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venerdì 15 dicembre 2017

Donne, è sempre colpa vostra

l'attrice Asia Argento, vittima di una vergognosa gogna mediatica
Non bastassero i predatori alla Harvey Weistein, è pieno di "dotti" sproloqui nauseabondi che accusano, chi più chi meno velatamente, le donne che hanno subito violenza.

di Luca Ferrari

Lo scandalo legato agli abusi sessuali di Harvey Weistein ha sorpreso il mondo. Ma quale mondo? Forse quello degli ipocriti e di chi ha sempre taciuto su verità di comodo? Forse quel mondo che ha sempre trattato le molestie con risatine e pacche sulle spalle di compiacimento? A partire dalle rivelazioni sui metodi dell'ormai ex-potente produttore Harvey Weinstein sono esplosi i consueti processi mediatici e mai come ora in troppi hanno perso l'occasione di fare davvero qualcosa di utile: tacere.

Strenuo difensore dei valori della donna, il mondo occidentale è un ipocrita padre padrone che vorrebbe ancora la propria moglie ai fornelli e a fare figli, collezionando amanti (puttane) in tutti i porti del mondo. In questa giungla di vetero-machismo, l'attrice-regista Asia Argento è stata letteralmente messa alla gogna mentre personaggi dalle scarse capacità cinematografiche hanno apertamente dichiarato di trovare normale fare avance sessuali in sede di colloquio lavorativo.

Secondo la logica di questi signori dunque, uno dei quali in particolari che si arricchisce le tasche con quei patetici prodotti chiamati cinepanettone (sono un giornalista e pure critico cinematografico, lo so, il peggio ndr), sostiene che non sia violenza ma solo una richiesta alla quale ovviamente la donna può dire di no. D'altronde è notorio che quando una candidata si presenti per un impiego, invece di essere esaminata in modo professionale, le venga richiesto di spogliarsi o peggio.

Eppure mi domando: perché sorprendersi delle dichiarazione di Enrico Brignano quando pochi anni or sono il regista Bernardo Bertolucci, premio Oscar per l'Ultimo Imperatore, ammise senza il minimo problema etico (né conseguenze penali) di aver sodomizzato la giovanissima Maria Schneider durante le riprese di Ultimo tango a Parigi? E quella stessa stampa che oggi si scandalizza per Weinstein, che cosa disse allora? Praticamente nulla.

Il perbenismo occidentale imputa all'Islam (di cui forse lo 0,0000000000001 per cento conosce qualcosa) un pessimo trattamento della donna. Qui da noi invece è tutta un'altra musica. E lo sappiamo bene. È per questo infatti che oltre il 90 per cento della violenza sulla donna avviene tra le sacre mura domestiche non venendo neppure denunciata. Perché viviamo in società talmente rette da lasciare alle donne il privilegio di tenersi tutto il dolore dentro.

Ultima delle vittime delle attenzioni di Weinstein in ordine di rivelazione, Salma Hayek. Weinstein ha aperto un vaso di Pandora? Ma neanche per sogno. Prevedo già tante frasi da copione alla prossima cerimonia degli Oscar e ai Globe, poi tutto tornerà più o meno come prima. Magari verrà fatta qualche nuova legge e le molestie saranno effettivamente punite ma a che livello? Una dirigente non è una segretaria. Fin da ora c'è già stato un trattamento diverso a seconda di chi ha sporto la denuncia anche se la Legge dovrebbe essere una e una unica.

A fine 2017 le disuguaglianze tra uomo e donna sono ancora notevoli. Vi siete mai chiesti tutto questo che messaggio lanci? Il piccolo schermo è un continuo rimando alla donna-oggetto. Vi siete mai fermati un secondo a domandarvi quali effetti può avere tutto questo? Aspettiamo tutti il singolo contro cui scagliarci contro,  trascurando tutta un'intera cultura distorta che semina letale la concezione che la donna non vale quanto l'uomo. E se c'è violenza dunque, chi se ne frega!

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giovedì 7 dicembre 2017

Suburbicon, tutti all'inferno

Suburbicon - l'ambiguo Gardner Lodge (Matt Damon)
Spietato. Crudelmente contemporaneo, allora come oggi. Presentato a Venezia74, esce oggi sul grande schermo Suburbicon (2017, di George Clooney).

di Luca Ferrari

L'America di provincia bianca e benestante. Tutti sono gentili e tutti si salutano. Qualcosa però sta per mandare fuori giri l'ingranaggio perfetto di fine anni '50. Nell'impeccabile quartiere residenziale di Suburbicon viene a vivere una famiglia di “negri”. In parallelo, un violento episodio di cronaca ha luogo nella casa di un rispettabile cittadino. Da una sceneggiatura dei fratelli Joel ed Ethan Coen e presentato in concorso alla 74° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, esce oggi sul grande schermo Suburbicon (2017, di George Clooney).

