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sabato 28 novembre 2015

Wild, cineluk vince su Best Movie

la copertina di Best Movie dic. 2015 e il terzetto dei vincitori qui pubblicati (pag. 103)
Sull'ultimo numero dell'anno del mensile Best Movie, cineluk lascia nuovamente il segno vincendo un concorso con la tweet-recensione sul film Wild.

di Luca Ferrari

Il miglior recensore del mese (giugno e agosto 2011) sul mensile Best Movie, la miglior recensione di Devil's knot - Fino a prova contraria, concorso (2014) organizzato da ComingSoon e Notorious Pictures, quindi uno dei migliori recensori (fuori dal coro) di Avengers: Age of Ultron sul numero di Ciak, giugno 2015 (vedi immagine a fine articolo). Ora è tempo di un nuovo premio ancora una volta sul mensile Best Movie.

Sul numero 12 dicembre 2015 della nota rivista cinematografica, attualmente in edicola, il sottoscritto Luca Ferrari, autore del blog-magazine cineluk – il cinema come non lo avete mai letto, è uno dei 3 vincitori per la miglior tweet-recensione sul film Wild (2014, di Jean-Marc Vallée) con protagonista la premio Oscar Reese Whiterspoon nei panni (reali) di Cheryl Strayed. Un film questo visto lo scorso 15 aprile al cinema Palazzo di Mestre (Ve).

Il mio premio è il dvd blu-ray della divertente action-comedy Spy (2015, di Paul Feig) con protagonisti Melissa McCarthy e Jason Statham. Un film questo visto la scorsa estate (21 luglio) al cinema Rossini di Venezia, quindi recensito, e che già pregusto di rivedermi in questo gelido inverno lagunare. Parafrasando Spiderman, "da un piccolo riconoscimento deriva una grande soddisfazione nel nome di un cinefuturo sempre più radioso".

Ciak - giugno 2015, la mini-recensione vincitrice inerente il film della Marvel

giovedì 26 novembre 2015

Rocky IV, il mondo può ancora cambiare

Rocky IV - Rock Balboa (Sylvester Stallone) contro Ivan Drago (Dolph Lundgren)
Reaganiano. Fraternamente vendicativo. Commovente. Spettacolarmente immortale. Io guardo Rocky IV (1985) e credo ancora che il mondo possa cambiare. 

di Luca Ferrari

Un guantone da boxe a stelle e strisce. Un guantone da pugilato rosso sangue con la falce e martello. Entrambi si ergono verso l'alto nel proprio binario (mondo) fino a raggiungere la posizione orizzontale e quindi partire a razzo l'un contro l'altro fino a esplodere. Sono le prime spettacolari immagini di Rocky IV (1985), quarto capitolo della saga del pugile italo-americano Rocky Balboa, diretto e interpretato da Sylvester Stallone

Rocky Balboa è il campione del mondo dei pesi massimi. Dopo essersi ripreso il titolo in un epico match di rivincita contro l'aggressivo Clubber Lang (Mr. T), è ora tempo di una nuova e difficile sfida. Il suo avversario questa volta viene dall'Unione Sovietica, il cosiddetto Impero del Male come lo definì l’allora presidente statunitense Ronald Reagan. Il suo nome è Ivan Drago (Dolph Lundgren), detto la Transiberiana. Una pertica di muscoli ansiosa di misurarsi con i migliori pugili del “mondo capitalista” e per questo sbarcato negli USA insieme alla moglie Ludmilla (Brigitte Nielsen) e il suo staff.

A salire per primo sul ring però non è lo Stallone Italiano ma l'ex-campione e da tempo ritirato Apollo Creed (Carl Weathers) in quello che a parole dovrebbe essere un match esibizione. Ma durante la conferenza stampa di presentazione i toni pacifici lasciano presto campo a uno scontro in linea con la Guerra Fredda attualmente in corso tra le due superpotenze atomiche. Apollo si scalda. I due pugili vengono alle mani.

È l'ora del pugilato ma invece della fratellanza, scorrerà il sangue. Apollo paga a caro prezzo le sue goliardiche provocazioni e per Rocky ora non c'è che una strada da percorrere: sfidare Drago e vendicare l'amico ucciso. Così sarà. Ma non nella calda Las Vegas. Se il campione vuole l'incontro, dovrà andare a Mosca (il titolo a ogni modo non sarà messo in palio). E così farà, insieme al fidato genero Paulie (Burt Young) e l'allenatore Duke (Tony Burton).

Grande protagonista della pellicola è la musica. Se Gonna Fly Now scolpisce indelebili gli allenamenti dei primi tre capitoli, per la sfida sovietico-statunitense salgono in cattedra Burning Heart del gruppo rock Survivor, di sottofondo al momento della partenza e arrivo in Russia; Heart's on Fire (John Cafferty & The Beaver Brown Band), senza dimenticarsi poi di Living in America, cantata dal vivo da James Brown prima del match Apollo-Drago con siparietto del primo vestito da Zio Sam e il buon Ivan a dir poco sbigottito dinnanzi a una simile coreografia. 


E poi c'è lei, No Easy Way Out (di Robert Tepper). Una canzone che mi entrò nell'anima fin dalla prima visione al cinema Astra del Lido di Venezia quand’ero appena un bambino. Prima ancora delle varie Let It Be (The Beatles), Come as You Are (Nirvana), Jeremy (Pearl Jam, su cui è anche uscito un film-documentario diretto da Cameron Crowe), etc. Prima di tutte loro ci fu lei. Una canzone di sottofondo mentre Rocky guida la sua macchina dopo aver deciso di combattere contro Drago in Unione Sovietica.

Sotto quelle note il pugile ripensa a tutta la sua vita. Gioie e dolori. Dai primi incontri con Adriana ai vari allenamenti e trionfi, passando per la nascita del figlio fino alla più recente morte dell'amico. Lì, tutta la sua vita mentre si avvia a una sfida definita un “suicidio”. Quella canzone mi è sempre stata dentro. Come se avessi visto un qualcosa che mi appartenesse. Scrivere dopo tutto non è un raccontare il proprio vissuto? Non fu casuale che in quel lontano 4 luglio 1995, mentre mi stavo avviando all'esame orale di Maturità Classica, tralasciai ogni nuova elegia rock. Avevo solo la cassetta della colonna sonora di Rocky IV nel walkman e andavo di rewind costante a No Easy Way Out.

