate nella cosiddetta "lotta al terrorismo". Un viaggio nell'orrore più tragicamente angosciante e reale. Rendition - Detenzione illegale (2007, di Gavin Hood).

di Luca Ferrari

Film per chi ha scorza. Qui non c'è lo splatter di qualche improbabile horror. Qui c'è una pagina nerissima della cronaca recente. Qui si parla delle sparizioni forzate autorizzate dall'amministrazione Bush nel dopo-11 settembre nella guerra al terrorismo. Ecco dunque innocenti catturati ovunque con la complicità di tanti governi (Italia inclusa), portati in prigioni segrete per essere torturati fino a confessare dove si trova Osma Bin LadenRendition - Detenzione illegale (2007, di Gavin Hood).

Tutto questo  accade all'ingegnere Anwar El-Ibrahim (Omar Metwally), di rientro a dal Sudafrica a Washington per ricongiungersi con la moglie americana Isabella (Reese Whiterspoon). Sbarcato però in terra statunitense, viene fatto accomodare in una stanza appartata e interrogato. Il suo nome viene poi (abilmente) fatto scomparire dalla lista dei passeggeri di quel volo e per l'innocente Anwar ha inizio un altro viaggio, dentro le maglie dell'inferno più atroce.

In parallelo ha inizio una lotta disperata e angosciante dove Isabella si scontra con la più spietata politica del capo dei Servizi Segreti, Corrine Whitman (Meryl Streep). Neanche il supporto dell'amico Alan (Petere Sarsgaard), braccio destro del senatore Hawkins (Alan Arkin) farà mutare il destino di dolore che sta subendo il proprio marito. Dalla CIA alla CIA, la palla per estorcere informazioni arriva all'agente speciale Douglas Freeman (Jake Gyllenhaal). Ma anche chi applica la legge arriva a un punto in cui non può più supportare una simile vista di sopraffazione e abusi.

In programmazione questa sera (h. 21) su Iris canale 22Rendition - Detenzione illegale (2007, di Gavin Hood) non è per niente una pagina chiusa. Un film da vedere ma che non tutti saranno in grado di reggere. Guantanamo e Abu Grahib sono i nomi più noti delle prigioni segrete, ma il mondo è pieno di buchi neri da cui nessuno è mai riuscito a far ritorno e di cui nessuno sa nulla, Amnesty International e le tante associazioni che lottano per i diritti umani incluse.

Nessuno è al sicuro al giorno d'oggi. Pazzi furiosi da una parte etichettati con nomi dall'appeal più allucinante, Stati irresponsabili incapaci di comprendere il mondo. Le politiche di controllo del neo-presidente Donald Trump fanno poi pensare che sempre meno gente (turisti inclusi) avranno tanta voglia di venire negli Stati Uniti dovendo aprire profili social e fornendo password delle proprie email. La vera minaccia è una cosa, i sospetti e l'abuso della privacy un'altra.


Il trailer di Rendition - Detenzione illegale 

Rendition Detenzione illegale - il volto angosciato di Isabella (Reese Whiterspoon

domenica 4 giugno 2017

A Beautiful Mind, qualcosa di straordinario

A Beautiful Mind - John Nash (Russell Crowe) e la moglie Alicia (Jennifer Connelly)
Dramma, storia vera e delle grandiosa interpretazioni. A Beautiful Mind (2001, di Ron Howard) è un film che no può mancare nella propria cineteca.

di Luca Ferrari

La storia del matematico-economista statunitense premio Nobel, John Nash (1928-2015). A casa dei miei genitori ho ancora incollata al muro della mia "cameretta" il poster di questo grandioso film, A Beautiful Mind (2001, di Ron Howard) con Russell Crowe, Ed Harris, Paul Bettany e Jennifer Connelly. Un film grandioso, vincitore di quattro premi Oscar (Miglior film, regia, sceneggiatura e attrice non protagonista) e altrettanti Golden Globe, da vedere e rivedere.

Mostruosa l'interpretazione di Russell Crowe (L.A. Confidential, Padri e figlie, The Nice Guys), ingiustamente privato del premio Oscar, più per averlo vinto l'anno prima con Il gladiatore, che non per la prova (più classica) di Denzel Washington in Training Day (di Antoine Fuqua). "Io voglio credere che qualcosa di straordinario possa ancora accadere" dice la moglie Alicia a John. A Beautiful Mind di sicuro lo è stato.

