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martedì 29 gennaio 2013

Quentin Unchained, una pistola per Django

Django Unchained - Django (Jamie Foxx)
Sangue, ironia e vendetta. Django Unchained non passerà alla storia come capolavoro ma è certo che Quentin Tarantino ne ha da dire su razzismo e schiavitù.

di Luca Ferrari

Sergio Leone
può stare tranquillo. La smisurata passione di Quentin Tarantino per il cinema e il genere western non è abbastanza perché possa impensierire la sua trilogia con il comunque meritevole Django Unchained (2012).  Il regista capace di mescolare ispirazioni che più lontane non si può, allunga la mano su una delle pagine più nere della storia americana, lo schiavismo.

Al centro della propria storia, lo schiavo Django (Jamie Foxx) e la moglie Broomhilda (Kerry Washington), con quest’ultima frustata senza pietà davanti al marito supplicante che invano cerca di far desistere i negrieri dall’atroce punizione per aver tentato insieme la fuga. Saranno marchiati, e venduti. Separatamente. 

Ma sulla strada per gli ennesimi lavori forzati, Django viene liberato da un buffo dentista teutonico, il Dr. King Schultz (Christoph Waltz) che da tempo ha abbandonato la professione odontoiatrica e si è affermato come cacciatore di taglie. Inizia un impensabile sodalizio nell’America pre-Guerra Civile (quella al centro di Lincoln di Steven Spielberg; ma i due registi si sono messi d’accordo per far uscire le pellicole una dopo l’altra in senso cronologico?).  

Un negro a cavallo da uomo libero? Ma quando mai. Nel sud degli Stati Uniti per giunta. Il patto è semplice: Django aiuta Doc a uccidere e incassare, Doc aiuta Django a trovare e liberare la sua dolce metà. Tutto fila liscio, fino a quando non arrivano dal ricchisso proprietario terriero Calvin Candie, un Nicholsoniano Leonardo DiCaprio, dal cui celebre attore deve avere preso molti appunti quando divisero il grande schermo di The Departed (2006, Martin Scorsese).

Sgherri con la frusta facile a parte, al fianco di Mr. Candy c’è Stephen (Samuel L. Jackson), fedelissimo al colore bianco e senza scrupoli nel mandare a torture disumane la propria gente. Non solo è un servitore della peggiore specie, ma è anche sveglio. Capisce le vere ragioni della strana coppia che si era presentata per acquistare un lottatore nero, e mette al corrente il suo capo delle loro intenzioni. Nulla sarà più come prima. Specie per Schultz.

Sangue a volontà. È il marchio di Quentin. Ne scorre parecchio anche in Django Unchained. Ma non è solo la fotografia di Robert Richardson a dare una marcia in più alla pellicola. Sono i dettagli. Se in Inglorious Basterds (2009) Tarantino reinventava il nazista con il colonnello Hans Landa (Waltz), qui disegna il Ku Klux Klan come un branco di mentecatti (…), capitanati da Big Daddy (Don Johnson), incapaci perfino di fare due buchi all’altezza giusta degli occhi del loro "fottuto" cappuccio bianco.

E in questa scelta non stento a credere ci sia un gustoso sentimento di disprezzo totale verso quell’immonda feccia umana che ha torturato e ucciso senza pietà innocenti. Una repulsione quella del regista di Le Iene e Jackie Brown nei confronti dell’organizzazione razzista, conficcata anche nell’atteggiamento del Dr. Schultz, recalcitrante a stringere la mano a Candie dopo essere stato obbligato a spendere dodicimila dollari per liberare la moglie di Django.

Ma non è il piano andato a monte né l’esborso monetario a rendere il “dentista” così arrabbiato e per nulla intenzionato a soddisfare la richiesta dello strafottente Calvin, che conscio del proprio potere, insiste. King è sdegnato. Quello che ha visto nella piantagione è qualcosa che non si può dimenticare. Una scena oltremodo brutale dove il bianco animalesco sbrana il nero. E adesso è tempo di chiudere il conto con la sola moneta possibile: la morte. Anche se le conseguenze potrebbero essere terribili.

C’era molta curiosità nel cameo di Franco Nero, il Django originale del film (1966) di Sergio Corbucci. Dal trailer sembravano poco più di una superflua battuta. Non poteva essere tutto lì. No, certo. Soprattutto visto il tempo che lo stesso Tarantino aveva dichiarato esserci voluto per pensarlo. Solo poche parole. Ma decisive. Espresse con superiore sprezzo da una razza sull’altra, ma che trovano nella pronta replica qualcosa di spregiudicato. Ribelle. Rivoluzionario.

Fin dalle prime battute della pellicola, Quentin entra con la telecamera nello sguardo terrorizzato degli schiavi incatenati, senza bluff né splatterismi. Le schiene sono tutte segnate dai laceranti colpi di frusta. 

Non c’è manierismo nella quasi evirazione a fuoco lento di Django mentre è appeso semi nudo a testa in giù nelle mani del crudele Billy Crash (Walton Goggins). Al contrario, i suoi disperati e inutili movimenti di fuga sono un martello pneumatico nella mente dello spettatore, angosciato per il destino dell’eroe di cui di lì a poco potrebbe sentire le sue urla di sofferenza. 

La resa dei conti fa parte delle regole del West e Quentin Tarantino ci ha abituato bene. Non importa se a scatenare la violenza è chi ha subito delle ingiustizie.

Le pallottole omicide di Django sono confetti nei nostri cuori rispetto al terrore della schiava legata a un albero nella piantagione di Big Daddy, colpevole di aver rotto delle uova, e per questo meritevole di essere frustata senza pietà. Quando la carne è già pronta per essere lacerata, arriva lui. Django Freeman. Prima uccide il negriero, poi frusta e colpisce a morte il suo compare. La vendetta dello schiavo è servita.

Il finale è di quelli che non ti aspetti. Non nell'azione (scontata), ma nella colonna sonora. E a questo punto mi fermo e non aggiungo altro. Però non sono così bastardo come Aldo Raine detto l'Apache, e un suggerimento ve lo posso anche lasciare. Per cui, immaginando di avere Calvin Kendie davanti a me e con il fucile rivolto alla sua ciurma di squallidi aguzzini, gli direi questo, “Ne ho abbastanza di voi e dei vostri ruba-galline…”.

Django Unchained - Django Freeman (Jamie Foxx) e il dott. Schultz (Christoph Waltz)
Django Unchained - Big Daddy (Don Johnson)
Django Unchained - il Ku Klux Klan
Django Unchained - la tragica finedi uno schiavo sbranato dai cani
Django Unchained - il luciferino Calvin Candie (Leonardo DiCaprio)
Django Unchained (2012) di Quentin Tarantino - la fotografia di Robert Richardson

domenica 27 gennaio 2013

Voglio lo spin-off dei Thénardier di Tom Hooper

Les Misérables - i coniugi Thénardier (Helena Bonham Carter e Sacha Baron Cohen)
Bruti. Sporchi. Truci. Lestofanti. Sono i coniugi Thénardier di Les Misérables (2012), interpretati da Helena Bonham Carter e Sacha Baron Cohen.

Les Misérable (2012, di Tom Hooper) sbarca oggi in Italia. Io devo ancora vederlo ma guardo già oltre e immagino una storia tutta per loro, i Thenardier. Giovedì 31 gennaio 2013 si alza il sipario su Les Misérables del regista londinese Tom Hooper. Sono passati quindici anni esatti da quando Billie August aveva portato per l’ultima volta sul grande schermo il capolavoro di Victor Hugo, I Miserabili (1862), con allora protagonisti Liam Neeson (Jean Valjean), Uma Thurman (Fantine), Geoffrey Rush (Javert) e Claire Danes (Cosette).