Il film non è solo una sfida “politica” tra l'Est contro Ovest. È anche l'uomo contro la macchina. Fin dai tempi degli allenamenti con lo scorbutico ma paterno Mickey (Burgess Meredith), Rocky è (quasi) sempre stato alfiere di un training popolano. Sudore e fatica. E se ciò non bastasse, ecco l'intervento psicologico della moglie Adriana (Talia Shire), il cui amore riesce sempre a mettere l’uomo nella giusta prospettiva e concentrazione.

Così, se da una parte Drago è seguito da un esercito di medici, allenatori e figure istituzionali, senza lesinare qualche aiutino di natura industriale, Rocky corre in mezzo alla neve, spacca legna, saltella nella notte gelida, fino a quasi-scalare una montagna culminando l'azione a braccia spalancate con tanto di urlo liberatorio dove scandisce il cognome del suo avversario in un mix di sfida, rabbia e dolore.

Arriva così il giorno del match in un gelido 25 dicembre. Ivan è favoritissimo e come se non fosse già abbastanza un intero mondo contro, premier Mikhail Gorbaciov incluso, per intimorire l'avversario viene scandito l'inno dell'Armata Rossa con tanto di gigantografia del pugile di casa, il tutto culminato nella storica frase a centro ring rivolta da Drago a Rocky con doppio pugno sugli omologhi yankee: Io ti spiezzo in due!

E poi c'è lui. Quel discorso finale. Quel mai dimenticato – E se io posso cambiare e voi potete cambiare, tutto il mondo può cambiare –. Si certo, lo sappiamo bene che fu il trionfo del “buon Samericano
ed esasperato Reaganismo" mostrando quanto commoventi e compassionevoli sapessero essere gli Stati Uniti a differenza della truce URSS, ma io scelgo di fregarmene di tutto questo. Pensando che quelle parole appartengano a chiunque. Quelle parole dovrebbero essere pronunciate da chiunque almeno una volta nella propria vita.

C'è di più. Il discorso è finito. Rocky Balboa ha già preso applausi ma non dimentica che oggi è il giorno di natale e suo figlio è lontano. Così, parla ancora al microfono e dice: “Scusatemi, voglio solo dire una cosa: Buon natale figliolo, ti voglio bene”. E l'aspetto più commovente è che lo speaker lo traduce anche in russo scatenando così ulteriori applausi (umani) e lacrime.

Ecco potrei dirvi che nulla è davvero cambiato e anzi, che è mutato in peggio. E lo so bene che è così ma oggi non lo voglio comunque credere. Lo devo a tutti quei bambini (e più grandicelli) che dalla profondità della loro meravigliosa innocenza credono ancora che il mondo possa cambiare. E io questa sera, almeno oggi, dopo che mi sarà rivisto in televisione Rocky IV (1985, di Sylvester Stallone), mi addormenterò convinto che un giorno cambieremo e ci potremo tenere tutti per mano.


Rocky IV - No Easy Way Out

Rocky IV (1985, di Sylvester Stallone) USA vs URSS
Rocky IV - Apollo "Zio Sam" Creed (Carl Weathers)
Rocky IV - Rock Balboa (Sylvester Stallone) soccorre Apollo Creed (Carl Weathers)
Rocky IV - Rock Balboa (Sylvester Stallone) urla il suo dolore durante gli allenamenti
Rocky IV - Ivan Drago (Dolph Lundgren) a Rocky: io ti spiezzo in due!
Rocky IV - Rock Balboa (Sylvester Stallone) nel discorso post-match con Drago

martedì 24 novembre 2015

Tuttti dobbiamo parlare di più

I quattro protagonisti di Dobbiamo parlare
Una casa, due coppie di amici. Chi è davvero in crisi? La soluzione è sempre la stessa. Dobbiamo parlare (2015, di Sergio Rubini) e farlo sempre di più.

di Luca Ferrari

Due coppie, una stanza. Quattro amici, due relazioni. Linda (Isabella Ragonese) e Vanni (Sergio Rubini) convivono. Più navigati, entrambi con figli dai precedenti matrimoni ma ormai separati in casa Alfredo (Fabrizio Bentivoglio) e Costanza (Maria Pia Calzone). La scoperta di un tradimento apre il classico vaso di Pandora facendo venire a galla anche gli (altri) scheletri più insospettabili. Ad appena due anni da Mi rifaccio vivo, Sergio Rubini torna dietro la macchina da presa per dirigere (e interpretare) Dobbiamo parlare.

Una sera come tante spalanca le porte dell'inferno più dolorosamente amichevolo-sentimentale. Vanni e Linda, rispettivamente scrittore e ghost writer, stanno per andare a una mostra del pittore Basquiat insieme al proprio editore, quand'ecco piombargli in casa l'amica Costanza, di professione dermatologa, fuori controllo dopo aver scoperto che il marito, rinomato cardiochirurgo, la tradisce. Tempo pochi minuti e arriva paonazzo anche l'esagitato Alfredo. 

Ha inizio così una lunga nottata dai rancorosi sviluppi dove tutti attaccano tutti e l'alba non disegnerà necessariamente un futuro migliore. Col passare delle ore gli arbitri si levano la casacca e prendono posizioni sempre più marcate fino ad abbandonare la rassicurante strada della neutralità affrontandosi l'un l'altra su questioni irrisolte e più personali, lasciando così i due originali litiganti riposarsi (un po’) in panchina.

Infine ci sono anche i due attori non protagonisti. Due pesci rossi. Uno per boccia. Uno di Vanni e Linda, l'altro dei vicini. Emblema di una incomunicabilità forzata. Emblema di un non-contatto imposto. Eppure basterebbe così poco perché tutto (ri)cominciasse. Sarebbe sufficiente che qualcuno trasferisse l'uno nello spazio dell'altro.

È impossibile guardare Dobbiamo parlare senza ripensare a Carnage (2011) di Roman Polanski. Alla stregua del collega polacco, Rubini sceglie ottimi protagonisti con un Bentivoglio grandiosamente burino, ma non cinico come il “carnagiano” Alan Cowan (Christoph Waltz). Al contrario Costanza è più letale della pacata Nancy (Kate Winslet). Se Linda appare l'anello debole della compagnia in linea con Penelope Longstreet (Jodie Foster), a dispetto delle proprie debolezze, Vanni non ha comunque il caratteraccio di Michael (John C. Reilly).

