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sabato 31 marzo 2012

The Hunting Party, il coraggio di cercare la verità

The Hunting Party - Simon (Richard Gere)
Esiste ancora il vero giornalismo d’inchiesta capace di far emergere verità sepolte da omertà e segreti di convenienza? The Hunting Party ha inizio.

di Luca Ferrari

Dove sono i Watergate moderni? Sepolti da inchieste d’interesse politico, servizi su toilette per animali domestici e nauseabondi reality show. Il cinema contemporaneo continua a propinare melodrammi d’era precaria senza speranza, alternandoli astutamente a supereroi tridimensionali che non esisteranno mai, ma di cui sentiamo un disperato bisogno.

Gli eroi veri, quelli di cui ignoriamo totalmente le generalità e l’aspetto, non vengono considerati. E la Storia insieme a loro, viene messa da parte. A tacere. La Guerra dei Balcani (1991-95) è una delle pagine più nere della seconda metà del Novecento. È stata ignorata allora insieme ai propri campi di concentramento e nemmeno oggi c’è il minimo interesse per situazione.

Nel 2007, sotto la regia di Richard Shepard, uscì The Hunting Party. Il film, presentato fuori concorso alla 64° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, racconta la storia di uno stravagante gruppetto di tre giornalisti alla caccia dello scoop della vita: trovare e intervistare Radoslav Bogdanović, soprannominato La Volpe, il pericoloso criminale di guerra serbo (e non bosniaco, com’è scritto erroneamente sull’enciclopedia libera Wikipedia). 

La pellicola ha il grande merito di riaccendere i riflettori su un conflitto scaraventato nel dimenticatoio e nel disinteresse totale della Comunità Internazionale. Al giorno d’oggi i pezzi grossi di quella follia balcanica li hanno catturati quasi tutti. Per primo Slobodan Milosevic, presidente della Serbia e della Repubblica Federale di Jugoslavia, poi il suo braccio destro Radovan Karadzic, infine, il 26 maggio 2011, il generale serbo-bosniaco Ratko Mladic, responsabile del massacro di Srebrebica dove furono trucidati ottomila musulmani.

Il 5 aprile 1992 iniziò l’assedio di Sarajevo, mettendo così fine a quel sogno multietnico cui tutt’ora l’Europa è stata incapace di dare un’adeguata continuazione. Non solo. Mentre la UE si affanna per far entrare nella propria cerchia economica Ucraina e Turchia, la Bosnia è stata abbandonata a se stessa. 

E a 17 anni dalla fine della guerra, per tutte quelle donne che hanno subito torture e stupri da parte dei militari e paramilitari serbi, non è ancora stata fatta alcuna giustizia. A loro non pensa nessuno. Un recente rapporto pubblicato dall’associazione umanitaria Amnesty International sulla situazione a Tuzla, dove negli anni della guerra trovarono rifugio migliaia di donne in fuga, ha evidenziato come queste non abbiano ancora alcuna assistenza medica e psicologica, né un sussidio economico adeguato. 

Oltre al danno, la beffa. Delle decine di migliaia di crimini documentati di violenza sessuale commessi in epoca bellica, solo una esigua parte (neanche 40) è finita davanti ai giudici della Corte Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia o ai tribunali nazionali bosniaci. Il neo-governo di Sarajevo infine, si guarda bene dall’agire concretamente sul programma approvato dal precedente esecutivo.

Questa è la politica. Un mondo che non ha nulla a che fare con i bisogni della società civile. I protagonisti di The Hunting Party (2012) lo sanno bene. E se durante le prime battute ognuno pensa più con la propria testa, il mestiere realmente condiviso sul campo tra la puzza di morte che aleggia inquieta in ogni angolo e dove è difficile potersi fidare di chiunque, farà presto capire che nella vita bisogna parlare meno, e agire di più. Il terzetto è quanto di più mal assortito possa esistere. Almeno all’inizio del viaggio.  

Richard Gere è Simon Hunt, un tempo inviato di guerra di punta e ora caduto in disgrazia dopo aver detto semplicemente la verità in diretta sul massacro di donne e bambini di Polje (sulla falsariga di quanto accaduto davvero a Srebrenica nel luglio 1995). Insieme a lui c’è Duck (Terrence Howard), un tempo suo cameraman e amico per la pelle ma ora passato a incarichi prestigiosi, e Benjamin (Jesse Eisenberg), giovane rampollo del vicepresidente del network per cui lavora Duck. 

Finiranno scambiati per agenti della CIA e grazie alla collaborazione della vendicativa Mirjana (Diane Kruger), verranno rapiti e portati diritti nella tana del lupo. Anzi, della Volpe in persona (Ljubomir Kerekeš) e de suo letale braccio destro, il fanatico Srdjan (Goran Kostic. Incatenati dinnanzi ai due macellai, le cui intenzioni affilate non sono certo quelle di conceder loro un'intervista.

Come spesso non succede per i reporter di guerra, i tre amici riescono a salvare la pelle. Dopo aver rischiato di essere decapitati, e successivamente minacciati di brutto dai veri Servizi Segreti americani, i novelli Bernstein e Woodward non salgono a bordo di un comodo velivolo dell’ONU per tornare a casa. Una vita in pericolo è una vita reale, il resto è solo televisione predica Simon Hunt. 

E loro restano lì. Da prede diventano cacciatori. Non accettano il “suggerimento” di chi ha lasciato scappare Bogdanovic. C’è una storia da concludere. C’è troppo marcio nell’aria. Se chi ha il potere non vuole mutare niente di niente, allora questa volta l’intervista può aspettare. Bisogna cambiare le regole e fare vera giustizia.

Il trailer di The Hunting Party

The Hunting Party - Simon (Richard Gere) e Duck (Terrence Howard)
The Hunting Party - Mirjana (Diane Kruger)
The Hunting Party - il terribile Srdjan (Goran Kostic)
The Hunting Party - Benjamin (Jesse Eisenberg) Duck (Terrence Howard)
The Hunting Party - Simon (Richard Gere), Duck (Terrence Howard)
e Benjamin (Jesse Eisenberg) davanti al manifesto de La Volpe

venerdì 30 marzo 2012

The Raven (2012), il sangue dell’Inferno


di Luca Ferrari

A farci fare un cruento viaggio nell’Inghilterra più cupamente Vittoriana ci avevano egregiamente provato nel 2001 i fratelli Allen e Albert Hughes con From Hell, tradotto con fin troppa fantasia in “La vera storia di Jack lo squartatore” dove Johnny Depp, poco tempo prima di conquistare il pianeta con il pirata Jack Sparrow, diede fattezze e allucinazioni all’oppiomane ispettore Frederick Abberline, che grazie alle sue visioni cercava di impedire al mostro di colpireancora.

Adesso è il turno di James McTeigue con The Raven (2012), dove un pazzo, ispirandosi ai racconti del noto scrittore Edgar Allan Poe (John Cusack), mina la quiete della città di Baltimora lasciandosi alle spalle macabri omicidi e sangue.
In crisi d’ispirazione, Poe sarà costretto suo malgrado a riprendere penna e inchiostro per scrivere nuove storie ogni volta che l’assassino commetterà un omicidio. In ballo c’è la vita della sua bella, Emily (Alice Eve). Rapita, ma a differenza degli altri, tenuta in vita fino a quando lo scrittore non capirà chi sia il misterioso omicida (Ivan il tipografo, interpretato da Sam Hazeldine). È una corsa contro il tempo. A dargli manforte nel disperato tentativo di salvare la giovane, l’energico Detective Fields (Luke Evans).