Il trailer di A Beautiful Mind

venerdì 2 giugno 2017

The Circle è già realtà... anche su Best Movie

The Circle - la giovane protagonista Mae Holland (Emma Watson)
Condivisione totale. Privacy zero. Le parole di cineluk sbarcano sul mensile Best Movie (giugno 2017) nella sezione “Secondo voi” con la recensione del film The Circle (2017, di James Ponsoldt).

di Luca Ferrari

Mae (Emma Thompson) si è appena svegliata e ha subito ricevuto il buongiorno da migliaia di followers. Lei è una star del web. Lei è la neo-star di The Circle. Un mondo parallelo dove i segreti sono stati banditi. Un mondo dove chi non condivide viene sanzionato. Un mondo dove tutti vogliono essere protagonisti ma qualcuno, da una comoda posizione di poderoso privilegio, legge e annota ogni dettaglio. Questo è The Circle (2017, di James Ponsoldt). Ne potrete leggere una interessante recensione scritta dal sottoscritto (cineluk) sul numero di giugno del mensile Best Movie.

Internet e lo strapotere dei social network. Un'arma a doppio taglio dove libertà e controllo si mescolano nel modo più subdolo possibile. L'allarme è già stato lanciato ma la gente non ne vuole sentire. Giorno dopo giorno le aziende incamerano milioni grazie all'attività gratuita di centinaia di migliaia di utenti. E ciò che è peggio, non ci rendiamo conto che tutte queste informazioni regalate potrebbero anche tornare indietro come il più letale dei boomerang. The Circle (2017, di James Ponsoldt) è un film da vedere.

“Prima di entrare a The Circle, dite addio alla vostra privacy!” dice una frase promozionale della pellicola. Ho assistito alla proiezione di The Circle (2017, di James Ponsoldt) appena un mese fa. L'ho voluto fortemente vedere. Più che agli attori, la storia o quant'altro, ero attirato dal tema così fortemente reale e di costante e mutevole attualità. Conosco i social network. Li studio e ci lavoro. Ne ho appreso i pregi ma comprendo anche la forte pericolosità e sono in troppi a usarli male e in modo irresponsabile. Per sé e per gli altri.

Ho visto The Circle neanche un mese fa ma ancora adesso ci sto riflettendo. Ogni volta che mi connetto a uno dei vari Twitter o Facebook che sia, penso a chi ci sia dall'altra parte della rete e sta prendendo nota delle mie ricerche su questi canali. Può farlo, esattamente come può disporre di tutte  le immagini che vado a postare, termine che sarebbe meglio chiamare col suo vero nome: “regalare”. Dopo aver recensito The Circle su cineluk - il cinema come non lo avete mai letto, ho scritto un secondo e differente pezzo per Best Movie che lo ha pubblicato.

Non è certo la prima recensione che invio miei lavori al celeberrimo mensile cinematografico ma la sorpresa di scoprire che avessero scelto proprio questo articolo mi ha inorgoglito oltre modo. Film come V for Vendetta (2005, di James McTeigue) o l'ancor più recente Snowden (2016, di Oliver Stone) evidenziano chiaramente il problema della manipolazione delle informazioni e gestione dati. Eppure, pur sapendolo, continuiamo a ignorare questi allarmi concedendo a questa sorta di neo-Massoneria digitale ogni nostro segreto senza alcun riserbo.

“Ciò che non è online non esiste, quindi via alla condivisione!”. “Metteresti la tua vita online per il lavoro dei tuoi sogni?”. “A The Circle non esistono false identità: tutto è rintracciabile”. “Vivere la tua vita online: non è un sogno, ma la realtà”! Le tante finestre di The Circle (2017, di James Ponsoldt) spalancano buchi neri. Per noi al momento è ancora tutto un gioco ma tra vent'anni la nostra libertà potrebbe avere i connotati di un mostro invulnerabile. Nel frattempo, buona lettura e buon cinema a tutti.

