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venerdì 22 giugno 2012

La Bosnia stuprata di Angelina Jolie non interessa al cinema italiano

In the Land of Blood and Honey - Ajla (Zana Marjanović)
Balcani massacrati e subito dimenticati. La premio oscar Angelina Jolie ci riporta nella Bosnia con la sua prima regia Nella terra del sangue e del miele.

Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer 

L’Europa è capace di interessarsi alla presunta mattanza di cani avvenuta in Ucraina in occasione degli Europei 2012 di calcio, e con altrettanta facilità dimenticare che nel suo ventre più multietnico esiste ancora una terra flagellata dalle mine antiuomo. Una disattenzione cronica. Una linea e una volontà precisa. 

Un velo (veto?) posto sopra l’ex-Jugoslavia. E nell’Italia vicina di casa l'attenzione è poca. Ulteriore dimostrazione, la prova d’italiano per i maturandi dell’anno 2012. Il cui tema storico ha avuto a che fare per l’ennesima volta con lo sterminio ebraico. Dall’anno dello scoppio delle ostilità oltre confine, mai la guerra balcanica è arrivato sui banchi di scuola.

Sarebbe interessante scoprire quanti dei giovani che hanno scelto la tematica dell’Olocausto siano al corrente che vent’anni fa esatti, per la precisione il 5 aprile 1992, iniziava il più lungo assedio nella storia bellica moderna, ossia quello di Sarajevo, tragedia che si sarebbe conclusa quasi quattro anni dopo, il 29 febbraio 1996.

Qualche mese fa è uscito un nuovo film. Nella terra del sangue e del miele (In the Land of Blood and Honey, 2011) dietro la cui macchina da presa c'è l'attrice premio Oscar, Angelina Jolie, da anni ambasciatrice dell’UNHCR, il programma dei rifugiati delle Nazioni Unite, qui al suo debutto alla regia. 

Calcolando che una porcheria inguardabile come The Tourist (con protagonista proprio la Jolie) ha avuto pagine su pagine sulla stampa e proiezioni in tutte le sale possibili e immaginabili, è strano che con un nome così altisonante sia stato ignorato del tutto dalle case di distribuzione italiane, non trovando al momento ancora nessuno interessato.

Il legame cinematografico del Belpaese con gli Stati Uniti è evidente sotto molto aspetti, e nonostante la pellicola abbia ricevuto buone critiche dal New York Times, l’Hollywood Reporter e il Los Angeles Times, tutto questo non è bastato a far emergere un concreto interesse.

In the Land of Blood and Honey, ambientato durante la guerra dei Balcani (1991-95), racconta della storia d’amore tra Ajla (Zana Marjanović), bosgnacca (musulmana bosniaca) tenuta prigioniera in un campo di concentramento, e Danijel (Goran Kostić), soldato serbo, il cui padre è un generale dell’esercito che rapisce un gruppo di donne per usarle come schiave sessuali, cose accadute per davvero durante la guerra. 

La domanda sorge spontanea: perché tutto questo silenzio? Com’è possibile che una donna (Angelina Jolie) il cui anche minimo gusto viene sbattuto in prima pagina su giornali cartacei e online, giri invece un film e abbia così tante difficoltà a trovare una distribuzione? Quale nervo scoperto tocca?

Sarajevo e i Balcani sono una pagina di sanguinosa storia che l’Europa ha voluto chiudere molto in fretta. La popolazione slava viene ancora etichettata come “zingara”, ma non nel romantico senso gitano bensì con accento spregiativo. 

E ci sono ancora tante vittime di quel conflitto che convivono ogni giorno con le cicatrici peggiori, alla stregua di quelle dello sterminio ebraico. “Love can change what we want; War can change who we are” viene scritto nel trailer in inglese. Ovviamente in italiano ancora non è disponibile. “L’amore può cambiare ciò che vogliano; la Guerra può cambiare chi siamo”.

Curiosità. Nella colonna sonora del film dove spicca il compositore libanese Gabriel Yared, autore di moltissime colonne sonore fra cui Il Paziente Inglese (1996), c’è anche spazio per la delicata Miss Sarajevo, il celebre brano realizzato dal compositore e produttore discografico Bran Eno insieme alla rock band irlandese U2 e con la partecipazione del tenore Luciano Pavarotti, scritta proprio per protestare contro l’immobilità della Comunità Internazionale dinnanzi alle atrocità degli scontri con la popolazione letteralmente abbandonata. Un trend questo che è continuato anche dopo.

