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sabato 30 aprile 2016

Cinecolazione, ti adoro!

cinecolazione: cinema, cappuccino e torta Sacker Luca © Luca Ferrari
Nulla è così rilassante come sfogliare una rivista di cinema nella quiete mattutina della colazione durante il weekend. Un rito personale che adoro alla follia.

di Luca Ferrari

Sorseggiare un caldo cappuccino accompagnato da una fetta di dolce, dei biscotti, una torta o magari una calda brioche di pasticceria. Un panorama questo che già da solo farebbe la gioia di chiunque. Se a questo ci aggiungete un bell’articolo di una rivista di cinema, il tutto consumato quando la fretta è bandita, ecco che il quadretto raggiunge una Leonardesca perfezione. È ciò che io faccio ogni fine settimana. È ciò che io chiamo, la mia cinecolazione.

La sveglia non suona. Magari sono anche andato a correre alle prime luci ma non posso certo dire sia la norma. Ciò che conta è la calma. È sabato o domenica mattina e mi accingo a preparare la colazione. D’obbligo la pinta di cappuccino con “contorno” di dolcezze mangerecce che a seconda della voglia, possono spaziare tra torta/pancake fatti in casa, brioche di qualche forno-pasticceria o il più semplice ma sempre ottimo pane tostato con burro e marmellata. Poi tocca a lei, una rivista di cinema e un articolo adatto. Aaaaah, pura gioia!
Un articolo non è mai uguale a un altro. Un lungo servizio non darà mai la stessa sensazione di una bella intervista, di tante brevi recensioni lette una dopo l’altra o ancora di una ficcante anteprima di un film in uscita di lì a qualche mese. dettagliato reportage nel mondo di Veloce come il vento, o un faccia a faccia con Steven Spielberg e la sua ultima fatica cinematografica (Il ponte delle spie) o il ritorno della serie di Twin Peaks (David, ripensaci! Sei ancora in tempo, ndr), ogni pezzo ha i propri tempi e il suo personale anfiteatro (mezzi pubblici, grande schermo, etc.).

Qui non si scherza mica. Non c’è posto per l’improvvisazione. Questa è personalissima cine-scienza. Quando acquisto una nuova rivista di cinema il primo passo da compiere è sfogliarla, senza soffermarsi su nulla e niente, concedendosi una panoramica generale così che quando la tazza cappuccinesca sarà pronta per essere gustata, saprò già dove andare a posare lo sguardo e la mente.

Il rito in realtà si ripropone quasi ogni giorno ma è indubbio che nel corso del weekend ci si sia un fattore che negli altri cinque giorni non sussista, la pace. Nessuna frenesia impellente. Nessun rischio di lasciare a metà l’articolo. La colazione poi è un qualcosa che va consumato tassativamente a casa. Mi sveglio anche mezz’ora prima pur di avere i miei tempi. Una sola eccezione, le ferie. Allora sì che anche la colazione si può fare anche fuori.

Come tutte le più autentiche tradizioni, vedi anche il mio brevettato iter mattutino verso le anteprime stampa della Mostra del Cinema di Venezia, ciò che nasce dalla propria spontaneità è ciò che ha più valore. Ed è da un pezzo ormai che il mio rito del sabato & domenica mattina torna sempre puntuale, festività incluse. Ma vorrei chiarie un dettaglio: tutto ciò avviene nel modo più naturale possibile. Quando mi sveglio ho voglia di fare due cose: fare colazione e leggere di cinema. Magari un giorno mi stuferò e allora nascerà qualcosa d’altro. Magari un giorno sarò impegnato in altre occupazioni e dovrò dire addio alle cine-colazioni. Nel frattempo però, continuerò a godermi spensierato queste colazioni.

Adesso, in questo momento, mi sto godendo una nuova cine-colazione. Aaaaah, deliziosa!

cinecolazione: cinema, cappuccino e sciroppo d'acero (pro pancake) © Luca Ferrari
cinecolazione: cinema, merendine britanniche e marmellata © Luca Ferrari
cinecolazione: cinema, cappuccino e panettone © Luca Ferrari
cinecolazione: cinema e torta di mele_carote © Luca Ferrari
cinecolazione: cinema, cappuccino, merendine e marmellata © Luca Ferrari
cinecolazione: cinema, cappuccino e Pandoro © Luca Ferrari

martedì 26 aprile 2016

La verità è uscita dalla Zona d’ombra

Zona d'ombra - il dott. Bennet Omalu (Will Smith)
Il dottor Bennet Omalu ha scoperto una verità sensazionale ma il mondo della NFL (football americano) non è pronto ad accettarla. Zona d'ombra (2015, di Peter Landesman).

di Luca Ferrari

Un uomo contro una corporazione da miliardi di dollari. Un uomo deciso a “rovinare” il giocattolo americano del football. La potente lega NFL sta tacendo da decenni sui rischi dei propri giocatori. Un neuropatologo nigeriano residente negli Stati Uniti s’imbatte per caso nel cadavere di un loro campione, in principio ignorando del tutto chi sia. Storia di uno sport che (forse) cambierà per sempre. Zona d'ombra (2015, di Peter Landesman).