La recensione del film The Circle scritta da cineluk e pubblicata su Best Movie (n. 6 - Giugno 2017) 
The Circle - dal risveglio alla buona notte, Mae (Emma Watson) è sempre connessa

mercoledì 31 maggio 2017

Jack Sparrow affronta la vendetta di Salazar

Pirati dei Caraibi: la vendetta di Salazar - la ciurma maledetta guidata da Salazar (Javier Bardem)
Fantasmi, due innamorati e Jack Sparrow. La Disney fa rotta sull'usato sicuro per il quinto capitolo della saga dei Pirati dei Caraibi: La vendetta di Salazar (2017, di Joachim Rønning ed Espen Sandberg).

di Luca Ferrari

Un pirata in semi-disgrazia è braccato dall'ennesimo nemico lasciato sul campo di battaglia parecchi anni (e leghe sotto i mari) or sono. Complice un interesse comune con due novellini dalla stirpe “illustre", Jack Sparrow e la sua ciurma riprendono il largo dei Caraibi e questa volta dovranno respingere la vendetta di Salazar (2017, di Joachim Rønning ed Espen Sandberg), ex-capitano dell'Armada Spagnola. Un tempo indomito cacciatore di pirati, e oggi fantasma deciso a compiere il proprio spietato destino.

Il giovane Henry Turner (Brenton Thwaites), figlio dell'ormai neo-capitano dell'Olandese Volante, Will (Orland Bloom), rivuole il proprio padre a terra. Per rompere la maledizione gli serve il leggendario tridente di Poseidone. E per trovare quest'ultimo gli serve il pirata Jack Sparrow (Johnny Depp). Ma che fine ha fatto? C'è chi dice che sia morto. Cuore indomito e ribelle come il suo vecchio, Henry fa la conoscenza di Carina Smyth (Kaya Scodelario), l'unica in grado di leggere una mappa segreta e condurlo lì dove sta cercando di andare. Tra i due giovani però c'è anche la celebre bussola di Sparrow.

Un oggetto quest'ultimo cui è anche mortalmente legata il fantasma di Armando Salazar (Javier Bardem). Perso il proprio padre per mano piratesca, giurò di epurare i sette mari dalla loro presenza iniziando una spietata caccia alle bandiere nere con teschi senza mai fare prigionieri. Poi un giorno, dopo l'ennesima trionfale battaglia, s'imbattè in un giovane che a dispetto dell'apparente debolezza, lo sfidò faccia a faccia: il suo nome era Jack, da quel momento in poi ribattezzato Sparrow (passero). Salazar subì un'incredibile sconfitta e da allora è confinato in questa nuova forma di esistenza.

Salazar uccide senza pietà chiunque, inclusi gli equipaggi della flotta di capitan Barbossa (Geoffrey Rush), col quale finisce per stringere un accordo per acciuffare Jack, nel frattempo lanciatosi nell'impresa insieme a Henry, Carina e il suo fedele equipaggio guidato dal fido Gibbs (Kevin McNally). Il tridente infatti non solo sarebbe la salvezza di Will Turner, ma anche per Jack che così si libererebbe di Salazar. Barbossa invece, già sogna di diventare il dominatore di tutti i mari.  Interessi, doppi giochi e il ritorno della leggendaria Perla Nera. L'avventura penetra negli abissi.

Fantasmi, due indomiti innamorati e i (tiepidi) battibecchi pirateschi tra capitan Barbossa e Jack Sparrow. Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar (2017, di Joachim Rønning ed Espen Sandberg) non aggiunge nulla di nuovo a quanto già portato sul grande schermo dalla Walt Disney Pictures e Jerry Bruckheimer. Il massimo che può aspirare è regalare una serata di spensierato e fresco relax, condita da qualche divertente gag, su tutte Jack portato al patibolo che supplica i propri aguzzini con le parole, “Vi prego non uccidetemi, sono un pisciasotto!".

Sono passati 14 anni ormai da quando Johnny Depp (Edward mani di forbice, Dead Man, Dark Shadows) indossò per la prima volta i panni (aromatizzati al rum) di capitan Jack Sparrow ma nessuno dei quattro sequel si è mai lontanamente avvicinato ai livelli de La maledizione della prima luna (2003, di Gore Verbinski). La vendetta di Salazar presenta gli stessi ingredienti della prima avventura: fantasmi, due giovinetti e la coppia Sparrow & Barbossa. Dov'è la novità? È inesistente. Il cameo di Paul McCartney poi, del tutto superfluo.

