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venerdì 28 agosto 2015

Quando c'era Marnie, il mio prezioso segreto

Quando c'era Marnie - Anna e Marnie
Dolore, crescita e poesia visivo-umana. Studio Ghibli incanta con la toccante storia di Quando c'era Marnie (2015), lungometraggio animato diretto da Hiromasa Yonebayashi.


Anna non gioca insieme alle compagne di classe. Se ne sta in disparte a fare il compito assegnato. Quando il maestro però le chiede di mostrargli il disegno, lei si sente minacciata. A dispetto dell'indubbia bravura, dice di aver fatto una schifezza. Quello è tutto il suo mondo. Quello è il suo scudo. Inizia così Quando c'era Marnie (2015), il nuovo poetico lungometraggio animato dello Studio Ghibli, diretto da Hiromasa Yonebayashi.

Basato sull'omonimo romanzo di Joan G. Robinson, la vicenda si sviluppa con l'allontanamento di Anna dal Sapporo, cittadina dove vive insieme alla madre adottiva che chiama zietta. Anna è asmatica, per questo viene mandata da una coppia di parenti in un piccolo villaggio sul mare. È un pretesto. Anna è solitaria. Non ha amiche. Non si vuole bene. Mi detesto, si dice la ragazza. L'apprensiva matrigna è preoccupata e spera che un cambio di vita durante le vacanze estive possa rigenerarla.

La spirale di auto-commiserazione in cui sta sprofondando Anna è pericolosa. Questo è il momento che la potrebbe segnare per sempre lasciandola intrappolata. La sua nuova vita intanto comincia. I suoi occhio grandi che guardano fuori dal treno sono indefinibili. Carichi di lacrime invisibili. Troppo pesanti per credere in una speranza. Si allontana da casa perché obbligata. Ha una morte rabbiosa nel cuore. Va avanti.

Cambia lo scenario ma l'anima resta turbata. Anna è ben voluta ma le sue difficoltà relazionali sono evidenti. Passa le giornata in mezzo alla natura armata del suo block notes e matita, ma quando viene obbligata ad andare a una festa pubblica, le sue reazioni sono scomposte e impaurite. I giorni passano e la cantilena non muta. Anche lontana da casa, la sua richiesta d'aiuto taciuta si materializza in queste parole: Io non riesco ad avere più fiducia in niente.

Al contrario ad attirare la sua attenzione è una villa disabitata dall'altro lato della baia. Alle volte sembra perfettamente funzionante con tanto di persone dentro e ben curata, alle volte è trascurata e disabitata. Non di meno Anna sogna una ragazza coi capelli biondi. Una ragazza che finirà per incontrare proprio lì, in quella strana casa. Il suo nome è Marnie.

Persona reale, fantasma o “qualcosa di simile”? Anna vede Marnie solo la sera. Diventano amiche per la vita. La chiamerà “il mio prezioso segreto”. Alle volte mentre sono insieme lei sparisce, e la straniera si ritrova altrove, spesso in stato di semi-coscienza. Qualcosa lega le due ragazze. Toccherà ad Anna scoprirlo, e in parte sarà proprio la sua passione per la pittura a spingerla nella direzione giusta.

Ma non sarà sola. Insieme al lei ci sarà anche la più piccola Sayaka, venuta ad abitare (realmente) nella casa di Marnie. A dispetto delle sue debolezze, Anna è decisa. Vuole sapere chi sia davvero Marnie. Sente di doverlo fare a tutti costi, per il suo futuro ma ancor più per comprendere il proprio passato familiare.

È raro al giorno d'oggi uscire da una sala cinematografica con la certezza di aver assistito a una grande storia. Ancor di più perché priva di effetti speciali ma caratterizzata da una semplicità di disegno quasi commovente. Un tratto questo tipico della linea narrativa del celebre studio giapponese fondato da un “signore” che si chiama Hayao Miyazaki (Principessa Mononoke, Il castello errante di Howl, Ponyo sulla scogliera).

Un pubblico estremamente variegato quello che martedì 25 agosto si è accomodato nella sala 2 del Cinema Rossini di Venezia durante la prima proiezione delle due giornate in cui il film era in programmazione. Un pubblico eterogeneo fatto anche di bambini che hanno guardato Quando c'era Marnie senza il minimo chiasso. Immersi nella storia, anche loro come il resto dei presenti più grandicelli.

Il viaggio in treno di Anna è forse il momento cruciale della storia. Asma a parte, è evidente che qualcosa in lei le stia macerando. La madre capisce e prende una decisione che la figliastra non sarebbe mai stata in grado. La allontana. Le regala l'opportunità di guardarsi dentro da un'altra prospettiva. Forse tornerà uguale a prima, o magari no. Comunque qualcosa accadrà.

L'animazione di Quando c'era Marnie va per certi versi oltre la realtà stessa. Molti di noi continuano a guardare i treni partire. Molti di noi restano coi piedi conficcati nella fredda terra dove il silenzio non fa che rimpiangere quel passato allora ancora mutabile e invece oggi il dolore apre nuovi canali di comunicazione. Una profezia senza soluzione dove invece di una scelta viene compiuto un abbandono.

Marnie dipinge e sembra di vedere gli artefici del lungometraggio alle prese con la storia. Più che con computer e diavolerie digitali, l'atmosfera è quella ben rappresentata di una scogliera carezzata da un vento gentile dove sedersi e fare il ritratto al mondo. Combinando tutte le tonalità di colori: quelle del fuoco del dolore ma anche quelle rigeneranti della vita che irrompe decis(iv)a.

Il trailer di Quando c'era Marnie

Quando c'era Marnie - Anna in lacrime
Quando c'era Marnie - Anna si mette in viaggio
Quando c'era Marnie - Anna davanti alla strana abitazione
Quando c'era Marnie - il disegno di Marnie fatto da Anna dopo averla sognata
Quando c'era Marnie - Anna e Marnie

mercoledì 26 agosto 2015

Il mio red carpet per Claudio Maleti

Francesca Maleti, il presidente Alberto Barbera e Beatrice Maleti © Angelo Bacci
Da una parte il red carpet della 72. Mostra del Cinema, dall'altra la vita dell'uomo. Al Lido di Venezia è di scena la II edizione del premio “Claudio Maleti”.


