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venerdì 30 gennaio 2015

Tutto è possibile, la teoria di Stephen Hawking

La teoria del tutto - Stephen Hawking (Eddie Redmayne) e Jane (Felicity Jones)
La sfida impossibile di un uomo alla sua gabbia corporea. James Marsh affonda la telecamera di La teoria del tutto nella mente e nel cuore di Stephen Hawking.

di Luca Ferrari

Tutto è possibile. Quante volte abbiamo sentito ripetere queste parole, in particolar modo quando la vita riserva brutte sorprese. Se a tramandare questa breve frase però è una persona malata di atrofia muscolare progressiva, che è stata comunque capace di laurearsi, sposarsi, mettere al mondo tre figli, diventare uno dei più importanti astrofisici del mondo e comunicare mediante un sintetizzatore vocale, ossia Stephen Hawking, allora “forse” bisognerebbe davvero credergli.

James Marsh dirige La teoria del tutto (2014, The Theory of Everything), adattamento cinematografico della biografia Verso l'infinito (Travelling to Infinity: My Life With Stephen), di Jane Wilde Hawking.

Il ventunenne Stephen Hawking (Eddie Redmayne) è un ragazzo come gli altri. Brillante, certo. Un giovane geniaccio di Cambridge esperto in cosmologia. A una tipica festa universitaria incontra una ragazza, Jane (Felicity Jones). Scocca subito la scintilla. Lui, un fisico ateo. Lei, credente e specializzata in letteratura e poesia. Due universi umani si avvicinano e si amano. Il mondo è davanti a loro fino a quando il giovane si ammala gravemente, con la tragica prospettiva di avere davanti a sé solo due anni di vita.

Chiunque crollerebbe, e così pure Stephen. Non è soprannaturale. Vorrà anche svelare i misteri dei buchi neri ma è pur sempre una persona con sentimenti e paure. Giorno dopo giorno la sua salute peggiora, a cominciare dai movimenti e passando in sequenza dalle stampelle alla sedia a rotelle. Jane però non lo abbandona. Lo ama e lui ama lei. Restano insieme. Non “tutto” degenera nella carne di Stephen, tant'è che riescono a mettere al mondo due figli a poca distanz, più un terzo anni dopo.

Da una parte c'è lo scienziato che studia e lavora, dall'altra c'è l'uomo che ha intenzione di lottare e smentire le previsioni mediche. Così è, ma la vita familiare è dura, anche per la sua dolce metà alle prese con un marito e le ovvie difficoltà del tutto, più di figli che vedono nel padre soprattutto un giocoso adulto. Ad attenuarle la pesantezza della vita arriva il giovane vedovo Jonathan Hellyer Jones (Charlie Cox), direttore del coro della chiesa.

Jonathan è solo e nella famiglia Hawking trova un posto dove sentirsi amato e per Jane è una risorsa, oltre che di aiuto disico anche di supporto mentale. Gli anni passano e qualcosa s'incrina nella coppia. Stephen rischia la vita a più riprese. Deve subire una tracheotomia urgente e non riuscirà più a parlare se non grazie a un'apparecchiatura. Il supporto di una specialista a quel punto risulterà vitale, ed ecco dunque entrare nella sua vita la brillante Elaine Mason (Maxine Peake).

Non solo profondità e coraggio. Ne La teoria del tutto c'è posto anche per il più classico humour British, a cominciare dalla voce artificiale di Hawking che ha la cadenza americana e non inglese. O quando un professore russo, dopo aver ascoltato il giovane prodigio, prende la parola e dice: “Ero venuto qui convinto di ascoltare un sacco di sciocchezze. Devo ammettere che tornerò a casa deluso”. Anche il fedele amico Brian (Harry Lyod) ci mette del suo. Dopo essersi assicurato delle prestazioni sessuali di Stephen, mentre gli prende la sedia a rotelle lo depone tra le braccia di una statua della Regina Vittoria.

"La teoria del tutto è un film imperdibile" ha commentato il dott. Nicola Di Monaco, giornalista e docente universitario di Storia, "Una commovente storia d'amore tra scienza e sfida all'impossibile". Un film già vincitore di due Golden Globe, di cui uno a Eddie Redmayne per la sua straordinaria interpretazione di Hawking, e candidato a cinque premi Oscar. Un film capace di andare oltre i buchi neri, lo studio e la mera voglia di sopravvivenza. Un film dove la teoria della vita umana approda sempre e solo all'unica conclusione possibile: l'amore, eterno e mutevole.

Guarda il trailer di La teoria del tutto

La teoria del tutto - Brian (Harry Llyod) e Stephen (Eddie Redmayne)
La teoria del tutto - Jane (Felicity Jones) e Stephen (Eddie Redmayne)
La teoria del tutto (2014, di James Marsh)

martedì 27 gennaio 2015

L’azzimo Exodus di Ridley Scott

Exodus: dei e re - Mosé (Christian Bale)
Assenza di coprotagonisti, buchi esplicativi e un insignificante 3D. Voilà, l’anemico minestrone fantasy-religioso Exodus: dei e re (di Ridley Scott) è servito. 

di Luca Ferrari

Non è questo (…) il tempo ideale per i kolossal religiosi. Se ne faccia una ragione Ridley Scott e chiunque in mancanza d’idee voglia attingere a quella sceneggiatura senza troppi diritti d’autore che è il Vecchio Testamento. Exodus: dei e re (2014) è un’opera scialba, con troppi salti temporali e incapace di coinvolgere davvero lo spettatore, nemmeno ricorrendo al salvifico 3D. Un’opera di quasi 2,30 h. interamente “sbolognata” sulle spalle di Christian Bale (Mosè) che può davvero poco di fronte a un simile scenario dal biblici sbadigli.

Antico Egitto. Da 400 anni gli ebrei sono schiavi senza diritti dei malvagi egiziani. In tutto questo tempo il loro dio (Yahweh) ha avuto altro cui pensare (forse a programmare il Medioevo, ndr). D’improvviso però quest’ultimo non riesce più ad accettare la situazione e a dispetto del suo straordinario potere (è Dio d’altronde), si manifesta all’ateo Mosè, figliastro del Faraone e ora scacciato perché scoperto ebreo, incaricandolo più o meno di guidare la rivolta del proprio popolo.

Ridley Scott da troppo per scontato. Un paio di didascalie esplicative a inizio film crede che bastino per spiegare qualcosa che, nutro seri dubbi, a Bangalore così come a Osaka o Tokyo, possano conoscere bene. Un incidente naturale capitato a Mosè, così come potrebbe avere chiunque scivoli per le scale, lo mette in contatto con l’Altissimo e grazie a lui troverà il modo di prendersi una lunga pausa da moglie e figlio, destinazione la liberazioe della sua gente. Perché lui non lo desiderava, infatti. O meglio: si e no. Era alla ricerca di qualcosa/qualcuno cui obbedire per sentirsi in dovere di farlo.

Quasi sessanta anni fa venne girato I dieci comandamenti (1956, di Cecil B. De Mille) con la coppia Charlton Heston/MosèYul Brynner/Ramesse a scontrarsi per davvero. Una vera epopea con effetti speciali capaci di toccare lo spettatore. Saltando fuori dalla storia umana e relazionandosi con l’essere divino. Sebbene originale la scelta di Scott sul come raffigurare il Creatore, a tradirlo è proprio la sua stessa fisionomia. E da architetto dell’universo si fa intransigente e capriccioso vendicatore.

Un flop anche le scene clou, come il passaggio tra le acque del Mar Rosso o l’arrivo dell'angelo sterminatore (o chicchessia), colui il quale uccide tutti i primogeniti egiziani; in Exodus: dei e re non si capisce proprio. Mosè minaccia Ramses con la flemma di un vate sotto acido, mentre l’altro ricambia con urletti tardo-adolescenziali. Arriva il momento. Muoiono bambini, incluso il futuro faraone. La macabra predilezione però può essere realmente compresa solo chi ha letto qualcosa del Vecchio Testamento o quanto meno ha visto I dieci comandamenti.

Se Mosè “Hood” riesce a barcamenarsi tra azioni “Longstridiane” e strategia, per nulla convincente è l'ex-fratello Ramses (Joel Edgerton). Impiccagioni a parte, la sua presunta rabbia non fa proprio breccia. Per nulla propenso a credere a maghi e simili a differenza del padre Seti (John Turturro), gli basta aver annusato qualcosa di personale nella predilezione sull’imminente guerra contro gli Ittiti, per avere sensazioni spiacevoli e cominciare a guardare Mosè con sospetto.

A dir poco insignificanti le presenze femminili, con Sigourney Weaver (Tuya) a Golshifteh Farahani (Nefertari) al limite del mutismo. La prima odia Mosè. Il perché però non viene detto. È così e basta. Qualche (dolce) parola in più per la bellissima Maria Valeverde (Zipporah, la moglie di Mosè). Spettatori, più che attori non protagonisti, anche “l’Aragorniano” (per l’aspetto) Aronne (Andrew Tarbet) e Giosuè (Aaron  Paul). Qualche cenno di vita in più per Nun (Ben Kingsley).