Nel centro medico del dott. Cyril Wecht (Albert Brooks), a Pittsburgh, il brillante Bennet Omalu (Will Smith) è un tipo sui generis. Minuzioso. Risparmiatore. Parla coi cadaveri. Indaga i morti. Ma quando sul suo tavolo si presenta il mito locale Mike Webster (David Morse), ex-centro della franchigia degli Steelers (NFL), seguito a breve distanza da un’altra stella della palla ovale, per Bennet qualcosa non torna. Nulla sembra trovare una giustificazione per morti così giovani, fino alla rivelazione della CTE (encefalopatia cronica traumatica), malattia degenerativa che colpisce il cervello dopo ripetuti colpi subiti alla testa.

Aldilà delle protezioni, il football americano è uno sport violento. Gli scontri testa a testa sono la norma eppure per la NFL non è nulla di preoccupante, nulla che con un po’ di ghiaccio e qualche analgesico non si possa risistemare. Alla prima comunicazione della notizia, si presenta per dargli supporto il collega Julian Bailes (Alec Baldwin), ex-medico dei Pittsburg Steelers. Toccata nel profondo, la reazione della NFL non si fa attendere ed ecco Omalu il ciarlatano.

Alla sua seconda prova da regista dopo Parkland, presentato alla 70° Mostra del Cinema di Venezia, nonché sceneggiatore dell’ignorato ma intenso La regola del gioco (2014, con Jeremy Renner nei panni del protagonista, il giornalista premio Pulitzer, Gary Webb), Landesman racconta una classica storia americana dove il singolo, dopo l’ostracismo, diventa eroe ed esempio, incarnando al meglio quell’ipocrisia umana dove nessuno è disposto a credere a quelle micce capaci di cambiare il corso della Storia.

L’eterna sfida tra singolo e massa. L’uomo dei principi da una parte, il gregge che si rifiuta di leggere la realtà dall’altra. Ogni epoca ha i suoi eroi-martiri mentre l’insieme cambia solo vestito e poco altro. Storia vera, Omalu è fin troppo perfetto nella sua inflessibile crociata di verità, sostenuto dall’amorevole Prema (Gugu Mbatha-Raw), anch’essa africana. Affronta un mondo praticamente da solo ma non barcolla mai. È incredulo nel constatare la reazione contro di lui ma non molla. Mai.

Alla stregua dei datori di lavoro moderni, più impegnati a sfruttare che non a guadagnare, la NFL incarna tutta l’idiozia dell’essere umano, incurante di proteggere i propri valorosi gladiatori e al contrario mandandoli al massacro senza troppi complimenti nel più tipico atteggiamento cameratesco (vedi anche i tanti reduci da guerre). 

Ottima prova di Will Smith (Indipendence Day, La leggenda di Bagger Vance, La ricerca della felicità), prossimamente nell’atteso Suicide Squad (di David Ayer - DC Comics), e un Alec Baldwin (To Rome with Love, Blue Jasmine, Still Alice), finalmente non più bonaccione irriverente cui ormai sembrava destinato. Zona d’ombra, una storia il cui messaggio anche tra 100 anni sarà sempre, amaramente, attuale.

Guarda il trailer ufficiale di Zona d'ombra

Zona d'ombra (2015, di Peter Landesman).
Zona d'ombra - il dott. Julian Bailes (Alec Baldwin) e il dott. Bennet Omalu (Will Smith)

venerdì 22 aprile 2016

Venezia omaggia Ennio Morricone

Gli intoccabili - l'agente speciale Stone (Andy Garcia)
Dal western Per qualche dollaro in più, passando per Mission, Gli intoccabili, Frantic e altre celeberrime pellicole. La Casa del Cinema di Venezia celebra il Maestro Ennio Morricone.

di Luca Ferrari

Quanto avrebbe potuto rendere la corsa disperata di Tuco (Eli Wallach) nel cimitero alla ricerca dell'oro prima della resa dei conti tra Il buono, il brutto, il cattivo senza la musica di Ennio Morricone? Avrebbe avuto la stessa intensità drammatica la epica scena della stazione con gli agenti federali Eliot Ness (Kevin Costner) e George Stone (Andy Garcia) senza le note del Maestro? Vi rispondo io: no! Ma priorio no! Dietro quelle musiche c'era un uomo che insieme a John Williams e Hans Zimmer rappresenta il top in fatto di colonne sonore per il cinema, il Maestro Ennio Morricone.


Da venerdì 6 maggio a lunedì 13 giugno, la Casa del Cinema di San Stae, Venezia, accende la macchina da presa su alcune delle centinaia di musiche realizzate dall'arista italiano, premio Oscar 2016 per la Migliori colonna sonora di The Hateful Eight, di Quentin Tarantino. 11 titoli per celebrare la grandezza del musicista romano classe '28, premio Oscar alla carriera 2007. Proiezioni alle 17.30 e alle 20.30. Ingresso soci CinemaPiù.

Curata dal critico cinematografico ed esperto musicale Roberto Pugliese, la rassegna avrà il suo prologo lunedì 2 maggio h. 17 con la conferenza-lezione dal titolo “Ennio Morricone tra ragioni e sentimenti” con ampio uso di brani cinematografici e musicali, seguita dalla registrazione del concerto Note di pace che vide Morricone sul podio di Piazza San Marco nel 2007. Nel dettaglio tutti i titoli della rassegna:
  • venerdì 6 maggio: Il federale (1961, di Luciano Salce)
  • lunedì 9 maggio: Per qualche dollaro in più (1965, di Sergio Leone)
  • venerdì 13 maggio: Galileo (1968, di Liliana Cavani)
  • lunedì 16 maggio: La tenda rossa (1969, di Michail Kalatozov)
  • venerdì 20 maggio: Chi l'ha vista morire? (1971, di Aldo Lado)
  • lunedì 23 maggio: I giorni del cielo (1978, di Terrence Malick)
  • venerdì 27: Ogro (1979, di Gillo Pontecorvo)
  • lunedì 30 maggio: Mission (1986, di Roland Joffé)
  • lunedì 6 giugno: Gli intoccabili (1987, di Brian De Palma)
  • venerdì 10 giugno: Frantic (1988, di Roman Polanski)  
  • lunedì 13 giugno: I demoni di San Pietroburgo (2007, di Giuliano Montaldo)

Il duello finale (Il buono, il brutto, il cattivo), musica di Ennio Morricone

I giorni del  cielo - Abby (Brooke Adams) e Bill (Richard Gere)

lunedì 18 aprile 2016

Il genio, le due belle, il pollo. Loro chi?

Loro chi? - Marcello (Marco Giallini) e David (Edoardo Leo)
Nessuno può immaginare cosa stia succedendo. Nessuno gli può resistere. "A chi?". A loro! Loro chi? (2016, di Francesco Miccichè e Fabio Bonifacci).

di Luca Ferrari

Le insidie del mondo moderno non finiscono mai. Lo scoprirà presto anche il bravo e disciplinato David, che di punto in bianco vedrà il suo solido mondo precario sprofondare nell’inimmaginabile. Riuscitissimo esempio di neo-commedia italiana, Francesco Miccichè e Fabio Bonifacci dirigono Loro chi? (2016). Una storia intelligente. Ironica. Spietata e con una coppia già saggiata nel recente Perfetti sconosciuti, ma che qui supera l’asticella dell’alchimia attoriale.


David (Edoardo Leo) è un giovanotto moderno. Serio e lavoratore. Prova più di una professione fino a sbarcare nella funzionale Trento con una grossa presentazione fra le mani, ovviamente pagata il minimo salariale. La fidanzata Cinzia (Susy Laude) e il Presidente (Ivano Marescotti) dell’azienda per cui lavora, si aspettano grandi cose da lui. Alla vigilia del fatidico giorno, un impacciato cameriere di nome Marcello (Marco Giallini) gli si avvicina e la sua vita cambierà per sempre.

Una parola gentile. Una pacca sulla spalla. Una storia di treni persi nella propria vita, una piccola richiesta ed eccolo ritrovarsi nell'appartamento delle due belle vicine di casa di Ellen (Catrinel Menghia) e Mitra (Lisa Bor), le vicine di Marcello. Un’innocente cena tra “imperfetti” neo-conosciuti e l’indomani è tutto diverso. David ha perso tutto. Marcello, che in realtà è un truffatore di prima categoria, è sparito. Urge una soluzione e in fretta.

Ha inizio così un viaggio che porterà l’onesto David a riconsiderare la sua intera esistenza, abbassando il livello di moralità e facili giudizi, pensando un po’ più alla propria felicità. Si ritroverà così catapultato in una nuova vita, assumendo di volta in volta più di una identità (incluso il meraviglioso dott. Pisello), e potendosi permettere di sfrecciare inseguito dalla polizia (per finta) nel centro della rinomata località pugliese di Trani. E chi potrà mai essere il deus ex machina di siffatta operazione? Ci sarebbe poi la questione (ex-)lavorativa da chiudere, o meglio ripagare con la stessa moneta.

Sono un’amante delle opere uniche ma questi due “soggetti, Edoardo Leo e Marco Giallini, sono una coppia irresistibile e spero davvero di poterli rivedere insieme in un film degno dello stesso livello raggiunto con Loro chi? Dimenticate i rispettivi fascio-coattone Fausto di Noi e la Giulia e il Luca-padre modello di Perfetti sconosciuti, Edoardo Leo e Marco Giallini portano sul grande schermo un’interpretazione figlia di un’ottima e divertente sceneggiatura che ha saputo esaltare le rispettive doti attoriali.

Se Stefano Accorsi ha con tutta probabilità appena recitato il ruolo della sua vita (cinematografica) con il recente Veloce come il vento (di Matteo Rovere), Giallini è a dir poco strabordante in Loro chi?. Candidato al David di Donatello come Miglior attore protagonista in Perfetti sconosciuti, non si capisce proprio come non sia finito nella cinquina (anche) per il ruolo nell’opera della coppia Miccichè & Bonifacci, anch’essi in nomination come Miglior registi esordienti.

Il suo Marcello potrebbe essere tranquillamente un membro della banda di Danny Ocean (George Clooney), o meglio potrebbe essere un degno antagonista truffaldino. In fatto di carisma infatti, non è secondo nessuno. È spregiudicato ma intelligente. Attento studioso dei dettagli. Non si fa intimidire ed è pure un latin lover con una faccia da perfetta amabile canaglia. Un mix perfetto che lo rende diabolico. Commette un solo errore (di valutazione), scambiando David per quello che non è. Riuscirà comunque a guadagnarci da questo pasticcio.

La solita commedia italiana con vizio dell’imbroglio? Nemmeno per sogno. Loro chi? (2016, di Francesco Miccichè e Fabio Bonifacci) è un film frizzante senza pietismi, scurrilità “cinepanettonesche” né anti-moralità da quattro soldi. Storia di esistenze strampalate. Vivono. Inciampano. Sono decisi. Nessun melo alla “facciamocela andare bene”. La vita come il domani avrà anche poche certezze, è per questo che occorre agire di conseguenza, bene e in fretta. Marcello lo sta facendo. David lo sta imparando. Il resto è tutto da scrivere. Il resto è tutta una goduria per lo spettatore.

Entra nel mondo di Loro chi?

Loro chi? - David (Edoardo Leo), Marcello (Marco Giallini),
Ellen (Catrinel Menghia) e Mitra (Lisa Bor)

venerdì 15 aprile 2016

Noi correremo Veloce come il vento

Veloce come il vento - Giulia (Matilda De Angelis) e Loris (Stefano Accorsi)
La famiglia De Martino è a pezzi ma continua a lottare affrontando ogni insidiosa curva della vita. Solo così potrà ricominciare a correre Veloce come il vento (2016, di Matteo Rovere).

di Luca Ferrari

Non fare una curva come fosse l’ultima, sbotta il navigato ex-campione Loris De Martino detto “il ballerino” alla giovane sorella Giulia. Scritta in questo modo potrebbe sembrare una normalissima conversazione familiare scuderia-pilota. Non è così. Dietro un casco e due cuffie c’è un intero mondo privato-provato. La pista come la vita ha le proprie insidie, e non tutti siamo/saremo in grado di gestire sbandate o trionfi. Per farcela bisogna saper osare. Fermarsi e ripartire, andando se necessario Veloce come il vento (2016, di Matteo Rovere).

Giulia De Martino (l'esordiente Matilda De Angelis) è una giovane promessa delle quattro ruote GT (Gran Turismo). L’esperto padre Mario (Giuseppe Gaiani) insieme al fido e vecchio meccanico Tonino (Paolo Graziosi) la allena. In palio non c’è solo un titolo da conquistare, ma addirittura il proprio futuro. Le cose però si complicano dopo una delle prime gare. Ecco allora risbucare dal nulla il fratello di lei Loris (Stefano Accorsi), ex-campione rally ormai diventato un magro tossicomane che vivacchia in un camper hippy insieme alla fidanzata Annarella (Roberta Mattei), anch’essa dedita all’uso di pesanti stupefacenti.

Loris si ripresenta alla porta della sua vecchia casa e l’accoglienza è al limite (inevitabile) dello scontro fisico con l’agguerrita Giulia, che a dispetto dei suoi acerbi 17 anni, è matura e più combattiva che mai. Insieme a lei c’è anche il serio fratellino Nico (Giulio Pugnaghi). Non sorride mai. Giulia è una tosta ma non può fare tutto da sola e per vincere sull’asfalto c’è bisogno di qualcuno che la guidi. Qualcuno si, e non certo un barcollante pazzoide incapace di gestire la propria esistenza senza ricorrere a qualcosa nella pipa o dentro una siringa.

Qualcosa nel DNA di Loris però è rimasto vivo. Non importa quanta schifezza si possa essere iniettato o abbia sniffato. Come l’Achille omerico rivelatosi sotto femminili spoglie dinnanzi al finto mercante Ulisse che aveva abilmente nascosto tra profumi e gioielli della virili armi, così Loris nel rivedere la sua vecchia macchina, una Peugeot 205 Turbo 16, prova qualcosa. Una scintilla. Prima il silenzio, poi ecco scalare le marce della sua anima zoppicante fino all’esplosione. Schiuma di memoria arrabbiata e dissimulato ardore di rivincita. I ricordi però non bastano. C’è bisogno di (ri)premere l’acceleratore della vita.

Volaaaaaaaaaaaaaaaaaaa, grida Loris a Giulia. Lo ammetto, alla prima visione del trailer di Veloce come il vento, quell’urlo mi aveva ingannato, risvegliandomi parallelismi “Ultimo-bacieschi”. Niente di più sbagliato. Il Loris De Martino di Stefano Accorsi è un personaggio a tratti Chaplinesco e commovente. È un tossicodipendente ma con un cuore sgangherato e due occhi sinceri che paiono spesso sul punto di fermarsi in un liberatorio box di lacrime. Un po’ anarchico Jack Sparrow. Un po’ emaciato Kurt Cobain senza rock (ma sfrecciare sulle strade non è poi così diverso dal graffiare una chitarra), e quel tuffo in piscina con inquadratura acquea pare quasi un tributo alle session fotografiche dell’album Nevermind (1991) dei Nirvana di cui Kurt era il leader.

All’ennesimo scontro con Giulia, la sua figura raggiunge l’apoteosi. Loris è lì. Solo. Ripiegato sulle gambe. I capelli sporchi come pesanti liane confuse e oleose. È lì, abbattuto. Miserabile e senza nessuno al proprio fianco. Sconfitto nella vita e nei sentimenti. Non è solo la sceneggiatura originale di Rovere a esaltare Stefano Accorsi (Jack Frusciante è uscito dal gruppo, Santa Maradona, Saturno contro), è anche l’attore bolognese a portare su un altro piano la pellicola con un’interpretazione di cui si parlerà per molto tempo e su cui ogni futuro loser del cinema italiano, motorizzato o meno che sia, si dovrà confrontare.

Loris è il protagonista e allo stesso tempo non lo è. C’è la presenza fondamentale di Nico, quasi un grillo parlante di poche parole che dialoga con il proprio sguardo “occhialuto”. La sua seria innocenza non moralizza né giudica, però ti (lo) osserva e la giovanissima età saprà lasciare il segno sulle difficoltà della vita. Giulia è più standard nel suo essere adolescente matura. È una formica nel mondo degli adulti ma senza gli estremismi/isterismi esasperati di quell’età. Dice di no a Ettore Minotti (Lorenzo Gioielli), patron della scuderia rivale. Per scelta/necessità, sa che sta bruciando molte tappe.

Liberamente ispirato alla vita del pilota di rally Carlo Capone, Veloce come il vento è un film inedito nel panorama italiano. Le tentazioni di andare a sbattere sul guardrail del melodramma c’erano tutte. Matteo Rovere però è di un’altra generazione, e si vede. La sua storia s’inserisce a pieno titolo in quel filone di perdenti & riscatto, in stile Le riserve (2000, di Howard Deutch) o Hardball (2001, di Brian Robbins) ma con il giusto approccio nostrano (romagnolo).

I paragoni con i vari Rush (2013, di Ron Howard) e la saga di Fast & Furious si sono sprecati, ma aldilà del fattore quattro ruote, è più The Fighter (2010, di David O. Russell) ad avvicinarsi a Veloce come il vento. Anche lì un fratello maggiore tossico (Christian Bale smagrito, premio Oscar con questo ruolo) e uno minore (Mark Wahlberg) che lotta per riuscire dove l’altro non è mai arrivato. I protagonisti del film di Rovere sono una realtà a parte in cui le passerelle familiari sfidano le tante botole del loro cammino, speranzosi/decisi-incerti a iniziare un nuovo percorso. Trovando un modo nuovo di correre ed essere si, vacca boia!, veloci come il vento. Puntando diritti verso la linea del traguardo.

Veloce come il vento, Loris (Stefano Accorsi) prende le cuffie

Veloce come il vento - Loris (Stefano Accorsi) e Giulia (Matilda De Angelis)
Veloce come il vento - Tonino (Paolo Graziosi), Loris (Stefano Accorsi) e Nico (Giulio Pugnaghi)

lunedì 11 aprile 2016

Le 60 candeline dei David di Donatello

I cinque film con più nomination ai David di Donatello 2016
Registi affermati e giovani promesse. Le sorprese. I film della UE e d’oltreoceano. Saranno tutti protagonisti lunedì 18 aprile alla 60° edizione dei David di Donatello.

di Luca Ferrari

16 nomination per Lo chiamavano Jeeg Robot (di Gabriele Mainetti) e Non essere cattivo (di Claudio Caligari). 14 quelle di Youth - La giovinezza (di Paolo Sorrentino), 12 per Il racconto dei racconti (di Matteo Garrone). A chiudere l’elenco dei cinque film più nominati alla 60° edizione dei David di Donatello, l’originale commedia Perfetti sconosciuti (di Paolo Genovese) fermatosi a quota 9. Cinque lungometraggi, ciascuno in pole position per il David di Donatello di Miglior film, Miglior regia e Miglior sceneggiatura (più molti altri). La cerimonia sarà trasmessa in diretta su Sky Cinema, Sky Uno e TV8.

Non esiste cerimonia di premiazione che non scateni polemiche, prima e dopo l'annuncio dei vincitori. Troppe nomination a uno, troppo poche a un altro. Emblematico il caso Lo chiamavano Jeeg Robot (di Gabriele Mainetti),film rivelazione di questo inizio 2016. Un abile mix tra trend contemporaneo (cinecomics) e l'ennesima rivisitazione della malavita romana (e se non è quella, è la napoletana), eppure spacciato per chissà quale prodotto rivoluzionario.

A dispetto dei lavori di Adriano Valerio (Banat – Il viaggio), Alberto Caviglia (Pecore in erba), Carlo Lavagna (Arianna) e Piero Messina (L'attesa), quest’ultimo presente a Venezia 72, è plausibile che il David per il Miglior regista esordiente sarà una sfida tra Gabriele Mainetti (Lo chiamavano Jeeg Robot) e la coppia Francesco Miccichè -Fabio Bonifacci (Loro chi?). Troppo lanciati per vedersi sfugfire l'ambito riconoscimento. Troppo applauditi dal pubblico per ipotizzare qualche sorpresa.

Il Premio David giovani guarda ad alcuni dei più interessanti lungometraggi, a cominciare da Claudio Cupellini con l’originale Alaska; Massimiliano Bruno (Gli ultimi saranno ultimi), Giuseppe Tornatore (La corrispondenza), Claudio Caligari (Non essere cattivo) e infine Gennaro Nunziante (Quo vado?) con protagonista Checco Zalone, opera italiana che ha stabilito il nuovo record d'incassi del Bel paese.

Film a parte, saranno come al solito gli attori e attrici a catalizzare l’attenzione del pubblico. Più interessante che mai la sfida per il Migliore attore protagonista con due derby: Luca Marinelli e Alessandro Borghi di Non essere cattivo; Valerio Mastandrea e Marco Giallini di Perfetti sconosciuti. Quinto incomodo, Claudio Santamaria (Lo chiamavano Jeeg Robot). Più che il troppo perfetto papà senza segreti nel suddetto film, l’eclettico Giallini avrebbe meritato la nomination per Loro chi?

Più variegato il panorama sul fronte non protagonista (sempre dei maschietti) con Valerio Binasco (Alaska), Fabrizio Bentivoglio (Gli ultimi saranno ultimi), Giuseppe Battiston (La felicità è un sistema complesso) e i due "malavitosi" Luca Marinelli (Lo chiamavano Jeeg Robot) e Alessandro Borghi (Suburra).

Coppa Volpi a Venezia 72, sarà Valeria Golino (Per amor vostro) la donna da battere per lo scettro di Migliore attrice protagonista. A strapparle il possibile premio, un’agguerrita schiera di colleghe a cominciare da Paola Cortellesi (Gli ultimi saranno ultimi), Sabrina Ferilli (Io e lei), Juliette Binoche (L'attesa), Ilenia Pastorelli (Lo chiamavano Jeeg Robot), Anna Foglietta (Perfetti sconosciuti) e la rivelazione Àstrid Bergès-Frisbey (Alaska).

Aldilà della monumentale presenza di Claudia Cardinale (Ultima fermata), la Migliore attrice non protagonista credo abbia un’unica sola protagonista, la “tagliatrice di teste” Sonia Bergamasco, disposta a tutto pur di ottenere il proprio obiettivo ai danni del buon Checco in Quo vado? Le altre “fanciulle” in lizza: Antonia Truppo (Lo chiamavano Jeeg Robot), Elisabetta De Vito (Non essere cattivo) e Piera Degli Esposti (Assolo).

Sul fronte musicale, tutta l’attenzione è per lui, il Maestro Ennio Morricone, già vincitore quest’anno del Golden Globe e il premio Oscar per le sue creazioni sonore realizzate in The Eightful Eight (di Quentin Taratino). Ai David di Donatello concorrerà come Migliore musicista per La corrispondenza (di Giuseppe Tornatore). Sulla sua strada: Alexandre Desplat (Il racconto dei racconti – Tale of Tales); Michele Braga e Gabriele Mainetti (Lo chiamavano Jeeg Robot), Paolo Vivaldi con la collaborazione di Alessandro Sartini (Non essere cattivo) e David Lang (Youth – La giovinezza).

Spazio infine alle cinquine d’oltreconfine. Parterre molto interessante quello dei cinque film in lizza per il Miglior film dell'Unione Europea. In virtù della conquista del Golden Globe e Premio Oscar, il favorito non può che essere l’ungherese Il figlio di Saul (di László Nemes). Sulla sua strada 45 anni (di Andrew Haigh), il divertente e originale Dio esiste e vive a Bruxelles (di Jaco Van Dormael), Perfect Day (di Fernando León de Aranoa), ambinetato durante l’ignorata guerra dei Balcani. A chiudere, The Danish Girl (di Tom Hooper), presentato a Venezia 72, film col quale la giovane svedese Alicia Vikander si è aggiudicata il premio Oscar come Migliore attrice protagonista.

Ancor più possente la lista per il Miglior film straniero nel nome della varietà. Un quasi viaggio nel tempo. Si parte nell’epoca della Guerra Fredda Il ponte delle spie (di Steven Spielberg), film con cui Mark Rylance si è aggiudicato il premio Oscar come Miglior attore non protagonista. Si passa agli anni ‘50 con Carol, di Todd Haynes, nel nome dei propri diritti individuali. Il doppio Oscar (Film e sceneggiatura) Il caso Spotlight (di Tom McCarthy) irrompe nella sua crociata giornalistica per la verità, per poi passare a Remember (di Atom Egoyan), l’ennesimo ma originale film sulla memoria (ebraica) e quindi l’animazione made by Pixar di Inside Out, regia di Pete Docter, anch’esso “Oscarizzato”.

Per tutte le altre categorie & candidature, clicca qui sul link dell'Accademia del Cinema Italiano - David di Donatello.

Alaska – Fausto (Elio Germano) e Nadine (Astrid Bergès-Frisbey)
Loro chi? – David (Edoardo Leo) e Marcello (Marco Giallini)
The Danish Girl – Gerta (Alicia Vikander)

venerdì 8 aprile 2016

L'amore del cacciatore resisterà

Il cacciatore e la regina di ghiaccio - Eric (Chris Hemsworth) e Sara (Jessica Chastain)
Magia nera. Inganno. Vendetta sentimentale. Tutto questo non basta e non basterà mai per soggiogare l'amore de Il cacciatore e la regina di ghiaccio (2016, di Cedric Nicolas-Troyan).

di Luca Ferrari

L'amore da, l'amore toglie. Nessuno escluso. A tutti è capitato di patire le pene d'amore più atroci. C'è chi ha reagito con moderazione e chi ha pensato alle cose più estreme. La giovane Freya (Emily Blunt), sedutta e abbandonata, voterà il proprio cuore alla vendetta più longeva. Nessuno deve più amare. Né ora né mai. Chi trasgredirà sarà punito con la morte. Ha inizio l'avventura de Il cacciatore e la regina di ghiaccio (2016, di Cedric Nicolas-Troyan).

La storia "Grimmana" si sviluppa prima e dopo la vicenda di Biancaneve e il cacciatore (2012), con la perfida Ravenna (Charlize Theron) ancora malefica protagonista, di cui si scoprirà qualche inedito risvolto della sua classica fine. Al centro della scena, la di lei sorella minore Ravenna, passata da docile fanciulla innamorata e gravida, a donna ingannata e colpita al cuore nel mode peggiore. La sua reazione sarà una mutazione totale, scoprendo il potere della magia della neve e decisa a far pagare al mondo ciò che ha subito.


Freya, la regina di ghiaccio, si mette alla testa di un esercito puntando diritto al Nord. Uccidendo, e facendo rapire tutti i bambini e bambine, per salvarli dall'amore e addestrarli come propri guerrieri e “figli”. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, Eric (Chris Hemsworth) e Sara (Jessica Chastain) si dimostrano i migliori, lui con l'accetta e lei con l'arco. Ma i due devoti sudditi sono innamorati e questo Freya non lo può assolutamente tollerare.

Il famoso e malefico specchio magico intanto è sparito, e manco a dirlo, Re William (Sam Claflin) incaric Eric di recuperalo. Insieme a lui, si aggiungono una strampalata coppia di nani Nion (Nick Frost) e Gryff (Rob Brydon), ai quali poi si aggiungeranno anche una coppia di caparbie e astute nane, Doreena (Alexandra Roach) e Mrs. Bromwyn (Sheridan Smith) che, è proprio il caso di dirlo, mettono nel sacco i maschietti. Ma con un potere così forte in ballo, non saranno certo i soli a cercare il talismano.

Il fantasy è un genere che alla apri dei cinecomics domina incontrastato nei gusti del grande pubblico. Rispetto alla prima avventura però, la qualità delle interpreti prende l'ascensore. L'eclettica Emily Blunt (londinese classe '83 - Il pescatore di sogni, Into the Woods, Sicario) fa davvero paura. A differenza della spietata Charlize Theron, è la fragilità della sorellina a far “gelare” il sangue. Ravenna è fiera del suo male, Freya è un essere ferito che cede al dolore. La sua rabbia è una reazione distruttiva.

Eric e Sara sono gli impavidi innamorati. Se Chris Hemsworth (visto di recente in Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick), con il fisico possente che si ritrova, incarna al meglio la forza al servizio dell'amore, non senza punte d'ironia, Jessica Chastain (Wild Salome, Zero Dark Trinity, Interstellar) è pura bellezza ardimentosa. Dolce, passionale e indomita guerriera. Una cacciatrice che non sbaglia mai quando prende la mira con la sua freccia. Almeno così pare.

Il cacciatore e la regina di ghiaccio
(2016, di Cedric Nicolas-Troyan) è il potere umano (buono) contro il potere semi-divino (spietato). L'eterna lotta del sentimento contro il gelo della propria anima. Nelle favole come nella realtà, lo scontro è sempre aperto. Nella vita come nel lavoro i sentimenti sono visti come debolezza. Per sopravvivere ci chiedono di essere spietati, passando a rullo compressore su tutto e tutti. Magari è vero, l'amore non vince sempre, però combatte. Resiste. E il lieto fine, beh, dipende da ciascuno di noi. Alcune fiabe d'altronde finiscono, altre non si chiudono mai veramente.

 Il trailer de Il cacciatore e la regina di ghiaccio

Il cacciatore e la regina di ghiaccio - Ravenna (Charlize Theron)
Il cacciatore e la regina di ghiaccio - Freya (Emily Blunt)

martedì 5 aprile 2016

Batman v Superman, l'unione fa la giustizia

Batman (Ben Affleck) v Superman (Henry Cavill): Dawn of Justice
Uomo contro dio, o quasi. Coraggio contro potere. Gotham City brucia ancora. Un supereroe non basta più. Batman v Superman: Dawn of Justice (2016, di Zack Snyder).

di Luca Ferrari

L’uomo ha creato un mondo dove restare uniti è impossibile
, sentenzia un amareggiato cavaliere moderno (e alato). Si spiega così la disperata ricerca di un salvatore, terreno o divino che sia. E quando nel cielo svolazza col suo mantello un essere in apparenza invincibile, il mondo lo accoglie con speranza e felicità. Non proprio tutti in effetti. Basato sui  personaggi dei fumetti DC Comics, è sbarcato sul grande schermo Batman v Superman: Dawn of Justice (2016, di Zack Snyder).

Superman (Henry Cavill) è sul pianeta Terra. Difende il mondo secondo la propria logica. I suoi valori. Sempre al fianco dell'amata Lois Lane (Amy Adams), intrepida giornalista. E se mai cambiasse idea? Se ci fosse anche una sola possibilità che diventi un nemico, lui che da solo potrebbe anche annientare l'intera razza umana, va fermato. È questo il pensiero del vigilante pipistrello Batman-Bruce Wayne (Ben Affleck) sul semidio. Lo scontro sarà inevitabile.