John Cusack lo ricorderò sempre come il temerario innamorato di Serendipity (2001). Il suo viso rivolto al cielo in piena nevicata, disteso su una pista di ghiaccio a Central Park ha fatto scuola dentro di me. Curioso che l’ultima immagine da vivo del Poe cuasckiano sia esattamente la stessa. Con lui seduto su una panchina, dopo essere stato costretto a ingurgitare un veleno per salvare l’amata, che lancia un ultimo sguardo al mondo puntando gli stanchi occhi verso il cielo, con i fiocchi in arrivo.

Nelle atmosfere e nel personaggio principale, in molti hanno hanno erroneamente visto un po’ del trend ispirato da Guy Ritchie e Robert Downey Holmes. A legare i due personaggi principali al massimo è la passione per l’alcol e un certo modus operandi poco incline a seguire le regole. Di fatto il film di McTeigue è decisamente più oscuro delle commedie del collega, e lo scrittore è molto meno gigionesco di quanto non lo sia il detective.

Pochi spettatori alla proiezione cui ho assistito. Tra di loro, due ragazze vestite dark alle mie spalle con una indossante la t-shirt della cult band Misfits. Il fascino dell’oscuro richiama. La vita e la cinematografia rispondono a modo loro.

MENÙ FISSO DI CUSACK E CUORE DI CORVI

da quando in qua il mondo
si è preso il diritto
di fare del male
senza che nessuno abbia la possibilità
di difendersi?
 
adesso vedi, tu sei dinnanzi a me all'Inferno…io
sono legato
e non posso reagire…nessuno
sfonderà quella porta
e io non sarò salvato…morirò
senza che nessuno
ricordi il mio nome, e per
di più soffrendo
in modo disumano…e credi
che questo
ti renda qualcuno? E credi
che per questo
tu potrai salire
liberamente su di una carrozza
senza immaginare
le conseguenze
di quello che hai fatto…in
effetti
io non sono la persona
che tu hai reso
ierme…in effetti
avrei dovuto dirti subito
che non sono io la persona
che ha emesso
tutti quei lamenti…è
solo la tua immaginazione 

la tua fine invece, quella
sì…quella
è reale…peccato
non ti sia più rimasto nemmeno
un secondo per ripensarci
                                                (Mestre [Ve], cinema Excelsior, 29 Marzo ’12)

La furia dei Vendicatori, sgomento e passione

The Avengers (2012, di Joss Whedon)
Una frase, un'immagine, una canzone. Basta una scintilla e anche il più improbabile dei film diventa un imperdibile appuntamento sul grande schermo.

di Luca Ferrari

Fino a ieri, mai e poi mai avrei pensato di andare vedere La Furia dei Titani (2012, di Jonathan Liebesman con Liam Neeson, Ralph Fiennes e Sam Worthington) e The Avengers (2012, di Joss Whedon con un cast formato, tra gli altri, da Robert Downey Jr., Chris Evans, Samuel L. Jackson, Scarlett Johansson, Mark Ruffalo e Paul Bettany). Mi sembravano e mi sembrano tutt’ora dei polpettoni pieni di effetti speciali senza una vera trama e/o sceneggiatura degne di questo nome.

Giovedì sera però, aspettando di gustarmi The Raven (2012) di  James McTeigue con Luke Evans, John Cusack e Alice Eve al Cinema Excelsior di Mestre (Ve), mi sono imbattuto per la prima volta nei trailer di entrambe le pellicole sopracitate, e ho subito provato un’irrefrenabile desiderio di piazzarmi davanti allo schermo anche a costo di mettermi gli occhiali in 3D. Di chi il merito? A parte la fantastica versione di Sweet Dreams di Marilyn Manson per l'inizio del film mitologico, per come la vedo io, le possibilità sono tre:
  • Sono una fava perché mi faccio abbindolare
  • Gli autori dei trailer sono dei fottutissimi geni
  • Adoro talmente il grande schermo che mi basta sentire una frase azzeccata associata a una sequenza supereroica che m’innamoro follemente della pellicola, e devo andarla a vedere

Il trailer di La Furia dei Titani (2012, di Jonathan Liebesman)

La Furia dei Titani (2012, di Jonathan Liebesman)

Dark Shadows, Eva contro Johnny


La sfida è aperta. Johnny Depp contro Eva Green. Chi la spunterà? Non si sa. Arbitro ovviamente lui, Tim Dark Burton.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

Eva contro Johnny. Johnny contro Eva. Bisognerà aspettare fino all'11 maggio per sapere chi avrà la meglio, quando sbarcherà sul grande schermo Dark Shadows, di Tim Burton, Leone d'Oro alla carriera alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 2007 di Venezia. 

La primavera sarà anche arrivata in anticipo e così la forte presenza di luce solare, ma nell'aria c'è più un clima da ombre e misteri. Si odono strani suoni metallici di lame che tagliano con innocenza, cupi sonnolenti misteri e forse perfino qualche capitombolo a cui presentare la massima attenzione. Che cosa ci avrà preparato Tim Burton questa volta? L'affidarsi per l'ennesima volta alla coppia Depp/Bonham Carter sarà vincente? O forse, bisognerebbe chiedere se questa volta la storia lo sarà. La sfida è aperta. 


giovedì 29 marzo 2012

Vanzina, la mediocrità del luogo comune

Allora, vediamo se ho capito bene. Il nuovo film dei fratelli Carlo ed Enrico Vanzina è a episodi. Tra i protagonisti principali ci sono Christian De Sica, Lino Banfi e Diego Abatantuono. Una domanda: per caso negli anni ’80 sono entrato in coma e mi sono svegliato adesso? 

Basta. Basta. Venerdì 30 marzo esce Buona Giornata (2012), l’ennesima centrifuga dell’Italia dei furbetti. Sempre e solo, desolatamente, quella. Ancora quell’Italia devota figlia di quel consumismo di trent’anni fa tutto superficialità, sessismo e ironia da quattro soldi.

È possibile che nel 2012 si debba ancora assistere a questa nauseabonda brodaglia? Christian De Sica continua imperterrito nel suo monologo di mediocrità, capace solo d’incarnare il luogo comune.

 Il “redento” Lino Banfi, evidentemente nostalgico di un certo cinema di serie D a prescindere dai gusti (opinabili) di Quentin Tarantino, è ben rientrato nei ranghi di un certo “tipo” di commedia, ma di cui forse non ha più l’età. Su Maurizio Mattioli nemmeno mi esprimo. Dispiace invece vedere un attore sicuramente di più alto livello come Vincenz Salemme prestarsi a filmetti che hanno ormai fatto il loro tempo.

 Chiariamoci. Non che la commedia politically corretc di Bisio & co di Benvenutilandia abbia tanto di più da offrire in fatto di novità, propinando analoghe banalità tra polentoni e terroni degne della più scadente della salse rigorosamente di marca “volemoze tutti bene” che anche regalandole alla scuola materna, ci scapperebbe il rischio diabete.