...la Terra ha tremato, ma quella volta il sottosuolo non c’entrava per niente…era solo la risposta di assassini a un giorno quotidiano passato alla Storia come l’inizio di una delle tante fini

Guarda il trailer di In the land of Blood and Honey

In the Land of Blood and Honey (2011, di Angelina Jolie)
In the Land of Blood and Honey (2011) - la regista Angelina Jolie
In the Land of Blood and Honey - Danijel (Goran Kostić) e Ajla (Zana Marjanović)
In the Land of Blood and Honey - Ajla (Zana Marjanović
In the Land of Blood and Honey - Ajla (Zana Marjanović) e Danijel (Goran Kostić)

giovedì 21 giugno 2012

The Amazing Spider-Man, figlio di Facebook

The Amazing Spider-Man
Nel boom dei supereroi mascherati ecco la nuova saga di Spider-man, in perfetta linea con la cultura imperante di Facebook e gli altri social network.

 di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

Da un grande potere deriva una grande responsabilità”. È un po’ il leitmotiv di Peter Parker/Spider Man. Ma quello che si leggeva nello sguardo malinconico di Tobey Maguire, ora è già il passato. Ad appena  cinque anni dall’ultima volta che indossò la tuta rosso-blu diretto da Sam Raimi, è già tempo di una nuova (presumibile) saga con protagonista il giovane Andrew Garfield nella parte dell’eroe mascherato in The Amazing Spider-Man (2012, di Marc Webb).

Prima ancora che esca, questa versione tridimensionale appare differente. Più simile al fumetto originale, facendo emergere il lato più ironico del protagonista. Fin qua tutto bene. Quello che colpisce è come venga molto ampliato il fattore “maschera”, tutta variopinta capace di cancellare le proprie insicurezze, incarnando così al meglio l’era dei social network, in particolar modo Facebook, dove anche il meno cuor di leone si può spacciare per un gladiatore senza macchia.

Voci di corridoio parlano che la maggior parte dei profili femminili siano in realtà uomini, con tutte le logiche conseguenze del caso. Qualcosa di molto simile visto accadere in tempi non sospetti in Closer (2004, di Mike Nichols) dove il debole di Dan (Jude Law) si spacciava via chat con Larry (Clive Owen) per Anna (Julia Roberts).

Spider-Man è sempre l’Uomo Ragno, certo. Un essere umano che improvvisamente dotato di super poteri, decide di metterli al servizio della giustizia. Ma la domanda che continua ad azzannarmi le meningi è: perché c’è sempre più bisogno di un qualcosa d’altro per fare del bene? Ed è sempre stato così. Senza una divisa o una religione da impugnare, l’essere umano è incapace di aiutare i deboli e gl’indifesi. E ce ne sono. Ce ne saranno assai. Aumenteranno sempre di più.

E sotto questo punto di vista la cinematografia aiuta poco, proponendo eroi che non esisteranno mai. Personalmente adoro le pellicole tratte dal genere Marvel ma questa improvvisa sovraesposizione del genere indica chiaramente la mancanza di idee da una parte, e dall’altra, cosa assai peggiore, la volontà di non voler investire in storie e sceneggiature che non garantiscano nel primo weekend di programmazione incassi da milioni di dollari.

E perché poi un eroe mascherato che fa del bene deve essere sempre ostacolato da chi dovrebbe stare dalla sua parte? Pensare di trovare persone intelligenti come il sergente James Gordon (sponda Batman) è un’impresa pressoché impossibile. Finché continueremo a mostrare solo personaggi con poteri improponibili, il mondo continuerà a credere di non potere fare nulla e si affiderà a sogni di interventi soprannaturali che mai esisteranno. Il cinema non dovrebbe limitarsi solo a far sognare. Dovrebbe essere una fonte d'ispirazione per modificare le tante lacune del presente.