Persona intelligente e appassionata, impegnata da sempre per il Lido e il Festival del Cinema. Il suo nome è Claudio Maleti, scomparso prematuramente tre anni fa. In sua memoria il versatile Angelo Bacci ha ideato un premio a lui dedicato e la cui prima edizione, svoltasi nel 2014, ha visto questo speciale riconoscimento essere conferito ad Alberto Barbera, presidente della Mostra del Cinema.

Molto prima che cineluk sbarcasse sul web, il sottoscritto Luca Ferrari scorrazzava in lungo e in largo per il Lido di Venezia a dorso di bicicletta come inviato del Corriere Veneto, un'esperienza questa che come non smetterò mai di ripetere mi ha insegnato a scrivere alla velocità della luce. In più di un'occasione ebbi modo di avere a che fare con Claudio Maleti che mai mi negò un commento su qualche fatto accaduto, e anzi fu sempre gentile e ospitale.

Lido di Venezia, 2015. Per quanto celeberrimo, glamour e internazionale possa essere un festival cinematografico, ci sono sempre una serie di eventi collaterali capaci di raccontare piccole-grandi storie. Un mondo dove l'uomo celebra l'uomo, e forse (di sicuro) qualcosa in più. Claudio Maleti era il titolare dell'omonimo Bar Gelateria in Gran Viale, la dorsale che collega i due lati acquei del Lido: la delicata laguna veneziana da una parte, il più selvaggio Mare Adriatico dall'altra. Come a incarnare un luogo d'incontri tra mondi diversi.

Questi è un locale che al Lido tutti conoscono. Un posto dove si viene a fare colazione la mattina scambiandosi le prime impressioni sul mondo. Un posto che durante il festival del cinema si fa crocevia di stampa e tutti quei cinefili affamati di settima arte. Dall'acqua agli esseri umani dunque, l'effetto di unione non cambia. Ed è qui che giovedì 3 settembre a partire dalle 18,30, nell’ambito della 72. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, si terrà la II edizione del Premio “Claudio Maleti".

Il 3 settembre non è un giorno scelto a caso. È il giorno del compleanno di Claudio Maleti, il cui omonimo premio dedicato alla sua memoria sarà conferito quest'anno alla moglie Francesca e ai figli Beatrice e Tommaso. A consegnar loro la Chimera artistica, opera realizzata dal maestro Maurizio Molin utilizzando il vetro di scarto delle vetrerie di Murano, il presidente Barbera.

“Un giovane imprenditore dinamico e generoso, nonché ispiratore, trascinatore accorto e sensibile” ha detto di lui, Angelo Bacci, “un punto di riferimento importante e fondamentale dell’isola tanto che con il suo entusiasmo, ottimismo e i suoi sogni, hanno lasciato un segno indelebile nel cuore di tutti, ridando vita, credibilità e visibilità al Lido e alla Mostra stessa, creando un diverso e più stretto rapporto con l’intero territorio veneziano”.

Giovedì 3 settembre alla Mostra del Cinema sarà il giorno dell'anteprima in sala Grande di Spotlight (fuori concorso) di Thomas McCarthy con il cast all star formato dal redivivo Michael Keaton, l'Hulk-Marvelliano Mark Ruffalo, la sempre brava Rachel McAdams e l'istrionico Stanley Tucci. Non me ne vogliano i divi d'oltreoceano ma in quella serata sarò assente al loro red carpet. Giovedì 3 settembre io sarò al bar-gelateria Maleti a ricordare Claudio Maleti.

Come disse John  Lennon, If you want to be hero/ well just follow me...

(da sx) il maestro Maurizio Molin, il presidente Alberto Barbera e Angelo Bacci
(da sx) il maestro Maurizio Molin, i figli di Claudio Maleti: Tommaso e Beatrice
inframmezzati dal presidente della Mostra del Cinema, Alberto Barbera © Angelo Bacci

lunedì 24 agosto 2015

The Conspirator (2010), la legge della vendetta

The Conspirator - Mary Surratt (Robin Wright)
Nel teatro dell’assassinio del presidente Lincoln, il "politico" Robert Redford dirige The Conspirator, storia della prima donna condannata a morte.


Libertà. Diritti. Costituzione. Giustizia. Parole o fatti? È possibile lottare per una causa, mettere a repentaglio la propria vita e una volta raggiunto il traguardo, scoprire che gli stessi garanti di certi valori sono i primi a calpestarli in nome di un fantomatico bene superiore che assomiglia tragicamente alla vendetta? Storia reale di The Conspirator (2010, di Robert Redford).

Frederik Aiken (James McAvoy), ex-capitano confederato nella Guerra Civile, è il legale della signora Mary Surratt (Robin Wright), accusata di cospirazione nell’assassinio del presidente Abraham Lincoln. Era il 15 aprile 1865 e al Ford’s Theatre di Washington, John Wilkes Booth colpì a morte . La giustizia dei non ancora nati Stati Uniti d’America si mise freneticamente in moto. Alla ricerca dei colpevoli e di tutti i potenziali congiurati.

Tra gli otto accusati finì alla sbarra anche una donna. Ma più che un processo fu una farsa. Civili giudicati da un tribunale militare. Civili già condannati prima ancora della sentenza. Civili tenuti incappucciati nelle celle. Qualcosa che ricorda le peggiori tirannie, passate e presenti. A inizio processo anche Aiken, come tutti gli altri, è sicuro della colpevolezza della donna. Non vorrebbe nemmeno difenderla.

Giorno dopo giorno però, inizia a scoprire qualcosa. Qualcosa che nessun cittadino dovrebbe mai vedere. Inizia a perdere fiducia in chi ci dovrebbe difendere e tutelare. Commette “l’errore” di mettere la giustizia sopra gli stessi sentimenti. Così, da apprezzato eroe militare, comincia a essere guardato con sospetto e isolato. “In tempo di guerra la legge tace” dice sprezzante l’accusa. “Non dovrebbe!” la replica del giovane avvocato.

La pellicola segue il tragico epilogo. Dopo la sentenza, Aiken abbandona la professione di avvocato, diventando uno dei primi redattori del neo-quotidiano Washington Post, fondato nel 1877. Quello stesso giornale che quasi un secolo dopo avrebbe denunciato lo scandalo del Watergate portando alle dimissioni l’allora presidente Richard Nixon. Sulla vicenda fu girato il film Tutti gli uomini del Presidente (1976, di Alan J. Pakula). A interpretare Bob Woodward, uno dei due giornalisti che seguì il caso, fu proprio  Redford, regista della pellicola.