Sentimenti ma non solo. In ogni buona litigata italiana che si rispetti c'è sempre un po' di politica (vedi anche il remake italiano Il nome del figlio, 2015, di Francesca Archibugi). Vanni e Linda sono di Sinistra, o comunque votano per il Partito Democratico (non è proprio la stessa cosa). Costanza e Alfredo sono per una non troppo definita Destra dove l’ostentazione del benessere è lo status ideale senza tante ideologie di mezzo. Alfredo però è un gran lavoratore. Come suole ripetere all'infinito, si sveglia ogni giorno alle 5,30 del mattino e sgobba come un mulo.

Borghesia e opulenza a confronto. Costanza ha un abbigliamento rigido. I suoi occhi lanciano saette. Pretende di avere sempre ragione. È incapace di guardarsi per davvero allo specchio. Alfredo incassa ma non barcolla più di tanto. Più popolano di quanto si pensi, snocciola pensieri e parole dall'alto di una grossolanità da borgata che lo rende il più umano dei quattro..

Vanni e Linda sono più composti. Come una perfetta metafora, vivono in centro Roma ma la casa ha qualche difettuccio che continuano a trascurare. A tratti intimoriti dai loro amici, non sanno mai dirgli di no. La loro forza è un tacito accordo. Lei è più giovane di lui. Ha il terrore dei gatti. Parla piano. Trasmette fragilità. A dispetto di una certa ingerenza del portinaio, Vanni non la difende mai. Troppo impegnato a scrivere per capire i veri bisogni della sua metà.

Le discussioni sono pericolose. Possono far emergere segreti e ridisegnare del tutto i rapporti, mettendo in evidenza crepe fino ad allora cementate sotto una morbida e ben accetta malta di facciata. Tanto nella finzione come nella realtà sta ai protagonisti decidere quali carte scoprire e ripartire da lì. O magari troncare di brutto e cominciare una nuova vita. Tutti a questo mondo dobbiamo parlare di più. L’alternativa è una finzione di comodo col tempo cancro dirompente della vita relazionale.

Per un regista italiano nato e cresciuto in una cultura che troppe volte si lascia sedurre dal piagnisteo e un fantomatico fato riparatore, Dobbiamo parlare non era un film facile da trattare. Rubini al contrario regala rabbia e risate senza cadere nella miseria umana. I quattro protagonisti si feriscono, sbattono le porte e arrivano anche alle lacrime, scegliendo la strada della recriminazione più sfrenata. Allo stesso modo non c'è pietismo né un stupido affidarsi al volemose bene. Dopo aver parlato e ammesso taciute verità, è tempo di scegliere. Qualcuno magari lo farà. Qualcun altro si accontenterà. Nella vita come in Dobbiamo parlare (2015,di Sergio Rubini).

Dobbiamo parlare - Linda (Isabella Ragonese), Alfredo (Fabrizio Bentivoglio) e Vanni (Sergio Rubini)
Dobbiamo parlare (2015, di Sergio Rubini)

sabato 21 novembre 2015

Spectre, licenza di (s)finire

Spectre - l'agente 007 James Bond (Daniel Craig)
Storia banale a tal punto che sembra di averla già vista. Scene mozzafiato, tante location ma poca sostanza. Sam Mendes e Daniel Craig steccano in Spectre (2015)

di Luca Ferrari

Non sono cresciuto con Sean Connery e per quanto apprezzi Pierce Brosnan come attore, le sue imprese da agente segreto con licenza di uccidere non hanno mai fatto breccia nella mia anima di celluloide. Del tutto opposto per il sottoscritto il risultato con le quattro pellicole interpretate da Daniel Craig, la cui nuova (e pare ultima) performance nei panni di James Bond, Spectre (2015, di Sam Mendes), è stata però anche la più deludente.

È in via d'approvazione un protocollo che unirebbe tutti i Servizi Segreti del mondo dismettendo così gli 00 con licenza di uccidere. Mugugni dei futuri disoccupati a parte, dietro questa fusione nel nome della Sicurezza si nasconde una potente organizzazione, la SPECTRE, ai cui comandi c'è Blofeld (Christoph Waltz), rancoroso figlio di quell'uomo che anni or sono si prese cura di James Bond bambino quando i suoi genitori morirono. Ecco dunque l'ennesima partita da chiudere per il fido suddito di Sua Maestà.

Città del Messico, Roma, le Alpi austriache, Tangeri e ovviamente lei, Londra, la sede dei servizi segreti britannici. Il secondo film consecutivo della saga dell'agente speciale 007 James Bond diretto da Sam Mendes cala drasticamente il livello rispetto al precedente Skyfall (2012). Una storia, quella di Spectre, piena di location mozzafiato ma povera di tutto il resto. A dir poco “EyesWideShuttiana” poi, la scena del primo incontro in Italia tra il cattivo e il buono.

James seduttore. Bond seviziato. James spericolato. Bond anarchico. Pochissimi amici fidati. Daniel Craig fa il suo compitino conscio di aver ridato linfa a un personaggio che sembrava aver perso appeal. Il suo tempo in queste vesti è finito e lo si capisce. Il peggio però viene da Christoph Waltz (Blofeld), che continua ad accettare ruoli sempre più uguali al colonnello Hans Landa del “Tarantiniano” Bastardi senza gloria (2009).

Ad affiancare Bond in questa nuova e pericolosa missione, la psicologa Madeleine Swann (Léa Seydoux, già con Waltz nella medesima pellicola sopracitata). Sulla tanto pompata presenza di Monica Bellucci nelle vesti di Lucia Sciarra poi, è meglio far calare il sipario. Pochissimi minuti dove spiccica due parole e si fa rapidamente spogliare da Bond dopo aver appena visto seppellire il marito Marco (Alessandro Cremona). Neanche una parola invece con l'eccezione di un oh cazzo per l'ex-wrestler Batista

Nemici ma non solo. Dalla parte di Bond c'è il filo “nerd” Q (Ben Whishaw), la cui presenza in seggiovia sembra far risuscitare il Vincent Lindon de Il tempo delle mele 3 (1988); Eve Moneypenny (Naomie Harris), la cui fantomatica presenza fuori dalla scrivania non so bene dove l'abbiano vista, e infine il suo capo Gareth Mallory/ M (Ralph Fiennes) che come nella miglior tradizione “JudyDenchana” non approva, approva, non approva e approva l'operato di James Bond.

