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giovedì 27 ottobre 2016

Daniel Blake, io sono qualcuno

Io, Daniel Blake – Katie (Hayley Squires) e Daniel (Dave Johns)
Sfiancata, mortificata e strangolata. La classe lavoratrice è sempre più all’inferno. Io, Daniel Blake (2016, di Ken Loach). Andarlo a vedere al cinema è un dovere.

di Luca Ferrari

Daniel ha appena accompagnato Katie e i suoi due figli in una mensa dei poveri. Una gentile signora le chiede cosa desideri. A un certo punto la giovane mamma apre frenetica una scatola di fagioli col sugo per mangiarli così, scoppiando poi in lacrime. Ha fame. Non ce la fa più. Il sistema l’ha abbandonata. Non vuole la carità. Vorrebbe solo lavorare e vivere in modo dignitoso. Ken Loach accende la telecamera nel doloroso mondo della classe lavoratrice contemporanea. Un universo sempre più sfiancato, allo stremo e ignorato. Io, Daniel Blake (2016).

Daniel Blake (Dave Johns) è un falegname vedovo di Newcastle. Di recente ha avuto un attacco cardiaco e per questo i medici gli proibiscono di lavorare. Allo stesso tempo però il sistema sociale inglese non gli riconosce l’indennità di malattia. Per l’ormai anziano Daniel ha inizio un calvario nell’ottusità di burocrati che nel nome di non si sa bene quale competenza, giudicano e decidono della vita altrui senza un briciolo di umanità nè la volontà di capire la situazione caso per caso.

Nella cittadina inglese intanto è arrivata la giovane Katie (Hayley Squires) coi suoi due figli Dylan (Dylan McKiernan) e Daisy (Briana Shann). Abitava a Londra, ma il sistema l’ha sfrattata. Qui ha una casa ma anche da queste parti la macchina burocratica non arretra di un millimetro. È in difficoltà ma l’unico ad accorgersene sembra essere Daniel. Katie sta cercando disperatamente un lavoro ma più di porte sbattute in faccia non raccoglie, finché si ritrova alle mense della carità insieme a sempre più persone.

Daniel le da forza ma lui stesso comincia ad arrancare. Le bollette vanno pagate ma se non lavora e non ha alcun sostegno, come si fa? Per lo Stato deve lavorare, e pertanto viene spedito a ridicoli workshop dove la parola d’ordine è aria fritta. Già il mettere persone alla soglia della pensione e giovani insieme significa avere un unico obiettivo: confonderli fino allo resa per assenza di forze. Un gioco perverso e spietato dove uno dopo l’altro, prima o dopo, cadono tutti. Gli sciacalli si cibano delle loro membra. Un indistinto e incestuoso pasto di carne umana i cui resti giacciono scuoiati alla luce del sole, invisibili e indifferenti alla vista.

Nel resto del Regno Unito come in gran parte dell’Unione Europea la working class è sempre più allo sbando. Obsolete associazioni sindacali sanno solo chiedere senza ottenere, e alle volte non fanno più neanche quello. Gente senza più anima vomita parole verso persone che chiedono soltanto il minimo: quel poco per poter dare a se stessi e alla propria famiglia un’esistenza fatta di un tetto e dei pasti caldi. Non c’è più neanche quello. Ci sarà sempre meno perché nessuno fa davvero qualcosa.

Non ci sono vincitori nella classe operaia. Ken Loach racconta un mondo a dieta sempre più stretta di umanità. Che tu sia un giovane diplomato, un quarantenne con famiglia o un settantenne che non ha la minima idea di come si accenda un computer, al Sistema non interessa. La sua strategia è semplice: stordirti, metterti all’angolo e stritolarti. Continuerà così. È stato bravo. Ci ha divisi in mille e stupidi modi. Potremmo impedire che tutto ciò avvenga ma non ci interessa perché non ci ha ancora abbastanza toccato. E se l’ha già fatto, non siamo più in grado di reagire, nemmeno se avessimo il vento in poppa dalla nostra parte.

Il protagonista di Io, Daniel Blake è un uomo senza più l’amore della sua vita ma non cede all’autodistruzione né se la prende con chi ha meno di lui. È stimato dai colleghi e ogni tanto si fa due chiacchiere con il giovane vicino China (Kema Sikazwe), senza lesinargli qualche tirata d’orecchi. Suo malgrado si ritrova a combattere contro il Sistema. Sa che lo scontro è impari. Non è lì per dare l’esempio o fare il martire di una rivoluzione che non comincerà mai. Dopo aver dato tanto alla propria nazione, vorrebbe semplicemente ricevere le medesime attenzioni.

