!-- Codice per accettazione cookie - Inizio -->

giovedì 26 novembre 2015

Rocky IV, il mondo può ancora cambiare

Rocky IV - Rock Balboa (Sylvester Stallone) contro Ivan Drago (Dolph Lundgren)
Reaganiano. Fraternamente vendicativo. Commovente. Spettacolarmente immortale. Io guardo Rocky IV (1985) e credo ancora che il mondo possa cambiare. 

di Luca Ferrari

Un guantone da boxe a stelle e strisce. Un guantone da pugilato rosso sangue con la falce e martello. Entrambi si ergono verso l'alto nel proprio binario (mondo) fino a raggiungere la posizione orizzontale e quindi partire a razzo l'un contro l'altro fino a esplodere. Sono le prime spettacolari immagini di Rocky IV (1985), quarto capitolo della saga del pugile italo-americano Rocky Balboa, diretto e interpretato da Sylvester Stallone

Rocky Balboa è il campione del mondo dei pesi massimi. Dopo essersi ripreso il titolo in un epico match di rivincita contro l'aggressivo Clubber Lang (Mr. T), è ora tempo di una nuova e difficile sfida. Il suo avversario questa volta viene dall'Unione Sovietica, il cosiddetto Impero del Male come lo definì l’allora presidente statunitense Ronald Reagan. Il suo nome è Ivan Drago (Dolph Lundgren), detto la Transiberiana. Una pertica di muscoli ansiosa di misurarsi con i migliori pugili del “mondo capitalista” e per questo sbarcato negli USA insieme alla moglie Ludmilla (Brigitte Nielsen) e il suo staff.

A salire per primo sul ring però non è lo Stallone Italiano ma l'ex-campione e da tempo ritirato Apollo Creed (Carl Weathers) in quello che a parole dovrebbe essere un match esibizione. Ma durante la conferenza stampa di presentazione i toni pacifici lasciano presto campo a uno scontro in linea con la Guerra Fredda attualmente in corso tra le due superpotenze atomiche. Apollo si scalda. I due pugili vengono alle mani.

È l'ora del pugilato ma invece della fratellanza, scorrerà il sangue. Apollo paga a caro prezzo le sue goliardiche provocazioni e per Rocky ora non c'è che una strada da percorrere: sfidare Drago e vendicare l'amico ucciso. Così sarà. Ma non nella calda Las Vegas. Se il campione vuole l'incontro, dovrà andare a Mosca (il titolo a ogni modo non sarà messo in palio). E così farà, insieme al fidato genero Paulie (Burt Young) e l'allenatore Duke (Tony Burton).

Grande protagonista della pellicola è la musica. Se Gonna Fly Now scolpisce indelebili gli allenamenti dei primi tre capitoli, per la sfida sovietico-statunitense salgono in cattedra Burning Heart del gruppo rock Survivor, di sottofondo al momento della partenza e arrivo in Russia; Heart's on Fire (John Cafferty & The Beaver Brown Band), senza dimenticarsi poi di Living in America, cantata dal vivo da James Brown prima del match Apollo-Drago con siparietto del primo vestito da Zio Sam e il buon Ivan a dir poco sbigottito dinnanzi a una simile coreografia. 


E poi c'è lei, No Easy Way Out (di Robert Tepper). Una canzone che mi entrò nell'anima fin dalla prima visione al cinema Astra del Lido di Venezia quand’ero appena un bambino. Prima ancora delle varie Let It Be (The Beatles), Come as You Are (Nirvana), Jeremy (Pearl Jam, su cui è anche uscito un film-documentario diretto da Cameron Crowe), etc. Prima di tutte loro ci fu lei. Una canzone di sottofondo mentre Rocky guida la sua macchina dopo aver deciso di combattere contro Drago in Unione Sovietica.

