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lunedì 25 febbraio 2013

Premi Oscar 2013, Hollywood senza troppe sorprese

The Academy Awards 2013
Delle statuette fin qua assegnate nella cerimonia degli Academy 2013, Hollywood va sullo scontato. La Vita di Pi di Ang Lee ha già incassato miglior Fotografia, Effetti speciali e Colonna Sonora. Anna Karenina prende i Migliori costumi, Les Misèrables il Miglior makeup & hairstyling e Amour, miglior Film straniero (niente da fare dunque per il più che meritevole danese A Royal Affair).

Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

Un po’ a sorpresa The Brave si aggiudica l’Oscar per il miglior film animato, mentre sono a dir poco scontati i successi come Miglior attrice non protagonista per Anne Hathaway nel ruolo di Fantine (Les Misérables) e Miglior attore non protagonista a Christoph Waltz che con il tarantiniano Dr. Schuktz (Django Unchained) centra il bis a soli tre anni dalla prima statuetta conquistata, sempre grazie a Quentin nel ruolo del colonnello nazista Hans Landa. Questa volta ha sbaragliato la concorrenza di Alan Arkin (Argo), Robert De Niro (Il lato positivo), Philip Seymour Hoffman (The Master) e Tommy Lee Jones (Lincoln).

andiamo avanti...

Miglior sceneggiatura non originale: Argo (Chris Terrio)
Miglior sceneggiatura originale: Django Unchained  (Quentin Tarantino)

Un po’ troppi dubbi sulla seconda

Miglior regia ad Ang Lee. Peccato per Steven Spielberg che con il suo Lincoln non era da meno.Anche l'Oscar per la Miglior Attrice segue il copione: va alla giovane Jennifer Lawrence.Tra i maschietti vince per la terza volta Daniel Day-Lewis. Argo vince come Miglior Film. Complimenti a Ben Affleck, troppo spesso sottovalutato.

venerdì 22 febbraio 2013

Anna Karenina, l’egoismo della felicità

Anna Karenina - il Conte Aleksej Vronskij (Aaron Johnson) e Anna Karenina (Keira Knightley)
Le pagine di fine XIX secolo di Lev Tolstoj tornano sul grande schermo sotto la regia di Joe Wright e la sua musa Keira Knightley nei panni di Anna Karenina.

Letteratura e cinema. Cinema nel teatro. Lars Von Trier e Baz Luhrmann hanno fatto scuola. L’inglese Joe Wright ne ha visto a sufficienza, ed è pronto per chiudere la sua personale trilogia con protagonista sempre la sua musa Keira Knightley e sbarcare nel mondo di Anna Karenina.

Ad accoglierla questa volta, il gelo della Russia del XIX secolo. Moglie insoddisfatta del funzionario Aleksej Karenin (un barbuto e anemico Jude Law). Le basta un viaggio da Pietroburgo a Mosca e lo sguardo del Conte Aleksej Vronskij (Aaron Johnson) per dimenticare etichette e binari, e procedere sull’autostrada del piacere più romanticamente carnale. 

La sua beltà e passionalità fanno subito breccia nel pomposo aristocratico, lasciando al contrario la giovane Kitty (Alicia Vikander), che invano attendeva una proposta nuziale dal Conte, lì sulla pedana. Nel giorno del suo debutto in società. A metà strada tra rabbia d’adulta e lacrime di bambina.

Meno etichette di una volta di sicuro, eppure l’amore è ancora una strana condizione dell’essere umano. E forse non è casuale la scelta scenografica di Wright. Il teatro. La finzione. Come a ribadire che le bugie costanti nell’esistenza di ciascuno di noi, e solo l’amore è in grado di cambiare. Strappare. Lacerare. Modificare. Snaturare. Erigere.

L’amore impossibile non è solo quello tra un vampiro e un’umana. L’amore impossibile per cui lottare non è solo quello consumato tra messaggi di Facebook di persone che non si conoscono. Una volta ci s’innamorava al primo sguardo, adesso non ci si crede quasi più. Valeva morire per lei, si confidava il saggio Azeem (Morgan Freeman) in trasferta britannica allo scapestrato Robin di Locksley (Kevin Costner), di lì a breve neo-Principe dei Ladri, nel raccontargli il perché della sua condanna a morte. 

L’amore oggi avrebbe bisogno di meno parole. Di scelte impulsive che non necessitino di troppi perché esplicativi. Magari sapendo che in quella radura all’interno del bosco, dove l’aria assomiglia alle carezze di un ruscello, un giorno ci sarà più spazio per la luna e le sue creature, e dei primi sussulti non resteranno che i ricordi. Ma perché cominciare fin da ora? Ma perché ci si nasconde sopra le sedie invece di cogliere l'attimo senza lasciarlo fuggre? In fondo è questa la grandezza del vero amore. Il rigettare qualsiasi cosa assomigli a uno statico e principesco orario della buonanotte.

L’amore è di più. Un intero stormo lanciato dentro il vigoroso battito di milioni di candele.

Il trailer di Anna Karenina

Anna Karenina (2012) - il Conte Aleksej Vronskij (Aaron Johnson) e Kitty (Alicia Vikander)

giovedì 21 febbraio 2013

Promised Land, dancing in the dark

Promised Land (2012, di Gus Van Sant)
La ricchezza stritola la classe media fino all'ultimo. Uccide il presente e segna inersorabile il suo futuro. Promised Land (2012, di Gus Van Sant).


È quello che ha sempre fatto. Il capitalismo. Il ricco va dal povero per convincerlo a fidarsi di lui. Se non lo farà, sarà l’oblio. Se accetterà la proposta, qualche avanzo di carne della tavola imbandita ci sarà anche per loro. Il regista Gus Van Sant irrompe negli spazi infiniti della provincia americana dove le fattorie sono stritolate dalle banche che sentenziano, prim’ancora che nascano, il destino dei figli di onesti lavoratori.

Promised Land (2012) ci pone davanti una realtà che dovrebbe essere raccontata più spesso. Un mondo che abbiamo tutti nelle nostre case. Una fotografia che non cambia colore e prima o poi chiede il conto alla nostra indifferenza. O se qualcuno sarà più fortunato, come dice l’ormai anziano ex-dipendente della Boeing, Frank Yates (Hal Holbrook), arriverà a essere abbastanza vecchio per poter rischiare di andarsene con dignità.

E come sempre nelle lotte impari c’è chi abbocca e chi come Jeff (Scoot McNairy) reagisce con orgoglio. Ma quando anche questo non basterà più? Resterà da solo. Con le mani sporche di grasso, una famiglia da mantenere e la disperazione per un infausto futuro che non si ha il potere di mandare affanculo.

Steve Butler (Matt Damon) è in rampa di lancio. Nel campo energetico vende come nessuno. Il suo segreto? Conosce il mondo dove conclude gli affari. Non si presenta in giacca e cravatta ma con gli scarponi di quel nonno che un tempo aveva una fattoria. Una di quelle che sono fallite perché non c'erano i soldi. La sua convinzione da amico della porta accanto nasce dalla propria esperienza. Superfiiciale a tratti. Come le trivelle cui spiana la strada, scava senza badare agli effetti collaterali. Al suo fianco, c’è l’ancor più cinica Sue Thomason (Frances McDormand).