Immancabile una considerazione di tipo prettamente logico. Vedere come migliaia d’anni fa i re si affidassero a presagi interpretati da qualificati maghi sulla base di sangue colato e visceri vari, fa comprendere quanto poco sia cambiato il mondo. Ancor oggi i regnanti despoti dirigono con opportuni fili un’umanità a dieta stretta di autostima e disposta, dopo accurato lavaggio di cervello, a inginocchiarsi miseramente dinnanzi a storie variegate che hanno tutte in comune un unico grande obbiettivo: la loro schiavitù.

Il popolo ebraico supera l’esame di egiziano e parte per la sua terra promessa. Ci vedranno come invasori, dice Mosè rispondendo alla domanda su cosa accadrà una volta lì arrivati. È ancora così. Nel 2015 il popolo “eletto” è ancora visto in questo modo dai cugini arabi. Oggi, nel 2015, la Palestina è ancora una valle di sangue senza che nessuno intervenga. Né Dio né i nuovi dei della guerra o della pace

In un’epoca (cinematografica) infine dove si spaccano film in due per portare più allocchi davanti al grande schermo annacquando sceneggiature che funzionerebbero anche in un unico viaggio, in Exodus: dei e re sarebbe stato il caso di farlo. Ma a giudicare da quanto visto, meglio che il “dente” sia stato tolto con un unico intervento. Unica nota dolce, la dedica finale del regista al fratello e collega Tony (1944-2012), anche se forse si sarebbe meritato qualcosa di meglio come opera alla sua memoria.

il trailer di Exodus: dei e re

Exodus: dei e re - Nun (Ben Kingsley)
Exodus: dei e re - Mosé (Christian Bale) eZipporah (Maria Valeverde)
Exodus: dei e re - Ramses (Joel Edgerton)

venerdì 23 gennaio 2015

American Eastwood, (a)gli ordini della guerra

American Sniper - Chris Kyle (Bradley Cooper)
Implacabile cecchino e patriota. Letale tiratore e assassino. Chi è Chris Kyle? Clint Eastwood e Bradley Cooper lo raccontano in American Sniper (2014).

di Luca Ferrari

Un uomo come tanti fino agli attentati delle ambasciate statunitensi verso la fine degli anni Novanta. Poi il senso del dovere e di protezione dei più deboli (americani) ben inculcato dal rigido padre, fanno dell'uomo un soldato devoto. E così addio a rodei e facili conquiste femminili, si entra nei Navy SEAL. Clint Eastwood dirige American Sniper (2014), film basato sull'autobiografia del cecchino Chris Kyle (1974-2013).

Gli equilibri (e i nervi) a stelle e strisce sono saltati. Dopo l'Afghanistan è arrivato anche il momento di attaccare l'Iraq. E nella crociata per la libertà di George W. Bush rientra anche Chris (Bradley Cooper), in partenza per la sua prima missione. Lì, nel “regno del terrore” Husseiniano (alleato degli USA fin quando era "necessario" gassare gli iraniani, ndr), la sua incredibile mira gli farà guadagnare un soprannome degno di qualche Marvelliano supereroe. Sarà chiamato Leggenda dai suoi commilitoni, il diavolo di Ramadi dai suoi nemici che gli piazzeranno sulla testa anche una ricca taglia.

Clint Eastwood non è certo un novizio in fatto di pellicole belliche. Questa volta prò il regista si è limitato al proprio dovere. Non si espone né da giudizi. È sul grilletto della prima uccisione di Kyle in terra irachena quando un ragazzino sta per lanciare una granata contro l'esercito americano. Lui è appostato su di un tetto ed è lì per una missione: proteggere i propri soldati. L'esitazione umana è comprensibile ma alla fine il dovere ha un solo interlocutore: il fuoco.

Abituati a qualche maggior spunto riflessivo, Eastwood si trincea abilmente dietro le pagine autobiografiche del protagonista, senza minimamente penetrare dentro una guerra-farsa iniziata con menzogne propinate al popolo americano e al mondo intero sulle presunte armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Lasciando per di più l'onere delle riflessioni al mero essere umano e i suoi inevitabili flashback una volta rientrato a casa. Senza il benché minimo dubbio morale sul proprio operato in Iraq.

Chris è un bravo marito e padre affettuoso. Si è sposato con Taya (Sienna Miller). Insieme hanno avuto due figli. Nel proprio ambito lavorativo è un eroe, eppure questo non basta. Per un uomo abituato a vedere il mondo dentro un mirino, una festa di compleanno di bambini che adrenalina potrà mai dargli? Sembra una domanda retorica e antipatica, ma è così. Vale per i militari come per i reporter di guerra. Il sangue è una droga e la realtà è sfasata. Alterata.