Nel 2012 l’italiano è cambiato, ma se al botteghino avranno ancora ragione i Vanzina, ci sarà ben poco da sorridere. È possibile che il cinema nostrano sappia solo fotografare un certo profilo? L’Italia oggi è un paese multiculturale. L’Italia oggi è un paese che non va solo allo stadio. L’Italia oggi non è un paese che ha bisogno delle catastrofi per tirarsi su le maniche. 

L’Italia è anche un mondo di giovani studenti e studentesse che fanno i volontari di associazioni umanitarie come Emergency o Amnesty International. C’è un mondo che guarda all’Europa, lontano dalle logiche di cronache nepotistiche. Una dimensione che sarebbe ora qualche regista di fama internazionale iniziasse a fotografare riprendere.

mercoledì 28 marzo 2012

Michael Moore, the Rage against The Machine

Michael Moore nel videoclip di Sleep Now in the Fire
Non solo documentari premiati agli Oscar e Cannes, ma anche videoclip dei "politici" Rage Against The Machine nel curriculum del cineasta Michael Moore.

di Luca Ferrari

Facile ricchezza e lì fuori Wall Street, la crisi economica. Una pompa di benzina puntata alla tempia. Un panorama tragicamente familiare a milioni e milioni di cittadini. Due videoclip di più di dieci anni fa mettevano in guardia da ciò che stava già accadendo. La band era una delle più “lottatrici” del mondo della musica, i Rage Against the Machine. Dietro la telecamera c’era invece il regista e sceneggiatore Michael Moore. Le canzoni erano Testify e Sleep now in the Fire, entrambe dall’album The Battle of L.A. (2000).

La gente scende in piazza per far sentire la propria voce. La gente urla il proprio sdegno. I segnali ci sono stati ma non li abbiamo visti. Troppo impegnati a dare la caccia a un mondo che all’inizio del Terzo Millennio non aveva più un nemico. L’ostacolo era grosso. Trovare qualcosa e qualcuno che potesse giustificare l’ennesima spropositata spesa bellica. E così è stato. Hanno iniziato a controllarci. Hanno iniziato a rapirci, e tutto è diventato un posto sempre più insicuro. I fasti del crollo del Muro di Berlino sono lontani. Oggi stanno nascendo sempre più divisori. E ancor più pericolosi perché non visibili. Nella nostra mente. I muri ideologici.

Zack de la Rocha, Tom Morello, Tim Commerford e Brad Wilk suonavano fuori il Palazzo del Potere Economico mondiale di New York. Compare anche Michael Moore, che puntualmente viene arrestato. Sono passati dodici anni da allora e che cosa è cambiato? Eserciti di uomini e donne sono rimasti senza lavoro. Ma per quei papaveri tutto sigari e liquori non è cambiato nulla. Noi semplicemente aspettiamo che chi ci ha messo nei guai, ce ne tiri anche fuori. Ci hanno fregato. Loro, no. I Rage Against The Machine non si sono limitati a suonare. Alla fine della performance sono entrati. Hanno superato i posti di blocco e Wall Street quel giorno ha chiuso. Meditare gente, meditare.

I Rage Against the Machine

lunedì 26 marzo 2012

Report degli orrori, ma oggi serve altro

Povertà a Roma © Luca Ferrari
Un panorama a dir poco scioccante. Fatto di uomini e donne alla canna del gas. Senza pensione. Senza un futuro dignitoso. Mentre schifosi strozzini detengono il monopolio. In Italia come altrove. I sindacati dovrebbero capire che uno sciopero ormai non serve più a nulla. La politica non è un interlocutore credibile. La gente che lavora in certi piani ha dimenticato cosa significa vivere con poco, e le pene che questo comporta. Domenica 25 marzo, su Rai 3, è andata come al solito in onda una nuova puntata di Report, condotta dalla giornalista Milena Gabanelli, dove si è parlato del problema.

Come il cinema italiano, anche la trasmissione televisiva pecca del medesimo difetto. Mostra il disagio. Il dramma. Mette i presupposti per la denuncia, e lì si ferma. No. No, e no. Oggi c’è bisogno di qualcosa di più. Arrivati a questo punto della civiltà (…), dei grilli parlanti che sanno solo mostrare senza proporre, non me ne faccio più nulla. C’è bisogno d’altro. C’è bisogno che qualcuno proponga soluzioni realistiche, e non fantasie da intellettualismo tardo-bolscevico incapace di comprendere che cosa sia il mondo contemporaneo.

Io ho un’idea precisa di cosa sia il cinema. Anzi, riformulo. Ho un’idea precisa di ciò che mi piace e ammiro del cinema. L’ispirazione. Qualcosa che il giornalismo, schiavo di logiche da titolo a effetto, ha totalmente perduto. La corrente che spinge per un giornalismo educativo è fuori dal coro. La formula del giornalismo come cronaca va di moda. Specchio fedele dei miseri tempi che corrono. Che un film sbatta in faccia la realtà senza aggiungere nulla, com’è tipico di una certa cinematografia nostrana (che sia commedia o dramma, è uguale), non me ne faccio nulla. Anzi, ci rimetto pure l’esoso prezzo del biglietto: 7,50 euro, vergogna. Se devo assistere a una vicenda imperniata di mera cronaca, ne faccio anche a meno. Ascolto un telegiornale, leggo un quotidiano o cerco più voci via internet. Il cinema, può e dovrebbe fare di più. Infondere una speranza in più nella gente. Allargare la prospettiva. Far vedere che questo squallido status quo non resterà così per sempre. Dare alla società civile un’arma in più per combattere.

Sono uno dei tanti telespettatori di Report. Ma oggi, nel 2012, non mi basta più sapere. Perché con la mera conoscenza, oggi, in Italia, non cambia proprio niente. La gente ignorante si sconvolge delle caste in India, non rendendosi conto che esistono anche qui. Solo meno evidenti, ma molto più subdole e pericolose. Bisogna agire. E l’informazione e il cinema possono fare molto di più.

Oggi, nel 2012, conoscere non è sufficiente. Bisogna agire.

domenica 25 marzo 2012

Cineluk 19-24 marzo, soli e contro tutti

l'incompreso regista Ed Wood
La solitudine Ozpekiana alla ricerca di un mondo in cui credere e da cui ripartire. Le luci hollywoodiane tra manager da strapazzo e l’ex-coppia tarantiniana Travolta/Thurman che torna a ballare. La sempre contemporaneità di Jerry Maguire, dove le voci fuori dal coro lottano contro tutto e tutti. Il dramma dell’abbandono e degli abusi di Via da Las Vegas, nell’ipocrita perbenismo delle società che schiacciano senza pietà chi non s’immola all’apparenza.