L’inizio è sul velluto ma è sufficiente che il navigato e per niente ingenuo Frank racconti qualche fatto che il castello di menzogne inizia a vacillare. Il dubbio s’insinua. Tra la gente così come nel più vulnerabile Steve. Tutta la sua sicurezza vacilla. Conteso tra le storie di campagna della bella Alice (Rosemarie DeWitt) e arrabbiato con un strano ecologista sbucato dal nulla. 

Il suo nome è Dustin Noble (John Krasinski) e la lezione che gli sta per servire, gli darà una certezza. Le partite si possono già perdere anche quando sono ancora in corso e non tutti siamo nati per sederci dietro grandi tavoli senza poter fare alcuna domanda.

Oggi ci sono giorni sempre peggiori e Gus Van Sant lo sa bene. Si congeda dal grande schermo con la vita privata (e cambiata) di un uomo, lasciando di proposito l’onere (e mai come adesso anche l’onore) di domandarci che cosa sia erinbrochovichanamente giusto fare. Se distruggere per sempre la propria casa cedendo al ricatto della “ricchezza” oppure cambiando il mondo dalle fondamenta. Da soli potremo al massimo assistere alla deriva del nostro latte diventare fertilizzante per paludi. Insieme faremo comunuque la nostra felicità più delicatamente selvaggia.
 
Il trailer di Promised Land


Promised Land - Frank (Hal Holbrook)
Promised Land - Steve Butler (Matt Damon) e Dustin Noble (John Krasinski)
Promised Land - Jeff (Scott McNairy)
Promised Land - Steve Butler (Matt Damon)

martedì 19 febbraio 2013

This Must Be Collodi

Enzo D'Alò e il suo Pinocchio
...a suo tempo ero lì. In quella piccola frazione di Pescia (Pt). E anche se continuavo a camminare da solo, capii fin troppo bene perché ogni araba fenice sarebbe sempre nata nel vento gelido. Trovandosi a proprio agio con quelle uova depositate nella sabbia venute al mondo per autorizzare i sogni a molestare il mondo in ogni sua dinastia di potere. Un tempo mi dissero che avevo vinto una città, e quando la strega venne sconfitta proprio nel momento in cui si rese invisibile, cominciai a correre per due miglia nel ricordo delle gentilezze del viaggio d’andata. Poi ho scoperto che alla gente interessava sapere  solo a quale barricata io appartenessi. Le sensazioni erano già lì. Bastava mettersi davanti. Certo, potevo essere più fortunato finché si trattava di essere ieri.

“Pinocchio porta il desiderio di libertà, l’ingenuità e la purezza. Pinocchio è un bambino ingenuo in un universo di adulti. Alla fine dovrebbe essere il mondo ad adeguarsi a lui, e non viceversa perché lui rappresenta la voglia di scoprire e invece si trova catapultato in una realtà omologata. È un bambino che viene al mondo a dieci anni, un E.T. che arriva in un posto che non conosce” Enzo D’Alò – estratto dell’intervista di Adriano Aiello pubblicata sul mensile Best Movie numero (N. 2 – Febbraio 2013).

Pinocchio (2012, di Enzo D'Alò)
Mi sono sempre piaciuti i cappelli delle fate. Le poche volte che da piccolo riuscivo a scappare di casa, non era solo per prendere a testate i cancelli o scansare angeli ritardatari. Cercavo un contatto tra le gambe degli asini e le zampe delle lumache. Poi a notte anticipata, durante la strada del ritorno, nessuno ha mai fatto caso su quale braccio nascondessi le marionette rimaste.

Per me adesso potreste andare anche a chiamare lupi coperti di carbone, non entrerò mai nella bocca di una balena per strapparle i denti. Per ogni padre che perdiamo ci sono stelle derubate che sostano ancora sulla pedana del nostro cammino.

No, non chiamate gli oceani adesso. Io per primo sarei scorretto se mi presentassi alla vostra porta con un acquario. La realtà è che tutti noi abbiamo vissuto in una prigione per molto tempo e ognuno avrebbe potuto salvarsi con il calco di un nuovo giocattolo. Se avessi avuto a disposizione meno simulazioni e più lanterne rosa, già allora avrei saputo spiegare alla perfezione come una qualsiasi dislocata animazione sia in grado d’inseguire una nave, mutando in continuazione l’incanto di una strada dove tutti  viaggiano assumenndo i natali d’ogni bambino.

venerdì 15 febbraio 2013

Ciak, danzatrici del ventre in scena

La banda dei Babbi Natale - le danzatrici del film prima del ciak
Comincità non solo ne La banda dei Babbi Natale. Nel mezzo di Aldo, Giovanni e Giacomo ecco un gruppetto di danzatri delventre.

di Luca Ferrari

Aldo Baglio, Giacomo Poretti e Giovanni Storti da una parte. Lucia Ocone, Silvana Fallisi, Mara Maionchi e Angela Finocchiaro dall’altra. Tutti insieme sotto lo stessa regia di Paolo Genovese. Tra un ciak e un altro, c’è posto anche per un gruppo di danzatrici del ventre. Succede anche questo nel film La banda dei Babbi Natale (2010). 

“È stata un’esperienza bellissima che ricordo ancora con emozione" racconta una delle danzatrici, Giulia Saamiya, "Tre anni fa venni a conoscenza di alcuni provini che stavano facendo a Milano per la nuova pellicola del trio comico. Non avevo molte informazioni. Non sapevamo di cosa trattasse il film né come fosse la trama. Sapevo solo che cercavano sei ballerine per girare una scena”.

Giacomo è un chirurgo solo, incapace di superare il lutto della moglie e da allora mai più concessosi ad alcun tipo di flirt con il gentil sesso. Il soccorso arriva nell’inconscio con un Aldo capelluto in versione Neo (Matrix, ndr), pronto ad aiutare l’amico contro il suo stesso proprio Super-Io.

Nel momento della prova decisiva, baciare la collega che continua a invitarlo a uscire, ecco arrivare allegramente Giovanni con turbante e circondato da sei danzatrici del ventre, che con fare deciso si avvicina a una tenda dove dorme Elisa (Sara D’Amario), novella Bella Addormenta che attende il bacio di Giacomo di cui è innamorata. Ma a posare le labbra su di lei non è il timido medico, ma il ben più scaltro amico suscitando ovviamente la disperazione dell’altro.

“Iniziammo le riprese nei primi giorni di luglio nel parco di Monza. Ci presentammo al mattino presto per trucco, parrucco e la prova costumi che forniva la produzione” racconta ancora Giulia, “Eravamo tutte emozionate e non sapevamo cosa aspettarci. Durante la messa in piega, continuavano a entrare in roulotte alcuni personaggi del cast con indosso costumi settecenteschi. La nostra scena era quella di sbucare da un cespuglio insieme a Giovanni danzando sinuosamente. 

Anche lui indossava un abito principesco. Eravamo curiose di sapere cosa ci facessero questi personaggi vestiti così con delle ballerine di danza orientale in un parco. Purtroppo la produzione non poteva fornirci dettagli della trama e avremmo dovuto aspettare di vedere il film alla sua uscita al cinema.