Oltre ai due protagonisti principali, notevole l’interpretazione Evan Rachel Wood che da volto e strazio alla figlia piangente della vedova Surratt. Impotente di fronte al tragico destino che le strapperà via per sempre la madre. Kevin Kline invece è l’inflessibile Segretario di guerra Edwin Stanton.

Per nessuna causa le bocche devono tacere. Mai. 

The Conspirator - l'accusa David Hunter (Colm Meaney)
The Conspirator - Mary Surratt (Robin Wright) e l'avvocato Aiken (James McAvoy)

giovedì 20 agosto 2015

Ant-Man, l’anti-Avenger


Dimenticate gli eccessi testosteronici dei vari Avengers. I Marvel Studios sono tornati con l’antieroe Ant-Man (2015, di Peyton Reed).

di Luca Ferrari

Un po’ MacGyver. Un po’ mancato elemento della banda di Danny Ocean. Supereroe più per amore dell’amata figlia Cassy che non per chissà quali ideali. Dimenticatevi allora le spacconate alla Iron Man. Cancellate dalla memoria l’esasperato senso di giustizia di Captain America. Lui, l’uomo-formica Ant-Man è pronto per scrivere una nuova storia

Scott Lang (Paul Ruud) è un ladruncolo come tanti. “Forse” più dotato. Un uomo ai margini della società. Ha una figlia cui vuole un bene infinito ma a dispetto dell’amore che dice di provare, fino a ora non è stato ancora in grado di cambiare vita per lei. A complicare le cose, il fatto che la sua ex-moglie Maggie (Judy Greer - Prima o poi mi sposo, Elizabethtown) oggi conviva con il poliziotto Paxton (Bobby Cannavale - Blue Jasmine, Spy).

Scott Lang (Paul Ruud - 40 anni vergine, Friends, Molto incinta) è uno scassinatore. “Forse” più dotato di tanti altri. Comunque un uomo ai margini della società. A dispetto delle indubbie doti di ingegnere però, avere nel proprio curriculum anni di galera non depone certo a suo favore e infatti si ritrova a lavorare in una gelateria e convivere con il suo ex compagno di cella, il simpatico ma leale Luis (Michael Peña - World Trade Center, Leoni per agnelli) che gli propone un nuovo lavoretto, non esattamente pulito.

Ancora non sa che “qualcuno” ha fatto in modo che questa offerta gli arrivasse all'orecchio in modo da valutarne le capacità. Questo qualcuno altri non è che lo scienziato Hank Pym (Michael Douglas - Wall Street, Basic Instinct, Dietro i candelabri). Un uomo un tempo al centro del grandioso progetto dell’uomo-formica, poi scaricato per le classiche divergenze di utilizzo con tanto di benservito subito per mano (decisiva) della figlia Hope (Evangeline Lilly - The Hurt Locker) e il suo ex-pupillo Darren Cross (Corey Stoll), dalle sembianze LexLuthoriane.

Da scassinatore senza futuro Lang si ritrova così dentro un’avventura più “grande” di lui, potendo diventare minuscolo in un battito di ciglia e finendo per imparare a dialogare con le formiche, imparandone a riconosce le varie tipologie, correre e passare in mezzo alle serrature, colpire “MuhammadAlianamente” come una zanzara e ridiventare a grandezza naturale al momento giusto.

Il dott. Pym è stato chiaro: aiutandolo in questa impresa, lui lo farà riavvicinare a sua figlia, rendendolo anche nella realtà l’eroe della piccolina. Nell'impresa a ogni modo il buon Scott non sarà solo. Oltre ai due Pym, al suo fianco ci sarà il fidato Luis, uno che è stato arrestato per aver rubato uno, pardon due frullatori, e i suoi due compari Kurt (David Dastmalchian) e Dave (T.I.).

A sette anni dall’ultimo film diretto Peyton Reed (Abbasso l’amore, Ti odio, ti lascio, ti…, Yes Man) dirige la pellicola-chiusura dell’ormai arci-nota fase due dei Marvel Studios. Non sorprende questa scelta visto che rispetto ai molto più adrenalinici cinecomics, in questo lungometraggio è la semplice umanità ad avere la meglio senza chissà quali super sudori-problemi esistenziali, ma basata esclusivamente sul rapporto padre-figlia, tanto tra Scott e Cassie quanto tra Pym e Hope.

A emergere poi nella pellicola è anche un altro aspetto, quella della seconda chance. Un qualcosa di molto caro all'umanità. Un qualcosa capace di trasformare uno sconfitto/illuso in un vincente, o meglio, in un qualcuno capace di sacrificarsi per un bene più importante.

E se nei Vendicatori (2012, di Joss Whedon) la nuova possibilità sgorgava da una presa di coscienza collettiva, per Ant-Man è qualcosa che lui stesso non ha nemmeno cercato. Gli è quasi caduta addosso. Lui poi “ha solo fatto il resto”, andando anche oltre le speranze di chi ha creduto in lui e traducendo in realtà il motto “cambia te stesso e cambierai il mondo”. Ant-Man ha cominciato e anche i suoi detrattori se ne sono accorti. Adesso tocca a noi.

Guarda il trailer di Ant-Man

Ant-Man: il dott. Hank Pym (Michael Douglas) e Darren Cross (Corey Stoll)
Ant-Man: Hope (Evangeline Lily)
Ant-Man: Scott Lang (Paul Ruud) e il dott. Hank Pym (Michael Douglas)
Ant-Man: Darren Cross (Corey Stoll) in versione Antiana

martedì 18 agosto 2015

Leoni per agnelli, a colloquio dal prof. Redford

Leoni per agnelli - il prof. Malley (Robert Redford) a colloquio con Todd (Andrew Garfield)
Auguri di buon compleanno Robert Redford. In particolare al “tuo” Stephen Malley (Leoni per agnelli), un professore che avrei tanto voluto incontrare nella mia vita.

di Luca Ferrari

Robert Redford fa parte della storia del cinema. Da Butch Cassidy (1969) al romantico truffatore in cerca di vendetta Johnny Hooker ne La stangata (1973) passando per il Bob Woodward di Tutti gli uomini del presidente (1976), alcuni suoi personaggi sono entrati nel mito della settima arte. Oggi 18 agosto Robert Redford (Santa Monica, 1936) compie 79 anni e il mio regalo per lui è il racconto veritiero di un rimpianto: non aver mai incontrato nella mia vita il “suo” prof. Malley.