Troppo simili poi i personaggi Henry Turner e Carina Smyth al di lui padre Will (Orlando Bloom) e madre, Elisabeth Swan (Keira Knightley), entrambi presenti per pochi spezzoni. La presenza di questi ultimi sa più da romanzo di letteratura inglese di campagna che non scanzonata cine-cozzaglia di mezzi-galantuomini. Più o meno per fortuna, Jack Sparrow è sempre lo stesso ma almeno il finale sarebbe potuto essere meno ammiccante con l'ultimo ciak della "Prima Luna".

Oltre che al pirata Jack, gli occhi erano ovviamente puntati sul nuovo antagonista, ossia il capitano Armando Salazar. Uso notevole di effetti speciali a parte, il resto è ordinaria amministrazione. Il comunque bravo Javier Bardem (Non è un paese per vecchi, Vicky Christina Barcelona, To the Wonder) sembra ancora troppo ancorato ai modi placido-spietati del “Mendesiano” Raoul Silva di Skfall (2012). Anche lì, prima dalla parte della Legge e poi spietato nemico del “buono” James Bond 007 (Daniel Craig).

Jack Sparrow è uno degli indiscussi protagonisti del terzo millennio cinematografico. Un personaggio entrato nel popolare grazie al carisma e trasformismo di Johnny Depp. Si poteva sfruttare meglio un simile tesoro con sceneggiature più adeguate, senza far leva su effetti speciali sempre più mirabolanti e la presenza di eccessivi personaggi. La vendetta di Salazar (2017, di Joachim Rønning ed Espen Sandberg) val bene giusto una serata solitaria, tra amici o in famiglia. Nulla di più. Si guarda, si ridacchia e si esce, in attesa di godersi qualche vero grande film.

Il trailer di Pirati dei Caraibi - La vendetta di Salazar

Pirati dei Caraibi: la vendetta di Salazar - Barbossa (Geoffrey Rush) e Salazar (Javier Bardem)
Pirati dei Caraibi: la vendetta di Salazar -
Carina Smyth (Kaya Scodelario), Jack Sparrow (Johnny Depp) ed Heny Turner (Brenton Thwaites)

sabato 27 maggio 2017

Fortunata, storie di ordinaria periferia

Fortunata - il volto segnato di Fortunata (Jasmine Trinca)
L'ormai abusata provincia italiana. I luoghi comuni umano-sociali. Presentato a Cannes, Fortunata di Sergio Castellitto esalta gli attori protagonisti, molto meno la storia.

di Luca Ferrari

La donna abbandonata, madre single e decisa a svoltare la propria vita. L'amico omosessuale sensibile con la madre attrice. La figlia arrabbiata. L'ex-marito volgare e violento. Lo psicologo che s'innamora della paziente. Grandi e singole interpretazioni a parte, la storia di Fortunata (2017, di Sergio Castellitto con sceneggiatura di Margaret Mazzantini) è un collage di luoghi comuni. Presentato nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes 2017, è ora uscito anche sul grande schermo italiano.

Fortunata (Jasmine Trinca) è una combattiva parrucchiera. Insieme all'amico tatuatore Chicano (Alessandro Borghi) corre su e giù per Roma con la speranza di poter finalmente aprire un proprio salone, dando così una svolta alla propria vita e quella della figlioletta Barbara (Nicole Centanni). Nel frattempo Fortunata lavora in nero, andando di casa in casa a fare i capelli. Per farlo, è costretta a lasciare la piccina nei centri estivi gestiti dalle suore, cosa molto poco gradita dalla bambina.

A mettere veleno nella sua esistenza riaprendo le ferite del passato, l'ex-marito Franco (Edoardo Pesce). Sebbene non ancora divorziati per la legge, non vive più sotto lo stesso tetto. È arrabbiato con Fortunata. È manesco. Ogni volta che si presenta a casa la obbliga a rapporti sessuali forzati. Lei subisce. Non può scappare. Chicano, residente al piano inferiore con l'anziana madre malata di Helzheimer, Lotte (Hanna Schygulla), sente ma non agisce mai.