Abbiamo ripetuto la scena più e più volte. È stata una giornata davvero stancante in quel caldissimo pomeriggio di luglio, continuando a riprovare la stessa scena fino a sera. Il truccatore continuava a sistemarci il trucco che si scioglieva, ma è stata un’esperienza davvero unica e divertente. Ma le riprese non erano emozionanti tanto quanto il momento in cui mi sono rivista sul grande schermo, anche solo per 20 secondi, ma comunque una forte brivido”.

Giulia Saamiya, presto in tour con il suo gruppo Shruk el Shams per lo spettacolo Desertika Bellydance Project, realizzato in collaborazione con Silviah e la sua compagnia Lunar Dance Company, non è una novellina davanti alla telecamera. Pur essendo molto giovane, ha già danzato singolarmente o in gruppo in diverse trasmissioni su reti private e nazionali: Pomeriggio 5 (Canale 5), Festa in piazza (Antenna 3), Sipario (Rete 4) e ancora sui canali La 7, Sky, etc.

Nulla però l’aveva preparata alla simpatia dei protagonisti del film La banda dei Babbi Natale. “Giovanni che era dietro al cespuglio insieme a noi" conclude la danzatrice, "ci chiedeva di insegnargli qualche passo e per noi era davvero dura rimanere serie con a fianco un comico”.

La banda dei Babbi Natale (2010), Giovanni Storti tra le danzatrici del ventre
La banda dei Babbi Natale (2010), Giovanni Storti tra le danzatrici del ventre
La banda dei Babbi Natale (2010), Giovanni Storti e Giacomo (di spalle) tra le danzatrici del ventre
a fine riprese Aldo Baglio e le danzatrici del ventre (Giulia Saamiya in viola a dx)

giovedì 14 febbraio 2013

La banda di Aldo, Giovanni e Giacomo

La banda dei Babbi Natale - (da sx) Giacomo, Giovanni e Aldo
Aldo, Giovanni, Giacomo featuring Angela Finocchiaro. La serenità è servita. Atmosfera natalizia e gag esilaranti. La banda dei Babbi Natale (2010).

di Luca Ferrari

Poca comicità però c'è una storia. Il trio Aldo, Giovanni e Giacomo riesce ancora a regalare un desiderio di stare vicini senza ricorrere a facili volgarità. E se il mondo cinematografico sembra essersi sempre più dimenticato di regalare favole d'amore, questa pellicola lascia qualcosa dentro. Qualcosa che non è solo speranza. È un sorriso compiaciuto e costante, capace d'imperversare anche dopo essere usciti dalla sala cinematografica. Un sorriso che irrompe nei propri pensieri, d'improvviso meno didascalici e più ben disposti. La banda dei Babbi Natale (2010).

Ottavo film per il trio comico formato da Aldo Baglio, Giovanni Storti e Giacomo Poretti. A dirigerli questa volta, il regista romano Paolo Genovese. I tre protagonisti sono tutti alle prese con le proprie debolezze. Aldo è uno scansafatiche. Giacomo un bloccato sentimentale causa scomparsa della moglie. Giovanni, un bugiardo (imperdibile una sua gag vestito da sultano insieme a giovani danzatrici professioniste tra cui Giulia Saamiya). Dopo qualche disavventura i tre si ritrovano arrestati vestiti da Babbo Natale proprio il giorno della vigilia.

Più romantico che comico La banda dei Babboi Natale. Nella gelida Milano, comunque addolcita da una soffice nevicata durante l’interrogatorio tra la Finocchiaro e il trio, la cena sul ristorante mobile sul tram ha le smorfie di una melodica poesia suburbana. Protagonisti Giacomo, perennemente impacciato con l'universo femminile, e Sara, riuscita a strappargli un appuntamento per una scommessa vinta.

Angela Finocchiaro è Irene Bestetti, ispettore di polizia che non riesce a tornare a casa la vigilia di natale per preparare la cena e incartare i regali per i suoi due bambini. Seppur scocciata, ascolta paziente le storie dei tre presunti scassinatori. Li mette in cella e li tira fuori. Si fa insegnare a giocare a bocce, alternando autorità e ironia. E quando la famiglia la raggiunge al lavoro, lei ha appena finito di preparare i tortellini con i presunti galeotti. Così si può festeggiare tutti insieme.

Aldo, Giovanni e Giacomo riescono ancora una volta nella quasi impossibile impresa di narrare in Italia qualcosa senza cadere nella retorica e senza sguazzare nella contemporaneità esaltandone sempre e solo i difetti. Hanno la loro visione della vita. E hanno voglia di condividerla. 

Merita una nota di approfondimento la scelta dello sport che li accomuna. Le bocce. Qualcosa di poco appariscente rispetto a pallavolo, calcio o tennis che sia. Cinque volte consecutivi sconfitti nella finalissima del torneo locale, con l'ultima sfida venduta da Aldo per pagare i molti debiti. Però ci provano sempre. E quando le cose si sistemano e il cuore trova il suo sbilenco equilibrio, ecco che l'appuntamento con il trionfo non può più fallire.

Nel cast, oltre alla già citata Finocchiaro, spiccano altri volti noti del piccolo e grande schermo. A cominciare da Sara D’Amario, qui nelle vesti di Elisa, collega medico di Giacomo, che ritorna a girare insieme ai tre comici dopo l’esperienza in Il cosmo sul comò (2008). Confermata, e ancora una volta nei panni della fidanzata di Aldo come già successo in Chiedimi se sono felice (2000), Silvana Fallisi, nella vita reale l'effettiva moglie del sig. Baglio. 

Altra importante presenza, quella della simpatica Lucia Ocone, vista sul grande schermo di recente in Maschi contro femmine (2010) e degna erede di Marina Massironi e Paola Cortellesi, anche lei come le due colleghe passata sotto varie forme nella palestra Gialappa's Band. Nella pellicola prodotta da Paolo Guerra via Medusa Film e Agidi SRL, la Ocone è Marta, moglie follemente innamorata del suo Giovanni, adultero con un’altra famiglia in Svizzera. Un po' ingenua, ma allo stesso tempo desiderosa di vivere momenti felici.

La banda dei Babbi Natale è accompagnato da una voce narrante. Un materno grillo parlante, che altri non può essere se non la paziente Finocchiaro/Bistetti. Racconta con quella soddisfazione di chi ha visto i propri figli (o ex-Babbi Natale arrestati che sia) imboccare la strada giusta. O quasi.

Guarda il trailer de La banda dei Babbi Natale

La banda dei Babbi Natale - l'ispettore Irene Bistetti (Angela Finocchiaro)
La banda dei Babbi Natale - Marta (Lucia Ocine) e Giovanni (Giovanni Storti)

martedì 12 febbraio 2013

Iron Man, il Vendicatore a Venezia

Iron Man è arrivato al Carnevale di Venezia
Cronaca di un supereroe in laguna. Lasciati altrove i compagni Vendicatori, Iron Man si è concesso una piccola vacanza a Venezia

di
Luca Ferrari

Arlecchino, Pantalone, ok. Quelle ci stanno sempre. Sono le maschere della tradizione ma ormai siamo nell'epoca dei cinecomics ed è inevitabile che nel Carnevale più famoso del mondo, a Venezia, qualcuno di quel mondo faccia il proprio trionfale ingresso. Quest'anno è toccato al più irriverente dei supereroi, ossia Iron Man.