Perché Peter Parker è costretto a essere Spider-Man? Non potrebbe agire senza maschera? La risposta è no. Diventerebbe un fenomeno da baraccone. Verrebbe usato come cavia per clonare il suo sangue e fare un esercito di indistruttibili. Sognare un mondo migliore, è bello. Crearne uno, sarebbe fantastico. Aspetto tutte le vostre maschere nella mia cassetta della posta.

The Amazing Spider-Man - il nuovo Spider-Man (Andrew Garfield)
Spider-Man 2 - il vecchio Spider-Man (Tobey Maguire)

martedì 19 giugno 2012

Non sono ancora tra I Più Grandi di Tutti



di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fororeporter – web writer 

Alla ricerca di quattro toscanacci livornesi che un tempo sprizzavano rock e ribellione, i Pluto. È quanto decide di fare il giornalista Ludovico (Corrado Fortuna), partendo dal batterista della band, Loris Vanni (Alessandro Roja) proponendogli una video-intervista alla band ormai scioltasi. L’ex-drummer ora disoccupato riallaccia così i contatti con gli ex-componenti della band: il chitarrista Rino Falorni (Dario Cappanera), la bassista Sabrina Cenci (Claudia Pandolfi) e il cantante Maurilio “Mao” Fantini (Marco Cocci).

I più grandi di tutti (2012), scritto e diretto da Carlo Virzì, nonostante avesse alle spalle un colosso della distribuzione come la Eagle Pictures, è rimasto in programmazione troppo poco. Non ho fatto in tempo a vederlo. E appurato che i film non li scarico (o al cinema, o in dvd o niente), oggi mi posso accontentare di (ri)vedere il trailer del film o il divertente videoclip della canzone Vado al mare, perfetta per la stagione, che rimanda al 1996 quando la band era sempre on the road.

Non potendo entrare troppo nei dettagli cinematografici, c’è un altro filone da cui sviscerare. I Pluto infatti hanno molte analogie con quel sound “alternativo” dei primi anni ’90 che segnò un’epoca, una generazione e che ha lasciato, a giudicare anche dal flusso di pubblico ai concerti recenti, qualcosa di ben più profondo di un semplice apprezzamento.


Cominciamo dalla formazione: tre uomini e una donna al basso che ricorda non poco la rock band di Chicago, Smashing Pumpkins. E la chioma bionda (lunghi prima, caschetto poi) di Sabrina pare voler essere proprio un omaggio alla collega delle 4 corde, D'arcy Elizabeth Wretzky.

C’è poi un richiamo che non può essere casuale a Kurt Cobain, cantante e chitarrista dei Nirvana. Quando Loris viene contattato dal giornalista e inizia la ricerca dei vecchi compagni di palco, indossa una maglia bianca con un alieno con la scritta “Hi, how are you? (trad. Ciao, come stai)”. Impossibile non ricordarsela indosso al musicista originario di Aberdeen in una delle foto più dolci scattategli insieme alla moglie Courtney Love e la figliolette appena nata Francis “Bean”.

Un terzo dettaglio. Il trailer si chiude con Loris che molto professionalmente chiede se il nome della band sia un riferimento alla divinità greca dell’opulenza e della ricchezza, o al pianeta più lontano del Sistema Solare. Tra visi straniti, Sabrina risponde sinceramente: “no, è il nome del cane della mi’ nonna”.

Anche il nome della band Pearl Jam ha a che fare con un parente. Il cantante Eddie Vedder, autore della sublime colonna sonora del film Into the Wild (2007, di Sean Penn), aveva una nonna sposata con un nativo americano e preparava una marmellata “ipnotica” con spezie particolari (peyote). Il nome infatti significherebbe “la marmellata di Pearl (nonna). Difficile credere che uno come Virzì, classe ’72, quindi ventenne all’epoca dell’esplosione del sound di Seattle nonché musicista di varie colonne sonore (Ovosodo, La prima cosa bella), non ne sia rimasto sfiorato, e che tutto questo non siano che romantiche dediche al suo bagaglio culturale.

la locandina del film, I più grand di tutti (2012, di Carlo Virzì)

sabato 16 giugno 2012

Cameron Crowe, lo zoo di Matt Damon

La mia vita è uno zoo -  Benjamin (Matt Damon)
La vera storia di Benjamin Mee e di come si trasferì a vivere al Dartmoor Zoological Park. Dirige Cameron Crowe sulle note (anche) dei Temple of the Dog.