Sotto quelle note il pugile ripensa a tutta la sua vita. Gioie e dolori. Dai primi incontri con Adriana ai vari allenamenti e trionfi, passando per la nascita del figlio fino alla più recente morte dell'amico. Lì, tutta la sua vita mentre si avvia a una sfida definita un “suicidio”. Quella canzone mi è sempre stata dentro. Come se avessi visto un qualcosa che mi appartenesse. Scrivere dopo tutto non è un raccontare il proprio vissuto? Non fu casuale che in quel lontano 4 luglio 1995, mentre mi stavo avviando all'esame orale di Maturità Classica, tralasciai ogni nuova elegia rock. Avevo solo la cassetta della colonna sonora di Rocky IV nel walkman e andavo di rewind costante a No Easy Way Out.

Il film non è solo una sfida “politica” tra l'Est contro Ovest. È anche l'uomo contro la macchina. Fin dai tempi degli allenamenti con lo scorbutico ma paterno Mickey (Burgess Meredith), Rocky è (quasi) sempre stato alfiere di un training popolano. Sudore e fatica. E se ciò non bastasse, ecco l'intervento psicologico della moglie Adriana (Talia Shire), il cui amore riesce sempre a mettere l’uomo nella giusta prospettiva e concentrazione.

Così, se da una parte Drago è seguito da un esercito di medici, allenatori e figure istituzionali, senza lesinare qualche aiutino di natura industriale, Rocky corre in mezzo alla neve, spacca legna, saltella nella notte gelida, fino a quasi-scalare una montagna culminando l'azione a braccia spalancate con tanto di urlo liberatorio dove scandisce il cognome del suo avversario in un mix di sfida, rabbia e dolore.

Arriva così il giorno del match in un gelido 25 dicembre. Ivan è favoritissimo e come se non fosse già abbastanza un intero mondo contro, premier Mikhail Gorbaciov incluso, per intimorire l'avversario viene scandito l'inno dell'Armata Rossa con tanto di gigantografia del pugile di casa, il tutto culminato nella storica frase a centro ring rivolta da Drago a Rocky con doppio pugno sugli omologhi yankee: Io ti spiezzo in due!

E poi c'è lui. Quel discorso finale. Quel mai dimenticato – E se io posso cambiare e voi potete cambiare, tutto il mondo può cambiare –. Si certo, lo sappiamo bene che fu il trionfo del “buon Samericano
ed esasperato Reaganismo" mostrando quanto commoventi e compassionevoli sapessero essere gli Stati Uniti a differenza della truce URSS, ma io scelgo di fregarmene di tutto questo. Pensando che quelle parole appartengano a chiunque. Quelle parole dovrebbero essere pronunciate da chiunque almeno una volta nella propria vita.

C'è di più. Il discorso è finito. Rocky Balboa ha già preso applausi ma non dimentica che oggi è il giorno di natale e suo figlio è lontano. Così, parla ancora al microfono e dice: “Scusatemi, voglio solo dire una cosa: Buon natale figliolo, ti voglio bene”. E l'aspetto più commovente è che lo speaker lo traduce anche in russo scatenando così ulteriori applausi (umani) e lacrime.

Ecco potrei dirvi che nulla è davvero cambiato e anzi, che è mutato in peggio. E lo so bene che è così ma oggi non lo voglio comunque credere. Lo devo a tutti quei bambini (e più grandicelli) che dalla profondità della loro meravigliosa innocenza credono ancora che il mondo possa cambiare. E io questa sera, almeno oggi, dopo che mi sarà rivisto in televisione Rocky IV (1985, di Sylvester Stallone), mi addormenterò convinto che un giorno cambieremo e ci potremo tenere tutti per mano.


Rocky IV - No Easy Way Out

Rocky IV (1985, di Sylvester Stallone) USA vs URSS
Rocky IV - Apollo "Zio Sam" Creed (Carl Weathers)
Rocky IV - Rock Balboa (Sylvester Stallone) soccorre Apollo Creed (Carl Weathers)
Rocky IV - Rock Balboa (Sylvester Stallone) urla il suo dolore durante gli allenamenti
Rocky IV - Ivan Drago (Dolph Lundgren) a Rocky: io ti spiezzo in due!
Rocky IV - Rock Balboa (Sylvester Stallone) nel discorso post-match con Drago

Nessun commento:

Posta un commento