Sul blog CINELUK - il cinema come non lo avete mai letto
 
20.03.12 – Fantasmi reali o demoni incastrati nel nostro subconscio? Nel suo ultimo film, Magnifica presenza (2012), il regista turco Ferzan Ozpetek non lo rivela. Perché d'altronde dovrei rinunciare ai miei sogni, o visioni che siano, solo perché hai visto uscire un po’ di sangue dal mio corpo? ... cineluk: Ferzan, ergo Ozpetek
 
21.03.12 – “Sai cosa si dice di un uomo con due occhi neri? Niente. Gliel’hanno già detto due volte" ... cineluk: Be Cool, attento a ciò che ti hanno già detto
 
22.03.12 – Che cosa vuole la gente dal cinema? Vuole i sogni che non è capace di vivere? Perché s'interessa così tanto alla vita sentimentale degli attori e attrici? Ogni giorno emergono nuove futili notizie. Guardatemi un po'. Non riesco nemmeno a fare causa a una nuova testata da quattro soldi che mi ha rubato illegalmente delle foto ... cineluk: Tom Cruise, non è più una relazione programmatica

24.03.12 – Nella pellicola diretta da Mike Figgis, con Elisabeth Shue e il premio Oscar, Nicolas Cage, non c’è solo il dramma di due anime sole. La prostituzione è una piaga ignorata. Molti italiani praticano il turismo sessuale. E a quelle ragazze/donne che subiscono, subiscono e subiscono ancora, non ci pensa nessuno ... cineluk: Via da Las Vegas, via dalla Brutalità

sabato 24 marzo 2012

Via da Las Vegas, via dalla brutalità

Via da Las Vegas - Sara (Elizabeth Shue)
Nicolas Cage vinse l'Oscar in Via da Las Vegas ma il vero dramma lo incarnò Elizabeth Shue nelle vesti di una prostituta sfruttata, stuprata e disprezzata.

di Luca Ferrari

La vita di una donna conclusa col peggiore degli abusi. Picchiata e violentata da un gruppo di giovincelli viziati in una camera di motel nella capitale del gioco d’azzardo. Schernita da un tassista per le sue difficoltà a poggiare il fondoschiena sul sedile dopo aver provato la disumanità del branco e privata infine dell’uomo cui era teneramente legata, devastato dall’alcol. Forse Sara riuscirà ad andare via da Las Vegas ma quella brutalità subita resterà sempre dentro di lei.

Sara racconta la storia di Ben, con la disperazione di una donna che è sempre stata sola al mondo. Una donna che ha conosciuto solo il lato più schifoso della vita. I capelli scompigliati le coprono parte del viso. Cerca di farsi forza ma le lacrime hanno la meglio. Si regge a stento il viso con le mani. Mike Figgis dirige Via da Las Vegas (1995, Leaving Las Vegas), tratto dall'omonimo romanzo di John O’Brien (1960-1994), scrittore americano morto sucida all’età di 34 anni.

Ma più che il dramma di Ben Sanderson (Nicolas Cage) che decide di andarsene affidandosi a superalcolici dalla mattina alla sera, arrivando perfino a mangiare il ghiaccio o bere vodka sotto la doccia, la telecamera tratteggia il drammatico ritratto di una donna. A dare i connotati a Sara, la ragazza costretta a prostituirsi, c'è Elisabeth Shue, l'indimenticabile Ali Mills, “fidanzatina” di Daniel Larusso (Ralph Macchio) nel cult movie anni ’80, The Karate Kid.

Nella società contemporanea le lucciole continuano a far parte della casta degli ultimi degli ultimi. La violenza sulle donne così come la prostituzione è un problema che non è mai stato realmente affrontato. Eserciti di donne, anche minorenni, cedono ai ricatti e prepotenze di persone senza scrupoli e squallide società cui non interessa nulla del loro destino, Italia inclusa fra le massime esportatrici di turismo sessuale verso Brasile e altre nazioni, dove giovani e più anziani porci cercano minorenni a poco prezzo.

Ma questo ai perbenisti non interessa. L’importante è che si mantenga l’apparenza. E lo sanno fare bene. Da dietro lo spioncino controllano che il proprio giardino in comune non risenta dell’immagine traumatizzata di qualcuno di noi. E quando Sara torna a casa picchiata e stuprata, l’ipocrisia moralista le dà il colpo di grazia. Sbattendola fuori perché poco in linea con i giudizi inalienabili.

La storia di Sara sembra in parte ripresentarsi nel videoclip della canzone Turn the page (Garage Inc., 1998) dei Metallica, dove una donna ricorre alla prostituzione pur di mantenere la propria figlioletta, e puntuale dopo un rapporto, arriva la solita razione di botte.

Di diverso spessore e con quell'enfasi provocatoria-incazzata, nell’album In Utero (1994) dei Nirvana, il cantante/chitarrista Kurt Cobain gridava “rape me, do it and do it again”, leggendo tra le righe un messaggio quasi di futura giustizia cosmica con una base vendicativa: “stuprami pure, tanto succederà anche a te – la violenza che io sto subendo, ti tornerà indietro come un boomerang”.

Adesso tocca a me dire quello che penso, dedicato a te Sara.

"Non c’è tanto da dire
finché saremo sempre qua...
Tutto quello che mi porto appresso
non ha fatto progressi dal giorno
che mi hanno sbattuto per terra
ancora una volta... Non riesco a osare
di cambiare vita... Sono riusciti a farmi credere
di non poter nemmeno pensare
di osare... non ricordo più nemmeno il perché
fossi uscito... non ricordo nemmeno perché
ti abbia detto di poter entrare… e le mie mani adesso
le uso solo per raccogliere
i pezzi graffiati del mio volto
pieno di punture delle api allevate dagli altri... e
adesso mi aspetta un altro viaggio
dove non posso nemmeno usare
la mia vita per rendere il cuore
l’unico un punto di riferimento
di ogni fine giornata"

Vorrei sapere di te, Sara. Ho bisogno di credere che le cose siano cambiate per te. Voglio avere la certezza che hai trovato un uomo che ti ami e ti rispetti. Non posso più vivere sapendo che tante e troppe Sara sono ancora sole al mondo.

Il trailer di Via da Las Vegas

Via da Las Vegas - Sara (Elizabeth Shue)
Via da Las Vegas - Ben (Nicolas Cage)
Via da Las Vegas - Sara (Elizabeth Shue) e Ben (Nicolas Cage)
Via da Las Vegas - Sara (Elizabeth Shue) attorniata dai suoi futuri stupratori
Via da Las Vegas - Sara (Elizabeth Shue) cammina male dopo essere stata violentata
Via da Las Vegas - Sara (Elizabeth Shue) disperata

giovedì 22 marzo 2012

Non è più solo una relazione programmatica

Jerry Maguire (Tom Cruise)
Il cinema non può essere solo una fonte d'ispirazione. Non per tutti almeno, specie quando le ingiuistizie si moltiplicano giorno dopo giorno.

di Luca Ferrari

Che cosa vuole la gente dal cinema? Vuole i sogni che non è capace di vivere? Perché s'interessa così tanto alla vita sentimentale degli attori e attrici? Ogni giorno emergono nuove futili notizie. Guardatemi un po’. Non riesco nemmeno a fare causa a un giornale da quattro soldi che mi ha rubato illegalmente delle foto. Mi sento intorpidito dai giochi di ruolo, mentre la canzone che sancirà concentrazione e lotta deve trovare un sostituto per la compagna della serenità.

Se adesso mi mettessi, maledettamente, in vasca a fumare una sigaretta, sarei meno estraniato se lo facessi in una doccia con un cappello da football sotto i piedi? Sviscero tutta la mia coscienza. Istinto puro. Idrogeno puro. Legami infiammabili. Un addio al celibato della mediocrità. In che trainspottinghiana posizione orizzontale ti sei messo rispetto all'ennesimo carico di luce abbagliante che ti si sta per scaraventare contro?