Genitore single segnato dal precoce lutto della propria amata metà. Figli da crescere in una vita che deve per forza cambiare e ripartire. Poi d'improvviso l’occasione di vivere qualcosa del tutto fuori da ogni logica in compagnia di animali. Tratto dal libro autobiografico We Bought a Zoo, il regista premio Oscar Cameron Crowe dirige La mia vita è uno zoo

Per Benjamin Mee (Matt Damon) rimettere in piedi il Dartmoor Zoological Park non è la classica scommessa di business. È l’inizio del sentiero poco battuto, dove per entrarci e non farsi schiacciare, si ha bisogno di quei famosi 20 secondi di insano coraggio che il fratello Duncan (Thomas Haden Chruch) gli ha sempre parlato. 20 secondi di follia e/o romantica poesia. Un salto nel "verde" alla ricerca e conquista di una nuova vita 

Le storie di Crowe (Jerry MaguireAlmost FamousPearl Jam Twenty) non sono mai banali. Tanto nel tratteggiare i cambiamenti emotivi, quanto nel collocare la canzone perfetta al momento giusto. E anche in questa nuova pellicola non sgarra una nota. Il tappeto sonoro del film tocca l’apice in un momento di relax nel ristorante dello zoo, quando dal juke box viene selezionata l’immortale Hunger Strike dei Temple of The Dog.

E mentre c’è chi sta ricostruendo la propria esistenza, qualcun altro deve fare i conti con i demoni solitari della propria adolescenza, l'adolescente Dylan (Colin Ford), nelle cui nubi entrerà il sorriso contagioso di Lily (una sempre più brava Elle Fanning), che dopo aver salutato i neo-inquilini con l'eloquente cartello “WELCOME BRAVE NEW OWNERS – benvenuti nuovi coraggiosi proprietari”, cotta del coetaneo ma non ricambiata, inizierà a ignorarlo fino a concedergli un'ultima chance con una nuova scritta dipinta: “IF YOU LOVE ME, LET ME KNOW – se mi ami, fammelo sapere”.

Guarda il trailer del film La mia vita è uno zoo

Il regista Cameron Crowe sul set di La mia vita è uno zoo 
La mia vita è uno zoo - Lily (Elle Fanning)
La mia vita è uno zoo (2012, di Cameron Crowe)

giovedì 14 giugno 2012

La mia vita è una storia... e uno zoo

La mia vita è uno zoo -  i fratelli Duncan (Thomas Haden Church) e Benjamin (Matt Damon)
Dal cinema de La mia vita è uno zoo (2011, di Cameron Crowe) alla poesia più spontaneamente sincera. Dal grande schermo a qualche appunto sporcato d'inchiostro.

di Luca Ferarri

Ciak, si scrive... 

LA STORIA PRIMA DELLA STORIA

Avrebbero dovuto sempre
narrare di tragedie 
o forse il rumore dell’aria aperta 
ha reso la mia solitudine
una storia 
fin troppo zelante da raccontare,
...inizialmente
nemmeno agli animali/... Non avrei 
mai fatto loro alcun ritratto 
ma qualcuno un giorno 
forse avrebbe salvato le mie ferite 
dal voler rimanere
corpi contundenti contro chiunque

È la vita che qualcuno
avrebbe dovuto chiedermi di provare

conta solo il mio mondo, recitava il dialogo
senza interlocutori

Qualcosa mi dice 
che il sangue mozzato 
abbia più appeal di qualcosa 
che si nasconde
in un'era apparentemente 
incapace di capire/ …e questi sorrisi 
non hanno nulla a che vedere 
con le lacrime ignorate  di un tempo

ho appena corso sotto la pioggia
e la sparpagliata cassetta di attrezzi
dentro la mia mente
non mi è mia sembrata mai
così lontana dalla banalità

mi hanno suggerito
di provare a ripetere
quello che ci piacerebbe sentirci dire 
l'uno dall’altro… riesci a sentire 
quello che so provando? Mi piacerebbe 
sapere che non sarò io
quello che parla di barricate… credi 
che adesso mi potresti aiutare 
a far salire e scendere 
da questo ostacolo in mezzo 
al nostro cammino...?
                                             (Mestre [Ve], cinema Palazzo - sala 2, 13 giugno '2012)