Dalla quiete del ritrovato Texas all'implacabile sabbia mediorientale. Come una pallina di ping pong Kyle vive gli estremi dell'esistenza umana. La dolcezza dell'amore e la sofferenza della più atroce delle follie umane. Le direttive paterne sono ancora forti dentro di sé. Kyle non è in Iraq per la propria bramosia ma non intende restare in disparte mentre i propri connazionali muoiono. Kyle è partito volontario per difendere gli Stati Uniti. In Iraq esegue solamente gli ordini. Le stesse parole che ripetevano i gerarchi nazisti a Norimberga.

Il trailer di American Sniper

American Sniper - Chris Kyle (Bradley Cooper) e Taya (Bradley Cooper)
Bradley Cooper e il regista Clint Eastwood sul set di American Sniper

lunedì 19 gennaio 2015

Alan Turing, il gay che sconfisse Adolf Hitler

The Imitation Game - Alan Turing (Benedict Cumberbatch)
Dalle imprese anti-naziste all'umiliazione della castrazione chimica perché omosessuale. The Imitation Game, la tragica storia di Alan Turing.

di Luca Ferrari

Ha decifrato un codice indecifrabile. Ha salvato milioni e milioni di vite. A ostilità terminate però, non c'è stata nessuna medaglia per il matematico inglese Alan Turing ma l'accusa di omosessualità e conseguente castrazione chimica. E così, l'uomo che contribuì in modo inoppugnabile a far vincere gli Alleati nella II Guerra Mondiale gettando allo stesso tempo le basi per il moderno computer, ha finito per suicidarsi all'età di 41 anni. Il regista norvegese Morten Tyldum ne racconta la storia in The Imitation Game (2014).

Un'adolescenza scandita tra solitudine, doti intellettive fuori dal comune e bullismo fecero di Alan Turing (Benedict Cumberbatch) uno dei migliori matematici della sua generazione. Nel corso della II Guerra Mondiale, quando tutto era ancora in ballo, i nazisti usavano una particolare macchina per le loro comunicazioni, il codice Enigma. Qualcosa che nessuno era in grado di decifrare. Caratteristica letale, il fatto che ogni giorno vi fosse un'impostazione nuova rendendo così i precedenti sforzi di comprensione del tutto inutili.

Alan allora si presenta dal Comandante Alastair Denniston (Charles Dance) per candidarsi all’arduo lavoro. All'idea però di fare squadra con altri colleghi, Turing non è per niente entusiasta. Le cicatrici della gioventù sono ancora vivide. Non si fida di nessuno. Non vuole nessuno accanto a dispetto dell'effettiva disponibilità altrui. Ad aumentare la sua antipatia, il fatto che non sia lui il capo del team ma lo scacchista Matthew Goode (Hugh Alexander).

Mal tollerato dal comandante Denniston che vorrebbe sbatterlo fuori, Alan procede per la sua strada, convinto che solo una macchina possa fare quello che l'uomo non è in grado. Con l'aiuto del capo dei servizi segreti dell'MI6, Stewart Menzies (Mark Strong), che intercede per lui con Winston Churchill in persona, riesce a farsi mettere alla testa del gruppo di geniacci, cacciandone inoltre via due ritenuti poco qualificati e di scarso rilievo. Il lavoro però è tanto e servono altre quattro mani capaci. Attraverso un test iniziato con un cruciverba pubblicato sul giornale arriva Joan Clarke (Keira Knightley).

La storia fa il suo corso. Le più brillanti menti dei sudditi di Sua Maestà arrivano a scoprire l'inscopribile anche se, e qui è il dramma, non potranno semplicemente anticipare le mosse dei nazisti se no verranno scoperti. Arriva il momento delle scelte, lasciando alcuni morire e altri vivere. Ma questo è l'orrore delle guerra. Un orrore inevitabile. Ciò che invece poteva essere evitato è l'umiliazione per un uomo che fece così tanto per il tracollo della dittatura Hitleriana.

La regia si alterna tra presente e passato. Complice un furto nella propria casa e l'indagine dello zelante detective Nock (Rory Kinnear), il mite Turing si ritrova al comando di polizia dall'altra parte della scrivania a doversi giustificare per il proprio orientamento sessuale, lasciando poi spazio all'epilogo più tragico. Non basta la ritrovata amicizia con Joan, prima sposata per convenienza di entrambi e poi deragliata, a dargli la forza per accettare quest’ignobile punizione medievale.