All'ennesimo incontro-scontro tra Fortunata e Franco, viene deciso che Barbara debba sottoporsi a un periodo di sostegno psicologico, e così viene accolta dal dott. Patrizio (Stefano Accorsi). Inizialmente snobbato, l'uomo inizierà a rivestire una figura sempre più importante nella vita di Fortunata portandola a fare scelte che arriveranno a essere (quasi) controproducenti nella propria sfera affettiva.

Roma, anno 2017. Il modello economico cinese è sempre più quello dominante. L'italiano medio ex-proletario, e ora all'inseguimento dell'indipendenza, annaspa senza venirne fuori. Fa caldo. Non v'è traccia dell'elegante del centro storico. Solo condomini e luci al neon. Striature Amlodovoriante con spruzzate di Una mamma per amica in chiave "malinco-italiana", Fortunata (di Sergio Castellitto) lascia emergere tutta la bravura dei proprio interpreti, abbandonando però la strada dell'originalità.

Su tutti, lo stereotipo del gay incapace di difendere l'amica. Ogni tanto però, invece di far vedere sempre e solo stalker, sarebbe interessante mostrare anche qualche maschietto nostrano alzare le mani contro chi abusa delle donne, come faceva il ruvido cowboy Einar (Robert Redford) in difesa della nuora Jean (Jennifer Lopez) nel drammatico Il vento del perdono (2005, di Lasse Hallström). Invece no, o vittime o carnefici.

Jasmine Trinca (Il caimano, Il grande sogno, Un giorno devi andare) è un felino che si aggira nella savana di cemento. Combatte senza mai cedere alle lacrime. Forse ne ha versate abbastanza e non ha più tempo nemmeno per concedersi un po' di sconsolata tenerezza interiore. Rasato e malavitoso in Suburra (2015, di Stefano Sollima), qui capellone-barbuto e tremulo dinnanzi alla violenza. Il Chicano di Alessandro Borghi sarà di sicuro uno dei personaggi che verranno maggiormente ricordati nella carriera dell'attore romano classe '86.

Il triangolo Trinca- Borghi-Pesce è perfetto, forse anche troppo. Gli occhi della donna sono un concentrato di rabbiosa determinazione. L'amico sincero è una docile creatura. Perfetto lui: camicia aperta con pelo del petto fuori, mammà che gli stira le camice e volgare oltre modo. Pare perfino di sentire l'odore del suo alito alcolico mentre abusa della donna. In questo circolo umano fin troppo tipico del terzo millennio italiano, ecco arrivare lo psicologo, puntualmente svilito per il mestiere che fa, che non rinuncia all'ennesima sfuriata isterica tipo di Stefano Accorsi (L'ultimo bacio, Santa Maradona, Veloce come il vento).

Sergio Castellitto (Non ti muovere, In Treatment, Nessuno si salva da solo) è un regista dalle grandissime capacità e non sono certo io a scoprirlo. Ci sono film drammatici però capaci di catturarti a tal punto che a dispetto della sofferenza che continuano a far provare, vorresti ancora rivederli. Un fulgido esempio è Venuto al mondo con Emile Hirsch e Penelope Cruz, proprio da lui diretto. Non è così Fortunata. Purtroppo no.

Fortunata - il buon Chicano (Alessandro Borghi)
Fortunata - lo psicologo (Stefano Accorsi) e la piccola Barbara (Nicole Centanni)

sabato 20 maggio 2017

Gold, la truffa non è della Terra

Gold - Acosta (Édgar Ramírez), Wells (Matthew McConaughey) e Kay (Bryce Dallas Howard)
Dal sudore della terra  (scavata) indonesiana ai salotti trionfanti di Wall Street. Lì nel mezzo un'insaziabile fame d'oro. Gold – La grande truffa (2016, di Stephen Gaghan).

di Luca Ferrari

Wall Street offre, Wall Street toglie. Il sogno americano si presenta e ritrae. Si contorce. Sono gli anni del capitalismo più sfrenato. L'economia gira. La gente vuole accumulare e apparire. Per chi ha conosciuto una certa agiatezza, ritrovarsi a utilizzare il bar dove lavora la propria ragazza non è proprio il massimo ma la vita è anche questo. Cadute rovinose, ritorni da campioni. Ricevimenti negati, incontri in grande stile. Questa è l'America, baby. Questo è Gold – La grande truffa (2016, di Stephen Gaghan).