Quando nel 2008 il redivivo Robert Downey Jr. venne diretto sul grande schermo per la prima volta con indosso una fiammeggiante corazza rossa via Marvel Comics da John Favreau, in pochi avrebbero scommesso su di un successo così planetario. Dopo una nuova battaglia questa volta contro il villain Ivan Vanko detto Whiplash (Mickey Rourke) e una presenza trascinante nel recente The Avengers (2012, di Joss Whedon), Iron Man è pronto per la sua terza avventura (2013) dove se la vedrà con il terribile Mandarino (Ben Kinsgley).

Per sua fortuna al suo fianco ci saranno sempre i fedeli Pepper (Gwyneth Paltrow) e James Rhodes/War Machine (Don Cheadle). Per lo meno, si spera.  Ma in attesa di questo ennesimo scontro mortale, anche i supereroi hanno diritto a un po’ di relax e vacanza.

Ed ecco che Iron Man, sfruttando l’atmosfera carnevalesca di Venezia per passare un po’ più inosservato, ha fatto la sua trionfale comparsa in laguna sotto mentite spoglie (Matteo Ghezzo). La star ha rinunciato a volare. Ha preso il battello come tutti i comuni mortali e poi ha fatto un giro nel centro storico. Disponibile con i fan, ma sempre guardingo da qualche possibile attacco nemico.

Il supereroe dunque è salito fino in cima al celebre ponte di Ri’ Alto per poi dirigersi in piazza San Marco. E per la gioia dei turisti di tutto il mondo, si è reso dispoibile a farsi immortalare insieme alla sua possente corazza. Qui poi, in un amichevole atmosfera da pacifiche Guerre Stellari, c’è stata anche l’occasione di scambiare quattro chiacchiere con i saggi maestri Jedi.

Pararasando un celebre motto marvelliano, “da un grande costume deve provenire per forza un grande lavoro”. E così è stato. Un impegno davvero certosino quello realizzato dal giovane veneziano Matteo, perfetto in ogni suo dettaglio. E soprattutto per nulla noleggiato o comperato su Ebay o siti simili, ma fatto interamente a mano. Non m'interessano i salotti della spocchiosa aristocrazia. Per cineluk non ci sono dubbi, è Iron Man la maschera (e completo) del Carnevale 2013, di Matteo Ghezzo.

Matteo Ghezzo Iron Man in battello a Venezia
Matteo Ghezzo Iron Man a Venezia
Matteo Ghezzo Iron Man a Venezia, in piazza S. Marco
Matteo Ghezzo Iron Man con i Jedi a Venezia, in piazza S. Marco

lunedì 11 febbraio 2013

Braveheart, carnevale impavido

Venezia, un novello William Wallace si aggira per il Carnevale © Federico Roiter
A dispetto dei nuovi trend mascherati di Carnevale, il William Wallace "MelGibsoniano" di Braveheart non manca mai.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

“Chi combatte può morire. Chi fugge resta vivo, almeno per un po’. Agonizzanti in un letto, fra molti anni da adesso, siete sicuri che non sognerete di barattare tutti i giorni che avrete vissuto a partire da oggi, per avere un'occasione, solo un'altra occasione di tornare qui sul campo a urlare ai nostri nemici che possono toglierci la vita ma non ci toglieranno mai la libertà”. 

Sono le immortali parole pronunciate del condottiero scozzese William Wallace (1270-1305) prima della battaglia di Stirling Bridge contro l'esercito inglese. Dalle fredde lande d'oltremanica, la memoria di quell'eroe è arrivata fino in laguna in occasione del Carnevale. Una certa somiglianza con l'attore Mel Gibson è indubbia. Fu l'attore americano d'altronde a interpretarlo nel pluri-premiato Braveheart (1995), cimentandosi anche con la regia.

La pellicola, oltre a far vincere il Golden Globe per la miglior regia, fu l’indiscussa dominatrice della notte degli Oscar 1996 portandosi a casa cinque statuette: Miglior film (Mel Gibson, Alan Ladd Jr. e Bruce Davey), Migliore regia (Mel Gibson), Miglior fotografia (John Toll), Miglior trucco (Peter Frampton, Paul Pattison e Lois Burwell)  e Miglior montaggio sonoro (Lon Bender e Per Hallberg).

Braveheart - Il discorso di William Wallace 

sabato 9 febbraio 2013

Venezia Original Soundtracks Running

Ritorno al Futuro ha una fantastica colonna sonora
Pearl Jam? Bruce Springsteen? Iron Maiden? Tutte valide opzioni, certo. Per correre alla grande però, le colonne sonore dei film hanno una marcia in più.

La potenza del grande schermo per dominare i fendenti del freddo che subito si avvinghiano sulle mani e la pelle del viso. Parole e sguardi invadono i miei pensieri sfidando la brezza del febbraio carnevalesco. Le canzoni si susseguono. Le immagini dei film si spalmano sul tracciato veneziano. Nel cuore del centro storico. E quasi alla cieca piego la fatica, seguendo l’esempio dello Scontro tra titani (2010, di Louis Leterrier) dove il valoroso Perseo (Sam Worthington) colpiva senza guardare la letale Medusa (Natal'ja Vodjanova).

Finalmente si corre. Sulla spinta di alcune delle più belle canzoni di colonne sonore cinematografiche, questa mattina alle 6.40 gli occhi erano già aperti e alle 7.05 ero già per strada. Per i primi passi in Lista di Spagna mi sono affidato all’inizio della mia speciale playlist chiamata banalmente OST con la doppia "Back in Time" e "Power of Love" targate Huey Lewis and the News direttamente dalla magia zemeckiana di Ritorno al Futuro (1985). 

Nessun salto di mp3 e ancora anni ’80 con la musica di Danny Elfman formato Beetlejuice (1988, di Tim Burton). La conquista di Strada Nuova viene scandita dall’andatura decisa di "Hungry Eyes" di Eric Carmen dell’indimenticabile pellicola Dirty Dancing (1987, di Emile Ardolino). Ad aggiornare le lancette dell’orologio temporale ci pensa l’inedita coppia formata dalle parole di Elisa e le sonorità di Ennio Morricone con "Ancora qui" al servizio di Quentin Tarantino e Django Unchained.

Non faccio tempo a restare ammaliato dall’ultima canzone che nel momento stesso in cui metto piede in campo S. Bartolomio apprestandomi a “scalare” il ponte di Ri’ Alto scattano le prime note di quella epica "Neverending Story" colonna sonora del film La Storia Infinita (1984 di Wolfgang Petersen). In un attimo sono già che sto volando in cima e oltre insieme al Fortunadrago Falkor e il giovane Bastian.

Lo sforzo si fa sentire visto che è da un pezzo che ho lasciato la gambe nel cassetto. Ci vuole allora qualcosa che renda la mia fatica un atto di coraggio e ribellione. A venirmi subito in soccorso è Tom Hooper e la sua ultima opera Les Misérables, prima con la corale "Do You Hear the People Sing" e poi il sontuoso duetto di "Look down" tra Russel Crowe e Hugh Jackman, canzone questa perfetta come inizio per le future incursioni su strada. Ormai sono arrivato in campo S. Polo e ci vuole qualcosa di leggero e allo stesso tempo adrenalinico prima del sontuoso rush finale.