Ci sono persone che ti cambiano la vita, questo è risaputo. Allo stesso tempo però ci sono anche dei non-incontri che lo possono fare e in modo ancor più dirompente e decisivo. A me è accaduto con Robert Redford, quando nel 2007 diresse e interpretò il suo settimo lungometraggio: Leoni per agnelli, film che vede nel cast anche Meryl Streep nei panni della giornalista Janine Roth, Tom Cruise è lo sprezzante politico Jasper Irwing e Andrew Garfield, un giovane studente. Un film politico ambientato nel cuore della guerra al terrorismo condotta dagli Stati Uniti.

Fin da quando vidi la pellicola per la prima volta in quel lontano 6 gennaio 2008 al cinema Astra del Lido di Venezia, il suo personaggio interpretato mi rimase impresso in modo profondo. Lui era Stephen Malley, professore di Scienze Politiche alla West Coast University. Un insegnante deciso a non abbandonare Todd Hayes (Andrew Garfield), un tempo studente brillante e ora sulla via della perdizione mentale.

Visto che state leggendo questo articolo, magari vi starete chiedendo il perché di un simile legame. Di cosa si tratterà: mera stima cinematografica o magari nella mia vita ho incontrato qualcuno che mi ricorda Malley? No, è esattamente il contrario. Uno come Malley non l’ho mai incontrato. Non mi sono mai seduto davanti a lui. Non ho mai avuto la fortuna di rientrare al centro della strada evitandomi emorragie e logoranti attese.

Gli sforzi fatti hanno avuto effetto fino a un certo punto. E se non ho ancora ottenuto ciò che volevo, significa che non ho fatto abbastanza o comunque l'ho fatto male. È mancato qualcosa. È mancato forse qualcuno. Così, ogni volta che vedo questo film, s’insinua la malinconia di non aver mai incontrato una persona di questo spessore lungo il mio cammino e forse oggi sarei potuto essere altrove. Diverso. Più risoluto. O magari questa persona l’ho incontrata, semplicemente non l’ho riconosciuta. Il risultato a ogni modo non cambia.

Così, nel giorno del compleanno di Robert Redford sono qui a rivedermi per l’ennesima volta Leoni per agnelli e invidiare il giovane Todd per l’opportunità che il prof. Malley gli sta concedendo. Un intenso e sincero colloquio di un'ora per capire perché uno studente brillante “che puntava alla giugulare di ogni dibattito e leggeva tutto” (come gli dice il maturo docente), adesso si è spento e sembra non importargliene più niente di nulla.

Se Socrate, Platone e Aristotele non possono aggiustare le cose, Todd Hayes che può fare?” chiede. L'arringa difensiva dello studente è inattaccabile. Perché sbattersi quando si può comunque godere delle comodità che la vita gli ha riservato? Lui non è come i suoi compagni di corso Ernest (Michael Peña) e Arian (Derek Luke), arruolatisi nell'esercito per uscire dalle maglie dei debiti universitari con la speranza di tornare vivi dall'Afghanistan (se ci riusciranno), prendersi un Master e darsi da fare attivamente nella vita sociale e politica.

Todd è un privilegiato e allora perché impegnarsi per diventare qualcuno che alla fine il Sistema inghiottirà comunque? Perché non godersi semplicemente la vita senza infamia né gloria? “Pagherò le tasse e mi fermerò agli stop” dice quasi scherzando. “Per poco non mi convinci che sai sul serio di cosa parli” la replica di Malley che poi rincara la dose entrando sul proprio vissuto, “Sono ancora qui (all’università, ndr) perché sono un uomo egoista. Egoismo per quelle rarissime volte in cui sai davvero di avere qualcuno in una delle tue classi col dono di poter fare grandi cose su vasta scala”.

Non è solo questione di talento buttato via. Forse Malley vede in Todd l’emblema di quel mondo che potrebbe fare la differenza ma si nasconde dietro quella staticità che i governanti alimentano proprio per non trovare ostacoli nel loro modo di lavare il cervello e fare come gli pare. Lui è un uomo che è stato obbligato ad andare a combattere in Vietnam ma la ferita più grave l'ha riportata una volta tornato a casa, quando si unì alle proteste contro quella guerra ingiusta. Quella stessa che ora sta devastando l'Afghanistan.

Malley alla fine è un uomo che crede ancora. Todd ha già capito che non ne vale la pena, che a prescindere dall’entusiasmo e competenza che ci potrà mettere, quei signori dei piani alti vinceranno sempre e comunque. Anche se è una sfida impari, Malley preferisce comunque provare e non riuscire, “perché qualcosa ti resterò dentro”. Per Todd è inaccettabile questo modo di pensare.

Parola dopo parola, conversazione dopo dialogo, Todd inizia a sentir meno le proprie rilassanti certezze ma non è scritto nulla nel suo domani e Robert Redford (auguri ancora, ndr) non è così presuntuoso dal far credere allo spettatore che una volta uscito dall'ufficio di Malley, lo studente cambierà registro avviandosi a chissà quale rivoluzionaria carriera politica. Si lamenterà ancora? Mollerà del tutto? Lascerà che il mondo continui a ripopolarsi di pescecani senz’anima senza fare nulla? Ha davvero compreso ciò che ne sarà di sé e del suo futuro? E io? E voi?

Leoni per agnelli - Todd Hayes (Andrew Garfield) medita sul proprio futuro

giovedì 13 agosto 2015

Pixels, i nerd salvano il mondo

Pixels - Violet (Michelle Monaghan), Sam (Adam Sandler) e Ludlow (Josh Gad)
Mr Gremlins/Goonies Chris Columbus ci riporta negli anni '80 a suon di videogames e Pixels con un gruppo di nerd chiamati a salvare il pianeta dall’invasione aliena.

di Luca Ferrari

La bicicletta. Il banchetto della limonata davanti a casa. La sala-giochi. I gettoni. Negli anni Ottanta per scoprire il mondo bisognava uscire di casa. Non c’era internet né gli smartphone. Le persone si guardavano negli occhi prima di conoscerle. Quegli eroi dimenticati stanno per prendersi i giusti riflettori, con la collaborazione di una minaccia aliena formato Pixels (2015). 

Chi si può chiamare per sventare una minaccia extraterrestre pronta per annientare la Terra a base di videogiochi anni '80? Semplice quei ragazzini (ora “cresciutelli”) che all'epoca erano dei veri fuoriclasse di manopole e pulsanti. È esattamente quello che succede nella riuscitissima commedia Pixels (2015) diretta da uno che di “anni Ottanta” se ne intende assai. Il suo nome è Chris Columbus, sceneggiatore dei cult Gremlins e I Goonies, di cui quest'anno si è celebrato il trentennale.

Sam Brenner era un piccolo fenomeno dei videogiochi. Durante il primo campionato del mondo dei suddetti però, si dovette inchinare alla bravura (…) di Eddie Plant. Oggi Sam (Adam Sandler) è un modesto installatore di apparecchi elettronici di una ditta dall'emblematico nome Nerd. Ciliegina sulla torta, sua moglie lo ha mollato per quel medico che li stava seguendo per avere un figlio.

È durante il suo lavoro che incontra il colonnello Violet Van Patten (Michelle Monaghan), in profonda crisi sentimentale poiché rimpiazzata da una diciannovenne nel “cuore” dell’ormai ex-marito. L’atmosfera si fa subito tenera salvo poi cedere a un battibecco che puzza già di innamoramento, proseguito di lì a poco nella Casa Bianca. Presidente degli Stati Uniti infatti è il corpulento William Cooper (Kevin James), compagno di merende & videogames Ottanteschi di Sam, nonché capo di Violet.

La minaccia è seria. Di quella capsula spedita dalla NASA nello spazio con immagini della vita terreste (inclusi i videogiochi) infatti, alcune forme di vita le hanno prese per una dichiarazione di guerra e ora si stanno preparando a rispondere. Ogni battaglia è in una nuova città. Ecco dunque il Taj Mahal atccato in India, Hyde Park di Londra e le strade di New York City. Ovviamente i terresti hanno le classiche tre vite (di una volta), e non certo il comodo reset dei giochi moderni da premere e ripremere comodamente sul proprio divano.

Per far fronte a tutto ciò i Navy Seals non sono certo la risposta adeguata, neanche se ad addestrarli si mettono Sam e un altro genio dei videogiochi, il paranoico Ludlow Lamonsoff (Josh Gad), innamorato fin da bambino di Lady Lisa (la protagonista del videogame Dojo Quest), passata dai pixels in carne e ossa con le fattezze della modella Ashley Benson. Visto l'aumentare delle difficoltà però, sebbene non troppo gradito, sarà reclutato anche Eddie (Peter Dinklage), al momento dietro le sbarre per illeciti finanziari.

Inutile negarlo. Per chi è stato adolescente durante gli Eighties, sarà un tuffo nei ricordi più innocenti al momento di rivedere i vari i Pac-Man, Donkey Kong, Space Inavders e soprattutto le sale giochi. Posti questi in cui “si socializzava e si incontravano ragazze carine”, come spiega con non poca ironia Sam al giovane Matty (Sam Linz), figlio di Violet.

In epoca di remake & sequels, Pixels è una divertente ventata di originalità. Fattosi le ossa al Staurday Night Live grazie anche a divertenti imitazioni, oggi Adam Sandler è un affermato attore. La sua presenza in shorts e vestito d'arancione dinnanzi ai pezzi grossi della Casa Bianca è a dir poco esilarante, per non parlare degli scontri verbali con il marziale ammiraglio Porter (Brian Cox) e il caporale Hill (Sean Bean) dei SAS britannici. Notevole anche l’accento assurdo del Primo Ministro (Penelope Wilton) in salsa Thatcheriana

Comicità della collaudata coppia James/Sandler a parte, sono da gustarsi alla grande i cameo della numero 1 del mondo del tennis mondiale, la statunitense Serena Williams, supportata nel finale dalla celeberrima conduttrice televisiva Martha Stewart, richieste espressamente da un incontro da uno di quei nerd che oggi hanno salvato il mondo intero.

L’ho sempre sottolineato. Non sono un fan del 3D. Salvo quale rarissima eccezione è solo fumo negli occhi per sopperire alle falle della sceneggiatura, non di meno fa lievitare non poco il prezzo del biglietto. La mia reticenza a vedere Pixels nasceva proprio da questo elemento poi per un caso fortuito e il desiderio folle di sedermi davanti al grande schermo alla fine ho deciso di recarmi e lo ammetto, è stata una sorpresa.

Una sorpresa che avrebbe potuto tranquillamente fare a meno dell’effetto tridimensionale. Non solo la storia si regge benissimo in piedi da sola, ma avrei preferito una visione normale anche tributo a quell’epoca perduta che non potrà più tornare indietro a discapito di un’invasione tecnologica ormai a dir poco esasperata. Un’epoca dove un tramonto lo si guardava e basta. E l’unico ricordo era quello della nostra memoria e nel racconto a voce.

Il trailer di Pixels
Pixels (2015, di Chris Columbus) - i terresti opposti a Pac-Man
Pixels (2015, di Chris Columbus) - il temibile Donkey Kong
Pixels - il coraggioso Sam Brenner (Adam Sandler)
Pixels - l'infido Eddie Plant (Peter Dinklage)
Pixels - Eddie (Peter Dinklage), Lady Lisa (Ashley Benson) e Ludlow (Josh Gad)

mercoledì 12 agosto 2015

Incontri ravvicinati di cinema all’aperto

Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977, di Steven Spielberg)
Cinema all’aperto al Grande Albergo Ausonia & Hungaria del Lido di Venezia. Per tutto il mese d’agosto, proiezioni dal venerdì alla domenica (h. 21).

di Luca Ferrari

Il cinema all’aperto è tornato al Lido di Venezia. Dai campioni d'incasso Avatar e The Avengers ai cult Spielberghiani E.T. l’extraterrestre e Incontri ravvicinati del terzo tipo. Sono solo alcuni dei titoli presenti nella rassegna cinematografica che si terrà al Lido di Venezia a partire da venerdì 14 agosto presso il rinomato Grande Albergo Ausonia & Hungaria.

Lido di Venezia, terra di cinema. Una volta forse, quando in questi pochi km (12) galleggianti il territorio era "tinteggiato" da più cinema all’aperto. Oggi ve n’è solo uno, classico chiuso, l’Astra. E la stessa Mostra del Cinema, poco amata dalla maggior parte dei residenti, è un mondo a parte. Confinato in uno spazio definito senza alcun legame. Un bagliore nel quasi cine-nulla.

Da due anni poi, Venezia è orfana del cinema all’aperto in campo San Polo. La musica però, anzi la visione per fortuna è cambiata. A riportare la settima arte en plen air ci ha pensato il Grande Albergo Ausonia & Hungaria in collaborazione con la Municipalità del Lido-Pellestrina, allestendo un cinema all’aperto e proponendo una rassegna durante i weekend lunghi del mese di agosto. Un appuntamento che si spera possa diventare una costante nelle future estati veneziane.

Si comincia con la magica animazione di Gianni Trotter.Venerdì 14 agosto è di scena la meraviglia dei Corti, quindi la sera di ferragosto i grandi premi internazionali con:

  • Pierino e il lupo (di Suzie Templeton), Premio Oscar 2008
  • La gazza ladra (di Lele Luzzati e Giulio Giannini), Premio Oscar 1966
  • Florian et Malena (di Anita Killi) 1° Premio dei Festival Internazionali di Annecy, New York e Berlino
  • Manipulation (di Daniel Greaves), Premio Oscar 1992

Cinema d’oltralpe invece domenica 16 con Azur e Asmar (2006, di Michel Ocelot). Dal 21 al 23 agosto è di scena il cinema fantascientifico. Un viaggio in tre cult che hanno fatto la storia di questo genere, segnando generazioni che ancora oggi tornano bambini nel vedere siffatte avventure. Un trend questo che si protrarrà anche nel weekend successivo con la visione di pellicole più recenti.

  • Venerdì 21 agosto: Frankenstein Junior (1974, di Mel Brooks)
  • Sabato 22 agosto: Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977, di Steven Spielberg)
  • Domenica 23 agosto: E.T. l’extraterrestre (1982, di Steven Spielberg)

Se con il sig. Brook le risate sono assicurate, con i due film di Spielberg , prossimamente di nuovo sul grande schermo con il politico Il ponte delle spie (protagonista Tom Hanks), si rischia di esagerare con la commozione. Sono passati quasi quarant’anni da quegli incontri ravvicinati e più di trent'anni dallo sbarco alieno più innocente che ci sia, ma una lacrimuccia ci scappa semore. Spazio poi a:

  • Venerdì 28 agosto: Guida galattica per autostoppisti (2005, di Garth Jennings)
  • Sabato 29 agosto: Avatar (2009, di James Cameron)
  • Domenica 30 agosto: The Avengers (2012, di Joss Whedon)

Avatar
è attualmente il film che deteniene il recordo d’incassi della storia del cinema. L’emblema di un mondo che premia gli effetti speciali (incredibili, non c’è che dire) a dispetto di una storia vista e stravista, versione digitale del pluri-premiato Balla coi lupi (1990, di Kevin Costner).

In epoca di dominio dei cinecomics, non poteva mancare un film della suddetta scuderia. La scelta è caduta su quello che forse è il migliore: The Avengers. Un film che fu una sfida ma grazie a una sceneggiatura degna di questo nome, permise di uscirne alla grande in particolare grazie allo scontro di personalità tra l’ironico ed egocentrico buono Iron Man (Robert Downey Jr.) e il megalomane assetato di conquista Loki (Tom Hiddleston).

A chiudere l’appuntamento con il cinema sotto le stelle, spettacolo di Lanterna Magica di Gianni Trotter con musiche di Rosaria De Filippis.

Al costo di 5 euro, i biglietti sono acquistabili un’ora prima della proiezione direttamente presso il cinema dell’hotel; 8 euro per il solo evento finale. Biglietti in omaggio per coloro che acquisteranno prima della proiezione uno o più libri della casa editrice El Squero. Ogni sera infine, prima della proiezione, vi sarà una sigla con le animazioni realizzate da Lorenzo Bussi e musiche realizzate da Rosaria de Filippis

Cinema all'aperto al Lido? SI... PUÒ... FARE!!!

Frankenstein Junior (1974, di Mel Brooks)
The Avengers - il perfido Loki (Tom Hiddleston)
E.T. l'extra-terrestre - la piccola Gertie (Drew Berrymore) bacia E.T.
Avatar (2009, di James Cameron)

martedì 11 agosto 2015

Sognando Beckham (2002), lottare per vincere

Sognando Beckham - Jess (Parminder Nagra) e Jules (Keira Knightley)
Dal mondo anglo-panjabi di Sognando Beckham (2002), una lezione sempre attuale di carattere, rispetto, cambiamento e vittorie da conquistare.

di Luca Ferrari

Una nuova amicizia, un grande sogno comune e la Londra multietnica d’inizio millennio. Sono questi gli ingredienti della frizzante commedia anglo-panjabi Sognando Beckham (2002, di Gurinder Chadha). Tra lacrime, forza di volontà e impegno, due ragazze lottano contro pregiudizi razziali e di genere, decise a realizzare i gol decisivi nelle rispettive vite. O meglio, il sogno che diventa esaltante realtà.

In casa Bahmra tutto è quasi pronto per le nozze della figlia maggiore Pinky (Archie Panjabi) con il belloccio Teetu (Kulvinder Ghir). Il matrimonio però rischia di andare a monte quando i futuri e rigidi suoceri vedono sua sorella Jesminder detta Jess (Parminder Nagra) baciarsi pubblicamente con un giovanotto inglese. O almeno così sembra. Nulla di più sbagliato. Il “maschietto” altri non è che Juliette detta Jules (Keira Knightley), compagna di squadra di calcio di Jess, con cui si sta solo amichevolmente salutando con un abbraccio.

Oltre a essere una studentessa modello e rispettosa dei genitori, Jess infatti è una calciatrice eccezionale. È proprio Jules a scoprirla dopo averla vista giocare al parco in mezzo a dei ragazzi. Una ragazza sikh però che gioca a calcio non è troppo ben vista, ancor meno dai genitori che infatti vengono tenuti all’oscuro di tutto ciò. Sebbene con le dovute differenze, anche Jules ha il suo bel da fare, alle prese con una madre superficiale che preferirebbe vederla formosa e fidanzata che non in tenuta sportiva.

Sostenute in tutto e per tutto dal loro allenatore irlandese Joe (Jonathan Rhys Meyers), Jess e Jules hanno un solo obiettivo: raggiungere la finale del torneo e impressionare un osservatore americano venuto appositamente per reclutare giovani talenti da portare negli Stati Uniti dove il calcio femminile ha un vero campionato e una lega professionista (quest’anno gli USA hanno vinto il Mondiale femminile, ndr). Per le due ragazze però, le prove sul campo non saranno le uniche sfide che dovranno affrontare.

Primi ostacoli, lo scarso supporto delle famiglie. Preoccupato del sicuro razzismo che si troverà a dover vivere  in campo la figlia, Mohaan Singh Bhamra (Anupam Kher), il padre di Jess, spiega a Joe di come lui venne emarginato nei club inglesi nonostante fosse un campione di cricket. Paula (Juliet Stevenson) invece esce di testa quando crede che la figlia Jules sia omosessuale salvo poi, scoperta la "etero-verità", uscirsene con un imbarazzante “Io per esempio tifavo Martina Navratilova come se fosse una normale”.

Tra fine anni Novanta e primi anni Duemila il calcio inglese tornò a lasciare il segno. Emblema glamour di tutto questo, David Beckham, l’ala destra del Manchester United, sposato con Victoria “Posh” Adams della pop band Spice Girls. Ben amalgamando modernità, integrazione e sogni giovanili, il film lanciò definitivamente l’inglese Keira Knightley, raccontando una storia di attualità e affrontando temi come l’integrazione e il sessismo.

Non solo spunti di riflessione però, in Sognando Beckham c’è spazio anche per le risate, a cominciare proprio dalle prime battute quando Jess nella sua cameretta sogna di giocare nel Manchester United a fianco dei vari Beckham, Giggs e Scholes. E dopo l’ennesimo successo, ai microfoni in studio dell’ex-calciatore Gary Lineker arriva la madre (Shaheen Khan) che invece di ostentare felicità, non gradisce affatto che la figlia mostri le gambe scoperte a tutto lo stadio, chiudendo poi con una memorabile romanzina in lingua panjabi.

E qui miei cari lettori, finisce la parte del film. Ma prima di cominciare l’analisi personale della pellicola, non posso non scrivere due righe sul titolo, orrenda e faziosa trasposizione italiana. Jess infatti non è una smorfiosa che sbava per il fisico di David Beckham ma una ragazza decisa che gioca a calcio divinamente, proprio come il campione dei Red Devils. Non è un caso che il titolo originale sia Bend It like Beckham, ossia “Curvalo (il pallone, ndr) come Beckham” e non un ruffiano e adolescenziale “sognando Beckham”.

Detto ciò, entriamo dentro il film facendo una premessa. Nello stesso anno di uscita della pellicola io mi trasferii a vivere a Firenze per lavoro. Dopo pochi mesi di coabitazione con altri tre ragazzi, per inaugurare la mia nuova abitazione, un mini-monolocale molto spartano, scelsi di farmi la tessera di una vicina videoteca e la prima vhs noleggiata fu proprio Sognando Beckham. Se dunque Jess era alla ricerca di una nuova vita per seguire le proprie ambizioni sportive, io nel capoluogo toscano stavo facendo lo stesso con la scrittura. Qui sbarcato per dare un senso costruttivo a tutta quella massa di parole che vorticose si aggiravano dentro di me.

Era la prima volta che vivevo da solo. Era la prima volta che avevo un pc portatile (che ribattezzai proprio Jasminder; lo so, fa molto nerd – ndr). Era la prima volta che provavo davvero ad andare oltre il mero sogno conficcato nella mia mente. Ricordo ancora che il film mi piacque a tal punto che per rendere meno monotono lo jogging del mattino presto, mi comprai un pallone da calciare nelle strade isolate, anche in sandali per il gran caldo, e arrivando una volta in ufficio con le dita dei piedi insanguinate.

Dopo le prodezze del Drugo ne Il grande Lebowski, la mia estate cinematografica 2015 è dunque proseguita con la visione di Sognando Beckham. E aldilà dell’immancabile voglia di tornare in Inghilterra che puntuale il film mi scatena sempre, la mia frase preferita è sempre quella del sig. Bahmra, subito dopo aver assistito alla vittoriosa performance della figlia sul campo da gioco, e dicendo senza più paura a parenti e alla moglie stessa:

Io non voglio che Jesse debba soffrire. Non voglio che faccia lo stesso sbaglio che ha commesso suo padre di subire la vita senza reagire. Io voglio che combatta e voglio che vinca perché l'ho vista giocare ed è bravissima. Io dico che nessuno ha il diritto di fermarla”. E poi aggiungendo un toccante, “Due figlie fatte felici in un giorno. Che altro può volere un padre?”.

Jess ha avuto carattere ma tutto ciò poteva non essere sufficiente. Ha trovato in Jules un’amica con cui affrontare le sfide calcistiche. Ha trovato in Joe “quell’esterno” capace di mettere le persone giuste nel posto giusto (osservatori internazionali). Ovviamente poi è toccato a lei metterla nel sacco e fare la sua parte, ma non era sola. Lei ci è riuscita. A dispetto degli sforzi fatti, la maggior parte di noi non troverà mai il proprio happy end “SognandoBeckamiano”.

Ad alcuni di noi resta solo l’amarezza di aver lasciato lievitare i propri sogni senza aver creato alcuna base solida. Senza incontrare nessuno che li condividesse. Ad alcuni di noi, nella migliore delle ipotesi, resta il dvd originale di Sognando Beckham (Bend It Like Beckham – 2002, di Gurinder Chadha) da guardarsi ogni tanto e magari trarre quell’ispirazione per svegliarsi la mattina dopo e gettare le basi per lanciare un giorno un urlo di trionfo nella propria vita.

Il trailer di Sognando Beckham

... guardandosi Sognando Beckham in dvd
Sognando Beckham - Jess (Parminder Nagra) con tre amiche smofiosette
Sognando Beckham - Jules (Keira Knightley) e Jess (Parminder Nagra) sul campo
Sognando Beckham - Jess (Parminder Nagra) e la sorella Pinky (Archie Panjabi)

mercoledì 5 agosto 2015

Il grande Lebowski, i 10 insegnamenti di Drugo

Il grande Lebowski - Jeffrey "Drugo" Lebowski (Jeff Bridges)
A scuola di vita da Il grande Lebowski (1998, dei fratelli Coen). 10 grandi insegnamenti direttamente dal protagonista Drugo (Jeff Bridges).

di Luca Ferrari

Agosto 2015, l’ennesima estate dominata dai battibecchi politici, crisi economica e la sempre più spaventosa disoccupazione. L'aspetto più sordido è che c’è gente pagata per non far cambiare nulla, e lo fa alla grande senza che una massa inferocita cambi il corso della nazione. E da bravo specchio della realtà, anche il cinema di massa rispecchia questo piattume cerebrale proponendo valanghe di effetti speciali, modelli in veste di supereroi, filoni triti e ritriti.

Così, in attesa di tornare in sala e vedermi qualcosa di davvero notevole o quanto meno simpatico come il recente Spy con l'inedita coppia Melissa McCarthy-Jason Statham, ho pensato fosse ora di rimettermi a vedere Il grande Lebowski (1998, di Ethan e Joel Coen), con la speranza ovviamente che nessun regista in crisi di identità prenda spunto da questo articolo e pensi bene di farci il remake (anche se sono certo presto o tardi accadrà).

Si, ho deciso. Invece di spendere il mio tempo a scattare inutili selfie per dimostrare al mondo che esisto e che insieme a i miei tanti amici hashtag ci divertiamo un mondo a regalare un bel ciaone a chiunque non sappia far altro che stare davanti a uno schermo, ecco, ho preferito sprofondare sul pavimento della mia abitazione, inserire il dvd de Il grande Lebowski prestatomi dal mio compare e godermelo alla grande.

Sebbene questo cult anni '90 lo abbia visto mostruosamente in ritardo rispetto all’uscita, l’ultima volta che ci posi gli occhi sopra fu ai tempi di una lunga trasferta in terra di Sua Maestà. Questa volta però l’effetto è stato diverso e per la prima volta sono andato oltre la mera simpatia per Jeffrey Lebowski detto Drugo (Jeff Bridges), riflettendo sul fatto che il suo modo di vivere da dissennato fancazzista forse non è poi così folle né sbagliato.

E visto che va tanto di moda piazzare elenchi numerati nei propri articoli (per chi non lo sapesse è solo una marchetta spudorata a Google che in questo modo indicizza meglio quanto scritto), allora anch’io ve ne "appioppo" una. Riguardo che? Semplice, le 10 ragioni per cui apprezzo Lebowski o meglio ancora, i 10 insegnamenti di Drugo:

1) Lealtà: il Drugo ha due amici fidati, il mite Donny (Steve Buscemi) e il reduce del Vietnam neo-ebreo instabile Walter (John Goodman) ma anche dalle conoscenze più superficiali viene considerato bene. Tratta la gente con rispetto. Non alza mai la voce se non quando è davvero incazzato ma alla fine tutto si risolve con un Woodstockiano abbraccio

2) Anti-carrierismo: in Italia e in un certo modo civilizzato ci hanno abituato che o sei un vincente o sei un fallito. Il Drugo se ne sbatte. Si fa la propria vita. Prende la vita per quello che è e anche se non potrà andare ad Aspen a sciare d’inverno o sulle spiagge di Acapulco a nuotare, chi se frega, si può sorridere e vivere lo stesso

3) Passioni condivise: il bowling. Anch’io come il Drugo ho una passione sportiva che condivido con amici, il ping-pong che gioco soprattutto con il proprietario del dvd de Il Grande Lebovski. Ogni pre-durante-post partita è tutto un insulto e una riflessione. Una scuola di vita onesta e per di più gratis (dove gioco io non si paga)

4) Coraggio: neanche di fronte a un poliziotto fascista o ai criminali che lo scambiano per il Lebowski riccone si fa intimidire. Si ritrova con la testa dentro il water o per terra dopo essersi preso un portacenere in testa. Le prende ma non si scompone e non si fa piegare. Non è un duro ma se riceve qualche pugno non si mette a piangere

5) Fuori dal gregge: un uomo che ammette candidamente di fronte al potente imprenditore del porno Jackie Treehorn (Ben Gazzara), che gli sta facendo un “pippone” sull’autoerotismo virtuale, di “farsi ancora le seghe con la mano” è, se non da ammirare, quanto meno da stimare per il suo pensare fuori dal coro

6) I sette di Seattle: a letto con la bella Maude (Julianne Moore), le racconta ciò che ha fatto nella vita. Nel suo curriculum risulta la militanza tra I sette di Seattle. Non da spiegazioni su chi fossero e nemmeno io posso saperlo ma dal nome m’immagino qualcosa di cazzutamente indimenticabile (e in più quella città io la adoro)... e infatti così è!

7) Un vizio ci deve essere: ok, magari si fumerà (e si sarà fumato) qualcosa di troppo ma un vizio ci sta nella vita. E anche se sono due, ma chi l’ha detto che bisogna sempre fare tutto in nome del sacrificio e del salutismo più estremo? Ecco appunto, proprio nessuno, quinti un po’ di relax

8) Fanculo rock star spaccone: in passato Drugo ha fatto il tecnico del suono per i Metallica in tour, band che critica senza mezzi termini definendoli "una manica di stronzi". Opinione che condivido pienamente

9) Principi: non spende soldi né dal barbiere né dal tappezziere, però quando dei nichilisti gli urinano in casa per colpa delle scappatelle della moglie del suo omonimo, non ha problemi ad andare ad affrontare il potente Jeffrey Lebowski (David Huddleston) che lo schernisce senza tanti complimenti, ritrovandosi quest’ultimo però con un tappeto in meno alla fine del colloquio

10) Placida attesa: mai stato un fan del motto orientale “siediti sulla riva del fiume e aspetta il cadavere del tuo nemico”. L’ho sempre reputato un’emerita cazzata di chi non vuole agire e lascia al destino il compito di sbrigare le proprie faccende. Sarà che il mondo è sempre più una delusione ma alle parole del protagonista stesso “Drugo sa aspettare”, mi ci sono insolitamente e istintivamente ritrovato…

… e che la vita scorra pure allora, con e senza di me.

Il finale de Il grande Lebowski

Il grande Lebowski -
Drugo(
Jeff Bridges), Donny (Steve Buscemi) e Walter (John Goodman)