L’empatia è sempre più ancorata a stati d’imperfezione mercificata. Che cosa potrà essere davvero ricordata come  la consacrazione della mia testa bambina? Ancora pochi giorni e fuggirò nel mondo di Edgar Allan Poe (bentornato John Cusack, era ora) e di Ghost Rider, ma i miei pensieri vanno già al silenzio assordante della strage di piazza Fontana. Il romanzo di una strage però non è un fatto passeggero. È una costante quotidiana d'ogni giorno. Dove la folla si narcotizza e usa gli occhi solo per guardare. Possibile che la scelta riguardi ancora un teschio infuocato e un carrello pieno di superalcolici?
  
Ed Wood e Jerry Maguire mi hanno suggerito che quello statico ferro da stiro dalla dubbia posizione sta per azzannare le piume più nascoste del pavone. Sempre più territori invece delimitati dal coraggio invece, resistono come unica consolazione per quegli ideali che biascicano in bocca ritmi tecnologici, bassi, scoordinati e incuranti delle nuove autonominate madrine chimiche per i fallimenti d’amore. Il destino dovrebbe essere una scelta, non l'accettazione di un silenzio composito.

Per chi non lo avesse capito, sono già andato oltre. Ma a te, che cazzo te ne frega?

mercoledì 21 marzo 2012

Be Cool, attento a ciò che ti hanno già detto

Be Cool - Chili Palmer (John Travolta) balla con Edie Athens (Uma Thurman)
Gangsta, cinema e musica. E' tutto un business ma questa volta Chili Palmer fa la scelta giusta. Be Cool, fa attenzione però a certi consigli!

di Luca Ferrari
 
Oggi mi sarei risvegliato anche bene. Oggi inizia la primavera? Si, ok. Che altro hai per me mondo, come avrebbe detto il mefistofelico Gordon Gekko di Wall Street? Tra le pagine web echeggia ancora la vincita di 30mila dollari di Paris Hilton al blackjack. Non che la suddetta notizia scateni il mio interesse né danze propiziatorie per la bella stagione, ma la news che controvoglia ho appreso dal mondo di internet mi ha riportato alla memoria l’atmosfera di Be Cool (2005, di F. Gary Gray).

Hollywood fa da sfondo alla vicenda, intrecciando il mondo del cinema e della musica. Tra band gangsta e anime lavoratrici che cercano di sfondare per meriti, il film celebra sullo stesso schermo, e soprattutto di nuovo sulla pista da ballo, i tarantiniani Vincent Vega (John Travolta) e Mia Wallace (Uma Thurman), qui nei panni dell'ex-strozzino e la vedova Edie Athens.

Moltissime le star presenti e pure numerosi i cameo. Tra i protagonisti della storia: Harvey Keitel, Vince Vaughn, il rapper André Benjamin, Dwayne "The Rock" Johnson, Danny DeVito e James Woods. Comparsate invece per la rock band degli Aerosmith, il gruppo hip pop Black Eyed Pea, Gene Simmons (Kiss), Fred Durst (Limp Bizkit) e altri ancora.

Ma la palma d’oro per la battuta più cult della pellicola va al detective Darryl (Gregory Alan Williams, il Garner Ellerbee nella serie televisiva Baywatch) che entrato in un losco banco di pegni gestito dalla mafia russa, e sentendosi dire un poco rispettoso – porta il tuo culo nero fuori di qui – la risposta non tarda ad arrivare: Sai cosa si dice di un uomo con due occhi neri? Niente. Gliel’hanno già detto due volte!

Be Cool - il detective Darryl (Gregory Alan Williams)

martedì 20 marzo 2012

Ferzan, ergo Ozpetek

Magnifica presenza (2012, di Ferzan Ozpetek)
Fantasmi reali o demoni incastrati nel proprio subconscio? Nel suo ultimo film, Magnifica presenza (2012), il regista turco Ferzan Ozpetek non lo rivel.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer 

Tutto fa pensare che ciò che vede Pietro (Elio Germano) nel suo nuovo appartamento appena preso in affitto a Roma sia effettivamente popolato da un nugolo di teatranti che proprio lì trovarono la loro tragica fine a causa delle esalazioni di una stufa, mentre si nascondevano da una retata di nazisti. E come nella miglior tradizione umano-paranormale, hanno qualche conto in sospeso. Che sia la mera verità o qualcosa da compiere, hanno bisogno di un contatto nel mondo dei vivi per trovare la loro pace. E il sognatore-romantico Pietro, pasticciere notturno con l’ambizione di diventare attore, è la persona ideale.

Magnifica presenza (2012, di Ferzan Ozpetek) ha un cast corale. Anna Proclemer, nelle vesti dell’attrice Livia Morosini, è il pezzo decisivo del puzzle per risolvere l’arcano della storia; ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, faceva parte di una compagnia al cui epilogo lei non ha preso, stranamente, parte. Tra di loro c’è Filippo Verni, un Beppe Fiorello che dovrebbe avere il coraggio di osare di più.

Andandosene via dalla chioccia Italia dove la sua faccia è troppo legata a fiction utili per imbonire un pubblico ancora noiosamente democristiano. C’è anche Vittoria Puccini a far parte della compagnia dei fantasmi, messa sapientemente da Ozpetek più in disparte per non lasciare che la sua fama prenda il sopravvento. Altra prima donna, Margherita Buy, sempre un po’ legata al suo lato malinconicheggiante.

Non è la Roma di Trastevere o del Colosseo. Per chi non la conosce bene, potrebbe quasi a non arrivare a riconoscerla. Ci sono i tram moderni dove gli sguardi della gente comune non lanciano pietre a casaccio contro chiunque. La scenografia è un mondo fatto di sequenze, dove trova spazio anche l’intolleranza di un trans vigliaccamente picchiato e soccorso da Pietro. C’è la risposta clinica del medico che presterà cure a Pietro dopo il suo svenimento, insistendo perché lasci perdere illusioni e conseguente stress. 

Ferzan Ozpetek è uno di quei registi che pone domande anche lì dove un sorriso è capace di prendere il sopravvento. Perché dovrei rinunciare ai miei sogni, o visioni che siano, solo perché hai visto uscire un po’ di sangue dal mio corpo? Per raggiungere la felicità, magari qualcuno ha bisogno d’immaginare un’alternativa in costume alla solitudine della propria vita. I consigli disinteressati non sanno un bel niente della verità. I belati insoddisfatti devono ancora capire tutto di ciò che anima la svendita personale d'ogni corazza.