Il film/musical Mamma Mia (2008, di Phyllida Lloyd) è quello che ci vuole e l’allegria contagiosa "Gimme! Gimme! Gimme!" mette carburante a sufficienza per farmi superare la Basilica dei Frari e imboccare la direttrice stazione puntando ai ripidi scalini del Ponte degli Scalzi. Siamo alla resa dei conti. Adesso ci vuole un qualcosa capace di trafiggere e trionfare. Gloria e sofferenza. Un’esplosione. La mia mente è connessa. Bypassate le prime canzoni di Moulin Rouge! (2001, di Baz Luhrmann), abbraccio fiero la potenza immortale di The Show Must Go On dei Queen cantata da Harold Zidler (Jim Broadbent) e la triste cortigiana Satine (Nicole Kidman).

Outside the dawn is breaking on the stage that holds our final destiny
The show must go on
Inside my heart is breaking/ My make-up may be flaking/ But my smile still stays on
The show must go on/ The show must go on
I'll top the bill, I'll overe kill
I have to find the will to carry on with the On with the On with the show!
The show must go on!

Moulin Rouge! - Christian (Ewan McGregor) soccorre la morente Satine (Nicole Kidman)
ma... The Show Must Go On

venerdì 8 febbraio 2013

Valjean o Javert? Gli occhi dolci di Cosette

Les Miserables - Cosette (Amanda Seyfried)
Commozione e lotta. Lacrime e rivoluzione. Tom Hooper trasporta sul grande schermo il musical tratto dall'opera letteraria Les Miserables di Victor Hugo.

di Luca Ferrari

C’è stato il sangue. Le catene. L’abbandono. La solitudine. La paura. La lotta. Adesso però è tutto lontano e il mondo s’inchina alle dolci lacrime commosse di una fanciulla, Cosette (Amanda Seeyfried). È il giorno del suo matrimonio. Ha consacrato il suo amore per il giovane e coraggioso Marius (Eddie Redmayne). Del padre adottivo Jean Valjean (Hugh Jackman) non ha più avuto notizie. È misteriosamente scomparso. Poco dopo le nozze il novello sposo scopre due imbucati. Sono i malvagi Thenardier. Da lui riesce a sapere dove  quell’anziano si è ritirato. La festa può aspettare. Le carezze di una figlia, no.

...ai miei sogni avevo insegnato a non guardare mai in basso, poi è arrivata la pioggia, il sole, la neve e mi sono ritrovato senza più nemmeno una mano da tenere/… di che colore potrà mai essere il cielo se potremo un giorno sostituire queste barricate con un dono semplicemente ricoperto da un fazzoletto bisognoso?/… quanto tempo saresti disposta a tracciare col tuo sguardo perché le nostre gote non cessino mai di essere così calde?...

Victor Hugo irrompe nel XXI secolo con il sangue ottocentesco di Les Misérables formato musical, riadattato per il grande schermo dal regista premio Oscar, Tom Hooper. Il panorama non è cambiato. Rivoluzioni popolari stroncate nel sangue. Donne licenziate per gravidanze indesiderate. Ingiustizie costanti. Poveri sempre più poveri. Anime solitarie che si sacrificano. 

Ma è davvero così lontano tutto ciò? Nei decenni successivi l’orrore non ha smesso di far visita al genere umano. Lo ha creato lui stesso. E qual è la differenza con il mondo contemporaneo? Internet? L’AK47 invece della baionetta? C’è troppo odio tra la gente perché il giorno del Giudizio non sia vicino, dice un rivoluzionario parigino.

La Francia è in subbuglio. Un uomo cerca la sua strada. Condannato ai lavori forzati ne esce dopo vent’anni. Troppi per chiunque per non portarsi dietro cicatrici perenni. Una volta fuori subisce pure il dito puntato e l’allontanamento da parte di tutti. Peggio di una bestia. Finendo picchiato e affamato. Lui come altri. Ancor più drammatica la sorte per la povera Fantine (Anne Hathaway), che arriva perfino a vendere i suoi capelli e a prostituirsi pur di racimolare qualche franco per la figliola.

Valjean e Fantine, padri putativi dei tanti Stefano Cucchi morti nell’indifferenza e per mano della mera brutalità umana. Quante vite si sono arrese chilometri e miglia prima della linea del traguardo? Ma sulla strada di Valjean c’è il Vescovo di Digne (Colm Wilkinson). 

Da lui viene sfamato. Riscaldato, ma lo ripaga rubandogli tutta l’argenteria. Messo dinnanzi al fatto compiuto dai gendarmi, il ministro religioso non lo denuncia. E anzi, gli aggiunge nel sacco due candelabri d’argento. È la svolta della sua vita. Jean Valjean scopre che non esiste solo il lato malvagio. 

Un uomo crede in lui. Un uomo ha riposto fiducia in lui. Anche se non la meriterebbe visto che gli ha appena rubato in casa. È una piccola frazione di esistenza dove una sola azione gentile riesce a cambiare il mondo. E così sarà. Aiutando l’ex-detenuto, quest’ultimo diventerà un altro uomo. Votato al lavoro. Al sacrificio. Ad aiutare il prossimo. A non abbandonare chi chiede aiuto. 

Ma per quanti sforzi si compiano, c’è sempre chi è pronto a giudicare e punire. Chi sbaglia, sbaglierà per sempre. Chi sarà mai allora questo inflessibile Javert (Russel Crowe)? Che cosa anima la sua tempra di pietra? Perché ha rinunciato al proprio cuore? Perché Jean Valjean non può cambiare e lui invece ne fu capace?

Glielo dice chiaramente, che conosce la gente come lui perché è stato in gattabuia. È nato in prigione ma adesso è un ispettore di polizia. Il suo mondo non conosce tonalità. Il mondo per lui è fatto solo di Javert e Jean Valjean. Per lui non c’è compassione né pietà.

La storia del mondo si ripete. Ritorna. Ricicla. In mezzo a battaglie alla brutalità dell’esercito capace di uccidere sulle barricate a sangue freddo anche il piccolo Gavroche (Daniel Huttlestone), c’è anche spazio per l’amore.

Quello impossibile di Éponine (Samantha Barks) per Marius, e quello a prima vista di quest’ultimo per Cosette. Lui, romantico antenato dei futuri Christian moulinrougiani. Pronto a fare di tutto pur d’incrociare ancora lo sguardo di quella sfuggente giovane ragazza.

Il sangue si è fermato. Troppo ne è sgorgato. Qualcosa nel mondo è già cambiato. Come a molti genitori capita, anche Valjean ha trovato nella figlia adottata Cosette la ragione della sua vita. E a motti rivoluzionari sedati, si consegna alla solitudine del convento pur di non segnare per sempre il destino della fanciulla con il proprio passato galeotto che potrebbe sempre tornare fuori. 

Ma il fato vuole che nel giorno delle nozze della ragazza con l’amato Marius, questi scopra dove si sia rintanato il vecchio Jean, e allora i due giovani corrono lì. Fioccano le lacrime. Calde. Contagiose. Senza ritorno. Un uomo vecchio e stanco ha compiuto la sua missione e mantenuto la promessa fatta a una madre morente. 