I figli di Katie ereditano un mondo che non fa prigionieri. La piccola Daisy è stata aiutata da Daniel e ora lei vuole ricambiare il favore. Viene presa in giro dalle compagne di classe perché la madre deve usare la colla per rattoppargli le scarpe. Glielo dice innocente senza versare neanche mezza lacrim. Nel cuore della notte si stringe a fianco di quella donna che è disposta a tutto pur di comprare a lei e al suo fratellino frutta fresca qualche giorno alla settimana.

Ken Loach (My name is Joe, Il mio amico Eric, Il vento che accarezza l’erba) va controcorrente. Il mondo crede che solo i supereroi possano cambiare le cose, lui più banalmente è convinto che siano gli uomini le leve per qualsiasi mutamento. Insieme al fedele sceneggiatore Paul Laverty entra dentro una realtà tragi-comune. Storie di vite in fila per cercare di sedare le lacrime della propria dignità perduta. Il necrologio è già pronto. Resta solo il nome e cognome da scrivere. La fine è arrivata ma forse qualcuno si ricorderà di quando siamo nati e cosa abbiamo vissuto.

Vincitore della Palma d’oro alla 69° edizione del Festival di Cannes e nello stesso anno anche del Premio del pubblico al Festival di Locarno, Io, Daniel Blake è molto di più di un film. La telecamera di Ken Loach si prende la responsabilità di lasciarti qualcosa dentro. Distribuito in Italia da Cinema srlIo, Daniel Blake è uno di quei rari film capaci d’ispirare l’animo guerriero di chi è ancora convinto che loro non debbano vincere. Si, ci sono ancora quelli là e Daniel Blake lo aveva capito bene. Daniel Blake li ha guardati in faccia e ha deciso della sua vita.

Il trailer di Io, Daniel Blake

Io, Daniel Blake – Daniel (Dave Johns)
Io, Daniel Blake – Katie (Hayley Squires) con i figli Dylan (Dylan McKiernan) e Daisy (Briana Shann) a contatto con zelanti burocrati sociali

mercoledì 19 ottobre 2016

Piuma, scegliere è amare

Piuma – Cate (Blu Yoshimi) e Ferro (Luigi Fedele) © Antonello Montesi
Tra famiglie incasinate e inevitabili sbagli, i giovanissimi Cate e Ferro stanno per diventare genitori. Presentato a Venezia 73, esce domani sul grande schermo Piuma (di Roan Jonshon).

Due maturandi alle prese con una precoce quanto inaspettata gravidanza. Cate (Blu Yoshimi) e Ferro (Luigi Fedele) sono una giovane coppia il cui amore è sbocciato tra i banchi di scuola. Tra programmi di viaggi post-maturità e iscrizioni all'università, ecco sbocciare una piccola e tenera novità. Presentato in concorso alla 73° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e distribuito da Lucky Red, giovedì 20 ottobre sbarca sul grande schermo Piuma (di Roan Johnson).

Un figlio a 18 anni, e che si fa? Tenerlo sarebbe una follia. Cate e Ferro però hanno deciso. Ha inizio la grande avventura della vita tra goffi tentativi di fuga, "inquilini" che si scambiano di posto, amici di famiglia e ansiogeni che aumentano lo stress. Tra studi e la sua nuova realtà di futura mamma, Cate prosegue il lavoro di cassiera in una ricevitoria dove bazzica anche suo padre Alfredo (Francesco Colella), un uomo ancora convinto di poter piazzare la scommessa giusta e guadagnare abbastanza soldi per tutti.

Il papà di Ferro invece, Franco (Sergio Pierattini), ha passato un'intera vita a sgobbare. Con la pensione in arrivo sognava un placido ritorno nella natia Toscana insieme all’amata moglie Carla (Michela Cescon). Così non sarà, o per lo meno, i piani di pace della terza età andranno rivisti visto che a breve avrà un nipotino e il figliolo non sembra in grado di gestire la situazione. A dispetto della più pacata consorte, Franco perde le staffe con naturale facilità, lanciando improperi “aspirati” e duellando con Ferro al limite dell’esaurimento.