Tutti vogliono controllarci. Dopo ogni guerra c'è qualche neo-fratello Orwelliano pronto a inserirsi nella nostra vita e privarci di qualcosa che fin'ora magari nemmeno sospettavamo di possedere. James fa parte di quella scuola dove il proprio nemico lo si insegue, ci si azzuffa e alla fine si decide se eliminarlo o meno, guardandolo negli occhi. Il mondo moderno però va in tutt'altra direzione, anche quando si tratta di uccidere. Questo mondo allora deve scomparire. Nella finzione almeno ci si prova davvero a cambiare le cose.

A partire dal suo debutto sul grande schermo il 5 novembre scorso, Spectre (2015, di Sam Mendes) si è subito assestato in prima posizione del botteghino. Incassi però non è sempre sinonimo di qualità. Era impossibile non andare a vederlo, a maggior ragione perché dovrebbe essere stata l'ultima partecipazione dell'attore originario di Chester. E così sia, è proprio finita un'epoca. Per lui e anche per noi. Avanti un altro.

Il trailer di Spectre

Spectre - M (Ralph Fiennes)
Spectre - Blofeld (Christoph Waltz) e Madeleine (Lea Seydoux)
Spectre - l'agente 007 James Bond (Daniel Craig)

mercoledì 18 novembre 2015

Mr Holmes? Ian McKellen I suppose

Mr Holmes, Il mistero del caso irrisolto - Sherlock Holmes (Ian McKellen)
Sherlock Holmes come non lo si era mai visto. A regalargli rughe, memoria e la voglia di risolvere Il mistero del caso irrisolto, Sir Ian McKellen.

di Luca Ferrari

"È una storia di mistero, un thriller. Inizia piano, poi si complica. Tradizionalmente Holmes non è raffigurato come un uomo felice. Anche se ha qualità invidiabili nessuno vorrebbe essere lui. E questo vale un po’ anche per il nostro Sherlock; ha 93 anni, è un uomo turbato che è andato in pensione forzatamente, completamente chiuso in se stesso”. Parla così del suo illustre ruolo Sir Ian McKellen nel nuovo film Mr Holmes – Il mistero del caso irrisolto (2015, di Bill Condon), da giovedì 19 novembre al cinema

Siamo onesti, prima dell'arrivo di Guy Ritchie si erano perse le tracce del detective più famoso d'Inghilterra. Ci ha pensato il regista inglese a sdoganarlo con due film (2009, '11) e renderlo più cool che mai grazie alla perfetta interpretazione di Robert Downey Jr. affiancato da un altrettanto grandioso Watson-Jude Law. Eccolo dunque tornare alla ribalta e sulla via del successo arriva pure la serie televisiva britannica con protagonisti Benedict Cumberbatch (Holmes) e Martin Freeman (Watson).

Anno 2015. È tempo di una nuova pellicola. Lo Sherlock di Mr Holmes – Il mistero del caso irrisolto è un signore anziano e in pensione (Ian McKellen). Sono gli anni del Dopoguerra, e l'ormai ex-investigatore ha abbandonato lente d'ingrandimento in favore dell'apicultura. Vive placido così, sulla costa inglese insieme alla governante Mrs. Munro (Laura Linney) e il figlio di lei, il giovane Roger (Milo Parker).

Col tempo i due "maschietti" prendono confidenza finché Holmes non si confida con questi, raccontandogli del suo ultimo caso irrisolto: il mistero della donna del guanto, ossia Ann Kelmot (Hattie Morahan). Un qualcosa che lo portò addirittura 30 anni or sono ad abbandonare quella nobile professione cui tanto (gli) aveva dato.

"In principio Holmes ignora completamente Mrs. Munro e Roger. Ha un atteggiamento egoista, scostante e non li considera suoi amici”, sottolinea McKellen (Il codice da Vinci, X-Men: Giorni di un futuro passato). "È il rapporto tra Holmes e Roger a far nascere anche un’amicizia tra lui e Mrs. Munro, creando così una sorta di strana famiglia. Se c'è un Dr. Watson in questo film, ha dieci anni.

Il ragazzo conosce Holmes attraverso i libri che ha letto, è affascinato dal metodo deduttivo e geniale di Holmes ed ora ha l’opportunità di conoscerlo in carne e ossa. All’inizio ottiene solo risposte vaghe e confuse dall’anziano Sherlock che non desidera interferenze nella sua vita; parte della storia sta proprio in questa loro relazione che pian piano si evolve.”

A dirigere il lungometraggio, un uomo che si è fatto conoscere con gli amori vampireschi. È di Bill Condon infatti la mano dietro la telecamera delle due parti (2011-12) di Breaking Dawn, i capitoli conclusivi della saga cinematografica di Twilight. Ed è sempre Condon colui che ha portato Julian Assange e Wikileaks sul grande schermo con Il quinto potere (2013, The Fifth Estate).

"Se dovessi indicare un modello per il personaggio di Ann, sarebbe Kim Novak in Vertigo", ha spiegato il regista. "Ann è il fantasma del film. Una presenza che ossessiona e,sebbene compaia in una sola scena, il pubblico deve sentire questa sua presenza infestante.

In chiusura, prima di entrare in sala, due parole dalla protagonista femminile che non fa mistero della sua grande passione per il personaggio. “Mi sono innamorata di Sherlock Holmes e del suo mondo a undici o dodici anni con i film di Basil Rathbone", ha concluso Laura Linney. "Questo mi ha portato a Conan Doyle. Avevo una felpa che aveva Sherlock Holmes sulla schiena! Ero una vera fanatica. Holmes è un genio misterioso dotato di una mente singolare che tutti invidiano; credo che tutti noi vorremmo avere la sua rapida e impeccabile capacità di valutare le cose. È un tipo un po’ solitario e raffinato, è un uomo affascinante, brillante e complicato - è decisamente un insieme inebriante”.