Gardner Lodge (Matt Damon) è un onesto lavoratore, marito e padre di famiglia. Vive con la moglie Rose (Julianne Moore), la sorella gemella di quest'ultima Margaret (Julianne Moore) e il loro figlioletto Nicky (Noah Jupe). Hanno dei nuovi vicini, i Meyers. Senza troppi problemi per il colore della pelle, gli ultimi arrivati non vengono così bene accolti dal resto del quartiere. Le cose cambiano radicalmente quando i Lodge sono vittima di un'aggressione da parte di due balordi, capitanati dal manesco Ira Sloan (Glenn Fleshler).

L'intero nucleo familiare viene imbavagliato e sedato. Il risveglio poi è anche peggio. Qualcosa si rompe. Le tante verità iniziano a venire a galla. La tregua dentro e fuori l'impeccabile giardino si sgretola. L'uomo cede spazio all'orrido che è in sé. Nicky si ritrova sempre più solo e l'unico conforto gli viene offerto dal malvisto zio Mitch (Gary Basaraba). Imbrogli e corruzione calpestano ogni sentimento. E anche se la Legge si mette sulle loro tracce con lo scafato Bud Cooper (Oscar Isaac), l'obiettivo non si sposta di un millimetro. Va raggiunto a ogni costo. Da una parte e dall'altra.

Suspance. Tensione. I 104 minuti di pellicola sono un treno squilibrato che sfreccia sui binari del privato e pubblico. Se da una parte ci sono i coniugi Mayers (Leith Burke, Karimah Westbrook) e il piccolo Andy (Tony Espinosa) nascosti dentro casa mentre l'intero quartiere bianco latra sguaiato per farli andare via, dentro il guscio dei Lodge è di scena una tragedia anche peggiore, eppure molto meglio amalgamata nei perversi meccanismi del moralismo più intollerante. Un giogo da camicia bianca e veleno. Lattice sporco di sangue e permanente.

Abile regista e attento osservatore dell'America, George Clooney (Good Night and Good Luck, Le Idi di Marzo, Monuments Men) valorizza al meglio il materiale Coeniano regalandoci un Matt Damon talmente inedito da farlo (temo) passare inosservato nella futura memoria del grande pubblico. Notevole anche la doppia presenza di Julianne Moore. Se nel recente Kingsman – Il cerchio d'oro era una cattiva donna capricciosa, qui è una gelida borghese calcolatrice senza il minimo spirito materno. Decisa a tutto pur di accaparrarsi marito, casa e conto in banca.

Villain subdolo e senza scrupoli, Glenn Fleshler si trova a suo agio con ruoli di questa portata. Già viscido avvocato al soldo del potente Bobby Axelrod nell'ottima serie Billions, nella nuova opera Clooneyana è il classico uomo rozzo e corrotto. Non ha alcun interesse per la morale e il rispetto umano. Pensa solo al proprio tornaconto e se c'è da fare male a qualcuno per ottenerlo, beh, tanto peggio per chi si metterà sulla sua corpulenta strada.

Dici che l'America in fondo è ancora “schiava” del suo passato e voglia nascondersi? E cosa dovrebbe dire allora l'Italia? Il presente ci regala un ritorno del passato più vergognoso. Qualcosa che evidentemente la cultura non è stata abbastanza capace di spiegare e combattere. Oggi in Italia stiamo assistendo passivamente al ritorno della nostalgia per il fascismo. L'ignoranza popolare fa da collante, così invece di puntare chi è all'origine dei problemi, gli stolti e i razzisti se la prendono con la minoranza più sacrificabile. Un male questo comune in sempre più nazioni europee e ovviamente negli Stati Uniti.

Suburbicon immortala un'America lontana a livello temporale, nei fatti più vicina di quanto si potrebbe tragicamente immaginare. Storia di provincia dal cuore hindi e l'anima nera, graffiante. Un blues con rigurgiti splatter e una feroce critica sociale. Un film ideale per i lettori del New York Times. Un film che l'elettorato di Donald Trump non sarà mai in grado di comprendere. Un film di cui tra vent'anni i registi dalla penna fumante citeranno come manifesto di una mondo che, si spera, stia ancora lottando contro l'imperversare dell'inciviltà più gretta e sordida. Suburbicon (2017, di George Clooney) un film da vedere (e su cui ragionare) al cinema.