La mia vita è uno zoo (2011, di Cameron Crowe)

martedì 12 giugno 2012

Pretty Woman è rimasta sulla strada

Pretty Woman - Vivian (Julia Roberts)
Quando si parla di violenza sulle donne, le prostitute (non alla Pretty Woman) non vengono mai menzionate. Tollerate, purché a debita distanza dal'ipocrita società perbenista 


È un normale sabato sera. Non sono neanche le 10,30. Con ancora negli occhi la magia della danza orientale, tra famiglie che applaudivano le giovanissime allieve di 4-5 anni e le performance di artiste più esperte, il tempo di fumare una sigaretta fuori da un ristorante cinese in Via Piave a Mestre (Ve) e succede ciò che i miei occhi non avevano mai provato così da vicino. 

Di spalle alla direttrice per Venezia, mi sto avviando alla fermata dell’autobus per vedere gli orari quando ecco una voce femminile dietro di me che dice, amico? Mi volto, e la seconda parola è: pompini? Non so chi sia, ma dubito che avesse 20 anni. Forse nemmeno 18. Però è lì. Sulla strada. Vestita di bianco. I suoi tacchi alti echeggiano sul cemento. Lei è lì. Sola. E nessuno fa nulla. Lei è lì. Senza nessuno al mondo che la faccia sentire amata. Lei è lì. Sola. Senza che nessuno faccia niente per lei.

Le prostituzione esiste e quando se ne parla, la risposta è sempre quella: c’è sempre stata. Le stesse misere parole che dicono molti nel mondo del calcio sui cori razzisti o la violenza negli stadi. Lei però non si chiama Vivian (Julia Roberts). Anche se è una Pretty (young) Woman, una cosa è certa, non incontrerà mai alcun Edward (Richard Gere). Le prostitute ci sono. La società le tollera. Va bene così. Le “puttane” ci sono. E alla società basta che non bazzichino le strade troppo frequentate.

Questa sera ho fatto un altro tipo d'incontro che non ha nulla a che vedere con la fantasia del cinema. Ho incontrato una prostituta. Mi ha rivolto la parola. Mi ha chiesto se volessi una sua prestazione sessuale. Le ho risposto di no, imbarazzato. Ha girato i tacchi e se n’è andata subito. Rimanendo lì. Sulla medesima strada. L’ho guardata. Turbato. L’ho guardata mentre avvicinava un altro. 

Rientrando nel locale ho immaginato il giorno della sua nascita. Quando era in culla. Ho pensato a lei e l’ho immaginata mentre muoveva i primi passi e qualcuno avrà sorriso nel vederla imparare a stare in piedi. E poi ho pensato a lei quando è stata strappata alla sua vita e ora è prigioniera di un mondo che va avanti senza alcun interesse per le sue necessità. E ogni giorno il suo cuore viene narcotizzato da esseri spregevoli. E io l’ho vista.

Forse ci riteniamo tutti immuni a questo tipo di tragedie. Forse crediamo che siano solo le straniere. Già, si sente dire questo, dovrei pensare che siano meno importanti o abbiano meno diritti? Ma come può un comune permettere che delle squallide figure sfruttino ragazzine o donne? Vorrei che qualcuno dei tanti legiferanti mi spiegasse se s’immagina un simile futuro per la propria figlia, nipote o conoscente, e se allora non farebbe qualcosa.

Ma che cos’è la giustizia? Ma che cos’è lo Stato? È scegliere di tollerare le tragedie o agire per il Bene comune? Io non voglio più tollerare di essere complice di questa omertà. E quando lo Stato non fa abbastanza per una comunità, o sono le leggi sbagliate o lo sono le persone. 

Pretty Woman - Vivian (Julia Roberts)

sabato 9 giugno 2012

La leggenda del mio posto in campo

 La leggenda di Bagger Vance - Bagger (Will Smith) e (Matt Damon)
Ognuno ha il proprio posto, nella vita come sul campo (green). Lo (ri)scoprirà anche Rannulph Junuh (Matt Damon) dando ascolto a Bagger Vance (Will Smith)

di Luca Ferrari

"Non cerco nuove strade per l’ottimismo, il peggio del mondo ha già influenzato a sufficienza il mio modo di esternare quei buoni sentimenti che forse ancora posseggo nascosti" l.f - Nella vita come sull'immenso green ci si può perdere e ritrovare. Alle volte server però un amico, o semplicemente qualcuno in grado di farci mettere a fuoco la giusta prospettiva. O almeno è quello che si può imparare da La leggenda di Bagger Vance (2000, di Robert Redford).

"Dentro ciascuno di noi c’è un solo vero autentico swing. Una cosa con cui siamo nati" dice rilassato Bagger Vance (Will Smith) a Rannulph Junuh (Matt Damon), "Una cosa che è nostra e nostra soltanto. Una cosa che non ti può essere insegnata e che non s’impara. Una cosa che va ricordata sempre. E col tempo il mondo può rubarci quel nostro swing che può finire sepolto dentro di noi. Sotto a tutti i nostri avrei voluto, e potuto, e dovuto. C’è perfino chi si dimentica com’era il suo swing. Si, c’è perfino chi se lo dimentica com’era".

"da cosa si riconosce l’autenticità della strada che ci condurrà in Paradiso? Tutto quello che non ho mai voluto imparare, non mi è stato insegnato con abbastanza spazio per i miei ricordi, ma ora io affronto quel mondo che mi ha sempre più convinto della sua tragica infallibilità/... le costanti sepolture avvenute dentro le nostre volontà ci hanno ingiustamente fatto vergognare delle nostre lacrime più generose/... trascurando le ombre fedeli, non sono comunque io quello che se ne può stare sulla riva del mare a farti cenno di raggiungermi/... adesso semplicemente ho un pertugio in mezzo al bosco da lasciarmi alle spalle"

 La leggenda di Bagger Vance (2000, di Robert Redford)

giovedì 7 giugno 2012

Venezia 69, Orizzonti e Opera Prima

l'attore Pierfrancesco Favino
Alla 69. Mostra del Cinema l'attore Pierfrancesco Favino sarà il Presidente della sez. Orizzonti, il regista Shekhar Kap del Premio Venezia Opera Prima Luigi De Laurentiis.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer 

L’attore Pierfrancesco Favino, uno degli interpreti di maggior spicco della nuova generazione di quarantenni che sta cambiando lo star-system italiano, e il regista e produttore Shekhar Kapur (Elizabeth, Le quattro piume), il cineasta indiano di maggior prestigio internazionale, sono rispettivamente i Presidenti delle Giurie della sezione Orizzonti e del Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis” della 69. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia (29 agosto – 8 settembre 2012). 

La decisione è stata presa dal Cda della Biennale presieduto da Paolo Baratta, su proposta del Direttore della Mostra Alberto Barbera

Interprete duttile e versatile, molto amato dal pubblico cinematografico e televisivo, Pierfrancesco Favino ha vinto quest’anno il David di Donatello come miglior attore non protagonista per il ruolo dell’anarchico Pinelli in Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana, ed è candidato al Nastro d’Argento per Romanzo di una strage e per A.C.A.B. di Stefano Sollima. 

Capace di eccellere sia in ruoli drammatici che di commedia, apprezzato in egual misura da cineasti di genere e grandi autori, appartiene a quella ristretta cerchia di attori italiani rispettati in patria come all'estero, grazie ai ruoli attribuitigli in alcuni film hollywoodiani (Le Cronache di Narnia: il principe Caspian, 2008, di Andrew Adamson, Miracolo a Sant’Anna, 2008, di Spike Lee, Angeli e Demoni, 2009, di Ron Howard). Diplomato all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica Silvio D'Amico, segue poi il corso di perfezionamento diretto da Luca Ronconi. 

Tra i film che lo hanno messo più in evidenza: L'ultimo bacio (2000) di Gabriele Muccino, Dazeroadieci (2001) di Luciano Ligabue, Emma sono io (2002) di Francesco Falaschi, El Alamein (2002) di Enzo Monteleone, che gli è valso la candidatura al David di Donatello 2003 come miglior attore non protagonista. Nel 2003 gira Passato Prossimo di Maria Sole Tognazzi e nel 2004 è nel cast di Le chiavi di casa di Gianni Amelio, in Concorso alla 61. Mostra di Venezia e per il quale ha ricevuto la nomination per il Nastro d'argento come miglior non protagonista. A seguire: Romanzo Criminale (2005) (David di Donatello quale miglior non protagonista e Nastro d’Argento quale miglior protagonista), La sconosciuta (2006) di Giuseppe Tornatore e Saturno contro di Ferzan Ozpetek, grazie al quale ha ottenuto alla Mostra di Venezia 2007 il premio Diamanti al Cinema come migliore protagonista. 

Nel 2008 torna nelle sale con il film Disney Le Cronache di Narnia: il principe Caspian, con Miracolo a Sant’Anna di Spike Lee e L’uomo che ama di Maria Sole Tognazzi. Nel 2009 partecipa a Angeli e Demoni di Ron Howard. Nel 2010 è protagonista di Baciami ancora di Gabriele Muccino, Cosa voglio di più di Silvio Soldini, Figli delle stelle di Lucio Pellegrini, regista con cui presenta nel 2011 La vita facile. Nella stagione 2011/2012 è stato sugli schermi con L'industriale di Giuliano Montaldo, A.C.A.B. di Stefano Sollima, Posti in piedi in Paradiso di Carlo Verdone e Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana.

Shekhar Kapur non è soltanto il cineasta indiano di maggior prestigio internazionale – conquistato in virtù dei successi bollywoodiani che hanno caratterizzato la prima parte della sua carriera e, in seguito, per aver diretto alcune grandi produzioni inglesi e americane – ma anche un raffinato intellettuale umanista attento alle problematiche sociali, alle trasformazioni indotte dalla diffusione dei nuovi media e all’esplorazione della confluenza di tecnologie innovative e inediti contenuti. 

Trasferitosi in Gran Bretagna nel 1970, ha iniziato la sua carriera cinematografica come attore nel film Jaan Hazir Hai (1975) e in seguito in Toote Khilone (1978) e in alcune produzioni di Bollywood. Shekhar Kapur ha esordito alla regia nel 1983 col dramma familiare Masoom, e ottenuto un grande successo di pubblico nel 1987 con Mr. India. La consacrazione da parte della critica avviene però con Bandit Queen (1994), incentrato sulla figura di Phoolan Devi, una sorta di Robin Hood al femminile, perseguitata dalla polizia indiana e acclamata dal popolo. 

Dopo una serie di produzioni bollywoodiane, ottiene il riconoscimento internazionale con Elizabeth (1998), ispirato alle vicende della Regina Elisabetta I d’Inghilterra e candidato a sette premi Oscar, tra cui quello per la miglior attrice protagonista a Cate Blanchett. Nel 2002 è la volta di The Four Feathers (Le quattro piume), interpretato da Heath Ledger e Kate Hudson, rilettura in chiave anticolonialista dell’omonimo romanzo di Alfred Edward Woodley Mason. Elizabeth: The Golden Age (2007), secondo capitolo di quella che si configura ormai come una trilogia e che vede ancora Cate Blanchett nei panni della Regina Elisabetta I, ottiene nuovamente due candidature all’Oscar e successo di pubblico e critica. Nel 2009 Shekhar Kapur gira un episodio del film collettivo New York, I Love You, interpretato da Julie Christie, John Hurt e Shia LaBeouf. Sempre nel 2009 dirige Passage, cortometraggio incentrato sul ricongiungimento di tre sorelle (Lily Cole, Julia Stiles, Haley Bennett). Nel 2012 sta lavorando a Mallory, film biografico sulla figura di George Mallory e sulla sua ossessione di scalare l’Everest.

La Giuria internazionale di Orizzonti, sezione competitiva di lungometraggi e cortometraggi rappresentativi del cinema contemporaneo nelle sue diverse tendenze e componenti, è composta da 5 a 7 personalità del cinema e della cultura di diversi Paesi e assegnerà - senza possibilità di ex-aequo  - il Premio Orizzonti per il miglior film, il Premio Speciale della Giuria Orizzonti e il Premio Orizzonti per il miglior cortometraggio. 

La Giuria internazionale del Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”, composta da 5 personalità del cinema e della cultura di diversi Paesi, tra i quali un produttore, assegnerà senza possibilità di ex aequo, tra tutte le opere prime di lungometraggio nelle diverse sezioni competitive della Mostra (Selezione ufficiale e Sezioni autonome e parallele), il Leone del Futuro - Premio Venezia Opera Prima Luigi De Laurentiis e 100.000 dollari  messi a disposizione da Filmauro di Aurelio e Luigi De Laurentiis, che saranno suddivisi in parti uguali tra il regista e il produttore.

sabato 2 giugno 2012

Venezia 69, Michael Mann presiede la Giuria

da sx: Jamie Foxx, Michael Mann, Jada Pinkett Smith e Tom Cruise
Il regista Michael Mann sarà il presidente dei film in concorso alla 69° Mostra dele Cinema di Venezia (29 agosto – 8 settembre 2012)

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fororeporter – web writer

E’ il regista, sceneggiatore e produttore statunitense Michael Mann – cineasta totale e una delle figure più influenti e rappresentative del cinema americano contemporaneo – la personalità chiamata a presiedere la Giuria Internazionale del Concorso della 69. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia (29 agosto – 8 settembre 2012), che assegnerà il Leone d’oro e gli altri premi ufficiali. La decisione è stata presa dal Cda della Biennale presieduto da Paolo Baratta, su proposta del Direttore della Mostra, Alberto Barbera.

Come produttore, Michael Mann si è imposto realizzando alcune delle serie televisive di maggior successo (Miami Vice, Crime Story), per le quali ha contribuito a creare nuovi standard qualitativi di derivazione cinematografica. In qualità di sceneggiatore e soprattutto di regista, ha saputo trovare una cifra personalissima nell’elaborazione tematica e formale di motivi appartenenti in prevalenza alla mitologia dei thriller urbani (Manhunter, Heat, Insider, Collateral, Nemico pubblico), affermandosi come uno dei più grandi stilisti e innovatori del cinema hollywoodiano. E’ la prima volta che Michael Mann presiede la Giuria di un festival internazionale.

Dopo aver scritto, prodotto e diretto alcune serie televisive, e aver scritto e diretto il TV movie Jericho Mile (La corsa di Jericho, 1979), Michael Mann (Chicago, 1943) debutta nel 1981 nella regia cinematografica con Strade violente (Thief), cui segue il grande successo come produttore esecutivo di Miami Vice (1984). Un telefilm che diventa manifesto estetico e sociologico degli anni ’80.

Il suo stile fiammeggiante e post-moderno, curato esteticamente e preciso nella definizione degli spazi fisici, nell’uso della musica, delle psicologie e delle emozioni, si mostra nella sua complessità con Manhunter-Frammenti di un omicidio (1986), tratto da un romanzo di Thomas Harris, film che segna la nascita cinematografica del personaggio di Hannibal Lecter, lo psicologo-cannibale.

L’epico L’ultimo dei Mohicani (1992) e l’articolato intrigo di Heat-La sfida (1995), in cui per la prima volta recitano insieme Al Pacino e Robert De Niro, consacrano la sua versatilità e il suo talento nel raccontare storie complesse. Insider-Dietro la verità (1999), coinvolgente thriller politico, rivela l’anima solitaria del suo cinema, fatto di eroi intensi e di immagini stordenti.

Nel 2001 racconta con Ali la lotta per l’esistenza del pugile Muhammed Alì, per definire la sua identità e che cosa ha rappresentato, interpretato da Will Smith. L’impegno successivo di Mann come regista è Collateral (2004), con Tom Cruise, con cui ritorna al genere più amato, il thriller metropolitano. Il film partecipa Fuori Concorso alla 61. Mostra del Cinema di Venezia.

Dopo la trasposizione su grande schermo della sua serie di culto Miami Vice (2006), con Colin Farrel, Jamie Foxx e Gong Li, Mann realizza Nemico pubblico-Public Enemies (2009), biopic noir sulla breve vita, le avventure e la morte del famoso rapinatore di banche anni ‘30 John Dillinger, interpretato da Johnny Depp, con Christian Bale e Marion Cotillard.

Come produttore, i lavori di Mann includono Aviator (2004), diretto da Martin Scorsese con Leonardo DiCaprio, Hancock (2008) con Will Smith, Texas Killing Fields (2011) diretto da sua figlia Ami Canaan Mann, in Concorso alla 68. Mostra del Cinema di Venezia, e le serie HBO Luck (2011) e Witness.