Passano i mesi, Cate e Ferro ci provano ma è difficile. Più che la realtà, è il futuro che li punzecchia al pensiero di quanto la loro vita sarebbe potuta essere diversa senza il neonato. Riusciranno a lavorare, andare ancora a scuola e stare dietro al piccolo? La vita è una d’altronde e ogni lasciata è persa. Cate è più matura, Ferro è ancora troppo adolescente e quando l’amico soprannominato Patema (Brando Pacitto) torna dal viaggio estivo, cambiato e più disinibito, qualche rimpianto comincia a farsi largo nei pensieri del ragazzo.

Settembre ’16. Presentato in anteprima a Venezia 73, al termine della proiezione stampa in sala Darsena di Piuma, dopo risate a non finire (sottoscritto incluso), sono volati pure qualche fischi e un assurdo “vergogna!”. Avrei davvero voluto sapere chi fosse l’illustre critico/giornalista uscito con un tale cafonesco commento per di più senza il minimo senso. "Vergogna" di cosa? Piuma di Roan Johnson è una commedia fresca e leggiadra. Per nulla inferiore a tani e incensati prodotti hollywoodiani passati in laguna, Venezia 73 inclusa.

Piuma racconta una storia d’amore della porta d’accanto con qualche azzeccata licenza cine-poetica. Ben amalgamati i due protagonisti principali. Giovane attrice classe ’97, Blu Yoshimi (Caos calmo, Il caso Enzo Tortora, Un natale coi fiocchi) incarna le mature inquietudini di una ragazza alle prese con una vita che le chiede (già) di fare mente locale dentro situazioni che oggigiorno molti trentenni ancora non riescono a focalizzare. L’altra metà della coppia è Luigi Fedele (La pecora nera, Cavalli, A fari spenti nella notte), un ragazzo nella media, più timoroso ma comunque deciso a sostenere la compagna. Per lui la strada sarà più lunga ma a dispetto di qualche passeggera crisi ormonale, è deciso a lottare.

Piuma di Roan Johnson riapre con intelligente delicatezza i riflettori sul mondo delle neo-mamme e la famiglia del terzo millennio. A dispetto della ruffianesche fantasie di Michael Moore su quanto si viva bene nel Bel paese, la realtà tricolore è un ambiguo incrocio di preconcetti e ignoranza che da un lato critica il diritto della donna a interrompere la gravidanza e allo stesso tempo si opera mascolinamente affinché non possa avere un lavoro e portare in grembo un bambino, come sottolineava appunto il burino maschilista Checco Zalone di Sole a catinelle (2013).

In un momento storico dove i figli diventano una conquista degli over 30-40, vedere due diciottenni che tra legittime paure e inevitabili sbagli-ripensamenti lottano per portare al mondo una vita, è un messaggio di speranza per un’Italia ancora tragicamente immobilizzata in bolsi viottoli socio-religiosi e ridicole politiche di fertilità, incapace nel concreto di sostenere le donne nel doppio ruolo di (future) mamme e lavoratrici. Ho applaudito e plaudo ancora Piuma (2016, di Roan Johnson), un film che chiede alle nuove generazioni di prendere quelle decisioni che il vecchio mondo, vuoi per indifferenza, catene mentali o biechi interessi, non è in più in grado né vuole prendere.

 
Una divertente clip di Piuma

Piuma – da sx, davanti: Cate (Blu Yoshimi), Franco (Sergio Pierattini) e Alfredo (Francesco Colella). Da sx dietro: Lino (Bruno Squeglia), Ferro (Luigi Fedele) e Carla (Michela Cescon)
I protagonisti di Piuma, Blu Yoshimi e Luigi Fedele, sul red carpet di Venezia 73
©
La Biennale foto ASAC

venerdì 14 ottobre 2016

Shades of Blue, la “corrotta” Jennifer Lopez

Shades of Blue - il detective Harlee Santos (Jennifer Lopez)
Investigatore indomita. Madre apprensiva. Pubblico ufficiale corrotto. Jennifer Lopez è la (convincente) protagonista della nuova mini-serie televisiva Shades of Blue.

di Luca Ferrari

Una donna sconvolta si confessa davanti a un monitor. È distrutta. Rassegnata. Le sue lacrime le graffiano il viso ma la voglia di lottare forse non è ancora del tutto compromessa. Si chiama Harlee Santos, detective del Dipartimento della Polizia di New York. Inizia così la miniserie televisiva Shades of Blue (13 puntate), sbarcata il 7 gennaio scorso sulla NBC. A interpretare la protagonista, una più che convincente Jennifer Lopez.