Tyldum entra nei rifugi antiaerei della Londra sotto attacco. Ci mostra la frenetica corsa contro il tempo per fermare la macchina di morte tedesca. E quando la casualità si fa rivelatrice, è un tripudio di gioia ma, come si vedrà, anche di dolore. In mezzo a tutto questo, a una guerra poi finita e una normalità riguadagnata, c'è ancora una volta il dramma del diverso. Picchiato ed emarginato.

A distanza di pochissimo tempo sono sbarcate sul grande schermo due pellicole britanniche capaci di trattare in modo del tutto differente la discriminazione degli omosessuali. Pride (2014, di Matthew Warchus) e ora The Imitation Game (non va dimenticato che oltre agli ebrei, le deportazioni di massa furono “aperte” a tutti gli omosessuali). Due pellicole alla fine delle quali non ci si può non chiedere quale sia il grande male recato all'umanità da persone che provano pulsioni per esseri umani del loro stesso sesso.

 Il trailer di The Imitation Game

The Imitation Game - Turing (Benedict Cumberbatch) e il Com. Denniston (Charles Dance)
The Imitation Game - Joan (Keira Knightley) e Alan (Benedict Cumberbatch)

mercoledì 14 gennaio 2015

Exodus dalla realtà

Exodus: Dei e Re (2014, di Ridley Scott)
Angeli sterminatori. Mari che si aprono. Univoche morti primogenite. Ma quale Tolkien, il genere horror-fantasy fu inventato dall'Antico Testamento.

di Luca Ferrari

Ma quali Alan Moore, Stan Lee, Algernon Blackwood, Bob Kane, Frank Miller, J.R.R. Tolkien e tutte quelle penne del grandioso immaginifico, il primo grande ideatore, produttore e distributore di genere fantasy fu l'Antico Testamento (continuato poi col sequel del Nuovo), capace di creare miti con cui lavare per bene il cervello all'umanità, rendendola schiava del dolore nel nome di un chissà quale paradiso. Una fantasia talmente ben architettata da collocare l'essere umano in secondo piano, lasciandolo inginocchiato al cospetto dell'invisibile.

Il genere religioso è tornato di moda sul grande schermo. Dopo il penoso Noah (di Darren Aronofsky con Russel Crowe, Anthony Hopkins e Jennifer Connelly), in un mix di fiaba campestre e folle viaggio in un'inspiegata dimensione primordiale, ora è il turno di un altro polpettone in salsa hollywoodiana, Exodus: Gods and Kings (2014 – Exodus: Dei e Re), di Ridley Scott con Christian Bale nella parte di Mosè. Un film che puzza parecchio di remake de I dieci comandamenti (1956, di Cecil B. DeMille con Charlton Heston e Yul Brynner).

Il 2015 vede un mondo ancora lacerato da conflitti, povertà e sfruttamento. In tutto questo però la religione fa da incredibile collante tra le genti, capace di scatenare odio e guerre nonostante gli appelli dei tanti (?) buoni pastori. E sebbene nel terzo millennio in molti abbiano ancora difficoltà ad accettare che nella stessa terra viva qualcuno di credo diverso, con la stessa naturalezza sono convinti che un tizio armato di bastone abbia liberato un popolo dopo immani secoli di schiavitù (per di più camminando in mezzo alle acque del Mar Rosso) o un altro sia tornato in vita dopo essere stato selvaggiamente torturato e ucciso.

Il Mosè RidleyScottiano però deve essere all'altezza dei tempi, dove il look è fondamentale. Niente coperta da straccione dunque, ma una fiera armatura con cui uccidere i malvagi egizi guidati dal fratellastro faraone Ramses (Joel Edgerton). E poi, grandiosa la frase pronunciata nel trailer: “Tu dici di essere un dio, lui ha dalla sua parte Dio” ad alimentare questo invulnerabile alleato che ora fa il “Maverickiano” fico nell'aiutare Mosè, per secoli però si è fatto allegramente i comodi suoi.

Oggi un film come Exodus: Dei e Re può al massimo aspirare a presentarsi come kolossal fantasy, con l'ambizione di portarsi a casa qualche statuetta per gli effetti speciali il prossimo 22 febbraio, lasciando il vero realismo a pellicole di ben altro spessore come La Trattativa di Sabina Guzzanti, film presentato nella sezione "Fuori Concorso" della 71° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Oggi al mondo servono mani e non preghiere.

Nel bell'articolo-intervista “Mosè? Una contraddizione, violento e pacifista” realizzato da Andrea Carugati sul mensile Best Movie di gennaio, dove apre il microfono al protagonista Christian Bale, l'attore premio Oscar da una lettura molto particolare del liberatore, definendolo “un soldato che combatteva per la libertà e contemporaneamente un terrorista che sosteneva di agire esclusivamente nel volere di Dio, declinando ogni responsabilità”. Ecco la parola chiave: responsabilità. Il divino è l'alibi perfetto per l'essere umano. Debole, e per questo bisognoso di affidare agli altri le ragioni delle sue azioni brutali.

Si, certo. Andrò a vedere Exodus: Dei e Re, con lo stesso approccio che ho quando m'imbatto negli Avengers o gli X-Men. Assistere a un racconto di pura fantasia con tutte le possibili ripercussioni sulla realtà. In questo caso però è tutto molto diverso, e soprattutto opposto. La realtà esiste già ed è quanto di peggio ci possa essere stato (…) per secoli. Oggi il mondo è ancora schiavo di miti e leggende. E di quelle parole con cui Delios (David Wenham) spronava il proprio esercito, orfano dei 300 valorosi spartani, per piegare l'invasore persiano: "Quest'oggi noi liberiamo il mondo dalla tirannia e dal misticismo e lo accompagniamo in un futuro più radioso che si possa immaginare", che cosa è rimasto? Solo un'altra farsa. Solo un'altra virulenta menzogna.

Exodus: Dei e Re - Mosè (Chistian Bale) e Ramses (Joel Edgerton)

sabato 10 gennaio 2015

Big Eyes, cercasi Tim Burton disperatamente

Big Eyes - Margaret Keane (Amy Adams)
Se gli occhi sono davvero lo specchio dell’anima, meglio non guardare troppo dentro Big Eyes (2014) o di Tim Burton ci resterà davvero poco.

di Luca Ferrari

Niente gotico né attori feticci e questa sarebbe potuta essere una piacevole notizia all'insegna del cambiamento. Era dai tempi della coppiata Planet of the Apes (2001) – Big Fish (2003) infatti che non si vedeva un film di Tim Burton senza Johnny Depp. Ma le novità finiscono qui. Big Eyes, il tanto atteso nuovo lavoro del regista di Burbank è quanto di più sbiadito ci possa essere. Un film banale senza nessuna impennata stilistica. Un film che neanche il “colonnello” Christoph Waltz è stato in grado di risollevare. Una prova di regia davvero anemica che al confronto il già poco incisivo Dark Shadows (2012) pare chissà cosa.

Big Eyes è la storia vera di Margaret (Amy Adams) e Walter Keane (Waltz). Lei, divorziata con figlia a carico e geniale pittrice di fanciulli dai grandi occhi. Lui, bugiardo incallito incapace di realizzare anche il più modesto dei disegni. Lui affascina lei. La seduce e si sposano. Tutto sembra andare bene ma quando scopre che i suoi quadri incassano alla grande, trincerandosi dietro una realtà che vede le artiste donne con poco mercato in quegli anni (‘50-’60), la convince a firmare le opere Keane, lasciando a lui tutto il merito e la gloria.

Deriso in principio per i suoi presunti quadri paesaggistici dal gallerista Ruben (Jason Schwartzman), Walter si prende le sue sospirate rivincite grazie anche all’alleanza con lo scafato giornalista Dick Nolan (Danny Houston). I dipinti dai grandi occhi commuovono e gli fanno guadagnare dollari su dollari. Tutti li amano. Tutti meno uno, il critico John Canaday (Terence Stamp) che stronca senza pietà questo tipo di ritratti.

Più il tempo passa e più s’ingrandisce il castello di bugie. Walter però sa vendersi e vendere alla grande. Un mago delle public relations. Con l’aumentare del conto in banca e degli incontri coi personaggi famosi però, si fa sempre più meschino e cattivo in famiglia, arrivando perfino a minacciare di morte la moglie se avesse mai rivelato il suo segreto. Ne fanno le spese anche l’amica di lei, DeeAnn (Krysten Ritter), e la giovane figlia Jane (Madeleine Arthur). Finale scontato con la donna che finalmente trova il coraggio di affermare ciò che è suo, quindi il processo e inevitabile verdetto tra pennelli e tavolozza.

Tim Burton ha voluto cimentarsi in un sentiero alquanto impervio per lui, eppure non era la prima volta che sceglieva una storia reale ma all’epoca (1994) i risultati furono assai differenti. Quello era il bell’oscuro tempo di Ed Wood, prima collaborazione Tim-Deppiana, dove il cinema di Burton era davvero capace di lasciare il segno. Per come è stato diretto Big Eyes invece, ci sarebbe potuto essere chiunque dietro la telecamera. Nemmeno la musica del fido Danny Elfman è particolarmente riconoscibile.

Le indubbie qualità di Amy Adams poi, restano al palo mentre Waltz è fin troppo prevedibile. E se perfino un regista come Tim Burton gli offre una parte ancora troppo in linea con il personaggio che lo ha fatto conoscere al mondo (oltre ad avergli regalato il primo dei due Oscar come Miglior attore non protagonista), il colonnello Hans Landa di Bastardi senza gloria (2009, di Quentin Tarantino), allora anche per Mr. Sleepy Hollow è arrivato il momento di prendersi una pausa e tornare magari quando avrà qualcosa di davvero originale da raccontarci. E soprattutto all’altezza del suo grandioso passato cinematografico.

Il trailer di Big Eyes

Big Eyes - Margaret Keane (Amy Adams) e il viscido Walter (Christoph Waltz)
Big Eyes - Margaret (Amy Adams) e la figlia Jane (Madeleine Arthur)
Big Eyes - Margaret Keane (Amy Adams)

giovedì 8 gennaio 2015

Golden Globe 2015, vorrei che vincessero...

... è tempo di Golden Globe
Domenica 11 gennaio saranno assegnti i Golden Globe, giunti alla 72° edizione. Cineluk fa il tifo per The Imitation Game e Pride.

di Luca Ferrari

The Imitation Game è un biopic sulla vita del matematico e crittoanalista inglese Alan Turing (1912 – 1954), uno dei padri dell'informatica, morto suicida all'età di 41 anni dopo aver subito castrazione chimica per essere un omosessuale. Un uomo che fu la chiave della decifrazione del Codice nazista Enigma. Un uomo senza la cui esistenza forse la II Guerra Mondiale sarebbe finita in un altro modo.

La pellicola, diretta dal regista norvegese Morten Tyldum, sbarca ai Golden Globe 2015 con cinque nomination: Miglior film drammatico, Miglior attore in un film drammatico (Benedict Cumberbatch nei panni di Turing), Miglior attrice  in un film drammatico (Keira Knightley nei panni dell'amica del matematico, Joan Clarke), Miglior sceneggiatura (Graham Moore) e Miglior colonna sonora originale (Alexandre Desplat, presidente della Giuria dei film in Concorso alla 71° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia).

A contendere il premio a Cumberbatch, oltre a Steve Carell (Foxcatcher), Jake Gyllenhaal (Lo sciacallo – Nightcrawler) e David Oyelowo (Selma – La strada per la libertà), ci sarà soprattutto il di lui concittadino londinese Eddie Redmayne, calatosi per James Marsh e il film La teoria del tutto (The Theory of Everything) nel corpo e mente geniale del fisico/astrofisico Stephen Hawking.

A dir poco esagerate le quattro nomination invece per Grand Budapest Hotel, l'ennesima ripetitiva opera di Wes Anderson, incapace di staccarsi dalle inquadrature e caratteristiche dei personaggi del suo indiscusso (ma ormai datato) capolavoro I Tenenbaum (2001). Passi anche la candidatura come Miglior attore in un film commedia o musicale al poliedrico Ralph Fiennes ma vedere che la pellicola è in gara anche come Miglior film commedia o musicale, Miglior regista e Miglior sceneggiatura, appare decisamente esagerato.

La speranza inoltre è che a trionfare nella categoria Miglior film commedia o musicale non sia la sopracitata opera Andersoniana né il fin troppo decantato Birdman (di Alejandro González Iñárritu), film di apertura della 71° Mostra del Cinema di Venezia, né St. Vincent (di Theodore Melfi) né men che meno il multi-star disneyano Into the Woods (di Rob Marshall) ma l'impegnato Pride (di Matthew Warchus), storia vera dell'alleanza tra vessati: gay e lesbiche da una parte, minatori gallesi dall'altra. 

Prima nomination in carriera per Jennifer Aniston, protagonista di Cake (2014, di Daniel Barnz). A duellare per il Globe, oltre alla favoritissima Julianne Moore (Still Alice), ci saranno anche Felicity Jones (La teoria del tutto), Rosamund Pike (L'amore bugiardo – Gone Girl) e Reese Witherspoon (Wild), con la quale proprio Jennifer Aniston divise il piccolo schermo nella 13° puntata della 6° stagione (2000) della sitcom Friends. Mentre lei era una delle protagoniste (Rachel Green), la pià giovane Reese interpretò la sua viziata sorellina Jill.

Tutte le nomination dei Golden Globe 2015 presentati da Tina Fey e Amy Poehle.