Non particolarmente alto il successo. L’esatto contrario della pellicola diretta dal premio Oscar per Il discorso del Re. Les Misérables infatti si è già distinto ai Golden Globes 2013 ottenendo tre premi: Miglior film commedia o musicale, Miglior attore in un film commedia o musicale e Migliore attrice non protagonista. Il cast è di quelli da paura. Primi protagonisti maschili, Hugh Jackman nelle vesti del fuggiasco Jean Valjean e Russell Crowe in quelle dell’inflessibile gendarme Javert. 

Spazio poi al gentil sesso con Anne Hathaway a interpretare Fantine e Amanda Seyfried, a dare grazia, gote rosse e innocenza alla giovane Cosette. Jackman e Hathaway hanno vinto i Globes. Per l’indimenticabile Andy, segretaria tuttofare della diabolica Miranda Priestly (Meryl Streep), si parla già di Oscar assicurato. Ma nella storia ambientata nella Parigi del XIX secolo ci sono altri due fondamentali personaggi, i malvagi coniugi Thénardier alle cui celate angherie la piccola Cosette viene affidata. 

Nella pellicola hooperiana, a dare volgarità e maleducazione ai locandieri marito e moglie, ci sono Helena Bonham Carter e Sacha Baron Cohen. La prima volta che vidi una loro immagine tratta dal film, lui era sbracato su una sedia con gambe allargate e boccale nella mano sinistra. Lei con una gonna rattoppata che emanava un non so che di sudicio, con una folta capigliatura paglierina biondo nera e con le labbra dense di rossetto rivolte all’ingiù, per una complessiva sensazione di abbietto disgusto.

Les Misérables esce oggi in Italia. Alla prossima edizione degli Academy è candidato a otto statuette: Miglior film, Miglior attore protagonista (Jackman), Miglior attrice non protagonista (Hathaway), Migliore scenografia, Migliori costumi, Miglior trucco, Miglior sonoro e Miglior canzone per Suddenly di Claude-Michel Schönberg, Herbert Kretzmer e Alain Boublil.

Sia quel che sia, e aldilà delle celebrate superstar da copertina, ancor prima di piazzarmi davanti al grande schermo a gustarmi Les Misérables, io scommetto già sul travolgente successo di quelle due canaglie di Helena e Sacha. E già mi pregusto l’idea di uno spin-off. La loro storia. Come si sono conosciuti. La locanda "Al sergente di Waterloo" di Montfermeil. Una favola nera, che più gotica non si potrebbe immaginare. Ehi Tim (Burton), mi ricevi?

Les Misérables (2012) di Tom Hooper - Madame Thénardier (Helena Bonham Carter)

venerdì 25 gennaio 2013

Pearl Jam Twenty: We're All Still Alive

Pearl Jam Twenty (2011, di Cameron Crowe)
La storia di una delle rock band più importanti e coerenti. Per il ventennale della loro carriera, il regista premio Oscar Cameron Crowe racconta i Pearl Jam.

di Luca Ferrari

"Una comunità differente sono le mie emozioni. Fato orfano di quella sabbia decisa a ingaggiare troppe battaglie. Sono stato abbandonato come qualcuno che non è più potuto tornate indietro. Vediamo se mi resta ancora un po’ di tempo per dire qualcosa…". “Vedere Pearl Jam Twenty al cinema è stata un’esperienza di condivisione totale” esordisce il trevigiano Omar Nizzetto, "Vissuta in mezzo a sconosciuti a cui non dover spiegare o giustificare il perché di quella musica, o come mai le storie personali di quei ragazzi, all’apparenza così lontani, ti sembrassero in realtà così nitide nel comprendere il tuo stato d’animo. 

Essere stato in quella sala del Cinecity di Silea con altre 200 persone era come sentirsi tutti parte, causa e conseguenza delle stesse emozioni. Il film era il contorno. Il pretesto. Avremmo potuto avere una chitarra da due soldi o un vecchio mangiacassette con le note di Ten o Vs, tanto sarebbe bastato per farci venire un nodo in gola cantando sulle note di Release o Indifference”.

In occasione del ventennale della rock band Pearl Jam, il regista premio Oscar Cameron Crowe si è (ri)messo dietro la telecamera, riprendendo materiale d’archivio che già possedeva quando a metà degli anni ’80 si trasferì a Seattle da giornalista per seguire l’evolversi della scena musicale locale, e lo aggiorna con la storia presente. 

I primi due ragazzi che all'epoca conobbe si chiamano Stone Gossard e Jeff Ament. Suonavano nei Green River. Scioltisi, diedero vita insieme insieme al carismatico cantante Adrian Wood, ai Mother Love Bone. Pearl Jam Twenty (2011) può iniziare..

“Andy era molto libero, non correggeva niente di ciò che scriveva. Non gl’importava” racconta Chris Cornell, cantante dei Soundgarden, “Si lanciava nel processo creativo senza preoccuparsi di niente. Io invece analizzavo tutto troppo”. 

Wood è un’anima fragile. Cade, si rialza e cade ancora. Non ne uscirà più. Fa in tempo a registrare una album con la sua band, Apple, e a contagiare una micro-generazione. Crowe racconta il tragico lutto della fine di quel giovane ragazzo spentosi ad appena 24 anni. La cinepresa riprende gli occhi ancora tristemente commossi dell’amico Chris nel rievocare quanto accaduto. 

E a dispetto dei nuvoloni grigi, Seattle si fa interiormente buia senza il contagioso trasporto di quell’estroverso cantante. 

“Fino a quel momento la vita era stata molto buona con noi musicisti di quell’ambiente, attivamente impegnati a fare musica. Il mondo era nostro. Ci sostenevamo a vicenda e lui era un po’ il faro che indicava la strada a tutti” ricorda Chris, “Vederlo attaccato a quelle macchine ha determinato la fine dell’innocenza del nostro ambiente musicale. Solo dopo la gente a iniziato a dire che la nostra innocenza fosse finita con il suicidio di Kurt (Cobain, ndr). Ma non è così. Era stato quello. Entrare in quella stanza di ospedale”.

"…C’è stato un momento nella mia vita in cui tutti sembravano essersi già ambientarti alla caduta delle lanterne... Le competizioni artificiali del giorno dopo furono la pioggia a cui ormai non potei più aggiungere alcuna correzione... Fino ad allora avevo solo imparato ciò che nessuno poteva insegnarmi... Adesso e ieri ripensavo ogni volta a quando mi sono/ero messo nella condizione di dover aspettare…" l.f.

È la fine di un’epoca. Stone e Jeff sono lì per mollare. Poi, insieme a una vecchia conoscenza adolescenziale, il chitarrista Mike McCready, il combo senza nome incide delle musiche. La cassetta finisce in mano all’ex-batterista dei Red Hot Chili Peppers, Jack Irons, amico di un cantante che vive a San Diego, Eddie Vedder.

 È l’inizio di una storia. Ancora nel vivo della sua poetica più determinata a lottare. A turno i membri della band raccontano. Si raccontano. Ma se Eddie, Mike e Matt appaiono più nelle vesti di intervistati, Stone e Jeff sono dei narratori. Senza abiti di scena. Quelli non li avevano nemmeno sul palco, figuriamoci nella vita.

