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giovedì 26 settembre 2013

Ultimo abuso a Parigi

Ultimo tango a Parigi - Jeanne (Maria Schneider) e Paul (Marlon Brando)
Ha senso parlare di un grande film come Ultimo tango a Parigi quando di mezzo ci fu una violenza reale? A comunicarlo sereno, il regista Bernardo Bertolucci.

di Luca Ferrari

Dopo secoli di silenzio si è cominciato a parlare di femminicidio anche nell'evoluto Occidente. Intanto il regista Bernardo Bertolucci ha ammesso senza problemi di aver sodomizzato Maria Schneider senza il suo consenso durante la celebre scena hard con Marlon Brando nel film Ultimo tango a Parigi (1972).

Potere del nome. Potere dell’intoccabilità di cui evidentemente si sente investito. “Forse sono stato colpevole ma non potranno portarmi in tribunale per questo” ha dichiarato il cineasta Bernardo Bertolucci, premio Oscar per L’ultimo imperatore (1987) e presidente di giuria alla 70° Mostra del Cinema di Venezia.

La notizia ha fatto il giro del globo. Durante la lavorazione di Ultimo tango a Parigi (1972), l’allora ventenne Maria Schneider (1952-2011) fu costretta a girare con Marlon Brando una scena di sodomia della quale era totalmente all’oscuro. Non era presente nella sceneggiatura e di cui avevano parlato solo attore e regista.

Ma la cosa a dir poco sorprendente (e vomitevole) è come il regista spieghi questa decisione: “Sono cose gravi ma è anche così che si fanno i film: le provocazioni a volte sono più importanti delle spiegazioni. È anche in questo modo che si ottiene un certo clima”.

Forse un fatto del genere oggi non accadrebbe più. Forse. Oggi un’attrice si ribellerebbe, come è accaduto di recente alla giovane Lucia Lavia durante le prove dello spettacolo teatrale Otello, quando il protagonista Alessandro Haber tentò di baciarla e lei gli replicò con uno schiaffo. A dispetto di rivoluzioni culturali e sensibilizzazioni però, in Italia come altrove, la donna ha solo sulla carta gli stessi diritti dell’uomo.

La gente potrà anche manifestare. Potrà allestire spettacoli teatrali sotto Montecitorio. Potrà insistere (a ragione) con campagne di sensibilizzazione ma finché “esimi” personaggi se ne possono uscire con simili dichiarazioni, tronfi del proprio operato, senza la minima conseguenza, poi non c’è da sorprendersi se l’amica o la vicina che incontri amo al lavoro con un occhio tumefatto, ti dice che è caduta dalle scale e poi se ne torna a casa sola. Abbandonata al proprio destino.

(da sx) Il regista Bernardo Bertolucci, Marlon Brando e Maria Schneider

mercoledì 25 settembre 2013

Non cerco un capo, cerco una persona intelligente

Friends - il simpatico e competente Doug (Sam McMurray)
C’è capo e capo. Ne sanno qualcosa anche Rachel (Jennifer Aniston) e Chandler (Matthew Perry), alle prese con differenti comportamenti umani.

di Luca Ferrari

Headhunter, Head Hunter, Executive Search o come diavolo vi chiamate, venite qui a leggere se avete coraggio. Nella rete non si parla d’altro che di voi. Ve ne andate a farvi gli affari altrui sui social network come se questo desse un’immagine veritiera di quello che uno è o non è in grado di fare. O magari v'interessa capire se siamo persone di carattere o smidollati?

Io posto sopratuttto link di miei articoli di cinema, viaggi, danza orientale e tennis. Appurato che sappia scrivere, questo vi potrebbe dare la certezza che sia una persona perbene e non uno squilibrato? Contenti voi. Sicuramente conoscerete chissà quali strani trucchi per capire e analizzare, ma per quanto mi riguarda è solo una delle tante forme diseguali cui noi comuni mortali dobbiamo sottostare. O anche no.

La domanda dovrebbe sorgere da sola. Perché io devo essere valutato e voi no? Potreste essere degli incapaci e io perderei solo tempo. Chi mi dice che il mio futuro datore di lavoro non sia un avvoltoio che un giorno scapperà con i soldi della mia pensione e di quella dei miei colleghi come accadde all’onesto Josh Kovacs (Ben Stiller) in Tower Heist (2011, di Brett Rattner)?

Bene, cari signori. Adesso facciamo il gioco contrario e sarò io a dirvi chi sto cercando. Non cerco un capo, cerco una persona intelligente che sappia valorizzarmi al massimo facendo guadagnare a lui, l’azienda e il sottoscritto. Dandomi la possibilità di avere uno stipendio regolare e così avere una vita normale.

Cineluk però non è un magazine dei precari o simili. Trattando la materia cinematografica ed essendo un indiscusso esperto conoscitore della decennale sitcom americana Friends (1994-2004), ecco due esempi. Da una parte c’è Kim (Joanna Gleason), capo alla maison Ralph Lauren di Rachel (Jennifer Aniston) e dall’altra c’è Doug (Sam McMurray), il boss di Chandler (Matthew Perry). La prima è la classica nevrotica, accanita fumatrice con smaccate preferenze e totalmente incurante degli sforzi della giovane Green se non per i pettegolezzi di flirt o presunti tali.