Guarda il trailer di Mr. Holmes - Il mistero del caso irrisolto

Mr Holmes, Il mistero del caso irrisolto - Holmes (Ian McKellen) e Roger (Milo Parker)
Mr Holmes, Il mistero del caso irrisolto - Holmes (Ian McKellen) e Tamiki Umezaki (Hiroyuki Sanada)
Mr Holmes, Il mistero del caso irrisolto - Ann Kelmot (Hattie Morahan) e Holmes (Ian McKellen)

lunedì 16 novembre 2015

Amici miei, quarant'anni di zingarate

Amici miei – (da sx) il conte Mascetti (U. Tognazzi), il Perozzi (P. Noiret) e il Necchi (D. Del Prete)
Lunedì 16 e martedì 17 novembre tornano sul grande schermo le zingarate di cinque bischeri. Di cinque Amici... miei (1975, di Mario Monicelli).

di Luca Ferrari

La commedia italiana sono loro. Ironici. Sbruffoni. Canaglie. Malinconici. Ma soprattutto, amici. Amici miei. Il conte Mascetti (Ugo Tognazzi), l'architetto Melandri (Gastone Moschini), il giornalista "sior" Perozzi (Philippe Noiret), il barista Necchi (Duilio Del Prete) e l'ultimo ad aggiungersi, il professor Sassaroli (Adolfo Celi). A quarant'anni dall'uscita sul grande schermo, il film (1975) diretto da Mario Monicelli è di nuovo al cinema lunedì 16 e martedì 17 novembre.

La vita ti porta in paradiso e poi all'inferno. E per venire fuori dalle brutte 'adute da 'avallo ci vogliono dei grandi amici. Ancora meglio se ti portano alla stazione. Si si giusto, bella idea! direbbe subito qualcuno. E così sia. Istruzioni per l'uso: starsene disinteressati su di un binario, magari leggendo un giornale e al fischio del capotreno, quando i passeggeri se ne stanno al finestrino aperto, augurar loro buon viaggio con dei sani e sonori schiaffoni.

A dare il via a questa scena cult è il Necchi (interpretato nei successivi Amici miei vol. II e III dal comunque bravo Renzo Montagnani), e via via tutti gli altri. Epica pura di Amici miei. Una gag che si concluderà con il più candido dei rimpianti pronunziato dal Melandri, freschissimo di rottura con la bella e capricciosa Donatella (Olga Karlatos), che sulle scale del sottopassaggio verso un altro convoglio-preda dice: Ragazzi, ma come si sta bene fra noi, tra uomini, ma perché non siamo nati tutti finocchi!

Cinque amici. Un conte ridotto in miseria. Un architetto sempre alla ricerca del gentil sesso. Un capo-cronista non esattamente fedele alla moglie. Un barista e un chirurgo tediati dai rispettivi lavori. Quanto basta per creare un'irrefrenabile miscela esplosiva e mettere a soqquadro l'intera Toscana, artistica e umana. Un'unica regola non scritta: il sacrosanto diritti ad autosfottersi. 

Se la prima parte del film è pura anarchia e risate a non finire (epica la conversazione tra il Meladri e il Sassaroli quando gli confessa di essere innamorato della moglie così come la successiva cena), la seconda lascia più spazio all'amarezza. Stanchezza. Perché le zingarate, esattamente come gli amori improvvisi, vanno e vengono con la stessa velocità. E quando si spengono, bisogna lasciarli andare. Senza troppe domande. Magari con qualche lacrimuccia, anche se qualcuno (a ragione) non ne verserà proprio.

Già, perché un conto è l'ssere uno degli Amici miei e un discorso è stare dall'altra parte dell'altra barricata (familiare). Ma noi, tutti noi, almeno una volta, avremmo desiderato essere uno di loro. O ancora meglio avere una combriccola di scapestrati con cui sentirsi sempre un po' folli, a prescindere dall'età. In ognuno di noi c'è un po' di Perozzi, Necchi, Mascetti, Sassaroli e Melandri, e bisogna farli uscire di tanto in tanto. 

Una vita davvero vissuto non deve essere sempre serissima come una governante tedesca. In una vita davvero vissuta può anche capitare di far cadere la classica goccia di vino versandolo senza sottocoppe di peltro. In una vita davvero vissuta, anche di fronte alla morte, si può perfino riuscire a scherzare proprio in memoria di chi non c'è più. Una vita, cari cippalippa, ha bisogno di zingarate e Amici miei.

Amici miei, lo sfogo del Melandri e gli schiaffi alla stazione

Amici miei – il prof. Sassaroli (Adolfo Celi) consola l'architetto Melandri (Gastone Moschini)
Amici miei – "Fermi tutti, quello è mio" dice il Mascetti (Ugo Tognazzi) alla stazione

sabato 14 novembre 2015

Il drammatico segreto dei suoi occhi

Il segreto dei suoi occhi - Jess (Julia Roberts)
Remake dell'omonimo film argentino, è uscito giovedì 12 novembre Il segreto dei suoi occhi con protagonisti Julia Roberts, Nicole Kidman e Chiwetel Ejiofor.

di Luca Ferrari

Ci sono efferati delitti che restano impuniti. Ci sono spietati assassini che devono essere consegnati alla giustizia. L'ormai ex-agente dell'FBI Ray (Chiwetel Ejiofor) è un uomo senza più pace dopo aver trovato in un cassonetto dell'immondizia il cadavere della figlia della sua amica e collega Jess (Julia Roberts). L'unico sospettato, l'ambiguo Marzin (Joe Cole), è stato liberato. Da allora sono passati 12 anni ma è tempo di riaprire il caso insieme a Claire (Nicole Kidman), l'agente con cui furono condotte le indagini. La verità però è lungi dall'essere la più scontata.

Remake dell'omonimo film argentino (2009, di Juan José Campanella) che conquistò l'Oscar come Miglior film straniero alla 82° edizione degli Academy, giovedì 12 novembre è uscito sul grande schermo Il segreto dei suoi occhi, distribuito da GoodFilms. Al timone della pellicola americana c'è l'esperto Billy Ray, già affermato sceneggiatore dell'angosciante Flightplan - Mistero in volo (2005 con Jodie Foster), il giornalistico State of Play (2009, con Russel Crowe), il primo capitolo della saga di Hunger Games (2012) e Captain Phillips – Attacco in mare aperto (2013, con Tom Hanks).

Protagonisti di altissimo livello a cominciare dalla Roberts, Oscar come Miglior attrice protagonista 2001 nell'indimenticabile Erin Brockovich – forte come la verità. Un premio questo ottenuto appena due anni prima la sua collega di set, trionfatrice nei panni di Virgina Woolf in The Hours. Non è da meno il bravo Chiwetel, drammatico protagonista di 12 anni schiavo (2013, di Steve McQueen), interpretazione per la quale è stato nomination agli Oscar e al Golden Globe.

