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venerdì 29 gennaio 2016

Steve Jobs, cinema allo stato puro

Steve Jobs - Wozniack (Seth Rogen) e Jobs (Michael Fassbender
Il grande cinema è tornato. I dialoghi. Le parole. La sceneggiatura. Gli interpreti. Steve Jobs (2015, di Danny Boyle).  

di Luca Ferrari

Il lancio del Macintosh nel 1984. I difficili rapporti umani con lo storico collega Steve Wozniack e la figlia non riconosciuta. Il ritorno del geniale informatico come CEO di NeXT. Lì nel mezzo, un uomo affamato di grandezza ma vulnerabile come un qualsiasi altro comune mortale. Basato sull’omonima biografia autorizzata (2011) scritta da Walter Isaacson, a distanza di neanche tre anni da un altro biopic sul co-fondatore della Apple, è uscito giovedì 21 gennaio Steve Jobs (di Danny Boyle).

Tre atti come in una pièce teatrale. Tre atti per immortalare su pellicola il guru informatico Steve Jobs (Michael Fassbender). Dirimpettai del suo genio e brama di creazione, Steve Wozniak (Seth Rogen), co-fondatore della Apple e creatore dell'Apple I e della serie Apple II; la fedele capo-ufficio stampa Joanna Hoffman (Kate Winslet) e l’amministratore delegato della Apple, John Sculley (Jeff Daniels). Con loro Jobs si scontra e confronta. Nei loro dialoghi le convinzioni di un uomo che ha cambiato il mondo sociale molto prima dell’avvento dei social network.

Lavoro, lavoro e tanto lavoro. Il Jobs di Danny Boyle non ammette lo sbaglio. Ha un’idea del mondo e quello vuole rappresentare. Tutti gli altri si devono sintonizzare con lui e se ciò non dovesse accadere, non ha problemi a paventargli la pubblica gogna come nel caso del “povero” ingegnere Andy Hertzfeld (Michael Stuhlbarg), il cui peccato consiste nel non riuscire a far dire ciao al Macintosh durante la presentazione.

Steve è un orfano. Non gl’interessa piacere a tutti. Il meglio di sé lo vuole creare e donarlo (a un prezzo cospicuo, cosa che gli costerà più di un fallimento professionale) al mondo intero. Insieme all’amico Woz ha creato tutto da un garage e non accetta che i tanti Ringo comprimari gli possano sottrarre ciò che è frutto del suo "Lennoniano" ingegno. "Gli artisti guidano, i mediocri vanno ad alzata di mano" ringhia messo al muro da quel Consiglio d'Amministrazione che ha la pretesa di dirgli come gestire ciò che lui ha creato.

È un dolore (nascosto) il mancato riconoscimento della figlia Lisa, la cui madre Chrisanne (Katherine Waterston) viene ridicolizzata sulle pagine di Time Magazine, mettendo in dubbio la fedeltà di rapporti. E se Jobs insiste a volere creare il futuro è la materna a farlo mettere in ascolto del proprio cuore, "Quello che produci non dovrebbe essere la parte migliore di te, è quando sei padre. Quella dovrebbe essere la tua parte migliore".

Se dal Jobs (2013) di Joshua Michael Stern ne usciva un ritratto contraddittorio con un Aston Kutcher più adolescente rabbioso che non complesso uomo d’affari, Boyle non gioca a fare lo psicologo con la vita di Steve Jobs. Danny Boyle sa bene chi ha davanti e nessun uomo è perfetto, Steve incluso. Il ritratto che ne esce non lascia spazio a commiserazione o esaltazione. Lui è Steve Jobs, take it or leave it! Prendere o lasciare.

Nell’ultima delle tre presentazioni Steve
offre un tributo ad Alan Turing, l’uomo che “ha vinto la II Guerra Mondiale da solo” come dice lui stesso. Un uomo spinto al suicidio dal Governo (Britannico) in seguito a un’infamante punizione ormonale a causa della propria omosessualità. Quell’uomo cui Benedict Cumberbatch ha dato memoria imperitura con una sontuosa interpretazione in The Imitation Game (2014, di Morten Tyldum).

Ma ciò che letteralmente esplode più di tutto nel film sono i dialoghi. I face to face. Jobs-Wozniack, Jobs-Joanna e Jobs-Sculley. Scontri. Incontri. Esce tutto. Esce l’uomo, qualche accenno di debolezza. Esce la volontà. Non ci sono luci. Non ci sono digiuni forzati. Michael Fassbender, Kate Winslet e Jeff Daniels si superano. “Senza buone sceneggiature alla base è impossibile fare grandi film” ha raccontato lo sceneggiatore del film, Aaron Sorkin al mensile Ciak, nell’intervista realizzata dal collega Andrea Morandi (numero gennaio 2016).

Vincitore di due Golden Globes per la Miglior sceneggiatura a Sorkin e per la Miglior attrice non protagonista a Kate Winslet, Steve Jobs è atteso anche ai prossimi premi BAFTA (Londra, 14 febbraio) dove è candidato per il Miglior attore protagonista (Fassbender), Miglior Attrice non protagonista (Winslet) e Miglior sceneggiatura non originale (Sorkin). Due sole le nomination agli Oscar (Los Angeles, 28 febbraio), ancora per Michael e Kate.

Mai stato un devoto di Jobs. Non ho un iPad né iPhone. Ho solo avuto un Mac portatile che mi si è bruciato in un anno ma dopo questo film il mio approccio verso il geniaccio di Cupertino non sarà più lo stesso. Merito di un grande sceneggiatore in primis. E a dispetto degli ormai noti tentativi della sig.ra Lauren Powell Jobs di persuadere chiunque a non interpretare-dirigere-scrivere questa pelllicola, io sono la prova vivente che qualunque idea avessi di suo marito prima di ieri, oggi è decisamente migliorata.

E il finale è tutto per il già citato Ciak, con il cui account Instagram ho dialogato prima e alla fine della visione di Steve Jobs. Un confronto che mi ha regalato l’ispirazione per il titolo (vedi ultima foto, ndr). Perché si, questo è davvero un grande film dove le persone e le loro parole sono gli indiscussi protagonisti. Che se lo culli pure l'Oscar se mai lo vincerà DiCaprio con l'egocentrico Revenant, tra cent’anni saremo ancora qui a parlare di Steve Jobs e dell'interpretazione di Michael Fassbender.