Come tutti sanno, anche Superman non è invulnerabile e la fatale kryptonite sta per essere trovata. Il giovane instabile miliardario Lex Luthor (Jesse Eisenberg) è pronto ad approfittarne, in principio tentando la strada del dialogo con la senatrice June Finch (Holly Hunter). Vedendosi rifiutare il nuovo giocattolo, passa alle maniere forti, portando ai massimi estremi lo scontro Batman-Superman, e ricattando quest’ultimo dopo aver rapito la sua amata madre Martha (Diane Lane).

Batman v Superman è un titolo riduttivo. In questo film infatti sono stati condensati parecchi numeri di albi cartacei con tanto di universi alternativi” spiega l’esperto fumettista veneziano Samuele Bonzio, “Il film non mi ha deluso. Tutto sommato è ben fatto e rispecchia il fumetto marchiato Miller che ha una linea molto cupa e dove il Cavaliere Oscuro è pensato come un vero e semplice badass (duro, ndr). L'inizio è un po' lento ma serve per far capire al pubblico come Batman veda Superman, soprattutto dopo averne constatato l’incredibile potenza distruttiva.

Batman si ritrova in un mondo dove un singolo alieno, se solo volesse, potrebbe conquistare l'intero pianeta. Da qui nascono i primi dubbi del cavaliere mascherato. Si aggiungono poi i sogni premonitori dove in una terra alternativa Superman è un imperatore e comanda il globo. A ciò si aggiunge Flash, che arriva proprio da quell'universo, cercando di avvisare Batman del terribile futuro che incombe.  Batman non può sapere che tutto ciò, in questa linea temporale, non accadrà mai. Lex Luthor poi mette lo zampino e rincara la dose quel tanto che basta per far traboccare il vaso”.

Sequel del modesto L'uomo d'acciaio (2013), sempre diretto da Snyder, Batman v Superman: Dawn of Justice ha qualche effetto speciale di troppo e buono per far consumare tonnellate di popcorn e bibite zuccherine. Il duello finale con esplosioni di tutti i tipi è un mix confusionario tra Highlander e The Avengers: Age of Ultron. Nel complesso però la storia tiene. Il Batman di Christoper Nolan non lascia scorie. È impalpabile. È tutto un altro mondo. È proprio un altro film.

Prima Batman, poi Superman, entrambi si pongono domande sul proprio ruolo. Ci sarebbe tempo e spazio per approfondimenti, come ha puntualmente sottolineato la nostra lettrice Luisa Patriarca, ma il palcoscenico alla fine se l’è preso tutto (e aggiungo un po’ purtroppo) l’action. In fin dei conti, nessuno è onnipotente, nemmeno dio e gli dei. Nemmeno gli uomini che si mettono al di sopra degli altri per la loro stessa protezione. Possiamo fare di meglio, dobbiamo! dice deciso Batman alla misteriosa Wonder Woman (Gal Gadot), sbucata quasi dal nulla.

Più di Ben Affleck, già supereroe nel sottovalutato Daredevil (2003, di M. S. Johnson), e ancor (molto) di più del poco carismatico Henry Cavill, a salire in cattedra in questo film è Jesse "Lex" Eisenberg, visto di recente anche nel poetico The End of the Tour. Il suo Luthor ha le competenze di uno scafato adulto ma la follia di un bambino che si ciba solo di caramelle, incurante delle carie a cui saprà rimediare strappandosi via i denti e impiantandosene di nuovi e super-moderni. Prima di vederlo nella classica iconografia pelata, i suoi capelli sono l’emblema dello sporco folle e posticcio, quasi Joker-Ledgeraiano.

Lex si agita. Dirige un'orchestra immaginaria di pensieri funesti. Uccide senza pietà. Vede nei due supereroi una possibilità infinita di incontrollato divertimento con l'obiettivo di piegarli al proprio volere. Si presenta al pubblico giocando, e lì resterà, salvo poi maneggiare e trattare tecnologia che non tutti sarebbero in grado di comprendere. Stiano attenta la Marvel, la rivale DC Comics ha tra le mani un villain che potrebbe anche metterlo al tappeto il suo Loki-Tom Hiddleston. Future sceneggiature permettendo, s'intende.

“Le trasposizioni cinematografiche hanno bisogno di avere un po' di libertà rispetto al fumetto. Peccato per il poco spazio lasciato a Doomsday e Wonder Woman (attrice perfetta per il proprio ruolo), di cui viene raccontato davvero poco” conclude Samuele, “Ribadisco che tutto sommato Batman v Superman sia un buon film anche se troppo condensato per mettere in risalto tutto quello che ha aperto. Lascia però una grande idea per i prossimi cinecomics DC. Perciò stay tuned, ne vedremo delle belle”.


Il trailer di Batman v Superman: Dawn of Justice 

Batman v Superman: Dawn of Justice – (da sx)
Superman (Henry Cavill), Wonder Woman (Gal Gadot) e Batman (Ben Affleck)
Batman v Superman: Dawn of Justice – Lex Luthor (Jesse Eisenberg)