Una Roberts sempre più intensa. Abbandonati gli estenuanti rancori de I segreti di Osage County, questa volta si cala in un incubo che nessun genitore vorrebbe mai e poi mai vivere. Forse dovremmo occuparcene in un modo un po' meno ufficiale, sussurra Jess a metà strada tra la disperazione e una comprensibile bramosia di vendetta. Giustizia, la devo a mia figlia! Ha così inizio un thriller mozzafiato con una donna ormai decisa a tutto.

Guarda il trailer de Il segreto dei suoi occhi

Il segreto dei suoi occhi - Claire (Nicole Kidman) e Ray (Chiwetel Ejiofor)
Il segreto dei suoi occhi - Jess (Julia Roberts)

giovedì 12 novembre 2015

Freeheld, una chance di cambiare il mondo

Freeheld - Stacee (Ellen Page) e Laurel (Julianne Moore)
Laurel chiede parità di diritti, l'autorità non ci sente. Ha inizio una dura battaglia nel nome dell'amore, giustizia e uguaglianza. Freeheld (2015, di Peter Sollett)

di Luca Ferrari

Dolce e sofferta storia d'amore. Un incontro casuale. La convivenza, poi la malattia. Una coppia come tante se non fosse per un fatto: sono due donne. E quando Laurel fa richiesta per assicurare l'avvenire della propria compaga, l'autorità preposta dice no. Malata terminale, inizia comunque la sua battaglia. Da una storia vera, Freeheld – Amore, giustizia, uguaglianza (2015, di Peter Sollett).

Siamo persone comuni, dice la giovane Stacee (Ellen Page) a metà strada tra lo sconsolato e un'angelica naturalezza. Ed è realmente così. Ma perché è tanto difficile da capire? Quelle “persone” sono gli omosessuali. Da qualche tempo ha iniziato una relazione con la più matura Laurel (Julianne Moore), di professione poliziotta. A dispetto di una frequentazione assidua con il collega Dane (Michael Shannon), non gli ha mai “confessato” la propria natura.

Quando le due donne stanno già convivendo, a Laurel viene diagnosticato un cancro in stadio avanzato, e così inizia una dolorosa battaglia legale per far beneficiare la compagna dei propri benefit pensionistici. È una lesbica, quindi chi cazzo se ne frega? È il succo della risposta e dei commenti. Oggi però c'è internet e la notizia inizia a circolare. Ecco dunque scendere in suo supporto un comitato guidato dall'estroverso ebreo gay Steven Goldstein (Steve Carell).

Sono passati più di vent'anni dal dramma di Philadelphia (1993, di Jonathan Demme) la cui sceneggiatura venne curata da Ron Nyswaner, dietro lo script anche del suddetto Freeheld, eppure sembra che sia cambiato molto poco. La domanda è sempre quella. Hai paura che ti considerino un gay? chiede infatti la morente Laurel all'amico Dane.

Dopo la malata di Helzheimer di Still Alice (2014), Julianne Moore regala un'altra grandiosa interpretazione. Senza più capelli e indebolita, si sente la fragilità del suo corpo. Una debolezza però che non ha intaccato in alcun modo la voglia di combattere per i propri diritti. Ottimo anche Michael Shannon, passato dalla brutalità del Generale Zod "Snyderiano" e il cinismo dell'ancora inedito 99 Homes (presentato a Venezia 71), a un ruolo profondamente umano: prima pecora, poi vero uomo.

Steve Carell è un portento. La sua presenza in un film è una mina vagante. Sa calarsi in ruolo lontani anni luce da sè. Appena un anno fa era lo psicotico miliardario allenatore di Foxcatcher - Una storia americana, qui è un coriaceo e buffo omosessuale deciso in tutti i modi a sfruttare la battaglia personale di Laurel per la causa gay ma allo stesso la sostiene fino all'ultimo.

Perché l'umanità ha così tanta paura dell'omosessualità? È la prima domanda che mi ha lacerato l'anima appena uscita dal cinema Giorgione di Venezia. Nelle tante vittime dimenticate del nazismo c'erano anche loro. Gli omosessuali, maschi e femmine, furono deportati nei campi di sterminio insieme a ebrei e zingari.

Questo non è più il tempo dei miti e dell'ignoranza. L'AIDS non è certo una prerogativa omosessuale eppure mentre nella maggioranza del mondo gli etero possono tenersi per mano e baciarsi per strada e nei locali, è ancora molto raro vedere i corrispettivi gay. Perché? Personalmente ricordo solo a Londra di avere visto tante coppie di maschi teneramente abbracciati.

Io vivo in Italia e nello specifico nel Veneto. Un film come Freeheld – Amore, giustizia, uguaglianza parla in modo schietto e commovente della questione gay. Vivere però in un territorio dove i due primi cittadini di Venezia e Padova, rispettivamente Luigi Brugnaro e Massimo Bitonci, sparlano del mondo gender, oltre che rattristarmi traccia un solco alquanto diseducativo. Non entro neanche nel merito dei social network dove si leggono cose degne del Ku Klux Klan

Per ancora troppe persone il fatto che le coppie gay parlino di adozione di bambini o comunque che possano crescere un figlio, è una richiesta abominevole. Mi verrebbe da rispondere che prima di giudicare bisognerebbe offrirgli almeno duemila anni di prova visto che a quanto vedo il mondo in mano agli eterosessuali ha prodotto i contesti più atroci. Politica ma non solo, anche nello sport. Sentire che secondo l'ex-commissario tecnico della Nazionale, Marcello Lippi, nel calcio non ci sono omosessuali è a metà strada tra il comico e il patetico.

E per restare in una tematica più consona a questo sito, che dire del mondo del cinema? La vicenda di Rock Hudson è nota a tutti e viene riproposta anche nel toccante Dallas Buyers Club (2013, di Jean-Marc Valeé). Fatto outing, l'inglese Rupert Everett è stato letteralmente emarginato. Ellen Page stessa, di recente dichiaratasi gay, si è detta in parte preoccupata su questo suo uscire allo scoperto.

Ho un messaggio per voi tutti freeholders, dichiarati e nascosti: vinceremo noi!

Clip da Freeheld – Amore, giustizia, uguaglianza

Freeheld - Dane Wells (Michael Shannon)
Freeheld - Laurel (Julianne Moore) e Stacee (Ellen Page)
Freeheld - Steven Goldstein (Steve Carell)

martedì 10 novembre 2015

Pasolini avrebbe difeso Gabriele Muccino

(da sx) i registi Pier Paolo Pasolini e Gabriele Muccino
Gabriele Muccino critica Pasolini e viene massacrato dal web. Nel corso di Che tempo che fa però, il giornalista Massimo Gramellini dice una sacrosanta verità.

di Luca Ferrari


Il regista Gabriele Muccino l'ha fatta grossa. Dal suo profilo di Facebook ha osato toccare uno dei mostri sacri del cinema italiano, Pier Paolo Pasolini (1922-1975), di cui lo scorso 2 novembre ricorreva il quarantennale della sua morte. Nonostante parole più che benevole su altre doti dell'artista, non è stato così tenero sul fronte della settima arte, in qualche modo additandolo come il primo esempio (suo malgrado) di cineasta improvvisato.

Questo è ciò che aveva scritto sul social network: “Per quanto io ami Pasolini pensatore, giornalista e scrittore ho sempre pensato che come regista fosse fuori posto, anzi era semplicemente un – non regista –, che usava la macchina da presa in modo amatoriale, senza stile, senza un punto di vista meramente cinematografico sulle cose che raccontava, in anni in cui il cinema italiano era cosa altissima, faceva da scuola di poetica e racconto cinematico e cinematografico in tutto il mondo”.

Muccino è un regista controverso. Ha diretto un film generazionale, L'ultimo bacio (2001) e in qualche modo sembra ancora pagarne il prezzo con una grossa fetta di pubblico e critica che non gli da pace. Ha lasciato l'Italia e se n'è andato negli Stati Uniti dirigendo quattro film dall'esito diverso. Decisamente mediocre Quello che so sull'amore (2012), di gran lunga superiore il recente Padri e figlie (2015) dove a svettare è una notevole prova attoriale di Amanda Seyfried.

Vista la massa di commenti e insulti, Muccino ha dovuto chiudere il proprio profilo facebookiano. Ma perché tutto questo accanimento? Ha davvero detto qualcosa che non sta né in cielo né in terra? Può essere, però rimane una sua opinione e per quanto non condivisibile, il regista romano non ha certo sfregiato la memoria del collega bolognese. Ha espresso un parere in termini pacati e quando si è ritrovato a dover gestire l'ondata di malcontento, ha replicato con altrettanta garbo.

Inoltre c'è un dettaglio che proprio non mi torna. Pasolini era un omosessuale. In questi giorni è uscito sul grande schermo il film
Freeheld - Amore, giustizia, uguaglianza (2015 di Peter Sollett) con protagoniste Julianne Moore ed Ellen Page. Al giorno d'oggi ci sono politici e sindaci che parlano in modo vergognoso sul discorso gender, un problema di cui Pasolini ne avrebbe di sicuro avute da dire, scrivere e magari ancora dirigere. Perché allora invece di sprecare energie e tossine contro un innocuo regista non si utilizzano le proprie forze contro i veri problemi?

Non condivido ciò che ha scritto Gabriele Muccino ma allo stesso tempo non sono stato attraversato da cotal furore e astio nei suoi confronti anche perché, se l'obiettivo era quello di colpirlo, la reazione sarebbe dovuta essere una e una unica: l'indifferenza. Invece no, pioggia di insulti ed ecco che diventa un caso. Troppo facile poi parlare di libertà d'espressione quando è la propria visione a risentirne. Troppo facile difendere le vittime della nostra ideologia e sputare sopra chi non la pensa come noi.

Sulla questione infine è intervenuto anche Massimo Gramellini, durante la trasmissione Che tempo che fa di sabato 7 novembre. Parole, quelle del giornalista torinese che condivido in pieno e che danno la migliore e più degna chiusura di questo, chiamiamolo così, scambio di opinioni tra Muccino e il resto del web. “Se Pasolini fosse vivo”, ha detto Gramellini, “sarebbe stato il primo a difendere Muccino per queste sue parole”.

E tu cosa ne pensi? Posta un commento nell'apposito spazio.

il giornalista Massimo Gramellini

lunedì 9 novembre 2015

La vita, Billy Crystal e il compleanno

Scappo dalla città - Mitch (Billy Crystal) e la moglie Barbara (Patricia Wettig)
Sono le 5.16 del mattino del 9 novembre e come accadeva al depresso Mitch (Billy Crystal) in Scappo dalla città (1991), qualcuno mi sta augurando “buoni 39 anni”.

di Luca Ferrari

Viaggio dentro il cult Scappo dalla città – La vita, l’amore e le vacche (1991, di Ron Underwood). Oggi il sottoscritto Luca Ferrari, ideatore e autore di cineluk - il cinema come non lo avere mai letto, compie 39 anni e in questo preciso istante, le 5.16 del mattino, il mio valente collega cine-fotografo Federico Roiter mi ha appena chiamato. Da cosa nasce tanta premura? La risposta è semplice.

Mi sta facendo la stessa epica telefonata della madre (voce originale di Jayne Meadows) del depresso Mitch Robbins (Billy Crystal) che lo sveglia per augurargli buon compleanno. Lui ovviamente sta dormendo insieme a sua moglie e conosce bene la storia, ma non ha importanza. La mammina gli sta riproponendo per l’ennesima volta la tiritera di come andarono le cose in quel fatidico giorno.

- "5.16 – Ooooh. È l’8 settembre 1952. Stiamo tornando a casa in macchina dal cinema. Mi si rompono le acque. Tuo padre fa un’inversione a U sulla superstrada. Mi porta a tutta velocità all’ospedale di zona e ha ha ha ha, alle 5.16 minuti arrivi tu. Ah ah ah, buon compleanno tesoro mio. Ooooh, ti passo papà.