Kenny Wells (Matthew McConaughey) è un uomo d'affari specializzato nell'estrazione mineraria. La ruota della Terra però gira e Kenny non è uno che si accontenta. Lui vuole di più. Vuole sfondare. Ma invece dello champagne si ritroverà con la pancia gonfia e un incessante sbattere la testa. Poi un giorno ha un'idea. Una premonizione. Segue l'istinto e si getta a capofitto in una missione nel cuore dell'Indonesia coinvolgendo l'esperto Michael Acosta (Edgar Ramirez). Un'impresa che chiamarla azzardata è dire poco.

Kenny è determinato. O forse pazzo. O ancora forse è arrivato il giorno dell'ultima cartuccia da sparare e prima di alzare bandiera bianca dovrà davvero succedere di tutto. Kenny beve ma non si piega. Lì nella giungla si prende la malaria, poi qualcosa cambia. La terra si tinge di giallo. I carotaggi danno il risultato sperato fino a pochi giorni prima, a dir poco utopistico. Ha inizio una seconda vita. La riscossa. La miniera d'oro arriva fino a Wall Street.

Non tutto è oro però ciò che luccica e quando Wells rifiuta  di cedere l'attività al potente Mark Hancock (Bruce Greenwood), dai forti legami con la presidenza Suharto, qualcosa nella macchina vomita-milioni si inceppa e ha inizio il declino. Al suo fianco c'è ancora Kay (Bryce Dallas Howard) ma il calvario adesso ricomincia fino alla più improbabile delle conclusioni. Ispirato allo scandalo minerario Bre-X del 1993, è uscito sul grande schermo Gold – La grande truffa (2016, di Stephen Gaghan).

Più ancora degli anni Ottanta quando la middle class conduceva una vita relativamente tranquilla e gli squali della Borsa si spartivano (a loro insaputa) le ricchezze del Pianeta, nella giungla spietata del terzo millennio il dio denaro muove i suoi fili pescando con fin troppa facilità tra tutti coloro che ormai vivono sull'estenuante filo della miseria. Oggi ancor di più che in passato siamo disposti a tutto pur di avere una chance di ribaltare la nostra esistenza con una semplice mossa.

Kenny Wells non è Jordan Belfort Stephen Gaghan non è Martin Scorsese. Se quest'ultimo nel tanto decantato The Wolf of Wall Street (2013) arrivava a dare un'immagine quasi simpatica di uno dei peggiori squali dell'alta finanza, la misura registica di Stephen è di tutt'altro spessore, o meglio sensibilità. C'è una storia da raccontare. Una storia che Hollywood non ne voleva proprio sapere di portare sul grande schermo (era nella cosiddetta black list di quelle opere valide ma mai portate sul grande schermo). I protagonisti di Gold – La grande truffa hanno di sicuro più in comune con gli uomini de La grande scommessa (2015, di Adam McKay). Pensano al proprio tornaconto senza spacciarsi per chissà quali antieroi del Sistema.

In Gold – La grande truffa (2016, di Stephen Gaghan) ci sono esseri umani con le proprie debolezze. Matthew McConaughey (Dallas Buyers Club, Interstellar, La foresta dei sogni) aggiunge un'altra importante performance alla sua carriera. Sbuffa. Si perde. Brinda. Cede. Non si vergogna di ciò che è. Tanto alla ricerca della nobiltà del portafogli quanto fiero del sangue proletario che gli scorre tra le unghie.

In perfetta sintonia recitativa, Edgar Ramirez (Che - L'argentino, La furia dei titani, Zero Dark Thirty) e Bryce Dallas Howard (Spider-Man 3, The Help, Il drago invisibile). L'oro, come la ricchezza spropositata delle azioni, ha i connotati del grande inganno. Il mondo non se ne accorge. Il mondo è troppo impegnato a guardare lo sport o a informarsi di quale costume da bagno indosserà chissà quale "illustre personaggio". Il mondo va avanti così. Gold – La grande truffa (2016, di Stephen Gaghan)

Il trailer di Gold - La grande truffa


Gold - la febbre dell'oro travolge Kenny Wells (Matthew McConaughey