Harlee ha cominciato come “sbirro di pattuglia”. Le sue doti l’hanno fatta salire di grado. Sotto la guida del navigato tenente Wozniak (Ray Liotta) cerca di far rispettare la legge, cedendo però a pratiche non esattamente legali e facendosi pagare tangenti per chiudere un occhio. Tutto ciò con l’avvallo di Woznack, autentico fac totum di questa rete di corruzione. Sulle loro tracce però ci sono i Federali, e durante l’ennesima trattativa, Santos cade nella trappola dell’agente speciale Stahl (Warren Kole).

Harlee è il poliziotto su cui ha puntato l’FBI per prendere il pesce più grosso e far venire a galla tutto il marcio della polizia della Grande Mela. La domanda è: che cosa farà Harlee? Collaborerà tradendo il paterno Woznak, l’agente Tess Nazario (Drea de Matteo), madre anch’essa, e gli altri fraterni colleghi o farà la pura andando in galera e così abbandonando l’amata figlia adolescente Cristina (Sarah Jeffery)? Un dilemma non da poco. Una situazione a dir poco complicata che metterà a dura prova il cuore e l’anima di Harlee.

Stare dietro a tutte le serie televisive è praticamente impossibile al giorno d’oggi. Quantità e qualità fanno a gara a chi ha più carne al fuoco. Dopo aver scoperto nuovi orizzonti con House of Cards e la mefistofelica coppia presidenziale formata da Kevin Spacey e Robin Wright, ho potuto ammirare tutta la prima e fin’ora unica stagione di Billions con protagonista Paul Giamatti. A Venezia73 sono state addirittura mostrate in anteprima le prime due puntate del grandioso The Young Pope (di Paolo Sorrentino). Adesso la mia attenzione è rivolta al “mai troppo amato genere” poliziesco di Shades of Blue la cui visione mi è stata "suggerita" dalla curiosità di vedere la protagonista in questo inedito ruolo.

Seguo da tempo immemore Jennifer Lopez e sono sempre stato dell'idea che avrebbe dovuto concedere più spazio al cineme a meno alle note. Anni or sono la scintilla d'amore per la settima arte sgorgò grazie alle commedie sentimentali,
su tutte Shakespeare in Love (1998, di John Madden) e Moulin Rouge! (2001, di Baz Luhrmann). Inevitabile dunque che il mio primo incontro cinematografico con Miss Lopez fosse avvenuto a contatto con quel genere (The Wedding Planner, Un amore a 5 stelle, Quel mostro di suocera).

A dispetto dei film leggeri interpretati, ebbi sempre la netta impressione che J. Lo avesse molto da offrire alla settima arte, opinione questa rafforzata dalla successiva visione dell'attrice di origini portoricane in pellicole di ben altro spessore a cominciare da Via dall’incubo (2002, di Michael Apted), Il vento del perdono (2005, di Lasse Hallstrom con Robert Redford e Morgan Freeman), Bordertown (2006, di Gregory Nava).

In tempi in cui si parla sempre troppo poco di femminicidio e violenza domestica sulle donne, le opere di Apted e Nava andrebbero riviste. Nel primo film Jennifer Lopez è una donna alle prese con un marito violento, abbandonata dalla società e da chi la dovrebbe proteggere, arrivando così alla decisione di difendersi da sola, realtà onnipresente in quasi ogni paese del mondo. Il secondo si basa sul caso accertato di strage femminile avvenuta nella cittadina messicana di Ciudad Juarez. Un dramma purtroppo molto ridimensionato nel numero delle vittime e tutt'oggi lungi dall'essere archiviato.

Altra prova interessante della Lopez, la raffinata commedia Shall We Dance? (2004, di Peter Chesolm) al fianco di Richard Gere, Susan Sarandon e uno strepitoso Stanley Tucci. Attrice versatile e ancora molto sottovalutata causa esplosiva e morbida bellezza, nonché status da superstar, non ha saputo resistere al richiamo dell'animazione. Nella versione in lingua originale della saga de L'era glaciale infatti, è sua la voce della tigre bianca dai denti a sciabola Shira.