Il trailer di Suburbicon


Suburbicon Mrs. Mayers (Karimah Westbrook) viene insultata
Suburbicon Margaret (Julianne Moore) a colloquio con Bud Cooper (Oscar Isaac)

sabato 2 dicembre 2017

Assassinio e sbadigli sul "Polarient" Express

Assassinio sull'Orient Express (2017, di Kenneth Branagh)
Inutile e frettoloso. La nuova trasposizione del celebre giallo di Agatha Christie, Assassinio sull'Orient Express, è quanto di più mediocre ci si possa aspettare e col finale emblema del business ammazza-arte.

di Luca Ferrari

Massa e luci. Pan di Spagna e guacamole. Jack Sparrow a bordo del Polar Express. Assassinio sull'Orient Express (2017, di Kenneth Branagh) doveva essere un thriller. Nella realtà dei fatti non lo è. Nauseabondo dolce pre-natalizio con mascarpone e acciughe. Ennesimo prodotto della non più fabbrica dei sogni, ma carezza di cortesia con le nocche su facce ancora sonnolente di un riposo tardo mattutino. Mettetevi (s)comodi, è il momento di Assassinio sull'Orient Express (2017, di Kenneth Branagh).

Dopo il suo ultimo caso brillantemente risolto, l'investigatore belga Hercule Poirot (Kenneth Branagh) viene richiamato d'urgenza a Londra per l'ennesimo caso da risolvere. Per sua fortuna a Istanbul incontra il giovane amico di vecchia data Bouc (Tom Bateman), nipote del direttore della compagnia titolare del famoso treno Orient Express. Eccolo dunque salire a bordo e attraversare tutta l'Europa fino a Calais, in Francia, per poi imbarcarsi per l'Inghilterra. Un imprevisto intanto si abbatte sul treno. Una slavina gigante lo ha fatto deragliare ed è ora fermo nel nulla.

Il tempo di fare la conoscenza del losco Samuel Racthett (Johnny Depp), e di lì a poco eccolo cadavere nella propria cuccetta. Molti indizi (una misteriosa vestaglia, un bottone di una divisa da capotreno) sembrano indicare un misterioso uomo passato dalla attigua cabina della signora Hubbard (Michelle Pfeiffer), la verità però è molto più intricata e attinge al crudele omicidio di una bambina, Daisy Armostrong, rapita anni prima da un certo Cassetti. Inutile girarci attorno, l'omicida è ancora sul treno e Poirot è chiamato a risolvere il mistero.

Interrogatorio dopo interrogatorio, le bugie lasciano spazio alla tinte della luce, quella poca ed accecante che si lascia (intra)vedere.

Perché, perché un regista dalle indubbie qualità com'è  Kenneth Branagh (Frankenstein di Mary Shelley, Thor, Cenerentola) ha scelto di imbarcarsi in un'avventura così ardita finendo per offrire un prodotto che potrà al massimo conquistare ragazzini e neofiti della settima arte? Poteva fare di meglio. Poteva fare di più e soprattutto poteva fare altro. Il risultato è un ibrido deciso a recuperare spettatori da ovunque, senza badare al dolore più lancinante della storia originale.

Con ancora negli occhi il capolavoro diretto da Sidney Lumet nel 1974, mi accingo ad andare al cinema Rossini di Venezia per assistere nella sala più grande alla proiezione di Assassinio sull'Orient Express di Kenneth Branagh. Fin dalle prime battute percepisco subito una certa frettolosità di regia. I personaggi si rivelano in pochi attimi. Poirot è di corsa e di conseguenza anche l'assassino. I personaggi non hanno il minimo mordente, Poirot incluso. Nessuno lascia davvero il segno.

Il finale poi, che per questioni di spoiler non sto qui a rivelare, è l'emblema del cinema arraffa-polli. Studiato a tavolino per chiudere la questione Orient Express e rimandare a un futuro prossimo e “pagato”. L'originale degli anni '70 era di tutt'altra pasta. Un film allora, capace di non farti chiudere occhio la notte. La pellicola diretta da Branagh è una fetta di torta ben preparata, capace di soddisfare ogni palato, dai bambini agli anziani, e per questo finendo per essere dimenticato già al secondo boccone.