Oggi quella bambina impaurita incontrata anni or sono nel bosco è una splendida ragazza maritata, incapace di trattenere il pianto dinnanzi all’inevitabile destino di un uomo prossimo alla morte. E mentre si avvicina il fantasma di Fantine, si può solo desiderare di restare nel buio (della proiezione) il più a lungo possibile. Per lasciare ai propri sentimenti il tempo di adattarsi a un mondo dove non potremo più parlare, se non nei nostri cuori, con chi abbiamo amato.

E se “dalle piazze e dalle vie un nuovo canto si è ormai già levato, chiamando alla rivolta delle barricate un popolo ribelle”, per rompere le catene dell’odio dentro noi stessi e “avanzare contro ogni avversità al grido d'uguaglianza, fratellanza e libertà”, c’è bisogno di qualcosa o qualcuno più forte anche di un’idea. Gli occhi lucidi di Cosette.

Les Misérables - Javert (Russel Crowe) e Valjean (Hugh Jackman)
Les Miserables - Éponine (Samantha Barks)
Les Miserables - Cosette bambina (Isabel Allen)
Les Miserables - Jean Valjean (Hugh Jackman)
Les Miserables - Fantine (Anne Hathaway)
Les Misérables (2012, di Tom Hooper) - Cosette e Marius si sposano
il piccolo Gavroche (Daniel Huttlestone)
Les Misérables (2012, di Tom Hooper) - il popolo in rivolta

giovedì 7 febbraio 2013

Twin Peaks, L’uomo con un braccio solo

I segreti di Twin PeaksL’uomo con un braccio solo
L'apparenza inganna e l'agente Cooper lo sa bene, ma il nome del colpevole di Laura Palmer è ancora lontano. Bisogna scavare di più, nel reale e non.

di Luca Ferrari

Non siamo certo i puri, eppure sarebbe spaventoso pensare che il nostro unico pensiero avesse già depositato nel nulla la morte di ogni comunicato natale/… Non siamo certo i puri, però mi sorprende come una persona possa sobbarcare il fato di una simile effige salvo poi  menomarlo con la propria martellante esistenza, trascurando quell'angolo di terra dove i sogni non possono che essere equiparati a desideri… e allora avanti Laura Sogos, continua tu la storia.

“Quando due fatti separati vengono a coincidere durante lo svolgimento di una stessa indagine, bisogna sempre prestare la massima attenzione. Nel corso di un’indagine così intricata, la via più breve fra due punti non è necessariamente una linea retta”. È ancora una volta la lucidità dell'agente Dale Cooper (Kyle MacLachlan) che, come il filo di Arianna nel labirinto del Minotauro, aiuta a non smarrirsi. A cercare di venire a capo delle indagini per l'ancor irrisolto assassinio di Laura Palmer. 

Nella quarta puntata della serie, L’uomo con un solo braccio, si va sempre più delineandosi un forte e inquietante parallelismo tra quella che è la mente del killer della ragazza e il tessuto sociale della cittadina: entrambi sono perversi. Non esiste aggettivo che meglio descriva tutti i complessi e corrotti rapporti che animano questo luogo. Ci si ritrova così su di un terreno accidentato, che costringe chi lo pratica ad avere una coscienza di sé forte per non perdere l'equilibrio e ritrovarsi tragicamente coinvolti in questo marasma di vizio latente.

Dominano gli interni, ma l'apertura è tutto un richiamo ad Amityville Horror (1979, di Stuart Rosen). Come non notare che la casa dei Palmer ha la stessa facciata di quella dei Lutz? Inquietante non tanto perché è stato uno dei primi film horror, ma perché tratto da una storia vera. Una casa posseduta che porta gli abitanti alla follia omicida. Visioni e sogni sono molto più utili di ogni concretezza logica a Twin Peaks, soprattutto quando si confermano l'uno l'altro. 

In casa Palmer il vice-sceriffo Andy Brennan (Harry Goaz) schizza il ritratto di quell'uomo che aveva terrorizzato Sara e, ovviamente è Bob, lo stesso personaggio che l'agente Cooper ha sognato. In più la madre della povera Laura rivela come abbia anche visto una mano con un guanto sottrarre il mezzo ciondolo a forma di cuore che Dana e James avevano prontamente nascosto dopo la morte dell’amica. O almeno così credevano.

Ma chi ha preso il ciondolo e perché?

In questo nuovo viaggio Linchano tutte le scene apportano un contributo significativo alla risoluzione del caso e non solo. Aprono anche prospettive sugli sviluppi delle vicende tra i personaggi di questa tumultuosa tragedia. Si viene così a sapere durante l'interrogatorio del dottor Jacobi, che Laura gli aveva spesso parlato di un uomo con una Corvette rossa, la macchina di Leo Johnson, che si ritrova poco più avanti nell'episodio in mezzo al bosco. In un insolito rendez-vous tra Leo stesso e Benjamin Horne. 

Cos’hanno in comune questi due personaggi a parte essere loschi, ingannatori e bugiardi cronici? Sono legati da affari e soldi per causare catastrofi come l'incendio della segheria, così tanto agognato anche dalla perfida Catherine Martell, e che mettano a tacere persone scomode, come Bernard Renault, che si intravede in un sacco ai piedi di un albero.

In questa puntata c’è una spaccatura profonda tra uomini e donne. Siano essi cattivi e le mogli, figlie, amanti buone, o viceversa. Un canyon d'incomprensione pare dividerli, sempre e comunque. “Nel grande disegno le donne sono state dipinte con pennelli diversi” dice sempre l'agente Cooper. Esemplari le parole di Norma (Peggy Lipton) a Shelly, “4 maschi in due e non sappiamo che farcene”, o la stessa Shelly (Mädchen Amick) “ho conosciuto un uomo di troppo e l'ho sposato!”.  

Una telefonata dal Quartier Generale dell'FBI va confermando dettagli dell'autopsia di Laura: i segni sulla spalla della ragazza sono beccate d'uccello, e quel pezzo di plastica nello stomaco con sopra una J, altro non è che un pezzo di fish del One Eyed Jacks. Si allarga così l'orizzonte delle indagini e si arriva a un altro luogo. Un altro albergo, o per meglio dire un Motel, il Timber Falls, proprio fuori Twin Peaks, dove si trova l'uomo con un braccio solo: nuovo, eppure già visto personaggio di questo dramma. Si è visto nei corridoi dell'ospedale subito dopo la tragedia. 

La polizia lo stava assiduamente cercando, ma una volta scovato nella stanza 101 del Timebr Falls, non pare essere quello che si poteva pensare che fosse; il signor Gerard altri non è che un rappresentante di scarpe che ha perso un braccio in un tragico incidente automobilistico. Ma è anche il miglior amico del dottor Lydeker, il veterinario che ha curato tale Ualdo, una gracula religiosa di proprietà di Jaques Renault (Walter Olkewicz). Che i segni sulla spalla della povera Laura siano proprio di Ualdo?

Appostata fuori dal motel c'è anche Josie (Joan Chen), armata di macchina fotografica che cerca di documentare la perversa e pericolosa liaison tra Benjamin e Catherine. Altra donna misteriosa la vedova Packard, che pare avere un passato molto più nascosto e controverso di quello che si possa vedere. La pedina del domino che la lega al marito galeotto di Norma, Hank Jennings (Chris Mulkey), che vorrà mai dire? E quella minaccia poi? A cosa si riferirà mai? 

Rimangono poi i giovani liceali di Twin Peaks che sembrano non voler lasciare l'investigazione in mano agli esperti della polizia e dell'FBI. La scaltra Audrey s’ingrazia la fiducia del padre, concordando un lavoro part-time al reparto profumeria dei grandi magazzini di sua proprietà, luogo anch'esso che ha qualcosa da nascondere, o almeno sempre pare, visto che proprio in questo reparto lavoravano sia Laura che Ronette. Anche Dana offre il suo supporto alla giovane Horne, mentre il suo fidanzato, James, pare farsi distrarre dalla cugina di Laura, Maddy, che già si era vista alle esequie e che sicuro tornerà come parte attiva della vicenda.

Un altra notte cala su Twin Peaks. Il vento scuote i pini del bosco. Un doppio 3 sulla pedina del domino. Si brancola nel mistero.

I segreti di Twin Peaks, L’uomo con un braccio solo - il mezzo cuore di Laura Palmer
I segreti di Twin Peaks, L’uomo con un braccio solo -Audrey (Sherilyn Fenn)
I segreti di Twin Peaks, L’uomo con un braccio solo - Donna (Lara Flynn Boyle)
I segreti di Twin Peaks, L’uomo con un braccio solo -l'agente Hawk (Michael Horse)
I segreti di Twin Peaks, L’uomo con un braccio solo - Leland Palmer (Ray Wise)
I segreti di Twin Peaks, L’uomo con un braccio solo - l'agente Cooper e lo scerifffo Truman

martedì 5 febbraio 2013

Spaghetti Accident, Girlfriend in a Coma

Girlfriend in a Coma (2012, di Bill Emmott e Annalisa Piras)
Povera Italia, ridotta sempre peggio. Viaggio nel documentario Girlfriend in a Coma (2012, dei  I giornalisti Bill Emmott e Annalisa Piras).

di Luca Ferrari


È accaduto di tutto, è accaduto l’incredibile, racconta sbigottito l’attore Toni Servillo. Una nuova opera teatrale? No, l’Italia. Un Italia oggi sempre più sofferente. Picchiata. Svilita. Ridotta a una pantomima da classi dirigenti incapaci di confrontarsi con il mondo, lasciando alle nuove generazioni un’eredità fatta di bikini succinti e cellulari all’ultima moda. Con la cultura buttata al macero, e scontri politici tra cortine che non esistono più. 

È accaduto di tutto, e sta accadendo ancora peggio. I giornalisti Bill Emmott e Annalisa Piras hanno realizzato il documentario Girlfriend in a Coma (2012). Mercoledì 13 febbraio all’auditorium Maxxi di Roma ci doveva essere l’anteprima. Quella proiezione è stata annullata per ordine del Palazzo. Censura preventiva? Paura che una pellicola potesse "traviare" il pensiero dell’elettorato a pochi giorni dal voto? Quando mai si è visto bloccare l’anteprima di un film per il suo contenuto? Parecchie volte, certo. Ma di solito, per questo tipo di azioni si usano parole come “regime”, e non certo per fare un complimento al governo in questione. 

E l’Italia dunque come dovremo chiamarla adesso? È un triste precedente quello consumatosi per azione di Giovanna Melandri, presidente del Museo nazionale delle arti del XXI secolo, che ha sottolineato come la visione di "Girlfriend in a Coma" potrebbe avere un effetto turbativo per la prossima campagna elettorale. Questo il testo del dietrofront: “Ci troviamo costretti a dover rinviare la disponibilità concessavi. Disposizioni della presidente della fondazione che si fanno interpreti delle indicazioni assai rigorose dateci dal Mibac (Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ndr) – socio unico della fondazione ed autorità vigilante sul nostro operato – non ci consentono di ospitare nello spazio del museo qualunque iniziativa che possa essere letta secondo connotazioni politiche, nell'imminenza della competizione elettorale”.

Quindi in Italia funziona così: la cittadinanza deve sorbirsi in televisione, giornali, radio e internet gli strali che ciascun candidato indirizza all’altro incolpandosi a vicenda per la situazione in cui la nazione sprofonda ogni giorno di più, e non può essere invece proiettato un documentario che mostra la situazione in cui viviamo da un occhio esterno?

Dopo gli scandali di Tangentopoli e le barbarie mafiose, in quest’ultimo ventennio l’Italia è stata attraversata da due correnti. La prima, la più tragicamente imponente. Quella della becera politica di Silvio Berlusconi con annessi alleati, alcuni dei quali sono già passati ad altre sponde richiamandosi a chissà quali principi morali mentre altri continuano a raccontare pietose favole su fantomatiche divisioni, sputando sulla Costituzione ma prendendo un lauto stipendio per prodigarsi a difenderla. Dall’altra parte c’è una Sinistra che ha perduto i connotati di quello che era un vero Partito, e oggi si presenta in una forma algida di mezzo centro, con qualche picco di reminescenza del bel tempo che fu.

Girlfriend in a Coma è una discesa nel sottosuolo di quello che si è verificato in questo paese, plasmato dalla lobotomia dei fondoschiena delle veline, mentre il buon Alighieri appare sempre più isolato nella sua piazza S. Croce. Solo e più perplesso che mai sul destino dell’Italia. Girlfriend in a Coma, realizzato dal giornalista ed ex-direttore del magazine britannico The Economist, Bill Emmott, e dalla film-maker e corrispondente da Londra per il settimanale l’Espresso, Annalisa Piras, alterna spezzoni di cronaca a interviste con personaggi che hanno a più riprese denunciato la profonda decadenza a cui le classi di potere ci hanno portato, come gli scrittori Umberto Eco e Roberto Saviano, il regista Nanni Moretti e il giornalista Marco Travaglio.

Come Dante anche Emmott è turbato, ma non certo intenzionato a tacere. Una volta venuto a sapere dell’annullamento della proiezione, dalle pagine del quotidiano locale La Stampa, ha prontamente replicato “Il nostro film non è l’unica versione di quella verità. È stato fatto apposta per suscitare un dibattito. E se il momento giusto per provocare quel dibattito, nella capitale d’Italia, non è una campagna elettorale, non so quale possa essere il momento giusto”. La notizia ovviamente ha cominciato a rimbalzare sul web e sui media, e c’è chi non ha perso tempo. Mobilitandosi e chiamando democraticamente a protestare. Stefano Corradino, direttore del sito dell’associazione Articolo 21 si è subito attivato con una petizione via Change.org che ormai sta toccando quota 25.000 firme per far sì che la Presidente Melandri torni sulla propria decisione, riprogrammando l'uscita del film nella data prevista.

Io ho appena firmato la petizione Il film di Emmott non deve essere censurato, e tu?

la petizione firmata su Change.org lanciata da Stefano Corradini (Articolo 21)
Girlfriend in a Coma (2012) - il regista Nanni Moretti
Girlfriend in a Coma (2012) - Dante Alighieri dinnanzi all'Italia sul letto di morte

venerdì 1 febbraio 2013

Lincoln (2012), uguaglianza o niente

Lincoln (2012, di Steven Spielberg) © DreamWorks Distibution
Un uomo deciso a cambiare il corso e la cultura stessa della propria nazione. Il regista Steven Spielberg affida a Daniel Day-Lewis il ruolo del presidente Lincoln.

di Luca Ferrari

Quello che poteva essere dimostrato con il sangue, la guerra, l’odio e la schiavitù, ormai dovrebbe essere  già stato detto. Fatto. Dimostrato. Scritto. Proclamato. Istituzionalizzato. Ma non è ancora abbastanza per te, vero, stupida e degenerata razza umana? A chi tocca pagare il conto adesso? A chi tocca continuare a pagarlo? A chi tocca premere il grilletto questa volta? Le catene dei negri di allora sono i vincoli economici di oggi.

Le catene dei negri di allora sono i pregiudizi che impediscono alle società di crescere. Siamo tutti schiavi. Ognuno con il suo misero pezzo di terra, e con qualcuno cui far sentire la frusta del nostro misero comando. Dentro e fuori le stanze, allora come oggi nei posti di governo si siedono immondi bipedi che sputano addosso ad altre persone come fossero bestie, in virtù di non si sa quale e indefinito concetto di superiorità. Nel lontano ‘800, durante la mattanza della Guerra Civile americana, un uomo capì che tutto questo non era più tollerabile e che la Storia andava cambiata ora. Il suo nome era Abraham, e il regista Steven Spielberg gli ha appena dedicato Lincoln (2012).

Dopo la parentesi animata di Le avventure di Tintin: Il segreto dell'Unicorno (2011) e il deludente War Horse (2012), Steven è tornato dirigere una storia nel filone bellico-politico, cominciato con Shindler's List (1993) e affrontando anche il tema della schiavitù nel drammatico Amistad (1997).

Oggi, nel 2013, in quasi parallelo a Quentin Tarantino e il suo Django Unchained, il regista di Cincinnati tocca nuovamente quel tasto in un momento d’incertezza mondiale. In un momento della Storia dove bisogna per forza evolversi se non si vuole restare indietro per sempre. E per farlo ha scelto un uomo che si oppose con forza a qualsiasi compromesso pur di cambiare gli Stati Uniti con l’abolizione della schiavitù.

A interpretare la famiglia presidenziale, i coniugi Abraham e Mary Todd Lincoln, i due volte premio Oscar, Daniel Day-Lewis e Sally Fields, e i figli Tad (Gulliver McGrath) e il più grande Robert Todd (Joseph Gordon-Levitt), desideroso quest'ultimo di dimostrare il proprio valore anche in guerra e non solo dietro scartoffie da avvocato.

Guerre e politica. Politica e guerre. Spielberg dirige lo scontro su tutti i fronti possibili del Presidente. Da quello sul campo, a quello delle aule del Gabinetto senza dimenticare le mura domestiche dove la moglie è ancora lacerata dalla prematura morte del figlio. Lincoln sembra trasmettere una costante e sorniona espressione di sofferenza. Sembra come stia per cedere. Ma in quel suo sguardo mezzo sbilenco si nasconde una roccia, sferzata dalla sua stessa ironia e qualche aneddoto che ficca in mezzo anche in momenti delicati (spettacolare quella del quadro di George Washington), anche se non sempre tutti gradiscono come l’ancor più barbuto Segretario alla Guerra, Edwin Stanton (Bruce McGill).

Lincoln ha bisogno di voti per avere la certezza che il Tredicesimo Emendamento non venga bocciato. Per recuperare i 20 mancanti ricorre a tutti i mezzi possibili, inviando tre uomini fidati per convincere, magari con qualche promessa d'incarico più o meno prestigioso, a firmare il si. E per questo lavoro ci vuole un mix di spregiudicatezza, decisione e faccia tosta. Tutte qualità dei fidati William N. Bilbo (James Spader), Robert Latham (John Hawkes) e Richard Schell (Tim Blake Nelson), che non temono di vedersi sbattere la porta in faccia o peggio, come capita al povero Bilbo, pure qualche fucilata alla quale si rimedia con una nobile fuga.

Ma se qualcuno firma senza troppi problemi, c’è anche chi cambia idea o resta indeciso fino all’ultimo. E sono proprio loro a decidere da che parte girerà l’ago della bilancia. I due più clamorosi, che si beccano del venduto dalla roccaforte dei Democratici, sono George Yeaman (Michael Stuhlbarg) e Wells A. Hutchins (Walton Goggins).

E come ancora spesso succede nei momenti cruciali della vita politica, la dialettica può risultare più decisiva perfino delle idee che la animano. E se la schiavitù dei neri è sostenuta dalla bieca intransigenza razzista del senatore Fernando Wood (Lee Pace) e il leader dell’Opposizione George H. Pendleto (Peter McRobbie), dall’altra parte c’è uno zoppicante ma coriaceo Thaddeus Stevens (Tommy Lee Jones), senatore radicale che non mancherà di sorprendere tutti con la sua orazione finale, con un delicato gesto rivelatore a battaglia vinta. Nel calore del proprio letto matrimoniale.

I miei giuramenti hanno usato la bandiera bianca per le ragioni sbagliate, ma posso ancora rimediare. In un momento come questo desidero rimanere solo e scrivermi da me il telegramma prima di scendere dal palcoscenico del mondo lasciando al caos della vera Democrazia la sola giustizia del rispetto umano

Da dove cominciamo?, chiedeva sghignazzante il viscido Joker (Heath Ledger) per risolvere la questione Batman. La stessa domanda ce la dobbiamo porre noi oggi. Domani. Sempre. Fino a quando l’uguaglianza cesserà di essere un diritto, una necessità, una speranza o qualsiasi altra cosa di diverso dalla normalità. Siamo nella settimana della Memoria ma i campi di sterminio ci hanno insegnato troppo poco a giudicare da cosa è accaduto dal 1945 in poi. Siamo ancora lì.

Trincerati in paure e pregiudizi. Una Carta non significa nulla se il suo valore è tutto nel ricordo e nell’orgoglio dei firmatari. Per quanto ne so, l’odio tra la gente per differenze etniche o religiose è il peggior liquame che esista al mondo. Una fetida pagnotta con cui ci si continua a ingozzare dopo averla già mangiata e ripetutamente vomitata. Vendendola alle parate. Alle masse. In Italia come nel mondo ci sono leggi sbagliate. Una di queste è la vergognosa bossi-fini. Un oltraggio per i Diritti Umani e per qualsiasi essere vivente si senta degno di questo appellativo.

Ci sono cose che devono essere fatte. E per fare un’impresa bisogna cominciare subito. Hai ragione Abraham Lincoln, – Questa non è la solita cosa, questa è la Storia –.

Il trailer di Lincoln

Lincoln (2012, di Steven Spielberg)
Lincoln - l'avvocato W. N. Bilbo (James Spader)
Lincoln - Thaddeus Stevens (Tommy-Lee-Jones)
Lincoln (2012), di Steven Spielberg © DreamWorks Distibution