Oggi Jennifer Lopez è la protagonista della miniserie cosiddetta “police procedural” Shades of Blue, e ancora una volta lascia il segno. 13 puntate in tutto che devo ancora terminare ma che mi hanno fatto fremere più di una volta con suspense e colpi di scena. Sontuoso copotagonista Ray Liotta (Quei bravi ragazzi, Abuso di potere, Sin City 2), in questi giorni sul grande schermo nei terribili panni di Blackway. Lopez-Liotta, una coppia davvero ben assortita che sono sicuro porterà il sottoscritto e i tanti altri spettatori di Shades of Blue a sperare in una seconda stagione della serie.

Il promo sottotitolato di Shades of Blue

Shades of Blue - il tenente Matt Wozniack (Ray Liotta)
Shades of Blue - la giovane Cristina (Sarah Jeffrey) con la madre Harlee (Jennifer Lopez)

venerdì 7 ottobre 2016

Cafè Society, aroma di cinema delicato

Cafè Society - Vonnie (Kristen Stewart) bacia appassionata Bobby (Jesse Eisenberg)
Ironico. Melodrammatico. Divertente. Hollywoodiano. Aromi attoriali. Regia raffinata. Cafè Society (2016, di Woody Allen) seduce e ispira.

di Luca Ferrari

Lo charme del mondo del cinema. Una famiglia ebrea. Una bellezza delicata della porta accanto. Un “anatroccolo” romantico. L’alchimia di due giovani non-attori. Un maestro della settima arte con ancora tanta voglia di far innamorare del grande schermo. Cafè Society (2016) è una storia. Woody Allen ce la racconta. E lo fa con la passione di un mondo di cui oggi al massimo esiste qualche frammento. Un mondo che una volta sapeva solo vivere e restare immortale solo nei propri ricordi e in qualche fermo immagine.

New York, anni ’30. Bobby Dorfman (Jesse Eisenberg) conduce un’esistenza tranquilla lavorando nella bottega del padre. Attirato dai bagliori del cinema, e con la possibilità di appoggiarsi allo zio materno Phil Stern (Steve Carell), abbandona la Grande Mela destinazione Los Angeles con la speranza di lavorare un giorno come agente cinematografico. Dopo i primi maldestri tentativi di adattamento, finalmente riesce a parlare con il sempre impegnato zio la cui giovane e affascinante segretaria, Veronica detta Vonnie (Kristen Stewart) lo porta a fare conoscenza della città.

Bobby è inesperto in tutto, nella vita e nell’amore. Non ha importanza se Vonnie dice di essere impegnata con un misterioso giornalista sempre in giro per lavoro, Cupido ha ormai scagliato la sua freccia. Smaltita l’eccitazione iniziale, Vonny e Bobby diventano presto immuni al fascino delle grandi star preferendo una vita più normale. E se il destino ci mettesse il suo zampino, sarebbero una coppia perfetta nella più poetica New York City. La vita però non è un bourvard perfetto, anzi, segue il copione di qualche sadico sceneggiatore. E come si evolverà la storia dunque, è ancora tutto da vedere.

Dimenticati (per fortuna) i tempi in cui il quattro volte premio Oscar regalava spot a città europee (Vicky Cristina Barcelona, Midnight in Paris, lo scialbo To Rome with Love), il 2016 segna un nuovo, romantico e nostalgico inizio. Nei suoi ultimi tre lavori, a cominciare da Blue Jasmine (2013) e passando poi per i meno potenti Magic in the Moonlight (2014) e Irrational Man (2015), Allen sembrava orientato a puntare più sulle singole performance attoriali delle varie Cate Blanchett, Emma Stone e Jacquin Phoenix che non sulla storia.

Cafè Sociey invece, funziona sotto ogni aspetto. Ha l’accuratezza di un orologio da taschino e una modernità che solo chi ha qualche annetto già sulle spalle potrà davvero comprendere, e assaporare. New York, Hollywood e ancora New York. Cafè Society si sonda lungo un sentiero circolare dagli spigoli morbidi che il buon vecchio regista newyorkese dimostra di conoscere assai bene. Lui sfreccia, si ferma a fissare il tramonto e ti strizza l’occhio mentre si rimette in marcia lasciando che il vento prenda appunti dai suoi ultimi protagonisti.

Non siamo al livello dei Tenenbaum, ma anche la famiglia Dorfman ha il suo perché. Se il papà Marty (Ken Scott) è pacifico e incassa le steccate coniugali, mamma Rose (Jeannie Berlin) spara al vetriolo. Evelyn (Sari Lennick), la sorella, è sposata con un fin troppo pacifico filosofo, mentre il fratello Ben (Corey Stoll) unisce l’utile e il pratico nelle sue non troppo precisate attività lavorative diciamo più in linea con un certo trend sbrigativo.