Remake, remake e ancora remake. È questo che passa il convento alle masse. Film scadenti che puntano solo sui grandi nomi, effetti speciali e il grande titolo. Il resto è il niente. Film fuori epoca pari allo zero. L'arte, la vera arte è un'altra cosa. L'arte è lo specchio di un'epoca e non una sterile fotocopia del passato. Se i Nirvana avessero pubblicato oggi Nevermind, nessuno li avrebbe mai presi in considerazione. A fine anni Ottanta invece furono una risposta sensibile-rabbiosa ai patetici macho-lustrini del glam-rock.

Ormai sono anni che il filone cinecomic ha preso il sopravvento. Possono piacere oppure no, ma rappresentano alla perfezione questo momento della Storia contemporanea dove la maggioranza crede che il singolo più fantasioso, sia esso un supereroe, un dittatore del passato o una vincita alle slot machine, possa sistemare tutto. Ci sono film riusciti alla grande come The Avengers (2012, di Joss Whedon) altri decisamente più mediocri ma sono comunque in linea con il Tempo che stiamo vivendo.

Assassinio sull'Orient Express (2017, di Kenneth Branagh) è un film che non vale la pena vedere, se non con zero pretese o giusto per passarsi una serata tra amici. Molto meglio andare a bussare alla Eagle Pictures e ordinarsi il DVD originale della già citata pellicola con protagonisti Albert Finney, Ingrid Bergman, Anthony Perkins e Sean Connery. Un film questo degna di questa parola. Dialoghi, scenografia, sguardi. Tutto. Tutto è perfetto. Un film che ha segnato un'epoca che oggi non c'è più. Ma proprio più, capito Kenneth? Saluti alla produzione.

Il trailer di Assassinio sull'Orient Express

Venezia, la locandina di Assassinio sull'Orient Express fuori del cinema Rossini © Luca Ferrari
Assassinio sull'Orient Express - Mary Debenham (Daisy Ridley) seguita da Bouc (Tom Bateman

mercoledì 29 novembre 2017

Il mio cinema contro il fascismo

La signora dello zoo di Varsavia (2017, di Niki Caro)
ATTENZIONE SPOILER: questa non è una recensione! Ancora un film sul nazi-fascismo? A giudicare dalla sconfortante ignoranza intrisa di allarmante negazionismo, ce n'è ancora da raccontare.

di Luca Ferrari

"Un altro film sul nazismo? Ma no, basta. Sono passati più di 70 anni dalla fine della II Guerra Mondiale e ancora vanno avanti 'sti radical chic, ma sono fuori dal tempo! Ormai è preistoria". Ieri sera ero pronto per andare a vedere al cinema La signora dello zoo di Varsavia (2017, di Niki Caro), storia vera che vide protagonista Antonina Żabińska (Jessica Chastain) e suo marito Jan (Johan Heldenbergh), direttore della struttura nella capitale polacca al tempo dell'invasione tedesca, nascondere ebrei nelle gabbie degli animali. 

Ho avuto un imprevisto all'ultimo e non sono riuscito a vederlo eppure, ispirato anche da una interessante conversazione avuta con la collega E. Nina Rothe, giornalista dell'Huffington Post, da ieri continuo a pensare a questo film domandandomi chi al giorno d'oggi, in un'ipotetica nuova guerra mondiale, saprebbe osare tanto, mettendo a repentaglio davvero la propria esistenza per quella degli altri. Un tempo era facile comandare le masse perché erano all'oscuro di tutto. Oggi che sanno (credono di sapere) ogni cosa, lo è ancora di più. 

Ma forse è lo scenario che sarebbe diverso. Le guerre mondiali non sono più in grado di produrre sconfitti e supremazia. Oggi al contrario assistiamo alle guerre locali, di quartiere. Topi di fogna che latrano nel modo più sguaiato possibile cercando di schiacciare gli ultimi arrivati della colonia, puntandogli ogni cosa contro, ignorando del tutto chi nasconda il veleno mortale tra quei rifiuti per cui si sbranano ogni giorno pur di arraffare.   

Si, è passata qualche decade dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale ma giorno dopo giorno in Italia (e non solo), l'orgoglio nazionalista che non si sa bene perché ormai sia inscindibile da xenofobia, ignoranza e razzismo, sta guadagnando sempre più spazio nei pensieri del prossimo. Nel Bel paese stiamo assistendo a un vero attacco di nostalgia per il Duce Benito Mussolini (ormai i suoi calendari nelle edicole si trovano sempre di più, ndr), un uomo che si è macchiato dei crimini più efferati ma ehi, sapeva mantenere l'ordine quindi va bene.

Impariamo dalla storia, è ora di abbattere il mito di questa frase o meglio la veridicità. