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martedì 31 marzo 2015

Anteprime 2 aprile, storie infinite

Wild - Cheryl (Reese Whiterspoon)
Cinema (2-6 aprile). I colori del musical Grimmiano Into the Woods. Il viaggio reale di Wild. L’ultima adrenalinica performance di Paul Walker in Fast & Furious 7

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer


Il mese di aprile si presenta all’insegna della (ri)scoperta e del fantastico. Giovedì 2 sbarca al cinema Wild (di Jean-Marc Valèe) con Reese Whiterspoon e Laura Dern, entrambe candidate agli Oscar 2015 rispettivamente come Miglior attrice protagonista e non protagonista. La storia vera della ventiseienne Cheryl Strayed, partita alla ricerca di sé e finita per attraversare tutta la West Coast a piedi dalla California al Canada.

Dal filone più realistico a quello più musical-favolistico. L’esperto Rob Marshall (Chicago, Memorie di una geisha, Nine) porta sul grande schermo il meglio dei Fratelli Grimm, direttamente dall’omonimo spettacolo teatrale Into the Woods. Un cast d’eccezione a cominciare dalla strega malvagia Meryl Streep, il lupo del bosco Johnny Depp, Cenerentola – Anna Kendrick, Cappuccetto Rosso – Lilla Crawford ed Emily Blunt, nei panni della moglie del fornaio insieme al quale da inizio alla vicenda.

Sono i sentimenti di coppia invece i protagonisti del nuovo film di Michele Placido, La scelta con Raoul Bova e Ambra Angiolini. Ispirato all’opera Pirandelliana L’innesto e ambientato in Puglia, una coppia come tante d’improvviso si trova a vivere qualcosa che minerà per sempre il proprio equilibrio lasciando emergere reazioni diverse allo stesso doloroso montante della vita.

Altre due pellicole nostrane in arrivo sul grande schermo il 2 aprile, a cominciare dalla commedia di Marco Pontecorvo (Pa-ra-da), Tempo instabile con probabili schiarite con Luca Zingaretti, Lillo e John Turturro. Esordio alla regia poi, per il Zeligiano Paolo Cevoli con Soldato semplice, commedia ambientata nel I conflitto mondiale (di cui quest’anno ricorre il centenario dell’entrata in guerra dell’Italia).

Pochi attori come James Franco riescono a passare dal demenziale al cinema impegnato mantenendo sempre la stessa convincente professionalità. Third Person di Paul Haggis si concentra sull’amore in città diverse. Oltre al già citato Franco, “timbrano il cartellino” altri pezzi da novanta quali Liam Neeson, Mila Kunis, Adrien Brody, Kim Basinger e Roberto Scamarcio.

Non solo grandi produzioni “yankee” e pellicole tricolori. In questa nuova settimana cinematografica (2-6 aprile) c’è spazio anche per il film danese A Second Chance (2014, di Susanne Bier). Per gli amanti dell'action su quattro ruote infine, va in scena il settimo (si, avete letto proprio bene: siamo a quota 7) capitolo della saga di Fast & Furious, per la prima volta orfano di Paul Walker (1973-2013), scomparso il 30 novembre di neanche due anni fa in un incidente stradale.

Andate al cinema, e buona visione.

Into the Woods (2014, di Rob Marshall)
La scelta - Giorgio (Raoul Bova) e Laura (Ambra Angiolini)
A Second Chance - Andreas (Nikolaj Coster-Waldau)
Fast & Furious 7 (2015, di James Wan)

lunedì 30 marzo 2015

La corrispondenza, ciak per Tornatore

(da sx) Olga Kurylenko, Giuseppe Tornatore e Jeremy irons
Oggi, lunedì 30 marzo, iniziano le riprese di La corrispondenza. Il nuovo film di Giuseppe Tornatore, con Jeremy Irons e Olga Kurylenko.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

Una vita scandita tra la normalità dello studio e scelte estreme solo in apparenza legate ai propri interessi. Un duro scontro interiore dove il futuro appare tragicamente segnato dal dolore del passato. È allora che l’essere umano scende in campo per l’essere umano. Giuseppe Tornatore (Nuovo Cinema Paradiso, La leggenda del pianista sull’oceano, Baarìa) è tornato sul set. Oggi, lunedì 30 marzo 2015, cominciano le riprese della sua dodicesima fatica cinematografica: La corrispondenza, con Jeremy Irons e Olga Kurylenko.
    
Dieci settimane tra Scozia (Edimburgo, York) e Italia (Piemonte, Trentino-Alto Adige) per girare il film, già riconosciuto d’interesse culturale nazionale dal Ministero per i Beni e le Attività  Culturali e Turismo. Prodotto da Paco Cinematografica e Rai Cinema in associazione con UniCredit Leasing e Focchi spa, la pellicola sarà “portata” nei cinema del Bel paese da 01 Distribution.

La Corrispondenza racconta di una giovane studentessa universitaria (Kurylenko) che tra un esame e un altro, fa la controfigura per la televisione e il cinema. La sua specialità sono le scene d’azione e le acrobazie cariche di suspense. Situazioni di pericolo che nelle storie di finzione si concludono sempre con la morte del suo doppio. Mera adrenalinica amante del rischio o c'è qualcosa di nascosto in questa sua parallela professione estrema?

L’inconfessabile realtà ha a che fare con un terribile macigno interiore. L’angosciante senso di colpa nato dalla tragica scomparsa del suo grande amore del quale si sente responsabile. Una ferita mai rimarginata. Un conto in sospeso che prova a placare sfidando la morte. Guardandola spudoratamente in faccia. Un’ombra che nessuna luce sembra in grado di dissolvere. Ecco allora scendere in campo il suo professore di astrofisica (Irons), deciso a farle riprendere il controllo della propria vita.

Inglese classe ’48, Jeremy Irons è uno dei più versatili protagonisti del grande schermo. Nel corso della sua lunga carriera è passato da Mission (1986) a La casa degli spiriti (1993) e Il mercante di Venezia (2004), senza “dimenticare” Il mistero Von Bulow (1991) con il quale si aggiudicò il premio Oscar come Miglior attore protagonista. In questa sua prima avventura insieme a Giuseppe Tornatore, azzarderei quasi a immaginarlo con qualche spruzzata “Bertolucciana” del drammaturgo Alex Parrish che intrepretò in Io ballo da sola (1996).