- Ciao figliolo, buon compleanno
- Ciao papà come stai?
- Non mi sento più la gamba sinistra. Ti passo tua madre

- Non ti preoccupare, sta bene. Allora, cosa farà di bello adesso il nostro festeggiato?
- Beh, se ne resta a letto altre tre ore e mezzo e poi va a lavorare
- Barbara (
Patricia Wettig) è lì con te?
- No, batte il marciapiede. Di solito fa colazione con il suo pappa. Torna qui verso le 7,30
- Trattamelo bene il mio bambino, oooh. Non ci posso credere che il mio cucciolo adorato ha già 39 anni, oh oh oh (
e giù di lacrime, ndr)
Ciao mamma (
dice un esausto Mitch)
Ciao amore, piccolo della mamma. Ah ah ah


In questa scena di Scappo dalla città – La vita, l’amore e le vacche Billy Crystal supera se stesso, mimando con la bocca le esatte parole della madre, ormai imparate (tragicamente) a memoria, pianto e risate incluse. In realtà c’è ben poco da ridere. Mitch è un uomo statico. Si sente rassegnato e finito. Ha più di mezza vita davanti a sé ma in questo momento della propria esistenza non vede alcuna prospettiva se non ammalarsi e morire. Ha perso l’entusiasmo per tutto, famiglia inclusa.

Il caso vuole però che i due suoi storici amici, Ed (Bruno Kirby) e Phil (Daniel Stern), gli abbiano regalato qualcosa di davvero speciale: una vacanza in sella a cavallo per guidare una mandria di vacche nel selvaggio West. Basterà per ridare a Mitch la forza di riprendere le redini della propria vita? In apparenza no.

L’incontro/scontro con il capo spedizione, il ruvido cowboy Curly (Jack Palance) e qualche imprevisto lungo il percorso però, porteranno il decadente ometto di mezza età a riflettere e capire finalmente quale sia il suo segreto della vita. Quel qualcosa che anche se tutto va a puttane, ti tiene comunque a galla. Ti fa guardare deciso dentro il cuore della tempesta e agire.

Scappo dalla città - il segreto della vita

Scappo dalla città_La vita, l'amore e le vacche - ... squilla il telefono
Scappo dalla città - Mitch (Billy Crystal) e la moglie Barbara (Patricia Wettig)
Scappo dalla città_La vita, l'amore e le vacche - Curly (Jack Palance)
Scappo dalla città_La vita, l'amore e le vacche - (da sx)
Phil (Daniel Stern), Mitch (Billy Crystal) ed Ed (Bruno Kirby)

venerdì 6 novembre 2015

Mary Poppins, un ospite arriva per me

Mary Poppins (Julie Andrews) in arrivo
A Londra come a Venezia, un ospite improvviso porta con sè una ventata di magia. Accadde anche in casa Banks quando dalle nuvole arrivò Mary Poppins.

di Luca Ferrari

Vento dall'est, la nebbia è là. Qualcosa di strano fra poco accadrà. Cantava così il gioviale Bert (Dick Van Dyke) durante uno dei suoi divertenti spettacolini di strada. Una melodia. Una rima. Una dedica. Poi qualcosa nel cielo si (s)muove. Come una sensazione. Troppo difficile capire cos'è. Ma penso che un ospite arrivi per me. Forse per lui no, ma per qualcun'altro di sicuro si. Ed ecco spuntare dal nulla Mary Poppins (Julie Andrews).

La monotonia è sempre stata un nemico dell'essere umano. Ma se è vero che per mandare giù una pillola basta un poco di zucchero, per ravvivare una giornata (o un fine settimana) è sufficiente che si presenti una persona. Forse attesa o magari no. E una volta entrata nelle proprie mura domestiche, la casa e i suoi abitanti assumono una veste nuova. È proprio ciò che accadeva nell'intramontabile Mary Poppins (1964, di Robert Stevenson), film basato sulla serie di romanzi scritti da Pamela Lyndon Travers.

Una settimana fa mi trovavo a Londra. Venerdì scorso alle 10,30 circa mi sono imbarcato dall'aeroporto di Stansted con una bus della linea Terravision (al prezzo di 6 sterline, neanche confronto con il vampiresco tariffario dei vari Express su rotaia) e sono arrivato verso mezzogiorno a Victoria Station. Di lì ho camminato per quattro ore abbondanti con trolley al seguito da Buckingham Palace fino a Baker Street.

A differenza della stragrande maggioranza dei comuni mortali, Mary Poppins l'ho visto per la prima volta appena due anni fa e parte del merito lo devo al film Saving Mr. Banks (2013, di John Lee Hancock) dove viene raccontato come Walt Disney (Tom Hanks) riuscì a convincere la scrittrice Pamela Travers (Emma Thompson) a cedergli i diritti per trasportare sul grande schermo la sua storia. Una pellicola sublimata nel toccante faccia a faccia a cuore aperto tra i due protagonisti.

Più di Notting Hill o l'amato Wimbledon (torneo, non il mediocre film), andare a Londra per me ormai significa rituffarmi nell'atmosfera di Mary Poppins. E non c’è volta che prima di partire non me lo carichi sul laptop così da vedermelo prima della "nanna" una volta sbarcato Oltremanica. E per chiudere il cerchio perfetto, una doverosa passeggiata culminante nell'attraversamento del Tamigi lungo il Millennium Bridge per ritrovarsi sotto la Saint Paul's Cathedral, simbolo d'amor.

Così, mentre camminavo davanti ai giardini reali e ripensavo ad altri cult British come Snatch – Lo strappo (2001, di Guy Ricthie) o Sua Maestà viene da Las Vegas (1991, di David S. Ward), il mio sguardo vagava nell'aere inglese sentendomi per una volta io quello speciale straniero giunto da chissà dove, magari invocato/sussurato da qualcuno col sorriso. Un'artista mascherata per Halloween in quel di Oxford Street o chissà, l'oste di un pub a Hampstead.

Da qualche giorno ormai sono rientrato nella mia solita vita. Qui, a Venezia, altro set naturale di pellicole indimenticabili. Forse sarà la suggestione ma fin da quando ho aperto gli occhi stamane ho come avuto l'impressione che ci sia qualcosa di nuovo in arrivo. Sento una presenza in avvicinamento. Parafrasando il mio buon amico Bert:

s
Vento dall'ovest, il mar lì non c'è
I pancake aspettano l'ora del te...
Stasera non guardo i supereroi
Son certo che un ospite arrivi per noi.

Mary Poppins - un ospite in arrivo per me

Mary Poppins - Bert (Dick Van Dyke)
Mary Poppins - a Londra cambia il vento
Mary Poppins - Bert (Dick Van Dyke) durante uno spettacolo di strada
Londra, Buckingham Palace Garden © Luca Ferrari
Londra, St. Paul Cathedral © Luca Ferrari
Mary Poppins (Julie Andrews) abbandona Londra e casa Banks