Il trailer di Magnifica presenza

Magnifica presenza - Maria (Paola Minaccioni) e Pietro (Elio Germano)
il cast corale di Magnifica presenza

domenica 18 marzo 2012

CINELUK, altri sei giorni (12-17 marzo) di magia

lo stupore dei protagonisti di Super 8
 Un nuovo imperdibile viaggio cinematografico ricomincia sulle pagine online di CINELUK - il cinema come non lo avete mai letto.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fororeporter – web writer

Viaggio tra dettagli di registi poco attenti, impegno umanitario portato sul grande schermo, dopo-sbronze che hanno fatto epoca, un attacco violento all’arroganza più superficiale e perfino un sogno a metà strada tra l’ispirazione e la premonizione. Come insegnava il giovane Hugo d’altronde, questo film non è ancora finito. Scoprilo:

12.03.12 – Robert Redford, ti sussurro un dettaglio che trascurasti
13.03.12 – Angelina Jolie, quelle immagini gelano il sangue
14.03.12 – Michael J. Fox, preparami un resuscita-morti
15.03.12 – Jennifer Aniston, l'amore è più forte del cinismo
16.03.12 – Charlize Theron, meschina Young Adult
17.03.12 – Ben Stiller e Rafael Nadal, nel segno del successo
18.03.12 – Jennifer Lopez, scusami per la mancata intervista

sabato 17 marzo 2012

Jennifer Lopez, scusami per la mancata intervista

l'attrice Jennifer Lopez
Può capitare a tutti di scordarsi le domande nell'intervistare una diva, no? Accadeva a Hugh Grant a Notting Hill e così fu per me con Jennifer Lopez... o quasi! 

di Luca Ferrari

Chi di voi non si ricorda della ridicola figura che fece sotto mentite spoglie il buon William Thacker (Hugh Grant), proprietario di una modesta libreria in un celeberrimo quartiere londinese, dovendosi improvvisare giornalista della rivista Cavalli e segugi, per avvicinare la bella star del cinema Anna Scott (Julia Roberts)? 

E trovandosi così nel bel mezzo di un’anteprima stampa con l’obbligo d’intervistare tutto il cast del film di fantascienza Helix, totalmente ignaro della trama finiva per chiedere al co-protagonista maschile il perché non si rispecchiasse in un terribile mostro mangia-uomini? 

Era la delicata commedia Notting Hill (1999, di Roger Michell). Fantasia o realtà? Credete non possa succedere a nessuno? A me è appena capitato. Proprio questa notte. Di ritorno dagli Stati Uniti. O almeno credo. Forse era un sogno. Si, era decisamente un sogno. Ecco come si sono svolti i fatti.

Ero in coda. Pure io. Per intervistare una grande diva del cinema: Jennifer Lopez. Finalmente entrato in una stanza tale quale quella dove William incontrava Anna, l’attrice mi parla gentilmente in italiano. Nella mie mente però, il vuoto totale. E non perché fossi imbarazzato o emozionato, semplicemente realizzavo di non sapere il perché mi trovassi lì. 

Che cosa stava presentando? Un film, un nuovo disco o magari una fragranza a lei ispirata? Non avevo il mio consueto laptop portatile. Non avevo nessun comunicato stampa tra le mani. Quel che ricordo è che alla fine riuscivo a farle solo un paio di domande generiche e poi me ne andavo via infastidito come non mai, dovendomi recare poi a Belgrado (il perché, lo ignoro). Non facevo tempo a salire in macchina, che subito iniziavo a parlare di quanto fosse sottovalutata l’attrice americana.

Jennifer Lopez non è solo la protagonista di commedie sentimentali come Un amore a 5 stelle (2002, di Wayne Wang), Shall we dance? (2004, di Peter Chelsom) o Quel mostro di suocera (2005, in coppia con una perfida Jane Fonda che la farà ammattire). Ha lavorato anche con grossi attori del calibro di Antonio Banderas, Morgan Freeman e Robert Redford in pellicole differenti, a cominciare dal drammatico Via dall’incubo (2002) dove è una moglie picchiata dal marito, Il vento del perdono (2005, di Lasse Hallström) e Bordertown (2006, di Gregory Nava).

In quest'ultimol J.Lo è una giornalista decisa a far luce sui continui omicidi di donne nella cittadina messicana di Ciudad Juarez. Il film è basato su una storia vera, dove le stime ufficiose parlano di poche centinaia di decessi mentre i dati della gente raccontano di cifre a tre zeri ed è stato realizzato proprio per cercare di far luce su una drammatica realtà tutt’ora in corso, e che Amnesty International continua a denunciare.

Alla prossima allora Miss Lopez, spero vivamente ci rincontreremo anche nella realtà. E stia pur certa che sarò preparato al meglio.

l'attrice Jennifer Lopez
l'attrice Jennifer Lopez

Ben Stiller e Rafael Nadal, nel segno del successo

da sx: il tennista spagnolo Rafael Nadal e l'attore newyorkese Ben Stiller
Il simpatico comico Ben Stiller, protagonista di tante indimenticabili pellicole come Tutti pazzi per Mary (1998), I Tenenbaum (2001), Dodgeball (2004), Tropic Thunder (2008, in coppia con un imperdibile Tom Cruise, grasso e pelato) fino al più recente (2011), Tower Heist: colpo ad alto livello (2011), tra un nuovo ciak e l'altro, si è preso una pausa per seguire le imprese del numero 2 del mondo, lo spagnolo Rafael Nadal di cui è un granndissimo fan, sui campi californiani del BNP Paribas Open di Indian Wells.

E chi lo sa che in un futuro, a carriera conclusa, non verrà girato un film sul tennista spagnolo.

venerdì 16 marzo 2012

Charlize Theron, meschina Young Adult

Young Adult - Mavis Gary (Charlize Theron)
Egocentrica, spocchiosa e fin troppo prevedibilmente rendenta, Mavis (Charlize Theron) non è più Young ma un'Adulta quarantenne (2011, di Jason Reitman).

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer 

Ehi ehi, fate largo alla new villain Mavis Gary. Sempre più prossima ai quarant’anni. Dedita all’alcol e alla scrittura di una serie di romanzi per adolescenti. Egocentrica. Ancorata ai modi modello high school/college, dove lei è la reginetta e gli altri sono un branco di nerd insignificanti che devono fare tutto quello che vuole. La sua vita procede in modo piatto e sconfortante, ma non è troppo cresciuta per capirlo, almeno fino a quando non riceve una e-mail con la foto della neonata del suo amore liceale, Buddy Slade (Patrick Wilson).

Qualche pensiero e poi la decisione. Tornerà nella sua città natale per riprenderselo. Ha una figlia? Non importa. È sposato? Problemi dell’altra. Mavis, interpretata da una “odiosa” Charlize Theron, è sboccata. Incapace di farsi da mangiare. Sempre con una bottiglia di coca-cola dietro per riprendersi dalla precedente nottata alcolica. Una vera a propria Young Adult (2011, di Jason Reitman).

Nel suo viaggio nel passato, in attesa di sedurre e conquistare l’amato Buddy, la vamp metropolitana s’intrattiene con il suo ex-vicino d’armadietto, Matt Freehauf (Patton Oswalt), un ragazzo che al terzo anno di scuola superiore venne brutalmente massacrato sulle gambe e sul pene perché ritenuto gay dai classici trogloditi sportivi. Tra di loro s’instaura un rapporto di complicità. Anche se non se ne rende conto, Mavis non è più la star. È una reietta. 