Ci ha messo davvero poco l'ormai ex-modella ucraina naturalizzata francese Olga Kurylenko per convincere tutti delle sue indubbie dotti attoriali. L’ex-Bond girl di Quantum of Solace (2008), è abilmente passata dai colori nativo-rabbiosi e vendicativi di Centurion (2010) alla dolcezza Mailickiana di To the Wonder (2012), film questi presentato nella sez. Concorso alla 69° Mostra del Cinema di Venezia alla quale lei stessa partecipò all’anteprima.

Tra le sue ultime e più significative interpretazioni, Oblivion (2013, di Joseph Kosinski) a fianco di Tom Cruise e Morgan Freeman. L’anno successivo invece è stata la protagonista femminile di The Water Diviner (2014), il primo film da regista diretto e interpretato dal premio Oscar, Russel Crowe.

Buon lavoro, Giuseppe. Ci vediamo davanti al grande schermo di La corrispondenza.

venerdì 27 marzo 2015

Rosanna Mavian, storie di cinema

George Clooney saluta Rosanna Mavian © Federico Roiter
Le lunghe chiacchierate di cinema nella sua "Marpleiana” casetta al Lido di Venezia. I progetti editoriali condivisi. Ciao, dolce Rosanna Mavian.

by Luca Ferrari

“Nella determinazione di un arco denso di annotazioni, si svela il concepimento della libertà interiore in odore di suggerimenti animati, cocktail o miscele di rimandi personali” l.f - Un dvd con dei contenuti speciali sul film Prima ti sposo, poi ti rovino (2003, di Joel ed Ethan Coen con George Clooney e Catherine Zeta-Jones). Me lo regalò in una delle mie ultime visite nella sua casetta con giardino, al Lido di Venezia. Poco distante dalla sede della Mostra del Cinema. Lei era la giornalista scrittrice Rosanna Mavian. Si è spenta neanche settantenne lunedì 23 marzo 2015.

Anche se ho parecchia memoria per date, mesi e anni, non posso dire con certezza quando incontrai la prima volta Rosanna. Fummo colleghi "alla corte" del trimestrale cartaceo Granviale.it per il quale abbiamo condiviso passione e impegno. Di lei non posso che ricordare la gentilezza nei modi. Mai un tono di voce alto. Quasi una sorella maggiore di un'altra epoca. Grande conoscitrice e appassionata di cinema.

Uno dei suoi ultimi pezzi per la versione online della suddetta testata riguardò la scomparsa dell'attrice Mariangela Melato. “Grazie alla sua grande passione per i libri e la lettura ha sostenuto e fatto da generoso supporto per l'organizzazione della rassegna Libri in spiaggia sin dalla primissima edizione” racconta l'editore bresciano Giacomo Baresi, titolare di Granviale.it, “ciao Rosanna, la tua passione per questa striscia di terra (Lido, ndr) ci sia di esempio”.

Nella mia vita tanto il giornalismo quanto la scrittura di cinema hanno avuto gli stessi blocchi di partenza: la poesia. O meglio, i testi come li ho sempre chiamati. E in questa mia passione Rosanna mi diede il suo contributo. Non solo recensendo i miei libri Sfregi (2009, La Versiliana Editrice), Latitudini V – Parole in Viaggio (2011, Granviale Editori) e Belly Roads - parole di danza, sentieri d'Oriente (2012, Granviale Editori), ma anche sedendosi al mio fianco (e con noi l'attrice Maria Pia Colonnello) durante la presentazione del mio libro di poesie di cinema, Frenetica storia infinita (2008, La Versiliana Editrice).

Strana isoletta il Lido di Venezia, un po' schiacciata dalla fama della Serenissima eppure autentica scenografia naturale nonché teatro della Mostra del Cinema. Un giorno andai a trovare Rosanna a casa sua. Era un incontro di lavoro ma alla fine iniziammo a parlare dei nostri gusti di cinema. Film, ma non solo. Faceva caldo così le serrande erano semi chiuse. Un'atmosfera quasi da set cinematografico per uno di quei film indipendenti capaci di commuovere.

"Un rapido susseguirsi  di immagini e pensieri si affollano e si affrettano a registrare il vissuto sfuggito/... Ogni lampo se la spassa con parole da decifrare e indovinare/… il narratomi offre lo spunto di filtrare ulteriore decadi fra un gesto e un consenso al non cedere alle difficoltà/… per il mio cuore personale è venuto il momento di agire come se tutto questo fosse una lettera ancora da inviare" l.f - Lido di Venezia

...ciao Rosanna

Lido, hotel Hungaria - Rosanna Mavian (sx) e la grafica Paola Marano (dx) © Luca Ferrari
 recensioni letterarie di Rosanna Mavian su Granviale.it
Un bacio per te, Rosanna Mavian, da Gwyneth Paltrow © Federico Roiter
...ciao, Rosanna Mavian © Luca Ferrari

giovedì 26 marzo 2015

Onde Road, la libertà non ha padroni

Onde Road - la misteriosa speaker (Francesca Zavettieri)
Onde Road (2015, di Massimo Ivan Falsetta) è stato girato secondo il modello delle radio libere, quando libertà significava ancora non avere padroni.
 
di Luca Ferrari

Una stagione irripetibile per la musica, la cultura e la libertà. Anni Settanta baby! Al massimo Ottanta, dice una misteriosa speaker (Francesca Zavettieri). Adesso sono tornati, nell'etere contemporaneo. Il resto, le radio commerciali, sono tutte sparite. Bloccate dal mitico Awanagana. Un Anonymous radiofonico ha colpito tutti, indistintamente. Riproponendo le trasmissioni di quell'epoca. L'inflessibile legge, incarnata dall'Agente Bi (Barbara Cambrea) però, è già alla ricerca di questi neo-pirati dell'etere.

È uscito oggi, giovedì 26 marzo, il docu-film Onde Road (2015, di Massimo Ivan Falsetta) prodotto da A.C.AR.I. - Associazione Culturale Artisti Italiani, Distribuzione Indipendente.

Mentre il regista (calabrese di Catanzaro classe '78) muoveva i suoi primi passi di vita, la libertà delle radio si avviava inesorabile verso la totale estinzione. Da quasi coetaneo di Falsetta posso anche solo immaginare certi discorsi sentiti e risentiti sui mitici Seventies. Così, magari un bel giorno Massimo ha fatto qualcosa di rivoluzionario. Non si è limitato alle parole e ai ricordi degli altri. Ha voluto sapere. Informarsi. Documentare. Raccontare. Approfondire.

Onde Road. Ha inizio il viaggio nella provincia tra terra e mare. Il capo della censura futuribile (Federico l’Olandese Volante), un corpo speciale dei servizi segreti, non ha dubbi. La minaccia si nasconde da qualche parte in Calabria, un tempo patria di piccole radio libere. L'Agente Bi dovrà trovare e neutralizzare chi ha messo KO tutto il servizio radiofonico, inclusi i programmi in streaming.

La caccia ha inizio e nel mirino del ligio agente, un po' Trinityana nell'aspetto (ma opposta nello schieramento), vi sono tutti gli ex-speaker e fondatori delle effettive radio libere di una volta. Ecco allora i vari Gianfranco Falsetta (Metal garagista, di Radio Azzurra Calabria), Nino Mirante Marini, in arte Jonathan super disco, Antonio Ruoppolo, in arte Tony King – Radio King International, Pietro Falbo, in arte Dj Phantom – Radio Veronica e molti altri ancora. E giusto per non farsi mancare nulla, ci scappa pure un incontro ravvicinato con l'originale tastierista “argentato” dei Rockets, Fabrice Quagliotti.

Come in ogni buona (ed estenuante) ricerca, si finisce sempre per scoprire qualcosa di nuovo (o American-Beautyanamente sepolto) di sé. Sarà così anche per l'Agente Bi? È indubbio che per i ventenni degli anni Settanta la musica sia stata qualcosa di epico. Elencare le band che hanno scritto alcune delle pagine più gloriose del rock, pop e dance, sarebbe troppo per le coronarie. Non è un caso che nei primissimi minuti di Onde Road si ascolti Stairway to Heaven dei Led Zeppelin.

Ma chi è nato dagli anni Novanta in poi, come potrà davvero capire che una volta si era più liberi a dispetto di una maggiore rigidità sociale e culturale? Sembra impossibile, lo so, eppure era proprio così. C'erano molte maglie, è indubbio, ma allo stesso tempo c'erano anche molti più spazi di manovra e la libertà non veniva incanalata in commenti schedati-controllati o in applicazioni a disposizione di qualunque forza superiore. Una volta esisteva perfino il piacere dell'anonimato. Parola bandita quest'ultima al giorno d'oggi.

Di questi tempi i social network (e annessi succubi adepti) ti dicono che devi raccontare tutto di te. Siamo perfino arrivati alla follia totale in cui un datore di lavoro ti scarta a priori senza neppure aver letto il tuo curriculum magari per un post che non gradisce. Ecco il grande bluff dell'era moderna. L'illusione del sentirsi liberi perché si può dire e fare tutto ciò che si vuole, senza rendersi conto che il proprio confidente quotidiano altri non è che il nostro carceriere di fiducia.

È raro trovare nel panorama nazionale prodotti che esulino dalla mera commedia. Il fim di Falsetta ci riesce a pieno titolo. Non aspettatevi un I love Radio Rock (2009, di Richard Curtis) all'italiana, sbagliereste di grosso. Per certi versi non sembra nemmeno un prodotto del Bel paese per come siamo abituati a vederlo narrato sul grande schermo. Nel viaggio di Onde Road i rimpianti non sembrano appartenere a chi ha vissuto sogni e speranze di quell'epoca, ma proprio perché li ha vissuti. E poi è andato avanti.

Nel terzo millennio il presente e ancor di più il domani appaiono sempre più controllati. Forse (si spera) non ai livelli di V for Vendetta o Æon Flux – Il futuro ha inizio, ma c'è poco di che stare allegri. Oggi, stremati dalla crisi e dalla precarietà, si cerca di convincersi che le cose potrebbero sempre peggiorare. E ci si accontenta di una frusta non così letale. Forse allora dovremmo ripensare a cosa significano davvero le parole “la libertà non consiste nell'avere un buon padrone, ma nel non averne affatto”. Lo disse il filosofo Cicerone (106-43 a.C.). Più di duemila anni dopo il film Onde Road ce l'ha ricordata. E se in pieno spirito Seventies ricominciassimo anche noi a vivere la libertà?

Il trailer di Onde Road

Onde Road - l'agente speciale Bi (Barbara Cambrea)
Onde Road (2015, di Massimo Ivan Falsetta)
Onde Road (2015, di Massimo Ivan Falsetta)
Onde Road - Fabrice Quagliotti, il tastierista dei Rockets

lunedì 23 marzo 2015

Anteprime 26 marzo, cinema del mondo

L’ultimo lupo (2015, di Jean-Jacques Annaud)
Giovedì 26 marzo salgono in cattedra i sentimenti cosmopoliti de La famiglia Belier, passando per le riflessioni di Onde Road e L’ultimo lupo.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer


Meno blockbuster e più cinema universale. Nell’ultimo segmento cinematografico di marzo (26 marzo – 1 aprile) sbarcano nel medesimo giorno sul grande schermo pellicole assai diverse, paese di produzione incluso. Italia, Francia, Cina e tanto per non farsi mancare nulla, anche l’animazione a stelle e strisce firmata DreamWorks Animations di Home – A casa (2015, di Tim Johnson).

Dopo aver visto e rivisto il trailer in ogni occasione possibile e immaginabile, è finalmente arrivato il momento della commedia transalpina La famiglia Belier (2014, di Eric Lartigau), un film, come recita la locandina – che vi farà star bene –. Protagonista la giovane Paula (Louane Emera), adolescente dalle straordinarie potenzialità canore alle prese con la difficile scelta di doversi staccare dalla famiglia (mamma, papà e fratello), tutti e tre sordi. Altra pellicola francese in arrivo, French Connection (2014, di Cedric Jimenez) con il premio Oscar Jean Dujardin.

Dopo l’ottima prova offerta nel recente Il nome del figlio (2015, di Francesca Archibugi), la poliedrica Micaela Ramazzotti è già pronta per Ho ucciso Napoleone (2015, di Giorgio Farina). In questa nuova avventura l'attrice romana classe '79 è una spavalda donna in carriera che nel giro di nove mesi si ritrova disoccupata, senza un compagno e con un figlio. Inutile dire che non si lascerà andare alle lacrime, ma passerà alle maniere forti (vendicative).

Altra pellicola italiana in uscita, Onde Road (di Massimo Ivan Falsetta). Un film per riflettere sulla libertà d’espressione e sulle nuove generazioni. Ambientato nella metà degli anni Settanta, è l'epoca delle radio libere fatta di speaker improvvisati, discjockey/fruttivendoli e intrattenitori/meccanici, capaci di produrre programmi caratterizzati da inchieste, intrattenimento, informazione, sport, spettacolo e denuncia sociale.

Ampio spazio infine per la Cina, che oltre ad essere ormai la sola antagonista economica degli Stati Uniti, adesso è decisa di sfidarla anche sul fronte del grande schermo. Ecco dunque il commovente Lettere di uno sconosciuto (2014, di Zhang Yimou), presentato nella passata edizione al Festival di Cannes sez. Fuori concorso. Una storia avvincente dove una famiglia viene divisa dalle rigide maglie della Rivoluzione culturale. Lu (Chen Daoming) sarà così spedito in un campo di lavoro ma al suo ritorno a casa dopo anni e anni, la moglie Feng (Gong Li) non lo riconoscerà più.

Sempre “ispirato” dai rigidi dettami del governo di Pechino, L’ultimo lupo, diretto dal registra francese Jean-Jacques Annaud (Il nome della rosa, Sette anni in Tibet). Un film che ribalta totalmente il concetto di chi deve insegnare cosa e a chi. Una lotta che vedrà impegnato il cuore contro la ragione. Le regole contro la capacità di usare la propria testa.

A voi la scelta dunque, e buona visione.

Micaela Ramazzotti, protagonista di Ho ucciso Napoleone
La famiglia Belier (2014, di Eric Lartigau)
Onde Road (2015, di Massimo Ivan Falsetta)
Lettere di uno sconosciuto - Lu (Chen Daoming) e Feng (Gong Li)

venerdì 20 marzo 2015

Cenerentola, la magia della gentilezza

Cenerentola (2015, di Kenneth Branagh)
Anche nelle avversità Cenerentola è gentile e coraggiosa. Nel momento del bisogno però non è sola, c'è la Fata Madrina. E per noi chi c'è?

di Luca Ferrari

Mai come oggi la vicenda di Cenerentola appare d'incredibile attualità. È la storia di molti di noi, almeno fino a un certo punto. In principio amati, col proseguo della vita sbattuti contro la parte più dura e meschina del mondo. I dolori. I tradimenti. I colpi bassi. Fendenti da ogni direzione, eppure si va avanti con la forza di ciò che si ha dentro. Si combatte e si reagisce fino all'inevitabile punto di rottura. Quando non ce la si fa proprio più e si è pronti ad arrendersi. E se nelle favole arriva in soccorso la Fata Madrina, per noi chi c'è?

A più di mezzo secolo dallo sbarco sul grande schermo del “cartone animato” di Cenerentola (1950, di Wilfred Jackson, Hamilton Luske e Clyde Geronimi), il regista Kenneth Branagh regala alle generazioni dei social network la possibilità di godersi al cinema la favola Disneyana per eccellenza. Senza 3D e concentrandosi solo sulla semplicità della storia di Cenerentola (2015).

Ella (Lily James) è una bambina amabile, spensierata e molto amata dalla sua mamma (Hayley Atwell) e il suo papà (Ben Chaplin), un facoltoso mercante. È gentile con la servitù e ha sempre un occhio di riguardo pure per gli animali della casa, oca e topolini inclusi. Tutto fila nel segno dell'amore fino a quando la madre improvvisamente muore, seguita non troppo tempo dopo anche dal padre.

Questi nel frattempo si è risposato con l'arrivista Lady Tremaine (Cate Blanchett), insediatasi in casa insieme alle sgraziate e viziate figlie, Anastasia (Holliday Grainger) e Genoveffa (Sophie McShera). Col passare dei giorni, da padrona di casa Ella diventa la loro serva fino a essere ribattezzata Cenerentola (poiché sporca di fuliggine) e mandata a dormire in soffitta.

Vessata e umiliata sempre di più, Ella inizia a dare i primi segni di cedimento ed è allora, che durante una rigenerante cavalcata, incontra “l'apprendista” Kit (Richard Madden) che altri non è che il figlio del Re (Derek Jacobi). Tra i due è subito scintilla ma la ragazza deve fare i conti con la dura realtà. Una vita dove i sorrisi non esistono. La goccia che fa traboccare il vaso arriva in occasione del gran ballo del principe, aperto a tutti: nobil donne e popolane.

Dal profondo della sua candida ingenuità e inalterata dolcezza, Ella si presenta al cospetto della madrina e le due sorellastre con un proprio vestito, lasciatole dalla madre. È convinta di poterci andare anche lei ma le tre invidiose non gradiscono, e allora Lady Tremaine le strappa l'abito (in modo più soft rispetto al lungometraggio animato). È la fine. Ella cede alle lacrime. Il male ha vinto. Il bene è sopraffatto. Questa però è una fiaba. Ecco allora arrivare in suo soccorso, in principio sotto mentite spoglie, la Fata Madrina (Helena Bonham Carter).

Ha inizio la magia. Non tutto filerà liscio, è chiaro, ma dentro di sé ormai qualcosa è cambiato. Cenerentola ha trovato un'amica e così una nuoca forza. È stata ricambiata nell'amore. Segregata in casa non si piega né cede ad alcuna lacrima. È caduta, si è fatta male ma con un piccolo aiuto si è rimessa in sella e sa bene che prima o poi quella porta si aprirà. Magari non sarà il suo principe azzurro, ma anche il di lui fedele Capitano (Nonso Anozie) andrà bene lo stesso, specie se la inviterà a provare una “certa” scarpetta di cristallo (realizzata realmente da Swarovski).

L'amore trionfa. Il matrimonio d'interesse preparato dal furbo Gran Duca (Stellan Skarsgård) va in fumo, e i due innamorati si godono il classico happy end mostrandosi per quello che sono. Lei, una popolana. Lui, il nuovo re. Nessun imbarazzo. Nessuna bugia a fin di bene. Come as you are d'altronde suonava-cantava il leader dei Nirvana, Kurt Cobain, di cui il prossimo 28-29 aprile uscirà il primo documentario ufficiale Cobain: Montage of Heck (2015, di Brett Morgen).

In un'epoca così travagliata una spruzzata di magia ci vuole, il tarlo però rimane. Anche Cenerentola aveva deciso di arrendersi ma ce l'ha fatta. Qui sul Pianeta Terra nessuno ha il potere di trasformare una zucca in una carrozza e due lucertole in paggi. Fuori dal grande schermo sono solo “le persone semplici” che possono portare la magia nelle vite degli altri. Ma allora perché lo fanno in così pochi?

Il trailer di Cenerentola

Cenerentola - Ella/Cenerentola (Lily James)
Cenerentola - la perfida matrigna Lady Tremaine (Cate Blanchett)
Cenerentola - Lady Tremaine (Cate Blanchett) strappa il vestito a Cenerentola (Lily James)
Cenerentola - Lady Tremaine (Cate Blanchett) al ballo con le figlie
Anastasia (Holliday Grainger) e Genoveffa (Sophie McShera)
Cenerentola - Kit, il principe azzurro (Richard Madden)
Cenerentola - la fata madrina (Helena Bonham Carter)
Cenerentola (2015, di Kenneth Branagh)

mercoledì 18 marzo 2015

La folle morsa di Foxcatcher

Foxcatcher - John du Pont (Steve Carell) e Mark Shultz (Channing Tatum)
Follia, potere e manipolazione. Dietro le luci più splendenti si celano le ombre peggiori. Tre eccezionali interpreti per l'inquietante Foxcatcher.

by Luca Ferrari

Cronaca di un mondo che si sente in diritto di poter fare tutto come crede. Un miliardario instabile. Due fratelli. Lo sport della lotta, la fama e i soldi a rovinare il futuro. Inesorabile storia americana dove il mito della propria bandiera è lì a fagocitare propaganda e il culto del super io. Foxcatcher – Una storia americana (2015, di Bennett Miller).

Dopo i brividi di Truman Capote – A sangue freddo (2005) e i colori ribelli di Moneyball – L'arte di vincere (2011), il regista newyorkese classe '66 torna ad attingere ai demoni della cronaca più umanamente torbida, adattando sul grande schermo l'autobiografia Foxcatcher. Una storia vera di sport, sangue e follia (2014, di Mark Shultz).

John Eleuthère du Pont (Steve Carell) è un viziato miliardario filantropo. Poco apprezzato dalla madre Jean (Vanessa Redgrave), per le proprie frustrate smanie di grandezza nella lotta, ha messo gli occhi sul fresco olimpionico Mark Schultz (Channing Tatum). Questi ha un fratello maggiore, Dave (Mark Ruffalo), anch'esso medaglia d'oro a Los Angeles '84.

Sventolando freschi dollaroni, du Pont attira nella propria scuderia il più debole (psicologicamente) Mark, “portandolo” poi al titolo mondiale. Ma com'è tipico delle menti contorte e malate, da amichevole e disponibile amico paterno, Dupont si rivelerà presto per quello che è davvero. Un despota padre padrone che prima fa di tutto per allontanarlo dal fratello, poi porta anche quest'ultimo nel suo mondo (malato).

La narrazione del film è molto più lenta di quanto lasci trasparire il trailer. I classici grandi spazi americani, le armi, i cavalli e la memoria della Guerra Civile hanno tratti d'inquieto-inesorabili affluenti che ingigantiscono la psiche dittatoriale di Du Pont, bambino viziato e mal cresciuto. Lui dice di voler creare vincenti, ma la realtà è ben diversa. Vuole marionette al proprio servizio cui mettere in bocca le parole da dire. Vuole statuine obbedienti che si lascino mettere la coca nel naso e così non pensare ad altro.

Se Mark Ruffalo (candidato all'Oscar come Miglior attore non protagonista) e Channing Tatum hanno messo in campo recitazioni sopra le righe, Steve Carell è stato a dir poco “mostruoso”, offrendo con tutta probabilità la più grande interpretazione della sua carriera. Una prova attoriale questa, capace di sostenere non poco la teoria che gli attori comici sono i migliori drammatici. Analogo discorso per il collega Jim Carrey con cui Carell divise lo schermo in Una settimana da Dio (2003, di  Tom Shadyac).

Chi vince ha sempre ragione, si suole dire nello sport. Nel cinema questo motto vale molto meno. Nella notte degli Academy 2015 il furbetto Birdman è stato il mattatore della serata, mentre Foxcatcher, a dispetto di cinque nomination, è tornato a casa mani vuote (comprensibile solo la sconfitta di Carell per "mano" di Redmayne/Hawking). Solo la 67° edizione del Festival di Cannes ha premiato Foxcatcher con la Prix de la mise en scène (Miglio regia) a Miller.Un'occasione mancata invece per Hollywood di celebrare un vero grande film.

Il trailer di Foxcatcher

Foxcatcher - Mark Shultz (Channing Tatum) e John du Pont (Steve Carell)
Foxcatcher - Mark Shultz (Channing Tatum) e il fratello David (Mark Ruffalo)
Foxcatcher - l'inquietante John Eleuthère du Pont (Steve Carell)

martedì 17 marzo 2015

Scrivere di cinema, i critici del domani

....critico all'opera destinazione film
Al via la 13° edizione del premio “Scrivere di cinema – Alberto Farassino”, l'unico concorso nazionale di critica cinematografica per giovani tra i 15 e i 25 anni.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

Guardare un film e poi sentire qualcosa dentro. Qualcosa che non si può ridurre né contenere in un commento con un amico, un post o magari una foto della locandina “Instagrammata”. No, per qualcuno c'è sempre qualcosa di più da approfondire. Comprendere. E si, anche tramandare. Una sfumatura. Una metafora non così appariscente al popolo. Dalla pellicola alle parole, dove l'anima sceglie una strada sempre diversa per raccontare un viaggio mai eguale ad altri.

La parola al cinema. La penna ai giovani. Cinemazero, Fondazione Pordenonelegge.it, il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani e MYmovies.it presentano la 13° edizione del “Premio Scrivere di Cinema – Alberto Farassino”, l'unico concorso nazionale di critica cinematografica per giovani tra i 15 e i 25 anni. Un evento questo realizzato in collaborazione con Minima&Moralia, il blog di approfondimento culturale e cinematografico, e il Far East Film Festival di Udine, il maggiore festival europeo di cinema popolare dell'Estremo Oriente.

“Esprimersi in uno spazio dedicato alla critica permette ai ragazzi di mettersi in gioco” ha sottolineato Nicola La Gioia, fondatore di Minima&Moralia, “Esporre le proprie idee e opinioni espone tanto alle opinioni e ai commenti, quanto a eventuali critiche altrui. Un esercizio che oltre a fortificare, magari accorcia di qualche centimetro la strada che porta al superamento della linea d'ombra”.

Il concorso porta il nome di Alberto Farassino (Caluso, 1 agosto 1944 – Milano, 31 marzo 2003), critico cinematografico e saggista italiano. Nel corso della sua carriera giornalistica è stato collaboratore del quotidiano La Repubblica e docente di cinema presso le Università di Trieste e Pavia. Ha ricoperto il ruolo di Presidente del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani nonché di responsabile di festival cinematografici come Riminicinema, Anteprima del cinema indipendente di Bellaria e MystFest di Cattolica.

A scegliere i vincitori sarà una giuria di altissima qualità presieduta da Viola Farassino, costumista e figlia di Alberto. Al suo fianco ci saranno i critici professionisti Mauro Gervasini (direttore di Film Tv, selezionatore per la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia), Adriano De Grandis (critico del Gazzettino e responsabile della sezione Triveneto del Sncci), il già citato Lagioia, editor per Minimum Fax e selezionatore per la Mostra di Venezia.

Novità per questa edizione anche sul fronte dei premi che saranno consegnati nel corso di Pordenonelegge 2015 – Festa del libro con gli autori (16-20 settembre 2015). Per i primi tre classificati di entrambe le sezioni infatti, si apriranno le porte di un workshop redazionale con Minima&Moralia della durata di un anno. Solo per i tre vincitori Under 25 invece, ci sarà anche la possibilità di seguire l'edizione 2016 del Far East Film Festival di Udine raccontandolo attraverso articoli pubblicati su testate di critica cinematografica vicine al concorso, a partire da Mymovies.it.

Dopo il successo dello scorso anno infine, torna anche il Premio del Territorio FriulAdria Crèdit Agricole, aperto agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado delle provincie di Pordenone e Udine (novità). Per tutte le categorie, ogni partecipante potrà concorrere con un solo lavoro di massimo 3000 battute (spazi inclusi) inerente un film uscito nelle sale cinematografiche italiane o trasmesso in streaming su MYmovieslive nel periodo compreso tra il 1 agosto 2014 e il 15 giugno 2015, oltre la cui mezzanotte non sarà pià possibile inviare gli elaborati, che si ricorda dovranno essere testi inediti e originali non pubblicati né offline, né online.

Scrivere di cinema è una grande responsabilità. Anche se fosse una sola persona a leggerci, con le proprie parole si può influenzarne l'accesso o meno in sala, l'acquisto del dvd o addirittura la passione stessa per la settima arte. Parafrasando il redento critico culinario Anton Ego nel commovente finale del lungometraggio animato Ratatouille (2007, di Brad Bird): “Nel grande disegno delle cose, anche l’opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale. Non tutti possono diventare dei grandi critici, ma un grande critico può celarsi in chiunque”.

la locandina del concorso Scrivere di cinema

lunedì 16 marzo 2015

Anteprima 19-25 marzo, l'ultima di Virna e James

Virna Lisi (1936-2014) e James Gandolfini (1961-2013)
Dal 19 al 25 marzo si potrà assistere alle ultime interpretazioni di Virna LisiJames Gandolfini, i Queen dal vivo e il redivivo Metropolis (1927).

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

Storia del cinema da una parte, polpettoni trash-commerciali dall'altra. Nella quarta settimana cinematografica di marzo 2015 ce n'è davvero per tutti i gusti. E mentre in questi giorni impazza ancora la magia disneyana di Cenerentola (di Kenneth Branagh con la due volte premio Oscar Cate Blanchett nei panni della perfida matrigna) e l'oscuro Foxcatcheruna storia americana, con le grandiose interpretazioni di Steve Carell, Channing Tatum e Mark Ruffalo, giovedì 19 marzo è già tempo di novità.

Gli occhi del grande pubblico saranno di certo puntati sull'ennesimo prodotto “young-adult” The Divergent Series: Insurgent (di Robert Schwentke), neo-Hunger Games con quest'ultimo ancora da concludersi. Metafore al limite della rima “cuore-amore” e un'esasperata ricerca di clonare prodotti di successo (al botteghino) senza neanche aspettare che gli eroi dell'anno prima siano stati un minimo dimenticati. Questa è Hollywood. Questo è il trend del cinema moderno.

Mano ai fazzoletti ora. È tempo di far calare il sipario su due grandi interpreti della settima arte. Il 19 marzo infatti usciranno Chi è senza colpa (The Drop, di Michael R. Roskam) e Latin Lover (di Cristina Comencini), nelle quali si potrà assistere alle rispettive ultime performance prima della morte di James Gandolfini (Romance & Cigarette, I Soprano) e Virna Lisi (La cicala, Buon natale... buon anno).

Se nella pellicola americana i protagonisti sono l'ex-Bane Nolaniano Tom Hardy e Noomi Rapace, molto più colorale è il cast della pellicola italiana. Beato fra le donne si potrebbe scrivere nel caso di Francesco Scianna (Baaria, Vallanzasca) qui nei panni di un divo del cinema del passato sul quale si confrontano le tante donne della sua vita interpretate da Angela Finocchiaro, Valeria Bruni Tedeschi, Candela Pena, Pihla Viitala (la strega bianca Mina di Hansel e Gretel, cacciatori di streghe) e Nadeah Miranda.

Tra gli eventi speciali di questo nuovo segmento cinematografico del 2015, arriva sul grande schermo il concerto filmato in 35 mm a Montreal '81 dei Queen in formato Ultra HD e audio surround.  Per la storia del cinema invece, ecco ritornare Metropolis (1927, di Fritz Lang con Gustav Fröhlich e Brigitte Helm).