Il viaggio cinematografico si sviluppa tra passato con immagini della carriera della band (fantastica la parodia al Saturday Night Live del comico Adam Sandler su Vedder) e presente. Crowe si sofferma sull’amicizia delle band di Seattle. “Imparavamo gli uni dagli altri e ci ispiravamo a vicenda” spiega ancora Chris parlando del rapporto tra Soundgarden e Pearl Jam, “per me i Temple of the Dog sono nati da questo. Johnny Ramone me lo fece notare, dicendomi – mai vista una cosa simile –”. Poi il successo. La folle invenzione del grunge e la sovraesposizione mediatica. 

I Pearl Jam raccolgono consensi ovunque. Non mancano le critiche. Tra le più feroci, quelle di Cobain anche se in seguito abbasserà i toni, spendendo belle parole soprattutto per il cantante."Ci ha spinto a riflettere su tutto quello che facevamo” racconta Stone Gossard parlando proprio del cantante dei Nirvana, “le sue critiche iniziali ci hanno tenuto sulla retta via. Se oggi valiamo qualcosa, in parte è merito suo”. 

"...a nessun paracadute ho affidato i miei traslochi/...non avrei potuto fare altrimenti...non allora/... quelle  diagnosi piene di parole  erano le uniche gole  che certificassero la mia esistenza/… non ho mai provato dolore quando credevo che la fine fosse solo rinviata di qualche ora/… l’eventualità di una sopravvivenza al riparo da un articolo di giornale d’epoca erano la memoria in quegli occhi risvegliati dal frastuono della propria ritrovata separazione..." l.f

Cameron Crowe, che già aveva diretto la band in Singles (1991), non si perde in patinate celebrazioni che mal si sposerebbero con la stessa linea umana del gruppo. Ne mostra i lati percolanti, e quelli azzardati. Gli anni difficili tra Vitalogy (1994) e No Code (1996), quando il gruppo denunciò all’Antitrust americana il monopolio della Ticketmaster, mettendo a serio rischio la possibilità di suonare, salvo poi venir presi sotto l’ala protettrice (e dannatamente rock) di Neil Young

“Sono convinto che avendone l’opportunità, non ci si possa esimere dal prendersi certe responsabilità” dirà Jeff Ament dopo i fischi per Bu$hleaguer, ennesima presa di posizione senza paura dei Pearl Jam, questa volta contro la politica assassina dell’allora presidente George W. Bush.

Mike McCready racconta aneddoti mentre il suo figlioletto gli gioca vicino. Stone ci fa entrare nella sua abitazione. 4/5 della band è sempre la stessa. Il definitivo batterista si siede ai tamburi a partire dal 1998, ma è uno di famiglia. Quel Matt Cameron che ha viso crescere i PJ e ha suonato nell’album Temple of the Dog

“Credo che questa band sia solo all’inizio” dice un fan a fine film. “Credo che ogni volta che iniziamo ad ascoltare una loro canzone sia l’inizio di una nuova storia” mormora qualcuno subito dopo nel silenzio della sala.

Dopo quasi due ore di proiezione, Pearl Jam Twenty si congeda con una versione dal vivo di Alive. Un messaggio diretto rivolto a Andy Wood, che si ricollega a quella immortale Crown of Thorns che Eddie Vedder stesso ha voluto interpretare insieme agli altri Pearl Jam, nel nome del loro amico scomparso. Una dedica questa che continua a echeggiare ovunque. Che sia il palco di uno stadio. Il garage di una cittadina del nordovest americano, o una sala cinematografica italiana.

"...Raccolgo le mie cianfrusaglie Non è la prima volta che la mia esperienza diventa una scelta senza vie d’uscita. Non è la prima volta che mi succede quando cerco di contare solo su qualche istinto capillare fioccato senza fare affidamento alla mia memoria...

Allora in tutta sincerità vi di dico che quei cerchi sullo specchio non sono mai stati il frutto della mia immaginazione. Nemmeno quando i troppi novembre dimenticati crederono di essersi salvati altrove. Vi voglio dire che… vi voglio dire... il potere… l’assuefazione… e noi... ecco, mi ritrovo a improvvisare anche se già immagino da che punto tutto debba ricominciare… stia ricominciando … ogni volta che noi…" l.f.


“Prima di entrare ero curiosa, emozionata e impaziente, e con una voglia indescrivibile d’immergermi in quel mondo fatto di capelli lunghi, cassettine e la voglia di urlare la propria rabbia in ogni modo” racconta la padovana Paola Mezzaro, “Film o documentario, non lo so. Di una cosa sono certa. È stato un tuffo dentro noi stessi, con i segni tangibili ancora visibili nello sguardo di ciascuno dei presenti. Mentre le immagini scorrevano e si intrecciavano con le storie dei grandi che hanno costruito pezzo dopo pezzo, alcuni anche pagando con la propria vita, questo periodo irripetibile della storia della musica, l'emozione in sala diventava sempre più palpabile. 

Ognuno cantava dentro di sé quelle canzoni sentite migliaia di volte da cd ormai consumati. Un mormorio inevitabile si è alzato quando la telecamera ci ha riportato al primo concerto nell’Arena di Verona. Chi c’era stato, lo voleva dire. Come un bisogno incontenibile: io c’ero! Perché tutti. Lì dentro. In quel momento. Abbiamo avuto la consapevolezza di scrivere un pezzo di storia”

Il trailer di Pearl Jam Twenty

Pearl Jam Twenty - il chitarrista Stone Gossard
Pearl Jam Twenty - Seattle
Pearl Jam Twenty - il cantante Andy Wood (1966- 1990)
Pearl Jam Twenty - il cantante dei Soundgarden Chris Cornell commosso nel ricordare Andy
Pearl Jam Twenty - il cantante Eddie Vedder nel video Jeremy
Pearl Jam Twenty - Jeff Ament e Stone Gossard nel processo contro la Ticketmaster
Pearl Jam Twenty - il rocker canadese Neil Young
Pearl Jam Twenty - il bassista Jeff Ament
Pearl Jam Twenty - il cantante Eddie Vedder
Pearl Jam Twenty - il chitarrista Mike McCready
Spiaggia di Cannon Beach (Oregon, USA): una dedica ai Pearl Jam © Luca Ferrari

mercoledì 23 gennaio 2013

A Danish Royal Affair

A Royal Affair - Johann Struensee (Mads Mikkelsen) e la regina Caroline (Alicia Vikander)
Fin dove ci si può spingere per amore di una donna? E della libertà? Nella Danimarca del XVIII secolo è di scena la Storia. A Royal Affair (En kongelig affære), di Nikolaj Arcel


La cruda realtà rincorre la metafora esistenziale di un legame senza basi, così come un trono affidato a una persona incapace. Ma come in tutti i rigidi equilibri imposti, basta poco perché tutto salti. È sufficiente un nuovo elemento con una visione differente per cambiare per sempre l’orizzonte. A Royal Affair (2012, En kongelig affære), di Nikolaj Arcel

L’85° edizione dei Premi Oscar si avvicina. Oltre ai pesi massimi di casa, ad attirare sempre molto interesse c'è anche l’Oscar per il Miglior Film Straniero. Ai Golden Globes 2013 ha trionfato Amour, di Michael Haneke. Il 24 febbraio prossimo al Dolby Theatre di Los Angeles sarà dunque lui il film da battere. A contendergli l’ambita statuetta: No (di Pablo Larraín, Cile), War Witch (di Kim Nguyen, Canada), Kon-Tiki (di Joachim Rønning e Espen Sandberg, Norvegia) e infine A Royal Affair (di Nikolaj Arcel, Danimarca), due volte Orso d’Argento al Festival di Berlino 2012.

Le ultime due nazioni a portare l’Oscar nel vecchio continente sono state proprio l'Austria e Danimarca, che a breve si ritroveranno l'un contro l'altra. Nel 2008 trionfò Il falsario - Operazione Bernhard (di Stefan Ruzowitzky), quindi nel 2011 a gioire fu Susanne Bier con In un mondo migliore (Hævnen). Da quando nel 1950 l’Oscar per il Miglior film straniero è diventato una presenza fissa alla serata degli Academy, sono state otto le nomination complessive che il piccolo paese scandinavo ha ottenuto. E proprio in quella primissima edizione vinta da La Strada di Federico Fellinni, a concorrere c’era anche Qivitoq (di Erik Balling).

La Danimarca tornò nuovamente nel quintetto delle nomination nel 1960 con Paw (di Astrid Henning-Jensen) e due anni dopo nel 1962 per Harry og kammertjeneren (di Bent Christensen). Il primo trionfo arrivò nel 1988 con Il pranzo di Babette di Gabriel Axel, bissato l’anno successivo da Pelle alla conquista del mondo di Bille August. A chiudere un triennio magico per il cinema danese, la nomination nel 1990 per Ballando con Regitze, di Kaspar Rostrup. Ultima presenza prima del successo di due anni fa, nel 2007, con Dopo il matrimonio, della già citata Susanne.

A Royal Affair (2012), ambientato a Copenaghen nella corte reale danese del XVIII secolo,  racconta il drammatico triangolo amoroso tra il pazzo Re Cristiano VII (Mikkel Følsgaard, orso d’Argento al Festival di Berlino 2012 per la suddetta interpretazione), sua moglie la regina Caroline Mathilde (Alicia Vikander) e il loro medico, l’illuminista tedesco Johann Friedrich Struensee (Mads Mikkelsen).

Se l’interprete “regale” maschile non è ancora troppo conosciuto al grande pubblico, non si può certo dire lo stesso della giovane Alicia, svedese classe ’88 di Goteborg, vista di recente in Anna Karenina (2012, di Joe Wright) nella parte di Kitty, a fianco di Keira Knightley e Jude Law.

Non ha invece bisogno di presentazioni il danese Mads Mikkelsen, miglior attore al Festival di Cannes per Il Sospetto (2012, del connazionale Thomas Vinterberg) e interprete di celebri pellicole come King Arthur (2004, di Antoine Fuqua) dove era l’arciere Tristano; 007 Casino Royale (2006, di Martin Campbell) dove era il terribile villain Le Chiffre e Scontro tra titani (2010, di Louis Leterrier) dove interpretava il valoroso guerriero Draco.

A dispetto di parrucche, calze e la realtà della storia, la pellicola è di estrema attualità portando all’attenzione degli spettatori un mondo dove un despota (schizofrenico) domina incontrastato, viene praticata la tortura e la democrazia viene lasciata fuori dalla porta. Sarà l’arrivo di un personaggio straniero, il medico Struensee a far allargare la prospettiva del regnante mettendo in discussione molto di più un mero modus operandi, e contribuendo in modo decisivo a innovative riforme.

Ma anche i sentimenti avranno qualcosa da dire. In attesa dunque la pellicola sbarchi nelle sale italiane, per iniziare a prendere confidenza con la storia, si può sfogliare “Il medico di corte” (2001, Iperborea) dello svedese Per Olov Enquist che ripercorre la vicenda di Struensee.

A Royal Affair (2012, di Nikolaj Arcel)
A Royal Affair (2012) - la regina Caroline (Alicia Vikander) e Johann Struensee (Mads Mikkelsen)

lunedì 21 gennaio 2013

Frankenweenie, il sogno fanciullesco di Tim Burton

Frankenweenie (2013, di Tim Burton)
Dall'ignorata adolescenza di Tim Burton, al trionfale ritorno su quello stesso caro della Disney. E fu così che sul grande schermo arrivò Frankenweenie.

di Luca Ferrari

La musica rock come il cinema e la scienza. Non c’è differenza quando a farlo si è da soli nella propria camera o soffitta che sia, e al massimo si sorride per un affettuoso amico a quattro zampe. Ma che succederebbe se questi d'improvviso venisse a mancare? Tim Burton porta sul grande schermo la favola realizzata durante la sua giovinezza. Animazione dark della buonanotte, Frankenweenie, all’epoca (1984) bocciata dalla società per cui lavorava, la Disney, e oggi (2012) da lei stessa prodotta e distribuita nel più maturo (?) XXI secolo.

Il regista pone sotto gli occhi degli spettatori l’incubo con cui molti bambini, presto o tardi, si devono confrontare. La perdita del proprio animaletto domestico. Che sia un criceto, un canarino o un micio, il dolore è il medesimo. Rivolevo solo il mio cane, dice candidamente ai genitori il buon Victor, novello dott. Frankenstein, dopo aver riportato in vita l’amato Sparky.

Tim Burton è ancora visceralmente affezionato al suo mondo di teenager inquieto. In questo suo vecchio-nuovo film, le influenze del suo Beetlejuice (1988) schizzano fuori di continuo. Apice di ciò, l’orribile fusione del gatto bianco con un pipistrello morto nel cui ghigno si rivede il suddetto “dio esorcista” in versione rettile.

Dalla celebre corsa al mulino per abbattere il mostro sovrumano ai nomi e cognomi degli stessi protagonisti poi, ci sono continui riferimenti alla più celebre letteratura dark. Ma ancora una volta, a prendere la testa del filo conduttore è il diverso con annesse etichette appioppategli dalla massa.

E se per le giovani generazioni sarà più difficile proseguire per le impervie strade fuori dal gregge, a rivendicare e sostenere la forza delle proprie idee (e logica) è Mr. Rzykruski (Martin Landau), professore di scienze, scacciato per i suoi metodi d'insegnamento, e senza colpo ferire accusare poi la comunità di bigottismo e ignoranza.

Dura la vita dei coniugi Frankenstein, alle prese con un figlio isolato che passa tutto il suo tempo libero dietro esperimenti invece di socializzare con gli altri all'aria aperta. Ma se il papà Ben (voce originale di Martin Short) cerca la strada del compromesso, proponendo all'introverso Viktor di andare a giocare a baseball con i compagni di scuola in cambio del permesso per partecipare al concorso scolastico di scienze, mamma Susan (Catherine O'Hara) sembra più indulgente. Almeno in apparenza.

La preoccupazione emerge sul suo delicato volto della donna ma è insita la capacità di sapere che toccherà all'amato figliolo uscire dal bozzo e cercare la propria strada perché forzarlo a far parte di qualcosa che non gli appartiene, non porterà che infelicità a tutti. E forse, il vero lieto fine di Tim Burton non è il miracolo (scontato) di Frankenweenie, è il sogno di ogni ragazzino non in linea con i dettami del gregge lì fuori.

Il grande sogno di Tim Burton è quello della comprensione di ciò che ciascuno ha di meno appariscente dentro e fuori di sé. Lo tramanda ancora. Perché per ogni Victor Frankenstein (Charlie Tahan) c’è una Elsa Van Helsing (Winona Ryder) da incontrare, che sa come non indietreggiare dinnanzi alle nostre non-parole.

Il trailer di Frankenweenie

Frankenweenie (2013, di Tim Burton)
Frankenweenie (2013, di Tim Burton)
Frankenweenie (2013, di Tim Burton)

venerdì 18 gennaio 2013

The Space Cinema, la poetica di Pearl Jam Twenty

Pearl Jam Twenty (2011), di C. Crowe
“le retrovie giocano con la pioggia/ Fanno da eco alle pozzanghere che ciabattano ogni errata  cantilena/… è stato difficile comprendere ciò che era accaduto mentre io stavo inneggiando alla quiete violenta/… poi fu tutto più facile, perché quello che successe dinnanzi a me/, in qualche modo avevo già iniziato a provarlo/ …”

Un unico giorno fu troppo poco. E per il numero dei loro fan, forse anche un mese lo sarebbe. Adesso però ha poca importanza perché The Space Cinema ha fatto un regalo inaspettato ai milioni di fan della rock band americana composta da Stone Gossard, Eddie Vedder, Matt Cameron, Mike McCready e Jeff Ament.

Da lunedì 21 a mercoledì 23 gennaio infatti, per tre giorni consecutivi, sarà riproposto sul grande schermo il documentario Pearl Jam Twenty (2011), realizzato dal regista premio Oscar, Cameron Crowe, in una versione arricchita di 20 minuti di contenuti extra.

Viaggio tra passato e presente della band originaria di Seattle. Dalla militanza di Jeff e Stone nei Mother Love Bone e la tragica morte del cantante Andy Wood (1966-1990), all’incontro con Eddie Vedder e la nascita della nuova realtà musicale. L’esplosione istantanea, e i fendenti del successo. L’amicizia con i Soundgarden e Neil Young. La malinconia delle vite finite anzitempo di Kurt Cobain (Nirvana) e Layne Staley (Alice in Chains). Le performance live. La dura battaglia contro la potente Ticket Master per far abbassare gli esosi prezzi dei biglietti dei concerti. “Sono convinto che avendone l’opportunità, non ci si possa esimere dal prendersi certe responsabilità” dice Jeff.

“nell’impronta temporale…una valigia per le rughe del varo/… la vicinanza in prima persona è un ingombrante personaggio dove il segnale del momento tribolato è l’equilibrio di una destinazione inadatta a non mutare”

Queste le cine-città dove si terranno le proiezioni di Pearl Jam Twenty: Beinasco (To), Belpasso (Ct), Bologna, Casamassima (Ba), Catanzaro Lido, Cerro Maggiore (Mi), Corciano (Pg), Firenze, Genova, Grosseto, Guidonia (Rm), Lamezia Terme (Cz), Limena(Pd), Livorno, Milano Odeon, Montebello (Pv), Montesilvano (Pe), Napoli, Nola (Na), Parma Barilla Center, Parma Campus,  Pradamano (Ud), Quartucciu (Ca), Roma Moderno,  Roma Parco de Medici,  Rozzano (Mi), Salerno (Sa), Sestu (Ca), Silea (Tv), Surbo (Le), Terni, Torino. Trieste, Verona, Vicenza e Vimercate (Mb).

“perché dovrei essermene fatto una ragione?/... perché non dovrei dire come la penso se ho il potere di alzarmi e tramortire ogni lascito con la luce immagazzinata delle candele?/... la testimonianza è affiorata nelle richieste infantili di uno schizzo disegnato con la dedica fanciullesca di un singolo gesto di raccolta floreale/… dopo il catastrofico rifiuto di espropriare le scritte dal mio corpo,  ci volle  una mareggiata di montagne per trovare qualcosa che assomigliasse a una strada”

i Pearl Jam agli esordi, nel 1992, da sx: Eddie Vedder, Stone Gossard,
Mike McCready, Jeff Ament e l'allora batterista Dave Abbruzzese

giovedì 17 gennaio 2013

Ancora qui, ancora tu Quentin Tarantino

il regista Quentin Tarantino
DiCaprio mefistofelico. Waltz ironico bounty killer. Foxx volitivo giustiziere. Lì nel mezzo, sangue e razzismo. Quentin Tarantino è uno strano personaggio. 

di Luca Ferrari

Fattosi passare/dipinto come disinteressato al mondo impegnato attorno a sé e concentrato solo a splatter e telecamera, si narra che fu proprio il regista di Pulp Fiction a insistere perché al Festival di Cannes 2004 della cui edizione era Presidente di giuria, la Palma d’oro venisse consegnata a Michael Moore per Fahrenheit 9/11.

E mentre oggi Steven Spielberg prende Daniel Day-Lewis e lo veste da Lincoln (2013) per mettere fine alla schiavitù raccogliendo consensi da tutte le latitudini, Quentin va come sempre per la sua strada. Con meno epica e più unghie tagliate. Innescando  tagliole e vendetta con quel genere che ha sempre amato. Mettendoci dentro perfino uno dei suoi eroi, Franco Nero. Oggi nelle sale italiane è il giorno di Django Unchained (2013).

Razzismo. È ancora di pelle o è solo economico? Gli eroi "tarantiniani", se così si vuol chiamarli, non sono certo i puri Albert Narracott (Jeremy Irvine) di War Horse. Sono i bastardi con un po’ di gloria. Quelli che fanno il lavoro sporco perché il mondo perbenista possa continuare a sorridere credendo in massa a chissà quale fantomatica giustizia.

Le leggi del mondo di Tarantino non le fanno le aule di tribunale, o meglio non sono loro ad applicarle. E cosa dovrebbero fare oggi i Django moderni? Ce ne sono troppi, e sono tutti dannatamente diversi. Troppe filosofie. Troppi religioni. Troppe menzogne, e all’uomo non resta che portare avanti, egoisticamente, la sua guerra personale. Tutt’al più troverà un amico con cui condividere, per ragioni diverse, le stesse ombre di schiavitù e rendenzione. Forse.

Django Unchained (2013) di Quentin Tarantino

mercoledì 16 gennaio 2013

I dolori del giovane Frankenweenie

Frankenweenie (2013, di Tim Burton)
La madre prodiga Disney riapre le braccia al figlio incompreso Tim Burton, oggi regista di successo. E fu così che presto vedremo Frankenweenie.

di Luca Ferrari

Disney
esageratamente angosciata di subire critiche e perdere pubblico o Tim Burton geniale precursore dei tempi (oscuri)? Dove che sia la verità, quando ho saputo che il censurato Frankenweenie (2013), in uscita nelle sale italiane giovedì 17 gennaio, sarebbe stato prodotto e distribuito dal fu-censore stesso, sono rimasto perplesso. Il regista originario di Burbank (Ca) è tornato da chi non lo aveva capito, e cosa peggiore, non valorizzato? Ok. Mah.

L’aneddoto è noto. Un giovane animatore di ventisei anni lavorava per la Disney. Vi era approdato nel 1979. Cinque anni dopo gli viene commissionato un corto, e lì partorisce una storia dai tratti tenero-dark. Frankenweenie per l'appunto (ibrido da Frankenstein e weenie, "sfigato"), dove un bambino che non sopporta l’idea di aver perduto l’amato cagnolino Sparky, sulle orme del celebre inventore Victor Frankenstein, lo riporta in vita. Il tutto girato in bianco e nero.

Nonostante il lavoro venga candidato all'Oscar come Miglior Cortometraggio di Fiction, la Disney non gradisce troppo il progetto. La distribuzione langue a e il riscontro di conseguenza è magro. Tra le due parti è la goccia che fa traboccare il vaso, e le strade si dividono.

Oggi, dopo il non troppo convincente Dark Shadows (2012), Tim Burton ricomincia dal passato di Frankenweenie, realizzato in stop motion, e uno dei film più attesi della nuova stagione cinematografica. I disegni richiamano alla memoria i due precedenti lungometraggi animati: Nightmare Before Christmas (1983) e The Corpse Bride (2005). Ma il passato rivive anche grazie alle voci originali di alcuni dei protagonisti dei film di Tim, a cominciare dalla sua prima musa Winona Ryder, un tempo inquieta Lydia di Beetlejuice e dolce Kim di Edward mani di forbice, e oggi Elsa van Helsing.

Dietro Susan Frankenstien si cela invece Catherine O'Hara (anch’essa in Beetlejuice), quindi Martin Short (Mars Attack) è Mr. Walsh. Il fenomenale Bela Lugosi di Ed Wood e l’inflessibile giudice di Sleepy Hollow sono Martin Landau, qui invece nella parte di Mr. Rzykruski. Infine il monumentale Christopher Lee (Ed Wood, e soprattutto il severo papà dentista di Willy Wonka) è Dracula. Musiche affidate (ovviamente) al gran maestro di cerimonia, Danny Elfman.

Frankenweenie (2013, di Tim Burton)

martedì 15 gennaio 2013

La migliore offerta di Ridley Scott

La migliore offerta, Virgil (Geoffrey Rush) - Il genio della truffa, Roy (Nicolas Cage)
Tornatore o Ridley Scott? Il nuovo film del regista italiano La migliore offerta ricorda un po' troppo il più datato Il genio della truffa.

di Luca Ferrari


Un uomo poco avvezzo alle relazioni sociali. Un amico fidato, ponte tra il nulla sentimentale e lo scivoloso sentiero dell’esposizione emotiva. Una giovane e dirmompente new entry nel precario equilibrio, e tutto è cambiato per sempre. Giuseppe Tornatore come Ridley Scott. Dieci anni dopo. La migliore offerta (2013) sulle tracce di Il genio della truffa (2003). Il distinto Virgil (Geoffrey Rush) sfida senza saperlo le manie compulsive di Roy (Nicolas Cage), sguazzando tra raggiri e ingenuità. 

Incompleti. Lo siamo tutti. C’è chi vede nell’avanzare della senilità un crescendo di saggezza. E chi, come il buon Jack Beauregard (Henry Fonda) solo la vecchiaia, ammettendolo candidamente nella sua lettera di addio indirizzata al selvaggio West e a un tale che di nome faceva Nessuno (1973).

L’essere umano non è un meccanismo. E anche la più rodata delle vite urbano-eremitiche nasconde un incomprensibile nucleo di speranza. Un qualcosa che non si vede, ma c’è. Lo scoprirà a proprie spese Virgil Oldman (Rush), elegante e solitario battitore d’aste d'arte che, contattato da una misteriosa ragazza desiderosa di far valutare la propria casa traboccante di opere, entrerà in un labirinto d’inganni perpetrato dal giovane amico antiquario Robert (Jim Sturgess), che con astuzia lo attira nella sua trappola portandolo a innamorarsi perdutamente della (finta) agorafobica Claire (Sylvia Hoeks).

Virgil non sopporta il contatto umano. Usa sempre i guanti. Ne ha un armadio pieno. Ogni giorno prima di uscire ne sceglie un paio. Fa un lavoro d’alto rango. È rispettato. È un disadattato dell’alta società. Nulla a che vedere con il sublime maestro della truffa Roy Waller (Cage). Tanto geniale quanto problematico.

Mangia sempre le stesse cose. Sbatte sempre tre volte porte e finestre prima di chiuderle. Prende pastiglie. Va da uno psicologo. L’unico con cui ha contatti è il compare di fregate Frank (Sam Rockwell), che nel frattempo sta preparando il colpo della sua vita proprio alle spalle dell’amato mentore. E se per Virgil è un amore carnale a farlo deviare dai propri ferruginosi binari, a scombussolare il mondo sbilenco di Roy ci pensa la (finta) figlia Angela (Alison Lohman).

Il genio della truffa (2003, di Ridley Scott) e La migliore offerta (2013, di Giuseppe Tornatore) hanno il medesimo finale. I rispettivi protagonisti scoprono l’inganno: la loro nuova esistenza fatta di relazioni e felicità non era che un'illusione. Il risultato di una simulazione.

Ma se la pellicola d’oltreoceano cede facilmente (fin troppo) all’happy end con il truffato Roy che si è adattato a un lavoro normale e aspetta un figlio dalla cassiera del supermercato dove faceva la spesa e comperava le sigarette, il regista premio Oscar per Nuovo Cinema Paradiso (1988) alza il tiro e cambia direzione. L'incontro risolutore per la scoperta della verità con una nana dai tratti quasi Twinpeaksiani, conduce la pellicola su sentieri "Linchanamente" convulsi tra flashback e stati di abbandono.

Il trailer di La migliore offerta

La migliore offerta - Billy Whistler (Donald Sutherland)
La migliore offerta - Claire (Sylvia Hoeks) e Virgil (Geoffrey Rush)
La migliore offerta - Claire (Sylvia Hoeks) e la nana (Kiruna Stamell)

lunedì 14 gennaio 2013

70th Golden Globe Awards, and The Winners are...

And the Winners are...
Les Misérables sbanca la Settantesima edizione dei Golden Globes vincendo i premi per il Miglior film commedia o musicale, il Miglior attore in un film commedia o musicale (Hugh Jackman) e la Migliore attrice non protagonista (Anne Hathaway). 

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer 

Prestigiosa doppietta per Ben Affleck, che con Argo centra l’accoppiata Miglior Film Drammatico e Miglior Regista. Gloria anche per il Django Unchained di Quentin Tarantino, a segno per la Sceneggiatura e il Miglior attore non protagonista (Christoph Waltz). Rimane a bocca asciutta The Master di Paul Thomas Anderson.

Nel dettaglio, i vincitori: 
  • Miglior film drammatico: Argo, regia di Ben Affleck 
  • Miglior film commedia o musicale: Les Misérables, regia di Tom Hooper 
  • Miglior regista: Ben Affleck, Argo
  • Miglior attore in un film drammatico: Daniel Day-Lewis, Lincoln
  • Migliore attrice in un film drammatico: Jessica Chastain, Zero Dark Thirty
  • Miglior attore in un film commedia o musicale: Hugh Jackman, Les Misérable
  • Migliore attrice in un film commedia o musicale: Jennifer Lawrence, Il lato positivo
  • Miglior attore non protagonista: Christoph Waltz, Django Unchained
  • Migliore attrice non protagonista: Anne Hathaway, Les Misérables
  • Migliore sceneggiatura: Quentin Tarantino, Django Unchained
  • Migliore colonna sonora originale: Mychael Danna, Vita di Pi
  • Migliore canzone originale: Skyfall, di Adele Adkins, Paul Epworth
  • Miglior film straniero: Amour, regia di Michael Haneke
  • Miglior film d'animazione: The Brave, regia di Mark Andrews e Brenda Chapma

venerdì 11 gennaio 2013

La ca(u)sa di tutti i Master, The

The Master - Freddie Quell (Joaquin Phoenix) e Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman)
Guru e discepoli. Sulla falsariga della chiesa di Scientology il regista Paul Thomas Anderson indaga tra carisma e cieca fedeltà, sottomissione e ribellione, The Master.

di Luca Ferrari

Può esistere un essere umano talmente “illuminato” da guidare una comunità, una città, una nazione o il mondo? Un profeta? Una setta? Un organismo? Che cosa? Ha davvero importanza attribuire o conoscerne il nome? Com’è che qualcuno d’improvviso sente di essere la Voce? E com’è che subito dopo non c’è più posto per il pensiero altrui? E com’è che presto o tardi nascerà un conflitto? E com’è che il messaggio diventa una scelta inesorabile tra il bianco e il nero? E com’è che il discepolo dovrà necessariamente sedersi nell'ombra o in alternativia diventare suo nemico?