E se Mavis è il diavolo, capace di sfoderare l’artiglieria pesante (finta) pur di arrivare al suo obbiettivo totalmente incurante dei sentimenti altrui, Beth, la moglie di Buddy, è l’acqua santa. A darle candore e una divertente mimica impacciata alla batteria in un gruppo rock femminile di neo mamme, c’è Elizabeth Reaser, la vampira Esme Cullen della saga di Twilight. Mavis scoprirà che le attenzioni di lei per sé nascono dalla compassione. E lei stessa, alla fine di un tour degli orrori dove scoprirà le carte dinnanzi all’esterrefatta (e disgustata) comunità, si renderà conto di che persona sia diventata, e del problmeatico rapporto conflittuale che ha con la propria felicità.

A dispetto del riuscitissimo personaggio principale interpretato dal premio Oscar Charlize Theron, la sceneggiatura di Young Adult, curata dalla tanto decantata Diablo Cody, classe ’78 e già premio Oscar originale per Juno (2007), appartiene alla categoria del già visto.  L’eredità di Sweet Home Alabama (2002, di Andy Tennant), con Reese Whiterspoon e Josh Lucas, domina incontrastata. La dinamica è pressoché la medesima. 

La ragazza di provincia (bionda in entrambe le pellicole) che se n’è andata in città e ha avuto successo. Torna a casa senza nemmeno passare a trovare i genitori per sistemare questioni in sospeso di natura sentimentale. Arroganza a più non posso, sentendosi migliore e superiore di tutti gli altri rimasti nella semplicità della propria vita. Tendenza alla sbronza. Anche il finale di Young Adult è più scontato che non si può, con la crescita mentale da parte della protagonista e quel “scelgo la vita” al limite del  manierismo più contraffatto.

Young Adult - Mavis (Charlize Theron) e Matt Freehauf (Patton Oswalt)
Young Adult - Buddy (Patrick Wilson)
Young Adult - Mavis (Charlize Theron) e Beth (Elizabeth Reaser)

giovedì 15 marzo 2012

Jennifer Aniston, l'amore è più forte del cinismo

Rock Star - Emily Poule (Jennifer Aniston)
Sogni si, superficialità no. Emily (Jennifer Aniston) ha le idee chiare su cosa vuole. E se il suo Chris non lo capisce, farà la Rock Star senza di lei al suo fianco.

di Luca Ferrari

Superficialità. Misoginia. Atteggiamenti spavaldi e arroccati dietro convinzioni fatte solo di apparenza e incapacità di comportarsi da persone sincere e di spessore. Machismo da quattro soldi. Quei bambocci non fanno per lei, Emily Poule (Jennifer Aniston). Lei è una donna d’affari e allo stesso tempo innamorata di Chris (Mark Wahlberg). Lui è un cantante con il mito degli Steel Dragon di cui suona sempre le cover nella sua rock band.

Chiome lunghe e testi da sex, drugs and rock and roll, modello Judas Priest. Quando arriva la sua grande occasione di sostituire il cantante dei Dragon, non se la fa sfuggire ma lentamente perde contatto con la realtà. Viene assorbito da un mondo squallido fatto di orge e donne trattate come pezzi di carne per una sveltina e via. Emily lo lascia. Pretende rispetto. La persona che vuole vicino deve essere qualcuno di speciale. È parabola di Rockstar (2001, di Stephen Herek).

Il film evidenzia la differenza ideologica che si venne a creare verso la fine degli anni ’80 negli Stati Uniti tra la scena musicale di Los Angeles fatta di metal/rock hair band, e quella nascente di Seattle, storpiata in grunge. Sarà proprio la capitale dello stato di Washington ad accogliere una stanca Emily, stufa di seguire Chris in tour senza vederlo mai, e doversi dividere il viaggio con le fidanzate (groupie) degli altri componenti della band che tollerano senza problemi i continui tradimenti, ostentando un cinismo deprimente a dispetto delle loro giovani età. 

Abbandonato così il mondo di lustrini, sarà proprio la città di Seattle a far rincontrare gli ex-innamorati. Chris ha finalmente smesso di cantare le canzoni degli altri e ha iniziato a credere in se stesso, proponendo la propria musica senza abiti e slogan da quattro soldi.

Strumenti da sensazione inneggiano a idolatrie dalla presunzione di facile stampo. È qualcosa che ha già visto il passato trasformarsi in una obbligata via di fuga verso cui è facile  sparare arpioni e montagnole nascoste. Il fumo di una nuova casa non si è costituita per caso. Ai troppi venditori di fumo Emily dice no. È una donna che vuole essere amata.

"Sono contento della fine che non ho fatto. Sono contento di quello che cerco di decidere ogni giorno dentro di me. Sono orgoglioso di quello che voglio decidere. Proverò ad avvicinarmi al precipizio in evidente e precario stato di equilibrio. Diavolo, non serve nemmeno che io mi muova per questo genere di raffigurazione. Sono avanti perché conosco il mio domani senza i cinici consigli di ciascuno di voi. Io, semplicemente non ho bisogno della cinica e superficiale resa cui vi siete rassegnati a vivere raccontandovi menzogne" l.f.

Il trailer di Rock Star

Rock Star - Chris (Mark Wahlberg) ed Emily Poule (Jennifer Aniston)
Rock Star - Emily Poule (Jennifer Aniston) disgustata
Rock Star - Emily Poule (Jennifer Aniston) e Chris (Mark Wahlberg)
Rock Star - Emily Poule (Jennifer Aniston)
Rock Star - il nuovo Chris (Mark Wahlberg)

mercoledì 14 marzo 2012

Michael J. Fox, preparami un resuscita-morti

Ritorno al Futuro 3 - Marty-Clint (Michael J. Fox) e Doc Brown (Christopher Lloyd)

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer
 
Quanto mi manca un alka seltzer!” diceva un ubriachissimo Emmett Brown (Christopher Lloyd) nel vecchio West, dopo aver mandato giù un unico whisky con il cuore infranto, nel terzo e (spero) ultimo capitolo della saga firmata Robert Zemeckis, Ritorno al Futuro – parte III (1990). Il mio invito riguarda l’orda di prequel e sequel e che diavolo ne so, che ormai sta invadendo il grande schermo. Aoooo, voiamo storie nuove. Ma che siete, un branco di incapaci?!?!?

Ecco, oggi mi sento davvero così. Libertino più del sloito. Con la testa che gira. Possibile che la fagiolata di ieri sera modello western Bud Spencer e Terence Hill mi abbia devastato a tal punto? Non aspettatevi reclami oggi. Né attacchi al sistema.

Grande Giove! ... Ma voi credete davvero che me lo possa permettere, e voi pure? Adesso, proprio in questo momento c’è l’ennesimo Cane Pazzo Tannen (Thomas F. Wilson) che vuole sfidarmi. Si, avete letto bene. CANE PAZZO! E fanculo se mi chiama fifone. Si, davvero. Fanculo. I pascoli del cielo possono anche aspettare. Mi potrà anche girare la testa. Potrò anche avere impedito a un burrone di cambiare nomenclatura. Magari potrò avere esagerato col sidro ieri notte (io però non ne ho memoria), però mi stuzzica l’idea di vedere un prepotente finire nella merda. E voi che dite?