Il trailer di Steve Jobs

Steve Jobs - Joanna Hoffman (Kate Winslet
Steve Jobs - Jobs (Michael Fassbender) a colloquio con John Sculley (Jeff Daniels)
Steve Jobs (2015, di Danny Boyle) e la mia conversazione via Instagram con Ciak

martedì 26 gennaio 2016

I palloncini regatanti di Up

Carnevale di Venezia, a bordo della Up-boat © Luca Ferrari
Un variegato equipaggio della Remiera Cannaregio si è ispirato alla casa volante con palloncini di Up per partecipare alla festa inaugurale del Carnevale di Venezia 2016.

di Luca Ferrari

Alla fine non era altro che una “barca”... È uno degli indiscussi capolavori della fabbrica delle meraviglie, Pixar Animation Studios. Up (2009, di Pete Docter), vincitore del Premio BAFTA, Golden Globe e l'Oscar come Miglior film d’animazione e Miglior colonna sonora. La toccante storia di un ormai anziano vedovo deciso a realizzare un vecchio sogno di gioventù che avrebbe voluto realizzare insieme alla sua dolce metà Ellie. Oggi quel sogno ha solcato le acque di Venezia.

Dalle Cascate Paradiso del Venezuela al Canal Grande dell'Antica Repubblica Marinara. Dalla fantasia di uno dei migliori lungometraggi animati alla volontà di un variegato equipaggio di vogatori, decisi a sfilare nel corso della Festa Veneziana inaugurale del Carnevale per lasciar venire a galla quei bagliori speciali delle proprie anime.

Venezia, 24 gennaio 2016. Splende il sole sulla laguna ma la giornata è proprio fredda. Il tempo di aprire gli occhi e sgranchirmi un po' le gambe e sono già nel parco di Villa Groggia facendo poi il mio ingresso nella Remiera Canottieri Cannaregio. C'è un gran fermento. Sono almeno cinque gli equipaggi pronti a scendere in acqua per la parata. C'è chi spazia tra affascinanti gangster e pupe bionde (con barba e pizzetto), e chi ha puntato sulla simpatia dei Minions.

Restando in tema animazione del terzo millennio, i miei traghettatori invece hanno puntato sulla Pixar e Up. Ho appena spalancato la porta del cantiere che suito m'imbatto nella grande caorlina a 6 remi con i tanti palloncini attaccati, un chiaro tributo alla casa volante con cui Carl Fredricksen e l'inconsapevole piccolo Russell si mettono in viaggio (volante) destinazione la magia della vita.

I due maschietti si posizionano a prua e poppa, lì nel mezzo le quattro fanciulle. Anche i loro costumi si richiamano al cinema. Una via di mezzo tra clown, aborigeni, Arancia Meccanica e a tratti, soprattutto le espressioni dell'esperto Gino Rosa, il joker Ledgeriano. Se però dovessi attribuire a quest'ultimo un personaggio di Up, lo vedrei bene come Carl: burbero ma buono, e per niente infido come l’esploratore Charles Muntz.

I sei vogatori iniziano a far andare la barca. Prima di raggiungere il Canal Grande si passa per canali interni. Non c'è ponte o riva su cui non vi siano turisti armati di smartphone o macchina fotografica per immortalare da breve distanza queste strane creature voganti. Il mio posto è proprio accanto ad alcuni di questi palloncini che ogni tanto “indispongono” i miei scatti.

Arrivati in bacino San Marco il cinema torna in cattedra. Parecchi anni prima della Cenerentola di Kenneth Branagh con Lily James, c'era la fiaba della Disney (1950). La sagoma di quell'epica zucca-carro con la protagonista fiabesca già sotto incantesimo. A suscitare ilarità ci sono anche dei frati che lontani anni luce dalle atmosfere cupe de Il nome della rosa, mostrano orgogliosi sotto la tonaca falli giganti.

Il corteo parte. Dopo una mezz'ora abbondante di vogate, si gira a destra per il Rio di Cannaregio dove tra il pubblico assiepato su ponti e le fondamenta c'è anche un bambino vestito da Captain America. Appare già chiaro dunque per chi il piccolino parteggerà il prossimo 4 maggio, quando uscirà il nuovissimo Captain America: Civil War (2016, di Anthony e Joe Russo), e il probo soldato se la vedrà contro l'eccentrico Tony Stark-Iron Man.

Accostiamo vicino a una barca. Rientro sulla terra. Ma perché proprio una barca ispirata al quello specifico lungometraggio? “Up è la leggerezza di affrontare la vita frenetica con la voglia di volare oltre le apparenze” mi dice Nadia. Qualche frittella, un piatto (freddo) di specialità locali e poi la caorlina Pixariana riprende il largo. I palloncini vengono liberati verso gli spazi infiniti del cielo. Un'ispirazione per tutti quei sogni ansiosi di trasformarsi in poetica realtà.

Entra nella magia di Up

La Up-boat nella Remiera Cannaregio prima della partenza © Luca Ferrari
Carnevale di Venezia, l'equipaggio dei Minions di Cannaregio © Luca Ferrari
Carnevale di Venezia, a bordo della Up-boat © Luca Ferrari
Carnevale di Venezia, membri dell'equipaggio della Up-boat © Luca Ferrari
Carnevale di Venezia, membri dell'equipaggio della Up-boat © Luca Ferrari
Carnevale di Venezia, la zucca di Cenerentola a bordo di un pupparino © Luca Ferrari
Carnevale di Venezia, il poppiere "Jokeriano" a bordo della Up-boat © Luca Ferrari
Carnevale di Venezia, un giovanissimo Captain America si cela tra il pubblico © Luca Ferrari
Carnevale di Venezia, membri dell'equipaggio della Up-boat e uno strano passeggero © Luca Ferrari
Carnevale di Venezia, la Up-boat "vola" via... © Nadia

venerdì 22 gennaio 2016

Revenant – Redivivo, realismo autoreferenziale

Revenant Redivivo - Hugh Glass (Leonardo DiCaprio)
Nell'ignorato genocidio dei nativi americani, un uomo (banalmente) cerca la sua personale vendetta. Revenant – Redivivo (2015, di Alejandro González Iñárritu).

di Luca Ferrari

Un trapper (cacciatore-esploratore) ferito gravemente da un orso viene lasciato a morire da un compagno di viaggio a lui ostile. Un cacciatore ferito si aggira per le terre selvagge segnato da profondi lutti durante il genocidio ignorato dei Nativi Americani. Un cacciatore cerca vendetta. Basato sull'omonimo romanzo e in parte ispirato alla vita del cacciatore di pelli Hugh Glass (1783-1833), il premio Oscar Alejandro González Iñárritu dirige Revenant – Redivivo.

Sono i primi decenni del XIX secolo e gli odierni Stati Uniti sono terre dove vige la brutale legge del più forte, che a seconda dei casi sono i colonialisti francesi, inglesi, i neo-americani o dei nativi. Reduci da una lunga battuta di caccia di pelli, il gruppo comandato dal Jim Bridger (Will Poulter) e guidato dall'esperto Hugh Glass (Leonardo DiCaprio) subisce un violento attacco da parte degli indiani Ree.

Hugh ha un figlio con sé, un mezzo sangue avuto da una donna Pawnee. Il ragazzo non è ben visto dal violento John Fitzgerald (Tom Hardy) e quando le cose si complicano, l'infido e violento cacciatore farà il possibile per sbarazzarsi dei due mal sopportati colleghi, il tutto con l'ingenua complicità dell'acerbo Domhnall Gleeson (Andrew Henry). Ferito a (quasi) morte da una mamma-orso preoccupata dei suoi cuccioli, per Hugh ha inizio una lunga marcia alla ricerca della giustizia più vendicativa.