Pride - Mark Ashton (Ben Schnetzer)
The Imitation Game - Joan Clarke (Keira Knightley) e Alan Turing (Benedict Cumberbatch)
Cake - Claire Bennet (Jennifer  Aniston)
Welcome to the Golden Globe Awards 2015

lunedì 5 gennaio 2015

Pride, l'unione fa gli esseri umani

Pride – l'LGSM guida il Gay Pride a Londra
Negli anni '80 la più improbabile delle alleanze umane, gay-lesbiche e minatori,  cambiò per sempre il volto di una nazione (Pride – 2014, di Matthew Warchus).

di Luca Ferrari

“Quando fai una battaglia contro un nemico tanto più forte, tanto più grande di te, scoprire di avere un amico di cui non conoscevi l'esistenza è la più bella sensazione del mondo”. Basterebbe questa frase pronunziata dal rappresentante del comitato dei minatori di Ollwyn, Dai Donovan (Paddy Considine), in un club gay di Londra, per commuoversi e capire quanto possano fare gli esseri umani gli uni per gli altri quando vengono messi da parte i pregiudizi, agendo in piena e libera armonia d'intenti.

È il 1984 quando l'Iron Lady Margareth Thatcher decise di chiudere miniere su miniere, lasciando sul marciapiede migliaia di famiglie la cui reazione fu uno sciopero senza precedenti. E la polizia giù a colpire duro i manifestanti. Alla loro battaglia si unì un'altra realtà che “ne sapeva qualcosa” in fatto di vessazione e discriminazione, gli omosessuali.

Guidati dal giovane e carismatico Mark Ashton (Ben Schnetzer), nasce il gruppo LGSM – Lesbians and Gays Support the Miners. Dopo una serie di telefonate riescono a trovare una realtà cui devolvere i loro sforzi di raccolta fondi, i lavoratori di Onllwyn, paesino minerario del Galles meridionale. Tra incredulità, domande ridicole e inevitabili preconcetti, i “diversi” conquistano col tempo la gente del posto, prima le donne (ovviamente) poi i più arcigni maschietti.

La Londra di metà anni Ottanta è diversa da ciò che si vede oggi. Molto più chiusa e intollerante, dove vecchie e nuove generazioni discriminano i non-etero. Del gruppetto pro-minatori c'è il giovane e non ancora dichiarato gay Joe (George MacKay), la solitaria lesbica Step (Faye Marsay), il navigato Jonathan (Dominic West), uno dei primi cittadini britannici a contrarre il virus dell'AIDS (ma ancora oggi in vita), che con i suoi passi di ballo fa talmente ingelosire i fieri maschi gallesi che finiscono per chiedere “ripetizioni” ai neo-amici gay per conquistare le donne.

I preconcetti però sono durissimi da abbattere. E se da una parte ci sono le apertissime Hefina (Imelda Staunton), l'anziana Gwen (Menna Trussler) e l'ultima arrivata, la combattiva Sian (Jessica Gunning), dall'altra c'è l'odiosa bigottaggine della vedova Maureen (Lisa Palfrey) che oltre a istigare i due figli maschi a schifare i gay, avvisa la stampa locale con l'obbiettivo di mettere in ridicolo “i propri minatori” poiché colpevoli di far comunella con questi “froci”.

Trent'anni dopo fa quasi (quasi) ridere pensare a come oggi gli omosessuali siano molto più accettati lassù, in terra d'Albione, mentre qui in Italia siamo ancora al Medioevo. Un mondo dove il modello del macho sbatti-femmine è ancora all'ordine del giorno. Il Gay Pride finale guidato dall'LGSM e supportato da un esercito di minatori è il nuovo che avanza. Alle loro spalle c'è il Parlamento e il Big Ben baciati dal sole, circondati dall'azzurro del cielo. Una marcia capace di illuminare di speranza un'umanità ancora schiava di troppe dittature ideologiche.

Prima firmataria della condanna degli omosessuali, la religione. Li considera diversi. Ma diversi da cosa? Diversi da chi? E secondo quale legge una coppia deve per forza procreare? Possiamo anche goderci i colori della Londra anni Ottanta di Pride ma trent'anni dopo gli omosessuali sono ancora i diversi. Sono ancora discriminati. Mi ripeto, sono ancora considerati diversi. Certo, diversi da politici omofobi e diversi da preconcetti moralistici interpretati sulla base di traduzioni di traduzioni di traduzioni di millenni fa che in troppi ancora seguono.

Essere omosessuali è quanto di più naturale esista al mondo così come essere etero. Se non sei d'accordo, abbandona immediatamente Cineluk e vai a farti fottere!

Il trailer di Pride

Pride - gli amici Joe (George MacKay) e Step (Faye Marsay)
Pride – Jeff (Freddie Fox), Jonathan (Dominic West) e Mike (Joseph Gilgun)
Pride - (in senso orario dall'alto) Sian (Jessica Gunning), Hefina (Imelda Staunton)
e Gwen (Menna Trussler)
Pride – l'LGSM è arrivato in Galles