Mi gira ancora la testa. Oh, se mi gira. Joey, preparami un resuscita morti! Altro che la frigida coca-cola polanskiana che Penelope (Jodie Foster) offre a una vomitante Nancy (Kate Winslet). Conoscendo l’esito però della bibita da saloon, non vedo fontane qui intorno. Missà che tutto quello che mi uscirà di mente, lo scaricherò sul “buon” vecchio Buford. Non mi chiamerei Eastwwod, Clint Eastwood altrimenti. Ah ah ah ah, che spasso. A presto.

martedì 13 marzo 2012

Angelina Jolie, quelle immagini gelano il sangue

l'attrice Angelina Jolie, ambasciatore UNHCR
Del Sudan molte star hollywoodiane si sono interessate, in primis l’ambasciatrice dell'ONU, Angelina Jolie che in più di un’occasione ha spronato l’attuale presidente Barack Obama ad agire per il martoriato stato africano e non solo, senza dimenticarsi dell'attivismo di George Clooney.
 
di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fororeporter – web writer

Negli ultimi giorni i fronti di guerra hanno registrato l’ennesimo dramma. Un militare americano, in preda a un presumibile crollo nervoso, ha iniziato a sparare all’impazzata uccidendo donne e bambini.

In Siria invece, l’esercito presidenziale continua la sua azione di violenta repressione sterminando civili senza pietà. E come ovunque ci sia una forza di occupazione (Afghanistan incluso), la strada è sempre quella della violenza e dei soprusi. Mentre la politica si preoccupa solo della sua putrida faccia impomatata, la gente continua a morire.  E sono allora gli artisti e la società civile a scendere in campo, cercando di accendere i riflettori su realtà dimenticate e insanguinate.

Cinematografia e Diritti Umani, a che punto siamo? Negli ultimi anni si sono viste alcune pellicole molto toccanti che, resa finale o meno, hanno avuto il grande merito di portare sul grande schermo, e successivamente in dvd, temi magari non troppo conosciuti, a cominciare da Beyond Borders (2003, di Martin Campbell), dove una donna inizia una nuova vita sotto la bandiera delle Nazioni Unite, dalla parte dei profughi, con interpreti Angelina Jolie e Clive Owen

Il toccante Hotel Rwanda (2004, di Terry George), incentrato sul genocidio realmente accaduto nello stato africano e altrettanto ignorato, con due straordinari Don Cheadle e Nick Nolte. The Hunting Party (2007, di Richard Shepard), ambientato nel post guerra nei Balcani con due giornalisti decisi a scovare l’ultimo grande ricercato (all’epoca Ratko Mladic) con Richard Gere, Terence Howard e Diane Kruger.  

Rendition (2007, di Gavin Hood), sulle pratiche illegali da parte dei Servizi Segreti americani che prelevavano (prelevano?) cittadini sospettati di terrorismo e portati in centri di detenzione segreti per essere interrogati e ivi torturati, con Reese Whiterspoon, Jake Gyllenhaal e Meryl Streep.

Nel 2007, all’interno della campagna Make Some Noise per porre fine alle violazioni dei diritti umani nella regione sudanese del Darfur, l'associazione umanitaria Amnesty International lanciò un doppio cd con oltre 20 brani di John Lennon interpretati da artisti di fama mondiale, tra cui spiccavano U2 (Instant Karma), R.E.M. (#9 Dream), Christina Aguilera (Mother), Aerosmith feat. Sierra Leone's Refugee All Stars (Give peace a chance), Lenny Kravitz (Cold Turkey), The Cure (Love), Avril Lavigne (Imagine), Youssou N'Dour (Jealous guy), Black Eyed Peas (Power to the people), Ben Harper (Beautiful boy) e la rock band californiana Green Day, con una sontuosa interpretazione di Working class hero, corredata da videoclip.

“ho sentito il bisogno di guardare al rallentatore tutto quello che stava succedendo lì fuori/…le facce erano diverse e io sono arrivato senza un autentico dove/…non era comprensibile tutto quello che stava accadendo/…abbiamo ingurgitato l’illusione che tutti potessimo provare alcuna differenza di dolore/…adesso che tutti si sono messi al riparo dal peso delle spade conficcate, nessuno sarà più capace di apprendere alcuna emozione/… spalancati vuoto sotto la mia testa, voglio solo chiudere gli occhi e ignorare dove stia andando”...if you want to be hero, well just follow me

lunedì 12 marzo 2012

Robert Redford, ti sussurro un dettaglio trascurato

L'uomo che sussurrava ai cavalli - Grace (S. Johansson) e Tom (R. Redford)
Si può condurre una buona regia trattando però in modo superficiale alcuni dettagli, non è vero Robert Redford? Permettemi allora di sussurrarti cosa non va.


Un film è diverso dal libro ispiratore. Nessuno ha la pretesa che sul grande schermo arrivi la copia fedele. Ogni strumento può e deve sfruttare le proprie potenzialità. Per la sua quinta incursione dietro la macchina da presa il due volte premio Oscar Robert Redford scelse il bestseller di Nicholas Evans, L’uomo che sussurrava ai cavalli (1995, The Horse Whisperer). 

Al centro della vicenda la giovane Grace, interpretata da un’allora quattordicenne Scarlett Johansson, e il suo cavallo Pilgrim. La ragazzina ha avuto un terribile incidente e ha perso parte di una gamba che le hanno dovuto amputare. La giovane è a pezzi. Si sente una handicappata e questo la vulcanica madre Annie (Kristin Scott-Thomas, nonché donna in carriera, non lo permette. In barba ai consigli e fatte le dovute ricerche, carica di forza figlia, quadrupede mezzo morto e se ne va in Montana, destinazione Tom Booker (Robert Redford), un uomo che a quanto si dice, sia capace di comunicare con i cavalli.

L’adolescente è rabbiosa. Furiosa. La "gita" impostale è quanto di peggio ci sia per la sua psiche sfiancata, fattore ben enfatizzato dalla musica che Evans “le mette” nel walkman durante il lungo viaggio in macchina e box equino al seguito, ossia gli Alice in Chains. Una rock band questa della Seattle anni '90, alfiere di un rock ruvido e oscuro con tonalità metal, di cui il fu cantante Layne Staley (1967-2002) ne era il massimo emblema.

Inspiegabilmente invece la scelta di Redford, qui nelle vesti anche di regista, cadde verso una anonoima musica elettronica più adatta ad atmosfere da rave-party di giovani sballati, che non per dipingere l’interiorità ferita di una ragazzina amante degli animali e in marcia verso i grandi spazi americani.

No, la musica non è un dettaglio da poco. Per informazioni, chiedere a Cameron Crowe. Seattle poi, è forse la città americana più canadese che esista negli Stati Uniti. L’isolamento geografico dal resto del continente e l’estrema vicinanza con Vancouver la collocano su di un piano diverso. 

Nella musica come nei testi, gli Alice in Chains hanno sempre sviscerato demoni interiori. Qualcosa che suonerebbe più o meno così: “riesci a mettere nella corretta graduatoria un ordine, un urlo e un sospiro? Il mio disagio si è ritrovato a dover stravolgere ogni singola speranza, lasciando al mare disteso sul rosa il compito di percepire quanto di solitario ci sia nella lontananza di una casuale stagione umana”.

Un film è diverso dal libro ispiratore, si. Ma è la fedeltà o comunque una certa vicinanza a semplici ma fondamentali dettagli che può aumentare o meno il valore della sceneggiatura.

L'uomo che sussurrava ai cavalli - Grace (S. Johansson) e Annie (K. Scott Thomas)