Revenant – Redivivo è questo. Grandiosa fotografia. Immagini mozzafiato. Banalmente però, una storia di abusi. Una storia quasi biblica alla “occhio per occhio, dente per dente”. Fin da quando hanno cominciato a pervenire le prime informazioni, di Revenant – Redivivo si è sempre molto parlato dell'estremo realismo. Il gelo che provano i protagonisti è reale. Si insomma, non erano nel tepore del green screen. Salvo (ovviamente) l'aggressione dell'orso Grizzly, il resto è tutto reale. Ma con tutto rispetto per gli attori, dimostrare il dramma del gelo mentre si è nel freddo acuto non è che ci voglia tanto.

Come ogni forma d'arte anche il cinema segue tendenze. In questo momento i tre filoni che vanno per la maggiore sono i cinecomics, l'atmosfera oscura imposta dalla linea lucrativa del regista Christopher Nolan e appunto l'esasperato iper-realismo. La bravura di un attore però sta esattamente nell'opposto: saper far provare al pubblico il dramma della solitudine gelata anche se lui non la sta vivendo nell'effettivo.

Inarritu è una di quelle persone che il cinema e i suoi meccanismi li ha capiti davvero, passando così da opere di indubbio spessore (21 grammi, Babel, Biutiful) a lungometraggi di gran lunga più ruffiani capaci di far più breccia tra il pubblico commerciale. Presentato a Venezia 71 come film d'apertura, Birdman (2014) ha fatto incetta di Oscar ma di fatto è una commediola leggera e scontata. Revenant – Redivivo sembra cucito addosso a DiCaprio per fargli avere ciò che ancora non possiede.

E qui non voglio entrare troppo nel merito della recitazione dell'attore californiano (classe '74), sul quale prima della cerimonia degli Oscar dedicherò un articolo specifico, ma se questo è il suo non plus ultra, la performance per la quale sarebbe impossibile non dargli l'ambita statuetta degli Academy, beh, qui c'è qualcosa che non torna. L'esatto contrario di Tom Hardy, viscido villain e garndioso protagonista di questa pellicola di cui si è parlato troppo poco.

Miglior regia, Miglior film drammatico e Miglior attore in un film drammatico (DiCaprio) ai Golden Globes 2016, Revenant – Redivivo (di Alejandro González Iñárritu) è ora atteso il 28 febbraio al varco degli Oscar. La pellicola con più nomination (12) di questa 88° edizione degli Academy. Osservato speciale ovviamente Leonardo DiCaprio, alla sua 5° nomination, ma fin'ora senza alcun successo.

DiCaprio striscia sulla terra con tutto il dramma possibile e immaginabile. DiCaprio si spoglia nella neve e e dorme dentro la pelle di un cavallo. DiCaprio mangia per davvero gli organi interni di un animale. Alejandro González Iñárritu ha messo l'inero Revenant – Redivivo nelle sue capacità trascurando altri aspetti della storia e personaggi che forse avrebbero meritato di più. Molto di più!

Guarda il trailer di Revenant - Redivivo

Revenant Redivivo - John Fitzgerald (Tom Hardy)
Revenant - Redivivo (2015, di Alejandro Gonzalez Inarritu)
Revenant Redivivo - Hugh Glass (Leonardo DiCaprio)

martedì 19 gennaio 2016

Singles, l’amore non è un piacere proibito

Singles, l'amore è un gioco - Janet (Bridget Fonda) e Cliff (Matt Dillon)
Musica, cinema, amicizia, sport e media. Tutto ciò per me è la città di Seattle, anfiteatro naturale di Singles – L’amore è un gioco. Un “piacere proibito” pubblicato sul mensile Ciak.

di Luca Ferrari

Un film speciale. Semplice. Un film per me diverso da tutti gli altri. Singles – L’amore è un gioco (1992, di Cameron Crowe), ambientato e girato a Seattle. Un film la cui recensione curata dal sottoscritto Luca Ferrari, autore del suddetto blog-magazine cineluk – il cinema come non lo avete mai letto, è stata pubblicata sul primo numero del 2016 del mensile Ciak, sezione Piaceri proibiti (pag. 134).

Come si fa non essere romantici con il cinema e la propria vita? Ok, lo ammetto. Questa frase l’ho un po' rubata al Billy Beane-Brad Pitt de L’arte di vincere (2011, di Bennett Miller) ma "dopo essermi letto" su Ciak è stato naturale scriverlo. La recensione che mi hanno pubblicato non riguarda un film qualunque ma un cult generazionale ambientato in una città che ho visitato nell’estate 2012 (il cui sbarco bramavo da anni) e che da mecca del rock è diventata anche un indimenticabile ricordo condiviso.

Singles. È la fine degli anni '80. Un gruppo di amici si scontra con la realtà di sogni non realizzati, progetti lavorativi bloccati sul più bello, relazioni sentimentali che non decollano e altre che avanzano col freno tirato. A zonzo per la città con l'amico David (Jim True-Frost), il brillante Steve (Campbell Scott) s'imbatte casualmente nella bella Linda (Kyra Sedgwick), reduce dall'ennesima batosta relazionale. È colpo di fulmine.

Loro amico, Cliff Poncier (Matt Dillon), rockstar locale, cantante dei Citizien Dick, alla ricerca di un successo internazionale che stenta ad arrivare. La sua ragazza è la dolce Janet (Bridget Fonda), a cui però l'eccentrico capellone presta poca attenzione. Non si può dire se la passi altrettanto bene sul fronte del cuore Debbie (Sheila Kelley), decisa ad affidarsi a un giovane regista (Tim Burton) per girare un video di classe con cui presentarsi in videocassetta a potenziali compagni di vita.

In questo film, oltre agli attori effettivi, ci sono anche alcuni membri delle band che ascolto da più di un ventennio e la cui arte ha avuto un’impronta indelebile nella mia vita (e in quella di tanti altri). I loro nomi? Pearl Jam su tutti, con il cantante Eddie Vedder (nel film batterista), il chitarrista Stone Gossard e il bassista Jeff Ament al seguito di Clifford. Incursioni nella vicenda (e sul palco soprattutto) anche per i colleghi Alice in Chains e Soundgarden.

Deus ex machina di tutto ciò, il regista Cameron Crowe, uno che Seattle la conosce assai bene (ci ha vissuto per anni). Un regista che all'epoca poteva vantare nel curriculum due soli lavori in veste di sceneggiatore (Fuori di testa, 1982 e The Wild Life, 1984) e un unico lungometraggio, Non per soldi... ma per amore (1989), con protagonista John Cusak, anch'esso ambientato nella così chiamata Emerald City, la città smeraldo.

Non è la prima volta che il mio nome "finisce per meriti" sulle testate di settore. In tempi recenti mi sono tolto qualche soddisfazione vedendo pubblicate (e premiate) le mie concise recensioni su Ciak con Avengers: Age of Ultron e sull'altrettanto prestigioso collega cartaceo Best Movie, con la tweet-review di Wild. Questa volta però è stato diverso. Non a caso la rubrica di Ciak si chiama Piaceri proibiti. Film insomma che magari non sono capolavori ma occupano un posto speciale dentro di noi. E così è Singles per me, pellicola di cui conservo gelosamente anche il cd della (fantastica) colonna sonora

Le prime immagini di Seattle infatti le ho viste proprio nel film di Cameron Crowe. E il destino ha voluto che la sera prima di apprendere della pubblicazione della mia recensione, fossi davanti allo schermo ad assistere alla rovinosa sconfitta dei Seattle Seahawks, franchigia della NFL (football) nella corsa interrotta verso il SuperBowl, di cui sono diventato tifoso proprio per il legame stretto con quella città e in virtù anche di una particolare quanto agreste amicizia.

Musica. Cinema. Sentimenti. Sport. Aldilà di quanto già pubblicato, tra me e Seattle mancava ancora qualcosa. È arrivato da Ciak. A ben guardare però Singles – L’amore è un gioco (1992, di Cameron Crowe) è un film che non vedo da parecchio tempo e forse è arrivata l'ora di acquistarlo anche in dvd. Appunto! Così ho fatto, proprio stamane su eBay. Così da averlo sempre a disposizione. Per non smettere mai di guardare quel passato fra le cui mani d’inchiostro ho inciso un legame eterno con il futuro più immortale. Singles, un piacere infinito che continuerò sempre a concedermi.

Guarda l'inizio di Singles - L'amore è un gioco

La recensione di Luca Ferrari di Singles - L'amore è un gioco pubblicata su Ciak (gennaio 2016)
Singles - L'amore è un gioco - Seattle: il Puget Sound, lo Space Needle e lo skyline
Singles, l'amore è un gioco - da sx, Cliff (Matt Dillon), David (Jim True-Frost), Steve (Campbell Scott),
Janet (Bridget Fonda) e Debbie (Sheila Kelley)
Il numero di gennaio 2016 del magazine Ciak e la locandina di Singles - L'amore è un gioco

venerdì 15 gennaio 2016

La grande scommessa predilige la verità

La grande scommessa - Mark Baum (Steve Carell)
La crisi economica del 2007 poteva essere evitata. Chi poteva, se n'è fregato. Chi l'ha compresa, si è arricchito. La grande scommessa (2015, di Adam McKay).

di Luca Ferrari

I pochi hanno guardato. I ricchi sono temporaneamente caduti. Moltissimi di tutti gli altri sono finiti male. Molto male, e stanno ancora cercando di rialzarsi. Erano i primi anni del terzo millennio. Mentre guerre fantocce distraevano l'attenzione della popolazione occidentale, i piani alti di Wall Street sommavano, moltiplicavano e si spartivano. Sommavano e sommavano ancora. Poi un bel giorno il castello non resse più ed esplose. Qualcuno però lo aveva compreso e ci aveva investito pure. La grande scommessa (2015, di Adam McKay).

Non sono dei santi, antieroi o chissà quali altre nobili figure cavalleresche. Banalmente, il mondo economico stava per implodere e loro lo avevano capito prima di tutti. L'Armageddon non era fantascienza o la sceneggiatura per un buon film, era davvero reale e loro ci hanno puntato sopra. Si sono beccati sberleffi e risate, ma alla fine sono stati i loro conti a fare festa. Per milioni e milioni di persone della middle class invece, è stato dramma totale con la perdita della casa e del posto di lavoro.

Wall Street, 2005. Michael Burry (Christian Bale) è un geniaccio anticonvenzionale della finanza. Non usa giacca e cravatta. Nel suo ufficio ascolta heavy metal a tutto volume e gira scalzo con pantaloni corti. Rispetto al resto del mondo fa una cosa davvero unica: legge i documenti. Legge i numeri. Li analizza e dunque è in grado di vedere quello che sarebbe visibile a chiunque se si prendessero la briga di metterseli sotto gli occhi. Micheal è sicuro: il solido e apparentemente invulnerabile mercato immobiliare americano sta per crollare, e perciò è pronto a investire miliardi sul suo crack.

A dispetto della perplessità del suo capo, inizia ad andare di banca in banca a proporre la creazione di un mercato di cosiddetti “credit default swap” per scommettere sul dissesto finanziario. La risposta ovviamente è favorevole. Nessuno crede a questa ipotesi e anzi. Dinnanzi ai premi annuali stabiliti, per i grandi istituti di credito sembra l'affare del secolo. La notizia finisce all'orecchio del perspicace investitore Jared Vennett (Ryan Gosling) che inizia a sondare l'ambiente, fino a proporre la cosa al gruppo capeggiato dall'incazzoso trader Mark Baum (Steve Carell).

Terzo pezzo del mosaico, i giovani investitori Charlie Geller (John Magaro) e Jamie Shipley (Finn Wittrock). Stufi di sentirsi ridicolizzati dall'Alta Finanza, con l'aiuto dell'esperto Ben Rickert (Brad Pitt), ormai ritiratosi dal mondo dei pescecani in doppiopetto, entrano anche loro nel mercato dei suddetti CDS. Sono i primi mesi del 2007 e la crisi finanziaria sta per scoppiare. Una crisi che ancora oggi, aldilà delle patinate parole politiche, sta ancora facendo macelli.

Film intenso La grande scommessa. Ottimo il cast (Gosling incluso), ma più che Christian Bale, a salire in cattedra è Steve Carell (Una settimana da Dio, Foxacatcher, Freeheld). Il suo personaggio è un'anima ferita. Sopra le righe e riflessivo. Sboccato e concentrato. Si nutre di Wall Street ma è stato segnato da un grave lutto e la sua dolce metà Cynthia (Marisa Tomei) è lì a dargli forza. È cinico e allo stesso tempo diverso. Sta dalla parte del mondo sbagliato e lui lo sa, ma ha degli scrupoli. Non basta. E lo sa benissimo anche lui.

È difficile vedere La grande scommessa senza scomodare la comodità della propria anestesia cerebrale. “La verità è come la poesia. Non frega niente a nessuno” viene detto durante il film. Non lo so. Sarà perché da più di 20 anni io scrivo poesie ma per quanto amara sia, voglio “Matrixianamente” conoscere in quale realtà sia capitato. E se attorno al mio collo c'è una catena invisibile, beh, voglio saperlo perché è solo questione di tempo. Prima o poi qualcuno verrà a reclamarla. E la stringerà. Eccome se lo farà!

La grande scommessa è stato prodotto dalla Plan B Entertainment fondata proprio da Brad Pitt. È indubbio che molto di quello che viene raccontato non avrà fatto piacere a certi signori con cui è probabile anche la stessa società abbia rapporti ma alla fine è solo un film e verrà dimenticato in fretta, soprattutto la sua lezione. A meno che... Già, a meno che. Se anche un solo spettatore questa sera, invece di guardarsi qualche stupido talk show, inizierà a documentarsi e leggere qualcosa di un po' più serio, magari tra duemila anni i suoi pro-pro-pro-nipoti lo ringrazieranno.

Raramente mi dilungo sulla colonna sonora. Questa volta non posso esimermi d ciò. Molti i pezzi a me familiari, a cominciare dall'immortale Master of Puppets (Metallica), dove quel laconico e imperativo obey your Master indica chiaramente la direzione del gregge. Ma ancor più che il potente metal della band di Frisco, è il cantautore canadese Neil Young a lasciare il segno. Verso la fine della pellicola, ecco infatti partire l'immortale Rockin' in a Free World.

La prima strofa sembra essere stata scritta apposta per questo film (trattasi in realtà di una canzone anti-bellica del lontano 1989): “There's colors on the street/ Red, white and blue/ People shufflin' their feet/ People sleepin' in their shoes/ But there's a warnin' sign on the road ahead/ There's a lot of people sayin' we'd be better off dead/ Don't feel like Satan, but I am to them/ So I try to forget it, any way I can -

“Ci sono colori in strada.
Rosso, bianco e blu.
Gente che si trascina a stento, gente che dorme con le scarpe ai piedi
C'è un segnale di pericolo più avanti sulla strada
C'è un sacco di gente che dice che ci vedrebbe bene morti
Non mi sento Satana, ma per loro lo sono
E allora cerco di dimenticarli in ogni modo possibile”
...
Ed è esattamente ciò che è stato fatto. Se non direttamente colpiti, li abbiamo dimenticati tutti. Ce li hanno fatti dimenticare tutti. Il bang è passato e non tornerà mai più. Ne siamo certi! Anche le Wall Street GordonGekkiane hanno le loro convinzioni, ma non ce le faranno mai sapere fino a quando non sarà nuovamente e tragicamente tardi. Troppo pessimista? Che ci volete fare. Ho 39 anni e scrivo ancora poesie. Guardo La grande scommessa e prediligo la verità.

Guarda il trailer de La grande scommessa

La grande scommessa - Michael Burry (Christian Bale)
La grande scommessa - Ben Rickert (Brad Pitt)
La grande scommessa - Jared Vennett (Ryan Gosling)

martedì 12 gennaio 2016

Privilegi o evoluzione: Quo vado?

Quo vado? - Checco Zalone
Perso l’amato posto di lavoro fisso con tutti i comfort possibili e immaginabili, Checco Zalone è a un bivio: insistere o evolversi? Quo vado? (2015, di Gennaro Nunziante).

di Luca Ferrari

Viziato. Servito & riverito da mamma & papà. Una fidanzata in costante attesa di un cenno (nuziale). Un lavoro sotto casa scandito da sforzi intellettuali pari allo zero. Una vita da sogno quella di Checco Zalone. Una vita ereditata dal padre nella docile bambagia di uno statico (e superfluo) posto fisso dentro il cuore malconcio di un’Italia segnata dalla crisi economica del terzo millennio. Tutto ciò però con la nuova riforma sta per finire. Che si fa allora? Quo vado? (2015, di Gennaro Nunziante).

Come tanti suoi sventurati colleghi, dal paradiso di un non-lavoro, il buon Checco finisce davanti al plotone della Dottoressa Sironi (Sonia Bergamasco). In mano la donna ha un bell’assegno che attende solo la firma dell’ex-dipendente che così dirà addio per sempre all’ormai ex-intoccabile posto di lavoro. Il senatore Nicola Binetto (Lino Banfi) però era stato chiaro con il suo concittadino Checco. A prescindere dal neo-impiego, la distanza da casa e/o la cifra offerta dallo Stato, il posto fisso va sempre preservato. Sempre!

Zalone dunque viene punitivamente spedito in giro per l’Italia e nel mondo dalla vendicativa Sironi, decisa a fargli assaggiare il suo fiele peggiore fino a quando non si deciderà a firmare le dimissioni e accettare la somma proposta. Apice di ciò, lo sbarco in una remota spedizione scientifica italiana in terra norvegese col delicato compito di fare la guardia del corpo a Valeria (Eleonora Giovanardi), indomita ricercatrice alle prese con l’inquinamento della calotta artica e dunque esposta a possibili attacchi di voraci orsi polari.

Dopo qualche inevitabile scossa di assestamento, ecco il nuovo Checco “Zaløne”. Perfettamente a suo agio nel nuovo mondo e deciso a imparare tutto quello che la logica fancazzista gli ha negato: il rispetto per gli altri e il mondo. Mai un colpo di clacson agli stop. Nessun tentativo di superare la fila al supermercato. Un new look biondo che pare strizzare l’occhio al Nino Manfredi di Pane e cioccolata (1973). Scuola di lingua, atteggiamento senza pregiudizi verso le cosiddette famiglie aperte (etero e non).

Ciliegina sulla torta, l’addio alla mentalità da classico maschio italiano e convinto sostenitore della parità dei sessi. Eccolo dunque con grembiule alle prese col ferro da stiro, i fornelli, etc. Durerà? Sembra di si. Ma quando la mamma gli fa sapere che su Rai 1 dal palco del Festival di San Remo ci sono Al Bano e Romina Power di nuovo a cantare insieme Felicità, qualcosa di nostalgico inizia a smuoversi.

La premiata ditta Nunziante-Zalone è tornata e i numeri hanno parlato. Record del giorno di uscita nella storia del cinema italiano. Qualcosa però è cambiato. Gag differenti rispetto ai lavori passati. Più profonde. Bullismo, razzismo, pregiudizi e disoccupazione. Zalone li tocca tutti questi temi, a modo suo s’intende. Con ironia e senza mai scivolare su pietismo o peggio, stucchevolezza.

Zalone prende il corpo viziato di quell’Italia che vuole restare aggrappata ai fasti del passato (l’Impero Romano, il Rinascimento, il boom economico), rifiutandosi di capire e incamminarsi nella nuova direzione del mondo (per l’appunto, quo vado?). Il suo mondo è il suo paese. Il suo lavoro sono i suoi comfort. Uno status quo morente.

Indiscusse protagoniste femminili della pellicola, Sonia Bergamasco ed Eleonora Giovanardi. A dispetto di una comune passione per i rispettivi lavori, sono due donne agli antipodi. La prima è una spigolosa funzionaria ministeriale. Spietata e votata alla carriera, con tutta probabilità senza alcun legame sentimentale, e pronta anche a usare le armi della seduzione pur di far cedere Zalone. La seconda è una donna generosa e giramondo, la cui raminga esistenza l’ha resa determinata ma allo stesso tempo amorevole.

Tra i comprimari maschili, oltre alla “superstar” Lino Banfi, il giovane collega (Pippo Crotti) di Eleonora. Un po’ guardingo verso l’ultimo arrivato (Zalone) e forse segretamente innamorato di lei. A dimostrazione dell’incompetenza di quest’ultimo, lo sottopone a un test di conoscenza della materia mentre alle sue spalle la stessa Eleonora prova ad aiutare il buon Checco che finirà comunque per scambiare il Presidente Mattarella per un orso bianco.

Quo vado? è stato un grandissimo successo di pubblico ma in tutta onestà non sono rimasto impressionato. Gl’incassi clamorosi del precedente Sole a catinelle (2013) ha inevitabilmente fatto si che ogni gestore di sale cinematografiche spalancasse le porte al comico pugliese. Chi non l’avesse fatto, consiglio un veloce cambio di mestiere. Con un pubblico tradizionale poi come quello italiano, che la prima sera dell’anno nuovo si stravacca davanti al grande schermo, l’uscita di Quo vado? il primo di gennaio era un trionfo praticamente annunciato.

Ma perché Zalone è stato così tanto attaccato per questo? Non ne ho idea, o meglio, si (vedi finale paragrafo successivo ). Ma l’aspetto ancor più strano di una simile bile è che non ho mai visto atteggiamenti analoghi verso quei prodotti scadenti e volgari che sono i cosiddetti cinepanettoni, di cui i vari Christian De Sica e Massimo Boldi hanno costruito carriere non facendo altro che estremizzare i vizi del Bel paese raccogliendo al contrario tanta e divertita solidarietà.

E in questa ciurma si è garantito un posto al sole anche, e mi dispiace dirlo, Leonardo Pieraccioni. Il comico toscano ormai sa solo produrre opere discutibili con la formula del: sfigato (lui), gnocca + eventuale spalla comica = e tutti vissero felici e contenti. E casualmente sabrca sul grande schermo sempre a natale. Uscisse in un altro periodo dell’anno è probabile passerebbe del tutto inosservato. Eppure a tutti questi signori nessuno dice nulla. La gente va al cinema, se la ride di gusto. Poi arriva Zalone, lascia tutti basiti per gl’incassi e via critiche. Azzardo una teoria: non sarà mica invidia?

Fino a oggi Checco Zalone è stato capace di far ridere con intelligenza e sebbene ci siano film (ma ci saranno sempre) che meriterebbero di gran lunga più visibilità, non mi sento affatto di sputare contro Quo vado? Al contrario è un film gradevole con spunti interessanti (non solo comici) e a livello personale, mi ha fatto un piccolo regalo. Mostrarmi scorci di Bergen, la città norvegese meta del mio primo reportage di viaggi come inviato reporter. Quo vado? è l’Italia che deve maturare. Lo ha fato il personaggio Checco Zalone. Lo può (deve) fare chiunque.

Entra nel mond di Quo vado?

Quo vado? - Checco (Checco Zalone) e il suo posto fisso
Quo vado? - Caterina (Ludovica Modugno) chiede al figlio (Checco Zalone) cosa desidera per pranzo
Quo vado? - Valeria (Eleonora Giovanardi), i suoi figli e Checco (Checco Zalone)

lunedì 11 gennaio 2016

Golden Globe 2016, il trionfo di Revenant e Rocky

l'ambito Golden Globe
Revenant – Redivivo (di Alejandro González Iñárritu) vince tre Globes ma il vero trionfo è quello del quasi settantenne Sylvester Stallone.

di Luca Ferrari

Si dice che i Golden Globe siano premi meno commerciali. Con la sola eccezione di Sylvester Stallone, Miglior attore non protagonista nella sua ultima fatica “Rockyana” con Creed – Nato per combattere, il resto è tutta ordinaria amministrazione o quasi. Doppiette per Steve Jobs e The Martian. A bocca asciutta i più incisivi e drammatici Carol e Il caso spotlight.

Dopo i “globi dorati” per The Aviator e The Wolf of Wall Street, Leonardo DiCaprio si prende il terzo. Tris anche per Ennio Morricone. Un po' di giustizia almeno con la bocciatura del sopravvalutato remake di Mad Max. Nel dettaglio i vincitori della 73° edizione dei Golden Globe:
  • Miglior film drammatico: Revenant - Redivivo (di Alejandro González Iñárritu)
  • Miglior film commedia o musicale: Sopravvissuto - The Martian (di Ridley Scott)
  • Miglior regista: Alejandro González Iñárritu (Revenant – Redivivo)

  • Migliore sceneggiatura: Aaron Sorkin (Steve Jobs)
  • Migliore attrice in un film drammatico: Brie Larson (Room)
  • Miglior attore in un film drammatico: Leonardo DiCaprio (Revenant – Redivivo)
  • Migliore attrice in un film commedia o musicale: Jennifer Lawrence (Joy)
  • Miglior attore in un film commedia o musicale: Matt Damon (Sopravvissuto - The Martian)
  • Migliore attrice non protagonista: Kate Winslet (Steve Jobs)
  • Miglior attore non protagonista: Sylvester Stallone (Creed - Nato per combattere)

  • Miglior film d'animazione: Inside Out (di Pete Docter)
  • Miglior film straniero: Il figlio di Saul (di László Nemes – Ungheria)
  • Migliore colonna sonora originale: Ennio Morricone (The Hateful Eight)
  • Migliore canzone originale:  Writing's on the Wall (Sam Smith, Jimmy Napes) – Spectre
Leonardo DiCaprio vince il suo terzo Golden Globe

sabato 9 gennaio 2016

2016: odissea nei Golden Globe

Benvenuti nel magico mondo dei Golden Globe
Domenica 10 gennaio si svolgerà a Beverly Hills la 73° edizione dei Golden Globe. Capofila per nomination (5) Carol di Todd Haynes. Nomination anche per Sly – Rocky.

di Luca Ferrari

L’armada dei vecchietti Mirren, Sly, Smith e Morricone. I derby “attoriali” di Carol e La grande scommessa. Il giornalismo d’inchiesta sul grande schermo. La doppia nomination (in due categorie diverse) della svedese Alicia Vikander. Domenica sera (notte, ora italiana) 10 gennaio, al Beverly Hilton Hotel di Beverly Hills (California) avrà luogo la 73° edizione dei Golden Globe, i premi televisivi e cinematografici assegnati dalla Hollywood Foreign Press Association. Conduttore della serata, il simpatico inglese Ricky The Office Gervais.

Il primo applauso della serata è tutto per Denzel Washington, a cui sarà consegnato il Golden Globe alla carriera.  Per l’attore non certo una novità vedersi i riflettori puntati dei Globe puntati. Per otto volte è stato a un passo dall’aggiudicarsi l'ambito premio, due delle quali andate a buon fine: nel 1990 come Miglior attore non protagonista per Glory – Uomini di gloria (interpretazione che gli valse anche il primo Oscar) e dieci anni dopo come Miglior attore in un film drammatico per Hurricane – Il grido dell'innocenza.

Globe vinti a parte, l'attore afroamericano classe '54 originario di Mount Vernon (New York), ha lasciato il segno anche in altre epiche interpretazioni. Su tutte Malcolm X (1992, di Spike Lee) e Philadelphia (1993, di Jonathan Demme). Notevoli anche Il collezionista di ossa (2000, di Phillip Noyce), Training Day (2001, di Antoine Fuqua) con qui si aggiudicò il secondo Oscar, fino ai più recenti American Gangster (2007, di Ridley Scott) e Flight (2012, di Robert Zemeckis).

Si parte. Voglio subito dire, sottolineare e ribadire nel modo più chiaro possibile che se la giuria dei GG2016 dovesse per un misterioso caso assegnare il premio per il Miglior film drammatico a Mad Max: Fury Road (di George Miller), chiederò ufficialmente per i votanti l'incapacità d'intendere e volere. E non solo perché lo meritano senza dubbio e di gran lunga di più Il caso Spotlight (di Tom McCarthy) o l'elegante Carol (di Todd Haynes), senza comunque trascurare Revenant – Redivivo (di Alejandro González Iñárritu) e Room (di Lenny Abrahamson), ma perché il remake diretto dal medesimo regista trent’anni fa, a parte gli effetti speciali, non ha nulla di nulla da offrire.

In tutta onestà poi, non ho idea del perché La grande scommessa (di Adam McKay) rientri nella cinquina del Miglior film commedia o musicale (essendo una pellicola di un certo peso), categoria questa dove la mia simpatia sarà tutta rivolta al divertente Spy di Paul Feig con la grandiosa accoppiata Melissa McCharty-Jason Statham. A contendergli l'ambito premio: il polpettone spaziale Sopravvissuto – The Martian (di Ridley Scott), Un disastro di ragazza (di Judd Apatow) e Joy di David O. Russell che ha di nuovo piazzato sotto la sua telecamera il trio Jennifer Lawrence, Bradley Cooper e Robert De Niro.

Per il quintetto del miglior regista, stessi protagonisti del Miglior film drammatico con il solo Ridley “The Martian” al posto di Lanny Abrahamson. New entry invece sul fronte della Migliore sceneggiatura a cominciare da Quentin Tarantino per il suo nuovo lavoro The Hateful Eight, quindi Aaron Sorkin per l'attesissimo biopic Steve Jobs e via via gli altri Emma Donaghue (Room), Tom McCarthy & Josh Singer (Il caso Spotlight, in uscita il 18 febbraio), Charles Randolph & Adam McKay (La grande scommessa).

Prima di passare alle 6 categorie tra attori e attrici, restiamo in tema di lungometraggi con il Miglior film straniero. Si lo so, il francese Mustang di Deniz Gamze Ergüven e l'ungherese Il figlio di Saul di László Nemes sono ottimi lavori, e così pure il cileno El club di Pablo Larraín e il finlandese Miekkailija di Klaus Härö, ma io non posso non tifare per il belga Dio esiste e vive a Bruxelles (di Jaco Van Dormael), scorretto e originale. Qualità davvero rare da trovare tutte in un’unica opera.

Capitolo animazione. Ho amato la Pixar per avermi regalato capolavori come Alla ricerca di Nemo, Up e Ratatouille. Al contrario non mi posso dire entusiasta dello strombazzato Inside Out (di Pete Docter): ottima l'idea, debole la resa. Un in bocca al lupo speciale ad Anomalisa (di Charlie Kaufman), presentato in concorso alla 72° edizione della Mostra del Cinema di Venezia, che se la vedrà anche con Il viaggio di Arlo (di Bob Peterson), Snoopy & Friends – Il film dei Peanuts (di Steve Martino) e  Shaun, vita da pecora – Il film (di Mark Burton e Richard Starzak).

A catalizzare l'attenzione sul fronte della Migliore colonna sonora originale, specie per noi italiani, non può essere che lui: “Sua Maestà” Ennio Morricone. Dopo aver trionfato nel 1986 in Mission (di Roland Joffé) e nel 1991 in Bugsy (di Barry Levinson), adesso è la volta di The Hateful Eight (di Quentin Tarantino), alla seconda collaborazione con il regista di Pulp Fiction dopo Django Unchained (2012). Sulla sua strada troverà le musiche di Carter Burwell (Carol), Alexandre Desplat (The Danish Girl), Daniel Pemberton (Steve Jobs) e la coppia Ryūichi Sakamoto-Alva Noto (Revenant – Redivivo).

Per quando riguarda la Migliore canzone originale invece, in pole position ci sono i film Cinquanta sfumature di grigio con “Love Me Like You Do” di Max Martin, Savan Kotecha, Ali Payami, Tove Nilsson e Ilya Salmanzadeh; Love & Mercy con “One Kind of Love” di Brian Wilson e Scott Bennett; Fast and Furious 7 con “See You Again” di Justin Franks, Andrew Cedar, Charlie Puth e Cameron Thomaz; Youth – La giovinezza con “Simple Song#3” di David Lang e infine Spectre con “Writing's on the Wall” di Sam Smith, Jimmy Napes.

E veniamo ora alle attese categorie degli interpreti principali delle pellicole. A sfidarsi per diventare la Migliore attrice in un film drammatico, oltre all'atteso (e sontuoso) derby “Caroliano” tra Cate Blanchett e Rooney Mara, spazio a Brie Larson (Room), Saoirse Ronan (Brooklyn) e Alicia Vikander (The Danish Girl), quest’ultima sbarcata lo scorso settembre a Venezia per l'anteprima della suddetta pellicola. Un film ancora inedito sul grande schermo italiano.

Per la Migliore attrice in un film commedia o musicale le cinque candidate sono Jennifer Lawrence (Joy), Amy Schumer (Un disastro di ragazza), Melissa McCarthy (Spy), Maggie Smith (The Lady in the Van) e Lily Tomlin (Grandma). La domanda che tutti si pongono è: riuscirà l'oltre novantenne di Ilford (Londra) a mettere in riga le giovincelle e così fare poker di Globe dopo i successi del 1979 (California Suite), 1987 (Camera con vista) e 2013 (Downtown Abbey)?

Nobile battaglia infine anche per la Migliore attrice non protagonista. Un altro monumento della settima arte, Helen Mirren, sfida le nuove generazioni dall'alto della sua performance in L'ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo. Opposte a lei: Jane Fonda (Youth – La giovinezza), Jennifer Jason Leigh (The Hateful Eight), Kate Winslet (Steve Jobs) e ancora la bella & brava Alicia Vikander. Seconda nomination nella stessa serata per l'attrice svedese classe '88 di Goteborg con il film Ex Machina.

E infine i maschietti. A dispetto di chi invoca per DiCaprio i premi mai dati (a mio parere Leo dovrebbe iniziare un po’ a variare le sue interpretazioni uscendo qualche volta dal dolore), la sua eventuale consacrazione passerà attraverso le forche caudine del superlativo Eddie Redmayne di The Danish Girl, l’ottimo Michael Fassbender (Steve Jobs), Bryan Cranston (L'ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo) e Will Smith (Zona d'ombra).

Altro derby, questa volta in casa La grande scommessa con Christian Bale e Steve Carell, entrambi candidati come Miglior attore in un film commedia o musicale. Insieme a loro, Matt Damon (Sopravvissuto – The Martian), Al Pacino (La canzone della vita – Danny Collins) e il grandioso Mark Ruffalo che ha davvero lasciato il segno sopra le righe in Teneramente folle.

Non può infine non far commuovere trovare Sylvester Stallone nella cinquina dei candidati al Golden Globe come Miglior attore non protagonista a distanza di quasi 40 anni dalla sua prima volta (1977, Rocky). Quasi quattro decadi dopo è ancora il pugile Rocky Balboa in Creed – Nato per combattere. Di sfide impossibili ne ha vinte tante, riuscirà anche in questa? Sul ring dei Golden Globe 2016 Sly troverà Paul Dano (Love & Mercy), Idris Elba (Beasts of No Nation), Mark Rylance (Il ponte delle spie) e Michael Shannon, terribile squalo immobiliare in 99 Homes, presentato a Venezia71 e incredibilmente ancora inedito sul grande schermo italiano.

Alicia Vikander sul red carpet della Mostra del Cinema di Venezia ©Biennale foto ASAC
Il caso Spotlight (2015, di Tom McCarthy)
Creed, nato per combattere - il pugile Rocky Balboa (Sylvester Stallone)

giovedì 7 gennaio 2016

Carol, ti lascio libera

Carol - Therese (Rooney Mara) e Carol (Cate Blanchett)
La storia omosessuale di due donne nell’America puritana degli anni ’50. Cate Blanchett e Rooney Mara sono le intense protagoniste di Carol (2015, di Todd Haynes).

di Luca Ferrari

Una donna sposata con figli esce dagli schemi. È omosessuale. Accadeva più di 50 anni fa negli Stati Uniti ma siamo sicuri che oggi le corrispettive protagoniste godrebbero di chissà quale e quanta neo-libertà? Il perbenismo avvelenato da assurdi movimenti sociali, religioni e politiche ignoranti mostrano ancora oggi nell’evoluto terzo millennio come la società abbia ancora parecchi problemini (irrisolti) con le coppie di uomini e donne. Carol (2015, di Todd Haynes) non racconta il passato. Carol è anche il presente. Carol è ancora troppo il presente.

New York, 1952. La facoltosa Carol Aird (Cate Blanchett) è alla ricerca di una bambola per la propria figlioletta. Nel marasma dello shopping più sfrenato incrocia lo sguardo della commessa di origine cecoslovacca Therese Belivet (Rooney Mara), da cui poco dopo decide di acquistare un trenino elettrico. L’accidentale dimenticanza dei guanti della ricca donna porterà le due a rincontrarsi, approfondendo così la conoscenza fino a sfociare in un vero e proprio amore.

A dispetto dei rispettivi disappunti maschili, in occasione del capodanno Carol e Therese si mettono in viaggio. Libere e senza clamore. Non ci sono battaglie per i diritti civili o simili. C’è solo il desiderio di vivere la propria vicinanza. I loro sentimenti. Passa qualche giorno prima del loro primo bacio. Intenso. Delicato. A tratti Carol è quasi materna. Potrebbero essere madre e figlia. Datrice di lavoro e impiegata. Amiche. Sono di più.

Vincitrice della  per la Miglior interpretazione femminile al 68° Festival di Cannes, Rooney Mara è candidata nel medesimo ruolo (in un film drammatico) anche alla prossima edizione dei Golden Globe (sabato lo speciale su cioneluk), che si terrà il 10 gennaio 2016 al Beverly Hilton Hotel di Beverly Hills, California. Una sfida questa che la vedrà opposta anche alla collega di set Cate Blanchett. Nella stessa prestigiosa manifestazione, la pellicola è in concorso con altre 3 nomination: Miglior film drammatico, Miglior regista e Miglior colonna sonora (a Carter Burwell).

Non si può dire che sul grande schermo il tema dell’omosessualità non stia cominciando a farsi notare dal grande pubblico. Appena pochi mesi fa fu la volta del toccante Freeheld – Amore, giustizia, uguaglianza (2015, di Peter Sollett) con protagoniste Julianne Moore ed Ellen Page, anche in questa caso una storia tra la più matura Laurel e la più giovane Stacee. Ma ciò che si vede e prova a sensibilizzare da uno schermo spesso è ancora troppo lontano dalla realtà.

Ma quanto è cambiato il mondo dal dramma di Philadelphia (1993, di Jonathan Demme)? Gli ottimisti diranno molto, e questo è indubbio ma nella pratica ancora troppo poco. Anche perché non ci sarebbe nulla da cambiare. Non ci sono lavori o studi da fare. Si tratta di mero rispetto. Le coppie gay non sono diverse da quelle etero. S’incontrano, hanno storie occasionali e alcuni (come gli etero) stringono legami duraturi.

Forte di due attrici straordinarie, Todd Haynes (Velvet Goldmine, Io non sono qui) si concentra sui loro sguardi. La loro vicinanza. Già 2 premi Oscar alle spalle, Cate Blanchett (Blue Jasmine, Monuments Men, Cenerentola) regala un’altra sontuosa interpretazione. Mai sopra le righe. Forte ma allo stesso tempo conscia della difficoltà di rompere del tutto i binari. Spalleggiata dall’amica ed ex-compagna Abby (Sarah Paulson), a frenarle il cammino c’è il conformismo del marito Harge (Kyle Chandler) che minaccia di non farle vedere la piccola Rindy per comportamento immorale.

Con la sua performance in Carol (film la cui sceneggiatura si basa sul romanzo The price of salt, o appunto Carol, della nota scrittrice americana Patricia Highsmith), è emersa in modo definitivo l’incredibile somiglianza tra Rooney Mara (Millennium – uomini che odiano le donne, Lei – Her) e la divina Audrey Hepburn. Anche vestita con abiti dozzinali esprime grazia e dolcezza. Il suo amore provato è di quelli che fanno piangere. Quelle lacrime che tutti abbiamo disperatamente versato almeno una volta nella vita.

Che noia di film! Avreste fatto meglio a non comprare il biglietto… È questo il primo commento intercettato di una signora fuori dalla sala del cinema Giorgione di Venezia, rivolgendosi a una coppia di amici. Carol è un film lungo. Quasi 2 ore. Nessun effetto speciale. Nessun inseguimento ad alta velocità né puzzle di genere visivo-esistenziali. Nessuna coltre di fumo per mascherare le inesistenze della sceneggiatura. Carol è una storia.

Entra nel mondo di Carol

Carol - la giovane Therese Belivet (Rooney Mara)
Carol - la facoltosa Carol Aird (Cate Blanchett)