Senza nulla togliere al bravo e simpatico Riccardo Rossi, qui nelle vesti di attore protagonista e regista, La prima volta di mia figlia si presenta come l'emblema della banalità e dei luoghi comuni italiani (un padre che esce di testa perché la figlia sta per perdere la verginità). Infine, per gli amanti del demenziale (fatto male), La solita commedia – Inferno, di e con Fabrizio Biggio e Francesco Mandelli. L'aspetto più drmattico del film è che con tutta probabilità ci si dovrà sorbire anche il Purgatorio e il Paradiso della suddetta "opera".

Metropolis (1927, di Fritz Lang)
La prima volta di mia figlia (2015, di Riccardo Rossi)

giovedì 12 marzo 2015

Vogliono solo vedere il mondo bruciare

The Dark Knight - lo sghignazzante Joker (Heath Ledger)
A Gotham City come nel resto del mondo, anche dietro la follia più destabilizzante si nasconde un piano ben preciso. E noi, che vogliamo fare?

by Luca Ferrari

Il mondo brucia. Implode. Guerre economiche e militari. Intolleranza, sfruttamento e degenerazioni. Il sangue del presente si somma alle abbondanti colate del passato. Tutto salterà. Tutto peggiorerà. Nel mondo reale come a Gotham City. E se nemmeno un cavaliere oscuro (The Dark Knight, 2008 di Christopher Nolan) è in grado di fare poi la differenza, allora siamo davvero messi male.

Batman (Christian Bale), il commissario Gordon (Gary Oldman) e il procuratore Dent (Aaron Eckhart) da una parte. Il Joker (Heath Ledger) e i tanti capi mafiosi dall’altra. La legge da una parte, la follia (in apparenza) più anarchica dall’altra. Nessuna volontà di venirsi incontro. Due mondi si prendono a testate. Due ordini cercano d’imporsi l’uno sull’altro. Un contesto degenerato dove non basta più nemmeno il tradizionale eroe per rimettere le cose a posto. E lo dovrà comprendere anche lui, a caro prezzo.

“Certi uomini non cercano qualcosa di logico come i soldi” ammonisce il saggio maggiordomo Alfred (Michael Caine) dinnanzi ai dubbi di Bruce Wayne/Batman sulla follia del Joker, “Non si possono né comprare né dominare. Non ci si ragiona né ci si tratta. Certi uomini vogliono solo veder bruciare il mondo”. È davvero così? È questo il destino del nostro pianeta? È questo cui punta quella falange di psicopatici capaci di scambiare un messaggio religioso per una crociata di morte?

Nel 2015 l'Isis è sulla bocca di tutti. Compiono esecuzioni efferate. Distruggono la storia dell'arte. Sono l'effetto più visibile di un cancro che da millenni attanaglia l'umanità. Che differenza c'è tra quelle persone che decapitano alla luce del sole e uno stato che uccide nel nome della legge? Nessuno si preoccupa di quello che fa, ma solo di come lo fa. Un'ammonizione analoga veniva anche da Marilyn Manson ai tempi della strage alla scuola Columbine, quando il rocker fu intervistato dal regista Michael Moore.

Sarebbe bello credere che esista un vero nemico come a Gotham City. Ma i nemici fuori dallo schermo sono molti più di uno. Si annidano nell'incomunicabilità tra le persone. Si mimetizzano in sproloqui ignoranti e dentro le fondamenta di nuovi muri divisori. Sarebbe bello credere che qualcuno voglia distruggerci perché allora sapremmo cosa fare: reagiremmo uniti. E invece anche chi dovrebbe proteggere il nostro futuro, non fa nulla per troncare le peggiori eredità. E andiamo avanti così. Fino al prossimo paravento cui recapitare tutti gli sbagli del mondo. E ucciderci ancora nel nome di qualche nuova libertà.

The Dark Knight - Bruce Wayne (Christian Bale) a colloquio da Alfred (Michael Caine)
The Dark Knight - un pensieroso Bruce Wayne/Batman (Christian Bale)

lunedì 9 marzo 2015

The Search, disperatamente Cecenia

The Search – Carole (Bérénice Bejo) si avvicina al piccolo Hadji (Abdul Khalim Mamutsiev)
L'orrore della guerra cecena attraversa l'esistenza tramortita di creature innocenti e neo-carnefici. The Search (2015, di Michel Hazanavicius).

di Luca Ferrari

Orfano con gli occhi imbevuti della brutale esecuzione della sua mamma e del suo papà per mano (Ak47) dell’esercito russo, il piccolo ceceno Hadji (Abdul Khalim Mamutsiev) cammina tra le macerie, carro armati e civili in fuga. È solo con il fratellino di pochi mesi in braccio. Nel pesante zaino c’è un solo giocattolo. Ha gli occhi tristi e spaventati. Tu lo guardi, e vorresti tendergli una mano. Asciugargli le lacrime (non solo a lui…) che gli tagliano le guance. Tu lo vedi, e vorresti abbracciarlo. Fare di tutto perché torni a sorridere.

Presentato in concorso alla 67° edizione del Festival di Cannes, 01 Distribution porta sul grande schermo italiano The Search (2015, di Michel Hazanavicius), sbarcato nelle sale italiane giovedì 5 marzo. Remake di Odissea tragica (1948, di Fred Zinnemann), quest’ultimo però ambientato nel post II Guerra Mondiale, il regista francese premio Oscar 2012 per The Artist mostra il conflitto della Seconda guerra cecena tanto con le azioni dei materiali esecutori quanto nell’altrettanto spregevole (e colpevole) omertà politica.

Cecenia, 1999. In uno dei peggiori e ignorati teatri bellici del terzo millennio s’incrociano alterne vicende umane. Un bambino prova a lasciarsi alle spalle la brutalità dell’esercito russo senza la quasi minima speranza di ritrovare la sorella maggiore Raïssa (Zukhra Duishvili), unica sopravvissuta insieme a lui. Dall’altro lato “della strada” c’è invece il ventenne Kolia (Maksim Emelyanov), un ragazzo spensierato che per un banale arresto si ritrova dentro il giogo senza ritorno del macho-cameratismo in tuta mimetica. Un mondo violento che finirà per trasformarlo in una cinica macchina di morte.

I russi sono a caccia di terroristi ceceni, ma la realtà è ben diversa. Invece di pericolosi criminali, uccidono (e torturano) senza pietà né alcuna prova degli innocenti e disarmati civili musulmani. Sotto il ravvicinato fuoco ex-sovietico ci finiscono dentro anche i genitori di Hadji, un bambino di appena 9 anni. Lui ha visto tutto dalla finestra. Ha assistito a una violenza che sarebbe troppo da digerire anche per un adulto. Abbandona allora la propria casa e parte col fratellino da cui è costretto a separarsi. Morirebbe insieme a lui. Gli da allora un bacino e lo lascia in custodia da una famiglia. Inizia il suo viaggio.