Doug al contrario è un bonaccione. È il nuovo capo e si presenta con un discorso esemplare: “Sono felice di avervi nella mia squadra. Io voglio giocare e giocare con voi. Usciamo e facciamoli neri. E ricordate, non ci sono numeri uno in squadra”. A quel punto il sempre ironico Chandler se ne esce con una delle sue battute, apprezzata dal neo-capo che gli replica in modo ancor più esemplare.

“La squadra dovrà lavorare sodo ma dovrà anche divertirsi”. Per chi lo cercasse, lo sketch è tratto dalla penultima puntata (24°) della III stagione, titolo Lotta estrema (The One with the Ultimate Fighting Champion). Nel corso della puntata Bing lamenterà nei propri confronti un'eccessiva esuberanza di pacche sul sedere modello camerata. Il saggio Doug allora, per niente scocciato, inizierà a elargire le suddette sculacciate d’incoraggiamento in modo eterogeneo, creando così un clima ideale e sempre più sereno. Conclusione: la produttività sale.

Ci sono domande?

Friends - Doug (Sam McMurray) ha appena dato la "pacca" a un felice dipendente
Friends - (da sx) Rachel (Jennifer Aniston), Ralph Lauren e Kim (Joanna Gleason)
Friends - (da sx in alto) Phoebe (Lisa Kudrow), Joey (Matt Le Blanc), Ross (David Schwimmer),
Rachel (Jennifer Aniston) e Chandler (Matthew Perry)

lunedì 23 settembre 2013

Tower Heist (2011), la rivincita della classe sfruttata

Tower Heist (2011) - da sx: Josh (Ben Stiller), Chase (Matthew Broderick), Rick (Michael Peña),
Charlie (Casey Affleck) e Slide (Eddie Murphy)
Tower Heist - Colpo ad alto livello (di Brett Rattner), la rivincita dei truffati “sostituibili” contro l’opulenta avidità degli sciacalli


In tempi di precariato e tragica disoccupazione, ecco Tower Heist - Colpo ad alto livello  (2011, di Brett Rattner), un film capace di regalare un po’ di speranza a quelle centinaia di migliaia di lavoratori che hanno perso tutto per colpa degli squali della finanza senza che lo Stato fosse (e sia) capace di tutelare chi paga veramente le tasse. Una rivincita “operaia” dal finale un po’ troppo smielato (dorato) e ingenuamente ottimistico per questi tempi

Nell’era moderna, quelli che cercano il riscatto sono gli uomini ordinari come lo sconsolato Chase Fitzhugh (un ingrassato Matthew Broderick), fallito agente di borsa senza più nulla e costretto a raccontare ai propri figlioletti di fare il campeggio in casa perché la banca gli ha pignorato anche i mobili. O il portiere Lester (Stephen Henderson), prossimo alla pensione che arriva a tentare il suicidio dopo aver scoperto che non rivedrà più i contributi di più di trent’anni di onesto lavoro, soldi che aveva affidato al potente uomo di Wall Street, Artur Shaw (Alan Alda), titolare dell’attico nel palazzo dove lavora.

Drammi. Tragedie universali di persone anziane e giovani che dovranno ricominciare da zero, come la granitica cameriera Odessa (Gabourey Sidibe) o Rick (Michael Peña), presunto esperto elettronico che passa da un lavoro a Burger King ad altri impieghi senza futuro. 

Anime disperate nella giungla metropolitana che trovano in Josh Kovacs (Ben Stiller), frodato anch’esso, il Robin Hood newyorkese. Deciso ad assoldare il pseudo-criminale Slide (un ritrovato Eddie Murphy) per derubare chi li ha derubati in una forma di “giustizia fai da te”, dove la Legge è un’istituzione fallita che sa solo applicare senza rendersi conto di quello che sta succedendo nella realtà di tutti i giorni.

Ovunque guardiamo fuori dal Grande Schermo, la massa non è mai sufficientemente protetta e per questo arriva a commettere azioni ardite anche al di fuori della legalità. Bisogna aprire gli occhi. Nella vita reale, salvo rarissime eccezioni, gli Artur Shaw non finiscono mai in galera. Brindano al loro successo, e anzi fanno causa ai solitari Josh Kovacs, abbandonati nella loro battaglia di sopravvivenza.

Kovacs, Kovacs. Dove l'ho già sentito? Forse il regista ha voluto omaggiare il sindacalista Johnny Kovac interpretato da Sylvester Stallone in F.I.S.T. (1978, di Norman Jewison) e ispirato alla vera storia di Jimmy Hoffa (1913-1975)? Potrebbe essere. Entrambi dopo tutto lottavano contro l’ingiustizia e sono finiti dietro le sbarre. Restando in tema di protagonisti, anche in Tower Heist - Colpo ad alto livello, il simpatico Ben Stiller è un po’ sempre lui. Impacciato e alla ricerca del ruggito. 

Qualcosa di visto e stravisto un’infinità di volte. Da Tutti pazzi per Mary (1998, di Bobby e Peter Farrelly), passando per la triplice saga familiare con Robert De Niro fino ai più recenti …e alla fine arriva Polly (2004, di John Hamburg) e Lo Spaccauori (2007, dei fratelli Farrelly), solo per citare alcuni dei più famosi. Fantastica invece Téa Leoni, nella parte della tosta agente dell’FBI Gertie Fiansen, ma deliziosamente “umana” quando si ubriaca al bar con Kovacs, entrando nei dettagli delle proprie conquiste alcolico-amorose nei confronti di un pompiere.

Consiglio spassionato al mondo del cinema italiano. Decidetevi: o lasciate i film in lingua originale e mettete i sottotitoli o evitate di cambiare doppiatori a ogni nuova produzione. Risparmiato Ben Stiller, ogni volta che si sentiva parlare Casey Affleck con la voce di Alessandro Quarta, pareva di rivedere J.D. (Zach Braff) nel telefilm Scrubs (2001-2010).

Guarda il trailer di Tower Heist - Colpo ad alto livello

Tower Heist (2011) - da sx: Rick (Michael Peña), Charlie (Casey Affleck) e Josh (Ben Stiller)
davanti al potente ladro Artur Shaw (Alan Alda)

domenica 22 settembre 2013

Cabaret Crusades

Cabaret Crusades © Antonio Gervasi
La collaborazione tra l’ottava edizione del Sole Luna Festival di Palermo e il Museo delle Marionette Antonio Pasqualino di Palermo è continuata sabato 21 settembre, dopo il successo riscosso al Chiostro di S. Anna venerdì 20 con la proiezione di The Horror Show File, primo atto dell’opera di video art firmata dall’artista egiziano Wael Shawky: Cabaret Crusades. La straordinaria opera di video arte Cabaret Crusades da dOCUMENTA di Kassel è infatti approdata, lo ricordiamo, direttamente e per la prima volta in Italia proprio al Sole Luna Festival di Palermo e si mostra al pubblico come una sconvolgente, lacerante e insieme magica rappresentazione delle Crociate.

Le Cabaret Crusades di Shawky argomentano posizioni distanti dalla retorica ecclesiastica di Papa Urbano II sulla prima crociata contro Gerusalemme, mostrando al pubblico scene cruente e massacri con degli attori particolari: marionette dell'Ottocento della collezione Lupi di Torino e altre fabbricate dai laboratori della scuola di ceramica della Provenza, Facoltà di Scienze di Aix. Violenze e torture perpetuate nell'aspirazione religiosa alla liberazione del Santo Sepolcro sono messe in scena attraverso la distanza estetica causata dalle rigidità degli attori/marionette. Ispirato al bel libro di Amin Maaluf, Le crociate viste dagli Arabi, l’opera di video arte Cabaret Crusades rappresenta  un vero e proprio ponte tra le sponde opposte del Mediterraneo da Palermo a Il Cairo, che reinterpreta la prima crociata attraverso l'uso di marionette.

Cabaret Crusades al Sole Luna di Palermo
A presentare il capolavoro di Wael Shawky presso la Galleria d’Arte Moderna sono stati Erica Fiorentini, gallerista romana tra le più note ed esperta e raffinata conoscitrice di video art, e Piero Corrao, docente di Storia medievale. Inoltre, la proiezione viene introdotta dalla famiglia Napoli, pupari da generazioni attivi nell’area di Catania, attraverso scene classiche dell’opera dei pupi e della Gerusalemme liberata. A questa eccezionale proiezione fa eco una mostra di pupi siciliani del Museo Antonio Pasqualino, curata da Rosario Perricone, con dimostrazioni estemporanee di animazione di teatro dell’Opera a cura della famiglia Napoli.

venerdì 20 settembre 2013

Sole Luna Festival, il miglior cinema del Sud America

Sole Luna Festival 2013
Sabato 21 settembre, penultimo giorno del Sole Luna Festival 2013, sarà una giornata dedicata non solo alle proiezioni ma anche alle prime premiazioni. Doppie premiazioni, per la precisione, visto che ad essere proclamati saranno i vincitori del concorso indetto in collaborazione con Enel Green Power appartenenti alle sezioni: giovani registi – studenti dei Centri Sperimentali di Cinematografia di tutta Italia (l'autore del migliore video clip sulle energie rinnovabili vincerà la regia di un documentario sulle azioni di responsabilità sociale portate avanti dall'azienda, con produzione Sole Luna – Un ponte tra le culture) ed “Enel Green Power for Latin America”. 

Per la prima volta quest'anno Sole Luna Festival ha dedicato una sezione ai documentari provenienti dall'America Latina. Al migliore verrà assegnato un premio speciale dalla giuria internazionale.

Sole Luna Festival 2013
Le due premiazioni saranno precedute, a partire dalle ore 18.30, dalla proiezione di film in gara.  Per la sezione Latin America saranno presentati gli ultimi due documentari i gara. Libros y Nubes (di Pier Paolo Giarolo) narra di una ragazzina che vive in un paesino sperduto del Perù. Appassionata ai libri, attende l'arrivo di un bibliotecario che, tra cielo e nuvole, trasporta libri in uno zaino. Sono queste le biblioteche rurali del Perù, dove le piccole comunità scambiano libri tra loro.

Narrazione di un episodio tragico con Detràs de la Colina (di Samanta Yepes) che mostra una strage in Colombia di indifesi contadini, vite spezzate barattate per una taglia e della mancanza di giustizia. Infine, spazio a I sign, I live (di Anja Hiddinga e Jascha Blume) dove un giovane artista sordo lotta per l'uguaglianza di anziani che, come lui, convivono con questo handicap, e a Tokio Waka (regia di John Haptas e Kristine Samuelson), riflessione sulla difficile convivenza tra esseri umani e mondo naturale all'interno di una cornice fatta da un'immensa popolazione di corvi.

Sole Luna Festival 2013
Ultimo appuntamento, domani sabato 21 settembre, con l'evento speciale Cabaret Crusades, ossia la proiezione della seconda e ultima parte dal titolo The Path to Cairo della maestosa opera di video arte con cui il regista egiziano, Wael Shawsky, definito da Bonami "il nuovo William Kentridge", rilegge e racconta le Crociate.

domenica 8 settembre 2013

Una canzone d'amore per Marion

Una canzione per Marion ... a tutto rock!!!
Lacrime e risate. Prendete la mano di chi vi è più caro/a e stringetevi a lui/lei per tutti i 93 minuti del film Una canzone per Marion (2012, di Paul Andrew Williams).

di Luca Ferrari

Non siate tirchi nell’usare fazzoletti e siate pronti a riversare una cascata di lacrime e sorrisi qunado vedrete Una canzone per Marion. In un’estate dominata da blockbuster di molto appeal ma ben poca sostanza (L'uomo d'acciaio e The Lone Ranger su tutti), a staccarsi dal gruppo nel rush finale è una dolce-amara commedia così dolcemente British, Una canzone per Marion (di Paul Andrew Williams) con Terence Stamp, Vanessa Redgrave e la giovane Gemma Arterton.

Abbandonate le vesti della guerriera "grimmana" Gretel a caccia di malefiche streghe, Gemma passa alla dolcezza di Elizabeth il cui unico strumento che brandisce è una semplice bacchetta per dirigere un coro di anziani. Il suo sorriso è un’iniezione di pura adrenalina e gioia contagiosa per un affiatato gruppo di “vecchietti” o comunque vicini alla terza età, inclusa l’ormai malata terminale Marion (Redgrave), vicino alla quale sbuffa e fuma (anche dove non si potrebbe) il marito Arthur (Tramp). Scontroso. Incapace di avere un rapporto aperto con il figlio James (Christopher Eccleston), sebbene più aperto con la piccola nipotina.

Quando poi la sua amatissima metà non si risveglia, la chiusura è totale. Almeno fino a quando non si lascia andare, mettendo la propria voce al servizio del coro prima e nel concorso poi, a cui le doti di Marion avevano contributo ad arrivarci. Il modo migliore per sentire il cuore di sua moglie ancora dentro di sé, e mostranre (regalare) la sua natura più intima anche a James, seduto incredulo in platea.

Un cast perfetto. I tre personaggi principali dialogano che è un piacere. Un capolavoro lo spettacolo organizzato da Elizabeth dinnanzi al giudice che dovrà decidere se ammettere il coro al concorso o meno, dove si aggiunge un giovanissimo chitarrista heavy metal (Calum Sivyer) al quale i vecchietti s’ispirano indossando parruccone bionde e nere, borchie, chiodo e dandosi all’air guitar durante la performance.

Favola eccessivamente buonista Una canzone per Marion? Si, sparate pure ma è impossibile trattenere le lacrime. Sebbene di scorza dura, Arthur si lascia andare a un commovente – non voglio che tu te ne vada – quando ormai i medici hanno dato poco tempo di vita alla moglie. Marion solare, Arthur ombroso. Entrambi hanno bisogno l’uno dell’altra. Il loro matrimonio. La loro vita insieme li ha completati. Ognuno con le sue debolezze. Sei la mia roccia, gli sussurra Marion mentre sono teneramente abbracciati nel letto.

Standing ovation anche per la commovente Elizabeth. Insegna musica in una scuola ma la sua vita sociale non è granché. E quando viene mollata per l’ennesima volta (per colpa mia, dice), sotto una sconsolata pioggia inglese, si presenta alla porta dell’ormai vedovo Arthur con il grazioso viso lentigginoso sporco di rimmel annacquato, chiedendo una parola di conforto che l’uomo non le negherà di certo. Si lascia andare alle lacrime e la sola cosa che vorresti fare, sarebbe abbracciarla, metterle una coperta sopra e lasciarla addormentarsi assicurandole che presto incontrerà chi l’amerà davvero.

 Il trailer di Una canzone per Marion

Una canzone per Marion - Marion (Vanessa Redgrave) e il marito Arthur (Terence Stamp)
Una canzone per Marion - Elizabeth (Gemma Arterton)
Una canzone per Marion - un coro di vecchietti rock guidati da Marion (Vanessa Redgrave)
Una canzone per Marion - Elizabeth (Gemma Arterton) e Arthur (Terence Stamp)

sabato 7 settembre 2013

Incontri ravvicinati con la Mostra del Cinema

La delegazione di Capitan Harlock e il direttore Alberto Barbera (dx) © Biennale foto Asac
Dolcezza, trofei, bolle di sapone, bandiere pirata e perfino i Minions. Sul red carpet della 70. Mostra del Cinema si sono viste cose che voi umani…

di Luca Ferrari

Ho visto cose che voi umani immagino avrete visto insieme a me se eravate al Lido di Venezia durante la 70° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. E se non l’avete fatto, potete rimediare adesso. Così, se le bolle di sapone umanitarie di Cristiana Capotondi in favore dell'associazione Emergency scaldano il cuore, non può non intenerire l’affettuosa tirata di barba da parte del piccolo Matteo Marchel al regista Andrea Segre che lo ha diretto nel toccante La prima neve.

Spazio poi a il sobrio premio Oscar Nicolas Cage che sfila sul tappeto rosso insieme alla sua dolce metà Alice Kim. Il direttore della Mostra del Cinema, Alberto Barbera invece, non ha saputo resistere nel farsi immortalare insieme alla delegazione giapponese del lungometraggio animato, Capitan Harlock. Restando in tema di fantasia, con Cattivissimo me 2 a breve sul grande schermo, i simpaticissimi Minions hanno ben pensato di venire a trovare il pubblico della Mostra del Cinema.

Riflettori fotografici puntati anche su alcuni dei più acclamati vincitori, primo fra tutti chi è sbarcato in laguna già certo del premio, il regista William Friedkin con un “felino dorato” alla carriera che lo aspettava. E poi il collega italiano Gianfranco Rosi, che con il suo documentario Sacro GRA, ha riportato nel Belpaese il Leone d’Oro per il Miglior film. Il premio più ambito del festival veneziano mancava a un film italiano dal 1998 quando fu Così ridevano (di Gianni Amelio) ad aggiudicarselo.

70. Mostra del Cinema - Nicolas Cage e la moglie Alice Kim © Biennale foto Asac
70. Mostra del Cinema - Cristiana Capotondi © Biennale foto Asac
70. Mostra del Cinema - Paola Cortellesi © Biennale foto Asac
70. Mostra del Cinema - l'attrice Mia Wasikowska e la scrittrice Robyn Davidson © Biennale foto Asac
70. Mostra del Cinema - James Franco © Biennale foto Asac
70. Mostra del Cinema - il piccolo Matteo Marchel e il regista Andrea Segre © Biennale foto Asac
70. Mostra del Cinema - James Deen © Biennale foto Asac
70. Mostra del Cinema -  le Femen con la regista Katty Green © Biennale foto Asac
70. Mostra del Cinema - William Friedkin con il Leone d'Oro alla carriera © Biennale foto Asac
70. Mostra del Cinema -  il regista Shubhashish Bhutiani
con il Premio Orizzonti  per il miglior cortometraggio© Biennale foto Asac
70. Mostra del Cinema - i Minions sul red carpet © Biennale foto Asac
70. Mostra del Cinema - il regista Gianfranco Rosi con il Leone d'Oro per il Miglior film © Biennale foto Asac

venerdì 6 settembre 2013

Il mio amico Zoran

Zoran il mio nipote scemo - Zoran (Rok Prasnikar) e Paolo (Giuseppe Battiston)
Viaggio nella provincia di confine. Zoran il mio nipote scemo (2013). Al centro e in disparte, storie di egoismi, nostalgie e un imprevedibile futuro.

di Luca Ferrari

Cade la pioggia nel Goriziano. Di sole ce n’è proprio poco. I vestiti sembrano ancor più appesantiti. Si susseguono discorsi superficiali senza rivoluzioni né particolari domani. L’Italia delle fandonie politiche non fa breccia. I pranzi della domenica installano tiepidi ripari senza rigenerare solitudini esistenziali del quotidiano paesano.

Sul grande schermo è arrivato Zoran il mio nipote scemo (2013, di Matteo Oleotto), una coproduzione italo-slovena e distribuito nel Belpaese dalla Tucker Film, presentato in anteprima alla 70° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nell’ambito della Settimana Internazionale della Critica e vincitore del Premio del Pubblico RaroVideo.

Paolo Bressan (Giuseppe Battiston) è un mezzo alcolizzato. Serve alla mensa. Un tempo era sposato con Stefanja (Marjuta Slamic), oggi felice compagna di Alfio (Roberto Citran), l’uomo che gli ha trovato l’attuale posto di lavoro salvandolo con molta probabilità da una fine penosa e miseramente avvinazzata.

Ogni sera torna brillo dai suoi giri e puntuale trova una pattuglia della Polizia ad attenderlo, ma riesce sempre a riparare nella casa dall’amico oste Gustino (Teco Celio) prima che gli sequestrino la patente. Nulla cambia. Tutto scorre così fino alla dipartita della zia slovena Anja Kovac che Giuseppe ignora di avere.

Indicato come suo erede, invece di mettere le mani su chissà quali ricchezze e/o proprietà, il solitario Paolo si ritrova nell’ingrata posizione di dover accudire per qualche giorno il timido Zoran (Rok Prasnikar), suo nipote, in attesa che venga trasferito in una casa di cure.

Paolo è odioso. Lo tratta male. Non vuole nemmeno che parli. Muto devi stare, gl’intima senza mezzi termini. Quando si reca al lavoro lo lascia in osteria. Solo quando scopre un rainmanesco talento nel fare centro alle freccette, cambia atteggiamento per sfruttarlo a dovere e portarselo in Scozia per vincere il ricchissimo premio del campionato mondiale.

Ecco allora il commediante Paolo prima raccontare una struggente storia d’infanzia per convincere lo psicologo a farsi dare in affidamento Zoran (che storpia senza ritegno in Zagor), e poi usarlo pure per provare a riconquistare l’ex-moglie. Lontano da occhi indiscreti però, il suo villanesco rapportarsi non cambia di una virgola. E a farne sempre le spese è anche il collega Ernesto (Riccardo Maranzana), un ex-alcolista in cerca di riscatto ma umiliato e deriso da Paolo.

Il piano per sfruttare Zoran sembra funzionare alla grande fino a quando non compare la giovane Anita (Doina Komissarov) che farà scattare nel giovane la voglia di decidere per sé. Dolce e delicato il loro sentimento. Nello sguardo imbarazzato per l’evidente cotta c’è tutta la fragilità adolescenziale di un primo appuntamento e l’emozione di un primo bacio. E quando ciò avviene, il sorriso gioioso di entrambi i protagonisti si propaga anche fuori dal grande schermo.

Zoran il mio nipote scemo (103’) mostra un’Italia quasi inedita. Se non fosse per il connotato di confine con la vicina Slovenia, potremmo essere nella provincia americana di Joe (2013, di David Gordon Green), film anch’esso presentato alla 70° Mostra del Cinema con un robusto Nicolas Cage nei panni di un uomo ai margini esistenziali.

Giovanni Battiston (La bestia nel cuoreLa giusta distanzaLa prima neve) è in stato di grazia per intensità interpretativa. Il suo Paolo, incamerato il rifiuto dell’ex-moglie di riprovarci e svilito dalle attenzioni del detestato Alfio che gli dice di avere per lei, rivendica il proprio impegno coniugale ricordandole di averla portata in gita a S. Valentino. Epica la risposta di Stefanja: Si, per la trasferta dell’Udinese. E abbiamo perso.

Paolo allora si lascia andare a un bicchiere dopo l’altro. Nella solitudine della propria abitazione il suo grosso ansimare faticoso riesce a trasmettere tutto il ruvido puzzo dell'ingurgitare alcolico. È arrabbiato. Alterato si trascina fino al coro per riprendersi il ragazzo ma ne esce sconfitto. Il remissivo Ernesto finalmente alza la voce e lo caccia via.

È l’epilogo. La fine di tutto per Paolo, eppure Zoran di abbandonare lo zio, non ne ha alcuna intenzione. E anche se avesse da ridire, il giovane sloveno ormai è cresciuto e sa bene cosa rispondere: muto. Devi stare muto.

Adesso si che ci si può fermare, farsi una bella risata e ricominciare dal plurale.

Guarda il trailer di Zoran il mio nipote scemo (2013, di Matteo Oleotto)

Anita (Doina Komissarov) e Zoran (Rok Prasnikar)
Zoran il mio nipote scemo - Paolo (Giuseppe Battiston) e Stefanja (Marjuta Slamic)
Zoran il mio nipote scemo - Paolo (Giuseppe Battiston)e Zoran (Rok Prasnikar)
Zoran il mio nipote scemo (2013, di Matteo Oleotto) - Zoran (Rok Prasnikar)

Lech Walesa, amo la libertà e la capisco

Walesa, l'uomo della speranza - Danuta (Agnieszka Grochowska) e Lech (Robert Więckiewicz
L'Armata Rossa dietro l'angolo. Il Muro di Berlino a impedire qualsiasi sogno. Non per lui. Lech Walesa credeva troppo nella libertà per arrendersi.

di Luca Ferrari

Rabbia e speranza. Lotta e fame. Amore familiare e impegno in prima linea. Dal porto di Danzica nel 1970 alle prime elezioni libere in Polonia nel 1990, il semplice cittadino polacco Lech Walesa passò da elettricista a Presidente della Repubblica. Nella sez. "Eventi Speciali" della 70° Mostra del Cinema il regista Andrzej Wajda ne racconta la storia con il film Walesa, Man of Hope (127’, Walesa l'uomo della speranza).

Le file per il pane. La polizia segreta. Il muro di Berlino a dividere l’Europa e il mondo (una parte). Stuprata dal nazismo nella II Guerra Mondiale, oggi (anni Ottanta) la Polonia è da decenni sotto il giogo di Mosca. Un uomo tenace, pratico e col temperamento da leader, nonché impiccione di prima categoria, iniziò a reclamare diritti. Sfidando un intero sistema (il Comunismo) e fondando il movimento Solidarność, la prima organizzazione sindacale indipendente del blocco sovietico.  

Bisogna essere molto arrabbiati per saper controllare la rabbia del popolo, dice l’audace Lech Walesa, interpretato nel film da Robert Więckiewicz. Quando la folla tace, io so dire le parole giuste spiega alla giornalista Oriana Fallaci (Maria Rosaria Omaggio), giunta fino in Polonia per intervistarlo.

Walesa non è un intellettuale. Non si perde in mille ragionamenti prima di arrivare a una conclusione. Non ha tempo da perdere. La gente sta male. La polizia arresta e picchia senza pietà. Lech viene imprigionato a più riprese. Ogni volta, nel silenzio della sua cella, pensa. E quando torna libero e può riabbracciare l’amata Danuta e i figli, è pronto all’azione. 

Già, la moglie. A fianco di un grand’uomo c’è sempre una grande donna. E anche Walesa non sfugge a questa dolce regola. Lei non si perde mai d’animo. Non mostra paura neanche quando il marito viene licenziato (o peggio). Gli sta sempre accanto pur senza rinunciare ai suoi bisogni di donna, e facendogli presente i suoi doveri di padre, volendolo a ragione anche tutto per sé e non solo per guidare le folle. Va lei a Oslo a ritirare il Premio Nobel per la Pace conferito al marito nel 1983. A prestare semplice e limpida grazia, l’attrice polacca Agnieszka Grochowska (classe ’79, di Varsavia).

La guerra fredda non l’ho studiata solo nei libri. Ho memoria di quanto accaduto, specie la seconda metà degli anni ’80 (sono nato nel 1976). Dallo spauracchio della guerra nucleare ai primi crolli del blocco sovietico, in particolare la rivoluzione violenta in Romania con la condanna a morte del dittatore Nicolae Ceausescu. Il vedere certe immagini, certi trionfi ha un sapore di forza. Una dimensione dove l’uomo è ancora in grado di cambiare il corso della Storia. 

E ancor di più oggi, non si può, non si può assistere alla proiezione di Walesa, L'uomo della speranza (2013) senza pensare o confrontare il presente. A dove siamo e tragicamente dove andremo. La classe lavoratrice italiana è stremata. Il precariato è ormai la valuta più abilmente imposta. Del mobbing non si parla più e non certo perché sia sparito. Troppe disparità. Troppa stanchezza. Troppe differenze per fare un unico scudo acuminato.

La gente scende ancora in piazza come se fossero gli anni ’70 ma non è più quel tempo. Non ci sono i carro armati dell’URSS ma è arrivato il consumismo e la pubblicità che ci hanno stordito. Imbolsito. E se alla fine del mese abbiamo comunque una nuova ricarica per lo smartphone, significa che allora non va poi così male. Voglio divi una cosa. Va proprio male. Va da schifoNon si deve riposare. Non si deve abbandonare la strada.

Io ho fame, quanto dobbiamo aspettare?

 Il trailer di  Walesa, l'uomo della speranza

Walesa, l'uomo della speranza - Lech Walesa (Robert Więckiewicz)
Walesa, l'uomo della speranza - Lech Walesa (Robert Więckiewicz)
Walesa, l'uomo della speranza - Lech Walesa (Robert Więckiewicz)
Walesa, l'uomo della speranza (2013, di Andrzej Wajda)

giovedì 5 settembre 2013

Scarlett “divina” Johansson

70° Mostra del Cinema – l'attrice Scarlett Johansson © Biennale foto Asac
Splendente più che mai, la bellissima Scarlett Johansson ha incantato il pubblico  della 70° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.

di Luca Ferrari

Ha tenuto testa a quelle teste calde di The Avengers. È stata l’immortale Janet Leigh a fianco di Anthony Hopkins nella sua mutazione Hitchcockiana. Ha vestito larghe e sudate camicie per aiutare Matt Damon nella sua folle impresa di La mia vita è uno zoo (2012, di Cameron Crowe). Scarlett Johansson è arrivata alla 70° Mostra del Cinema di Venezia, sprizzando charme e bellezza per l’anteprima di Under the Skin (di Jonathan Glazer).

70° Mostra del Cinema – l'attrice Scarlett Johansson © Biennale foto Asac
70° Mostra del Cinema – l'attrice Scarlett Johansson © Federico Roiter
70° Mostra del Cinema – l'attrice Scarlett Johansson © Federico Roiter
70° Mostra del Cinema – l'attrice Scarlett Johansson © Biennale foto Asac
70° Mostra del Cinema – l'attrice Scarlett Johansson © Federico Roiter
70° Mostra del Cinema – l'attrice Scarlett Johansson © Biennale foto Asac

mercoledì 4 settembre 2013

Ukraine in Femen

Ukraine Is Not a Brothel (2013, di Kitty Green)
Nella sez. Fuori Concorso della Mostra del Cinema è stato presentato Ukraine Is Not a Brothel (di Kitty Green), documentario sul movimento Femen.
Donne contro ogni patriarcato sociale. Decise. Combattive. Pronte a sfidare i peggiori dittatori dell’Est e presto anche del resto del mondo. Sono le attiviste di Femen. A destare tanto scalpore è la loro forma di protesta ridotta all’essenziale. Grandi scritte sul petto scoperto.

“In un mondo dove le donne non vengono considerate, in questo modo anche chi è a favore del patriarcato dominante, ci guarda comunque e dunque il messaggio arriva anche nelle loro teste” hanno spiegato durante la conferenza stampa di presentazione della Mostra del Cinema, “In questi cinque anni di attività abbiamo cercato una strategia. Abbiamo deciso tutte insieme di toglierci la maglia. Ne adotteremo altre in futuro”.

Dopo la prima apparizione di Femen in Italia, a Roma, in occasione di una protesta contro l’ex-premier Silvio Berlusconi, sono oggi sbarcate a Venezia le attiviste Inna Shevchenko (a dx), Sasha Shevchenko e la regista classe ’78, Katty Green (già messasi in luce con il cortometraggio Split al Brisbane International Film Festival), per la presentazione del documentario Ukraine Is Not a Brothel.

“Siamo scappate dall’Ucraina qualche giorno fa e ora siamo felici di potervi parlare. Eravamo in grave pericolo” ha subito spiegato Sasha, “la polizia e la politica ci hanno attaccato. Continueremo comunque la nostra attività. Continueremo ad attaccare il governo”.

Le giovani ucraine non si sono fatte intimidire dalle domande della stampa, ribattendo con risposte precise e dimostrando di avere ben chiara in testa la loro missione. Donne belle con il seno scoperto con le scritte sopra.

“Finché il corpo nudo viene utilizzato per promuovere birra o macchine, va tutto bene” ammonisce Femen, sfidando apertamente la collera di un regime di stampo machista. Sono state tra le poche ad aver contestato il premier Aleksandr Lukashenko in casa sua, in Bielorussia e sono state arrestate per questo. Portate nei boschi. Spogliate. Cosparse d’olio e abbandonate a qualche km dal confine con l’Ucraina. Pensavamo ci avebbero stuprato o ucciso, raccontano nel film. Le attiviste di Femen sono donne del XXI secolo stufe dei soprusi maschili.

Inevitabile che il discorso passasse anche sulla religione. Invitate da un produttore di biancheria intima, le Femen sono sbarcate in Turchia e truccate a dovere, si sono scagliate contro la violenza domestica, una piaga a ogni modo non certo di pertinenza di un’unica area geografica o religiosa. “Abbiamo lanciato la protesta Topless Jihad lì dove le donne musulmane subiscono violenza” spiegano, “Neghiamo l’influenza della religione sulle nostre vite. Le Femen combattono le religioni perché siamo femministe”.

La telecamera di Kitty entra nelle abitazioni delle attiviste. Le ascolta mentre si organizzano per le operazioni e si coordinano via Skype. Riprende le preoccupazioni ma anche l’assoluta intransigenza nel credere in ciò che fanno. “In Ucraina le famiglie sono tradizionaliste” ha spiegato la giovane regista, “la società ha paura di contestare. Le Femen sono tra le poche ad alzare la voce e parlare apertamente”.


Molto particolare la figura dell’iniziale sostenitore-organizzatore del movimento, Victor, in primis fattosi riprendere con una maschera di cartone da fuckin’ rabbit (fottuto coniglio), quindi a volto scoperto. “Victor ci ha fatto capire che cosa significhi un sistema patriarcale” hanno ulteriormente sottolineato, “Victor ci ha spiegato quanto bastardi siano gli uomini. Col tempo però pretendeva sempre più spazio e sarebbe stato un controsenso se un uomo  avesse guidato il movimento. La dominazione maschile è quella che ci ha fatto montare la rabbia. Abbiamo saggiato la violenza e non ci piace il sapore che ha”.

Scorrono le immagini di Ukraine Is Not a Brothel. “In questo paese usando il mio intelletto non riesco a guadagnare abbastanza” dice un’attivista. Oggi il gruppo ha la sua sede operativa in Francia, con nuovi nuclei già formatisi in altre parti d’Europa e Canada. Dieci in tutto.

Nel guardare il documentario emerge la sensazione che Femen sia solo agli inizi. Che la protesta con il seno scoperto sia solo il primo passo di un movimento che farà parlare di sé. “Il loro è un sistema controverso ma hanno fatto partire un dibattito. Credo in queste due donne. Sono forti", ha poi concluso Kitty Green rivolgendosi a Sasha Inna.

Femen avrà la sua storia, farà le sue battaglie e non si fermerà. Oscurantisti e bigotti, siete avvisati.

Ukraine Is Not A Brothel (2013, di Kitty Green)
La regista Kitty Green)
Ukraine Is Not A Brothel (2013, di Kitty Green)
 Mostra del Cinema 2013, le attiviste di Femen e la regista Katty Green © Federico Roiter
 Mostra del Cinema 2013, le attiviste di Femen © Federico Roiter