Meno strabordante rispetto a ruoli passati come l’incazzoso (e grandioso) Mark Baum di La grande scommessa (2015) o ancor prima lo psicotico allenatore di lotta John Du Pont nel sottovalutato Foxcacther (2014), nella sua prima incursione Alleniana il versatile Steve Carell è un uomo importante e super-impegnato. Conteso dall’amore storico per la moglie e il fascino di una più giovane amante. Sempre posato, anche nel momento della condivisione del tradimento. Comanda e racconta frottole ma allo stesso tempo mantiene lucidità e umiltà

Fin dai tempi dell’inseguimento ai criminali di guerra nei Balcani al fianco di Richard Gere in The Hunting Party (2007), Jesse Eisenberg dimostrò il suo talento, sublimato poi nell’interpretazione di Mark “Facebook” Zuckerberg in The Social Network (2010), e passando poi per altri ruoli intensi come nel poetico The End of the Tour (2015) e pure il modesto cinecomic Batman v Superman: Dawn of Justice (2016) dove staccava il resto del cast interpretando il giovane Lex Luthor.

Dopo aver preso parte nel corale e anemico To Rome with Love (2012), Mark torna a farsi dirigere da Woody Allen ma questa volta il risultato è di tutt’altro spessore. Il suo Bobby è un anatroccolo e un gigante. Non esagera. Sembra ancora un ragazzino e pur diventando un uomo di famiglia conserva lo sguardo di chi non ha smesso d’innamorarsi della vita lasciando tuttavia una parte del suo cuore ancora dolcemente legato alla sua prima “cotta”.

Dopo Into the Wild e la saga di Twlight, la giovane Kristen Stewart ha preso la sua strada più incentrata sul fronte indipendente. Meno Biancaneve, più Alice (Still). Il feeling con Eisenberg, già testato nel recente American Ultra (2015, di Nima Nourizadeh), c’è e funziona alla grande. A dispetto dei suoi 26 anni e i 33 del partner cinematografico, a tratti sembrano due adolescenti. Lei, un po’ “incasinata”, lui dolce e sensibile. Chiunque ami la magia del cinema li vorrebbe vedere salire in macchina, prendere la strada l’orizzonte e non vedere mai i titoli di coda, immaginandoseli davanti all’oceano con un buona bottiglia di vino francese.

Cafè Society (2016, di Woody Allen), tornerò una seconda volta al cinema per vederlo ancora.

Il trailer di Cafè Society

Cafè Society - Vonnie (Kristen Stewart) passeggia insieme a Bobby (Jesse Eisenberg)

martedì 4 ottobre 2016

Indipendence Day 2, la rigenerazione dei cineoti

Indipendence Day: Rigenerazione - l'arrivo degli alieni
A 20 anni da Indipendence Day, la storia prosegue con Rigenerazione, sempre di Roland Emmerich. Un film inutile, emblema del trend cineota dei sequel insignificanti.

di Luca Ferrari

Ancora più armati e decisi a spazzarci via. Sono passati vent’anni da quando gli alieni invasero il Pianeta Terra con l’obiettivo di sterminare l’intera razza umana. Adesso è tempo della rivincita, o presunta tale, con la Regina in mostruosa persona decisa a scendere in campo. Sequel di Indipendence Day (1996), il regista Roland Emmerich torna dietro la telecamera per dirigere Rigenerazione (2016). Un film emblema dell’anemico trend dei sequel/remake che non dicono nulla, dopano di emozioni preconfezionate e rovinano il ricordo dei cult passati.
 
Il mondo terrestre è in pace e unito ma una vecchia minaccia dallo Spazio sta per tornare, agguerrita e astuta più che mai, pronta a presentare il conto della vendetta dopo essersi vista spedire al mittente le proprie ambizioni di annientamento. A guidare la risposta terrestre con la flotta spaziale, Dylan Dubrow-Hiller (Jessie Usher), figlio dell’ormai scomparso Capitano Hiller, decisivo nella salvezza del Pianeta nel primo scontro intergalattico. Al fianco del “figlio d’arte”, il classico antieroe Jake Morrison (Liam Hemsworth) con cui non scorre buon sangue. Fidanzata di Morrison, Patricia Whitmore (Maika Monroe), figlia dell’ex-Presidente degli Stati Uniti, Thomas J. (Bill Pullman).