Hadji non parla con nessuno. Supera il confine russo e si arrangia come può. Scappato dagli uffici della Croce Rossa Internazionale diretta da Helen (Annette Bening), dorme da solo tra le macerie. Mangia pane trovato per terra, strappatogli poi via da un gruppetto di spietati coetanei che gli rubano anche il berrettino rosso. È allora che solo e nascosto nei suoi occhioni impauriti incontra Carole (Bérénice Bejo), capo delegazione dell'Unione Europea per i Diritti Umani.

In principio e nei giorni a venire non c’è dialogo tra i due. Lui non parla. Ascolta. Mangia quando lei non c’è. Ha una passione per la musica. Carole gli si affeziona e si fa sempre più materna nei suoi confronti. Così, mentre per Kolia il solo traguardo possibile sarà l’accettazione nei perversi meccanismi ideologico-militari attraverso prove umilianti e di forza bruta, è una gioia per il cuore vedere il viso sorridente di Hadji quando Carole gli compra un regalino.

The Search
non è un film commerciale. The Search è una pellicola per la quale andrebbero create proiezioni speciali nelle scuole, mettendo così gli studenti dinnanzi a una toccante vicenda umana e una guerra di cui è molto probabile neanche i loro genitori sappiano granché visto che i media, colpevolmente, se ne sono ben guardati dal raccontarne il dramma. Qualche rara eccezione ovviamente c’è stata. Su tutte la coraggiosa giornalista russa Anna Politkovskaja, poi “ricompensata” a dovere (dal proprio governo) con dei colpi di pistola alla nuca davanti alla propria abitazione.

Il conflitto ceceno è ufficialmente terminato (1999-2009), ma di fatto con strascichi di odio e vendetta verso il Cremlino che si protrarranno per chissà quante generazioni a venire. The Search non è solo una drammatica immersione in una realtà più vicina di quello che potrebbe sembrare. Tutti noi potremmo essere Kolia, strappati alle nostre vite e messi forzatamente a fare ciò che non immagineremmo possibile. Lui sorride quando sul treno che lo sta portando nella caserma del reclutamento vede dei coetanei “impegnati” a ridere, bere e fumare qualche sigaretta. Li guarda e sorride amaro, come se fosse rassegnato al suo prossimo destino.

Eppure, a dispetto dello sconforto devastante trasportato dagli occhioni di Hadji o dall’esaltazione militaresca subita/ostentata da Kolia, il dramma più grande di The Search è l’indifferenza di chi ha il potere di fermare una guerra e se ne lava le mani. Così, mentre Carole legge il suo rapporto sui diritti umani in sede europea, i vari e pochi delegati presenti fanno tutto fuorché ascoltarla. Chiacchierano tra sé come scolaretti indisciplinati, con la differenza che la loro negligenza non si tradurrà in un’eventuale insufficienza in geografia ma in una bocciatura senza appello nei confronti della Vita.

Il trailer di The Search

The Search – il piccolo Hadji (Abdul Khalim Mamutsiev) con il fratellino
The Search – i “riti” violenti dell'iniziazione militare della recluta Kolia (Maksim Emelyanov)
The Search – la giovane Raïssa (Zukhra Duishvili) alla ricerca di Hadji
The Search – il viso sconvolto di Hadji (Abdul Khalim Mamutsiev)

giovedì 5 marzo 2015

Mortdecai, la maledizione del primo Depp

Mortedecai - il losco mercante d'arte Charles Mortdecai (Johnny Depp)
Baffi o non baffi, un ancora troppo JackSparrowiano Johnny Depp non lascia il segno nel modesto Mortdecai (2015, di David Koepp).

di Luca Ferrari

Commediola senza troppe pretese e buona al massimo per un tardo meriggio con cui tappare un insolito buco di anemica associalità, Mortdecai (2015, di David Koepp) parte, deraglia e conclude su sentieri pianeggianti. Nel triangolo formato dai due opportunisti Charles Mortdecai (Johnny Depp) e l'affascinante moglie Johanna (Gwyneth Paltrow) con di scorta l’ingenuo e romantico ispettore Martland (Ewan McGregor), a emergere sul grande schermo è il servitore tuttofare Jock Strapp (Paul Bettany).

Quando penso a Johnny Depp mi tornano in mente quasi ed esclusivamente ruoli del passato, a cominciare da Ichabod Crane (Il mistero di Sleepy Hollow) o il contabile poi poeta William Blake di Dead Man (1995 di Jim Jarmusch), passando per il musicista tzigano di Chocolat, il regista fallito Ed Wood, la creatura Edward mani di forbice, il primo strampalato pirata de La maledizione della prima luna e in ultima, il tenero James M. Barrie di Neverland – un sogno per la vita (2004).

Di lì in poi, dalla storia diretta da Marc Foster solo già visto e senza mai alcun vero picco recitativo (e di pellicola scelta). Dalle ormai reiterate e troppo monotone presenze nei film di Tim Burton (La fabbrica di cioccolato, Sweeney Todd, Alice in Wonderland e Dark Shadows) ad altri ruoli poco riusciti. Il suo John Dillinger di Nemico pubblico (2009, di Michael Mann) ha poco da offrire. Il suo personaggio di The Rum Diary – Cronache di una passione (2011, di Bruce Robinson) sembra una versione meno tossica e più matura di Via da Las Vegas. Infine il baffuto Mortdecai, un Jack Sparrow in abiti borghesi (già cambiatosi di trucco per The Lone Ranger).

Non voglio dire che non mi sia fatto qualche risata (risatina) nella quiete del cinema mentre mi gustavo Mortdecai, ma uscendo dallo sguardo di uno spettatore ed entrando nelle mere vesti di critico, non posso che sentirmi poco felice. Una storia senza colpi di scena. Scontato lieto fine. Qualche situazione esilarante (baffi) ma nulla di più. La dimostrazione lampante che non bastano bravi attori per fare un bel film, ci vuole anche quell'oggetto del mistero chiamato sceneggiatura.

Il trailer di Mortdecai