Paul Thomas Anderson irrompe con le inquietudini di The Master (2012), film presentato alla 69° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con cui Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix hanno conquistato la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile.

Dalla canzone Master of Puppets a The Unforgiven. Stessa band, Metallica. Album diversi. Il primo omonimo (1986), il secondo chiamato anche Black Album (1991). Nei testi di due delle più celebri canzoni della band originaria di San Francisco, c’è un’evoluzione. Una dichiarazione che ho sentito battere dentro. Dall’inizio alla fine di The Master (2012).

“Taste me you will see/ More is all you need/ Dedicated to/ How I’m killing you/ …  Come crawling faster/ Obey your Master/Your life burns faster Obey your Master” – “Assaggiami e vedrai/ Ne hai bisogno sempre più/ Osserva/ Come ti sto uccidendo/… Vieni strisciando più velocemente/ Obbedisci al tuo maestro/ La tua vita brucia più rapidamente/ Obbedisci al tuo maestro” Master of Puppets (Hetfield, Ulrich, Burton, Hammett).

Freddie Quell (Joaquin Phoenix) è un disadattato. Le scorie del secondo conflitto mondiale sono vive e vegete dentro di lui. Freddie aveva un amore. Freddie passa da un impiego all’altro alzando il gomito con misture di liquori molto alcoliche. Tutto non cambia anche quando si ritrova su una barca dove si stanno per celebrare le nozze di Elizabeth (Ambyr Childers) e Clark (Rami Malek). A sposare i due giovani è il padre di lei, il filosofo scrittore Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman), fondatore della Causa. Al suo fianco, la fedele e più giovane compagna Mary Sue (Amy Adams).

L'iniziale unione diventa incondizionata sottomissione.

Freddie Quell è sempre alla ricerca di qualcosa. Forse non lo sa nemmeno lui, ma una cosa è certa. Nessuno si dovrà mai permettere di dirgli da dove è venuto, dove finirà o come continuerà. “Deprived of all his thoughts/ The young man struggles on and on he’s known/ A vow unto his own/ That never from this day/ His will they’ll take away – Privato di tutti i suoi pensieri/ Il giovane continua a lottare, è risaputo/ Un giuramento a se stesso/ Che mai d'ora in poi/ Gli porteranno via la sua volontà” The Unforgiven (Metallica, 1991).

Il trailer di The Master

The Master - lo sguardo della "fede" di Mary Sue (Amy Adams)

martedì 8 gennaio 2013

La vita dentro il cinema di Ang Lee

Vita di Pi - il giovane naufrago Pi (Suraj Sharma)
Un uomo, una tempesta e il suo destino. Basato sull'omonimo romanzo di Yann Martel, è sbarcato sul grande schermo Vita di Pi  (2012, di Ang Lee).


L’essere umano cerca. L’essere umano s’interroga. L’essere umano ribatte (non tutti). Arriva comunque a un punto. Concreto. Metafisico. Spirituale. Lui. Lei. Decide. Ha già deciso. Non lo fa. Chi può dirlo. Libertà di scelta. Libertà di credere. “Se è successo, è successo. Non deve significare qualcosa” dice schietto l’ormai adulto Piscine Molitor Patel (Irrfan Khan), sopravvissuto naufrago e ora sereno padre di famiglia nella quiete canadese.

Il regista premio Oscar taiwanese Ang Lee traduce in immagini il bestseller di Yann  Martel, La Vita di Pi. Due ore scarse senza pesanti sbavature filosofiche. Colora l’oceano con la disperazione di un ragazzo ormai orfano, e in compagnia suo malgrado di una feroce tigre. Agghinda il banchetto digitale con i caldi colori dell’India e la sua vita familiare, per poi passare al plumbeo trasparente di un mare imprevedibile com'è di fatto la vita stessa.

Prima c’è la storia, poi il resoconto. E alla fine una bella cenetta. Esperienza estrema quella che si trova a vivere il giovane Piscine, auto-chiamatosi Pi per evitare facile allusioni con l'azione di urinare. Da una tranquilla vita nel Pondicherry indiano alle onde inquiete del Pacifico. La tempesta. La fine. Un inizio tormentato in una scialuppa di salvataggio in compagnia di una zebra, un orango, una iena e una tigre. Cinque in tutto. Ne rimarranno soltanto due.

Un viaggio estremo dell’essere umano e il felino, dove ogni fede (qualunque cosa significhi) viene messa a dura prova. Ang Lee non è (per sua fortuna) Terrence Malick . Le onde filosofiche sono piegate dal desiderio di sopravvivere. Le lacrime di un vegetariano per avere ucciso un pesce sono autentiche. Lo sguardo e il bastone per addestrare la tigre e convivere, rompono i camaleontici schemi delle metafore.

Il giovane Pi è già qualcuno. Guarda con intelligente curiosità alle tre massime religioni: Induismo, Cristianesimo e Islamismo. È alla ricerca del proprio cammino. Da bambino ha dovuto assistere allo sbranamento di una capretta per opera della tigre Richard Parker (che rincontrerà nella barca). Una volta a bordo della nave cargo che sta portando la sua famiglia e molti animali a vivere in Canada, si confronta con lo strafottente atteggiamento del cuoco francese (Gerard Depardieu) . Poi si scatena l’inferno.

Pi è il Robinson Crusoe dei tempi moderni. Vagabonda senza una terra, e quando la trova, se ne deve andare per non morirci. E allora ci prova. Un’ultima sfida contro la nostra ultima paura. Una mano dove c’è in gioco tutto. E poi la sabbia messicana. Le lacrime strozzate. La tigre sta per addentrarsi nella giungla. Non si gira. Allora aveva ragione il pragmatico padre (Adil Hussain)? Non c’è anima negli animali? Pi poteva lasciar annegare la tigre durante il naufragio, ma la aiuta a risalire a bordo.

Curiosità. Due degli attori protagonisti, Irrfan Khan e Tabassum Hashmi Khan (Tabu), si ritrovano di nuovo insieme in una produzione internazionale. Se nel film Il destino nel nome (2006, Mira Nair) erano il marito e moglie bengalesi Ashoke e Ashima Ganguli che da Calcutta si trasferivano a New York, nella pellicola diretta da Ang Lee sono figlio e madre (sebbene non s’incontrino mai).

La vita di Pi (2012) inizia con una promessa prima ancora della storia. Alla fine lo scrittore crederà nel divino. Perché dovrebbe farlo? E di quale stiamo parlando? Krishna, Dio, Allah? Una domanda dentro una domanda dentro un qualcosa di periodico e mutabile. Ang Lee riesce nell’impresa di farci salpare per un mondo dove le meraviglie Burtoniane si trasformano in un portico gentile.

Nella Vita di Pi Il fantastico non resta confinato nell'immaginazione di un sol uomo e le sue incursioni nella diffidenza altrui. E anche se tutto non è andato come volevamo, possiamo comunque credere in qualcosa d’altro. Questo a ogni modo, dipende da me, che sono il protagonista. Ma vorrei tanto sapere tu cosa ne pensi...

Vita di Pi (2012, di Ang Lee)

venerdì 4 gennaio 2013

Depardieu fai schifo

l'attore francese Gerard Depardieu
Povero Gerard Depardieu, tanto bravo a spacciarsi per attore di “sinistra” ma reticente ad aprire il portafogli per fare la propria parte di cittadino privilegiato nella crisi economica francese. 


Non gli deve proprio essere piaciuta la nuova proposta di legge fiscale del presidente francese Francois Hollande, mirata a far pagare di più gli eccedenti il milione di euro come “contributo eccezionale di solidarietà”. Gerard Depardieu ha tuonato contro questo provvedimento minacciando di lasciare la natia Francia e chiedere asilo dall'oligarca nonché presidente russo, Vladimir Putin. Un comportamento a dir poco vergognoso e indegno per una persona che ha molto.

E che delusione il mondo cinematografico, media specializzati soprattutto. Nessuno ad alzare la voce di fronte a una presa di posizione così squallida, ed espressione della più grassa tracotanza snob. Tutti bravi e in prima linea a riportare pettegolezzi da quattro soldi e  impallinare la Lindsay Lohan di turno (non me ne voglia l’attrice se ho scelto il suo nome, anche perché ho molta stima delle sue doti professionali e trovo scandaloso le intromissioni nella sua vita privata), tacendo invece quando si tratta di questioni un po’ più importanti della clinica rehab in cui è entrato il personaggio noto. 

Più di un anno fa, per pura coincidenza, passò quasi sotto silenzio la notizia che la due volte premio Oscar Hilary Swank fosse andata a un party del dittatore ceceno Ramzan Kadyrov, parando poi il colpo con un patetico “non sapevo chi fosse”. E bravo anche Gerard, meglio andarsene via da casa. E ad accoglierlo si è già fatto avanti lo zar Vladimir Putin, che dall’alto del suo impeccabile stalinismo hollywoodiano, si è subito detto pronto ad accogliere il povero e vessato attore, firmando addirittura il 3 gennaio scorso il decreto per la concessione della nazionalità russa. 

Le auguro il peggio sig. Depardieu. La sua lamentela è un insulto per tutte quelle famiglie che non arrivano alla quarta settimana. La prossima volta inoltre che magari andrà in vacanza in Cecenia col suo nuovo compagno di merende e bevute, stia attento a dove metta i piedi. Potrebbe incappare in qualche cadavere (o mina) che il suo nuovo presidente ha gentilmente contribuito a seminare. 

Lo Hobbit, l’inaspettato viaggio di Tolkien

Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato (2012, di Peter Jackson)
Dopo la trilogia de Il Signore degli Anelli, il regista neozelandese Peter Jackson riprende il viaggio insieme a J.R.R. Tolkien e lo Hobbit.

di Luca Ferrari

Le tre dimensioni del viaggio umano. La scoperta voluta oltre il proprio ordine domestico. La missione nel nome della propria terra natia, affrontando un nemico ancora sporco del sangue familiare. La sfida dei legami del presente a un’ostinata eredità del passato. Se Dante Alighieri oggi giorno fosse in età adulta, farebbe il regista. Avrebbe frequentato una scuola specialistica all’estero e magari userebbe lo pseudonimo di Jack Peterson. Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato (2012, di Peter Jackson) è arrivato. 

Boschi. Creature fantastiche. Regni tenebrosi. Il tutto pennellato nella tecnologia 3D High Frame Rate. Una mistura realistica capace di andare oltre i sempre più dilatati canoni "avatariani" del grande schermo.

Narrazione dal forte rinculo fantastico. L’umile Hobbit Bilbo Baggins (Martin Freeman) viene scelto dal mago Gandalf il Grigio (Ian McKellen) per unirsi a una compagnia di nani, alla riconquista della loro dimora perduta. Il mezzo uomo è reticente. Non ne vuol sapere di abbandonare la serenità della propria pipa e del suo villaggio per sfidare troll, famelici mannari, orchi assetati di sangue e chissà cos’altro ancora. 

Dimensione dantesca in salsa Tolkeniana, il cineasta neozelandese Peter Jackson colloca la Terra di Mezzo tra inconvenienti del cammino e la placida Gran Burrone, dimora degli Elfi. Quindi la discesa negl’inferi nebbiosi a contatto con il regno sotterraneo dei Goblin, e il ritorno in superficie per la resa dei conti contro gli orchi di Azog il Profanatore.

Infine l’ascesa al Cielo per la salvezza, grazie a gigantesche aquile che aiutano la ciurma nanesca a fare piazza pulita dei nemici. Un viaggio metaforico, ma non solo. Più che dello Hobbit, è soprattutto il viaggio di Thorin Scudodiquercia (Richard Armitage), capo dei Nani, deciso a riprendersi la propria casa, Erebor, caduta in mano al potente drago Smaug. 

Un percorso che lo porterà a doversi confrontare con la diffidenza e il rancore che nutre ancora nei confronti degli Elfi, colpevoli di non aver aiutato il suo popolo quando furono attaccati, e oggi pronti ad accogliere lui e i suoi, aiutandoli come nulla fosse. Thorin non è solo sospettoso verso queste creature che non si cibano di carne. Guarda diffidente anche Bilbo e lo stesso Gandalf. 

Ovviamente è il viaggio anche di Bilbo. Un po’ per incoscienza, un po’ per spirito d’avventura, decide di abbandonare i sapori della propria cucina e le spolveratine alle porcellane di famiglia. Viene misteriosamente scelto da Gandalf come “scassinatore” della truppa. Lui. Un essere mite che non aveva mai fatto nulla di speciale né di rischioso. Ma alla fine una cosa è certa. Accettando, avrà una o due storie da raccontare. Lui a ogni modo può scegliere. 

Altri come Thorin, no. La sua vita coincide con il proprio destino. Facce della stessa faccia. Mentre gli altri gozzovigliano scherzando sulle minacce orchesche, lui li zittisce. "Leonidamente" fiero. Lui sa di cosa sono capaci quelle creature. Il nemico può scatenare le proprie armate assassine in qualsiasi momento. Qualcosa che non ha sempre le fauci sanguigne di Azog. 

Molto spesso ha le chiavi di casa, e colpisce senza pietà chi non può difendersi. È capace perfino d’indossare giacca e cravatta, sistemandosi a dovere nei posti di potere, insultando le carte costituzionali dei Diritti. E come i nani non hanno aspettato alcun aiuto magico ma si sono incamminati verso le Montagne Nebbiose, così noi non dovremo solo limitarci a farci forti della legittimità presidenziale al disappunto per ciò che sta accadendo. Dovremmo agire. Ora. Insieme.

Tengo il calore dentro di noi. Solo perché l’idea detiene ancora i connotati di un sogno, non significa che sia all’inizio delle mie scelte. Posso anche lasciare tracce delle mie impronte perché tanto continuerò a perdermi. 

Il mondo che ho sempre avuto davanti, adesso non mi si presenta più con porte e finestre. So che non mi potrai mai promettere la vita eterna, ma sapere almeno il perché mi stia incamminando, sono certo strapperà il nido alle paure.

Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato (The Hobbit: An Unexpected Journey), primo dei tre prequel della saga de Il Signore degli Anelli, vede la presenza di alcuni dei protagonisti della precedente trilogia: Frodo (Elijah Wood), Galadriel (Cate Blanchett), Elrond, (Hugo Weaving), Saruman (Christopher Lee), il Gollum (Andy Serkis) e ovviamennte Bilbo anziano (Ian Holm), che con penna e calamaio  alza il sipario sulla pellicola, scrivendo il racconto di quell’indimenticabile impresa. 

È il suo diario postumo. È la sua eredità. È l’inizio del nostro viaggio.

Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato - Bilbo (Martin Freeman)e alcuni Nani
Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato - Azog (Manu Bennet) © Wikipedia
Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato - Thorin Scudodiquercia (Richard Armitage)