Ma dove le armi non arrivano, ci pensano nuovamente sacrifico (di nuovo) e cervello (idem come sopra), in particolare quello del brillante informatico David Levinson (Jeff Goldblum), anche in questa avventura supportato da babbo Julius (Judd Hirsch). Consueti effetti speciali a parte, Rigenerazione non aggiunge nulla a Indipendence Day (1996), se non il nuovo e più caro prezzo del biglietto. Ripetitivo e scontato dall’inizio alla fine, buono per celebrare ulteriormente la popolarità del più giovane Hemsworth e aumentare la nostalgia per un tempo dove i film, anche quelli più commerciali, erano quanto meno più originali.

Vent’anni fa Will Smith e Jeff Goldblum formarono una coppia tanto improbabile quanto funzionale, degna erede dei vari Gibson/Glover o Murphy/Nolte, col terzo incomodo Bill Pullman. In Rigenerazione invece va in scena un triangolo (Hemsworth-Monroe-Usher) a metà strada tra Otello e Twilight, sebbene la fanciulla non sia il pomo della discordia. Il personaggio della Dott.ssa Catherine Marceaux (Charlotte Gainsbourg) poi, è a dir poco superfluo, così pure la presenza del signore della guerra congolese Dikembe (Deolbia Oparei), figlio del dittatore Mobutu, il cui vocabolario funzionerebbe meglio in qualche puntata di Walker Texas Ranger.

Da metà anni ’90 in poi i film catastrofici non sono certo mancati, e così pure le incursioni nello spazio vedi i recenti Interstellar (2014, di Christoper Nolan), The Martian (2015, di Ridley Scott) fino alla recente pacifica invasione di Arrival (2016, di Denis Villeneuve), film in concorso a Venezia 73 con protagonisti Amy Adams e Jeremy Renner. Produttori e registi non sono certo degli allocchi e sanno bene che un nuovo prodotto non potrebbe mai competere con le prime opere e magari ne mineranno pure il ricordo, ma poco conta. Anzi conta molto perché il (loro) conto s’ingrossa. Il grande pubblico obbedisce e alimenta la macchina di cloni a linea cerebrale longitudinale.

Remake o sequel di culti anni Ottanta e Novanta, ne sfornano di continuo. Ma finché i cineoti non cominceranno a premiare il grande schermo andando vedere opere che non rasentino il mero marketing lobotomizzante, c’è ben poco da fare. Pochi giorni fa è uscito il nuovo Ben Hur, una vera blasfemia! Stanno pensando al sequel de I Goonies. Hanno già girato con pessimi risultati i remake di Total Recall e Robocop. Uscirà il sequel di Beetlejuice. Tutto qui? No, per niente. C'è di peggio.

Siamo perfino arrivati alla situazione in cui un regista in palese crisi di successo si mette a rigirare un suo stesso vecchio film. Lui è George Miller e l'opera in questione è Mad Mx FuryRoad (2015): il solito polpetto di effetti speciali e zero assoluto nel resto. David Lynch si è perfino tragicamente convinto a riportare in vita I segreti di Twin Peaks (’90-91). Ultima news, è già in cantiere il remake di Scarface con alla regia Antonie Fuqua, già dietro la macchina da presa del remake de I magnifici sette, film di chiusura della 73° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Vidi Indipendence Day (di Roland Emmerich) nell’autunno 1996 e ricordo ancora che la prima cosa che feci appena uscito dalla sala fu di guardare il cielo per vedere se ci fosse qualche navicella sopraggiunta da qualche galassia lontana. Ho visto Indipendence Day – Rigenerazione (2016, di Roland Emmerich) nel 2016 e il primo pensiero appena ultimata la visione è di aver sprecato due ore del mio tempo con un’opera arrabattata col solo scopo di incassare. Un film incapace di coinvolgere ed emozionare. Un film emblema di un cieco e cineota guardare senza la minima voglia di scoprire qualcosa di nuovo.

Il trailer in lingua originale di Indipendence Day 2 - Rigenerazione

Indipendence Day: Rigenerazione - David Levinson (Jeff Goldblum) e l’ex-Presidente degli Stati Uniti, Thomas J.
(Bill Pullman), esterrefatti davanti alla nuova minaccia aliena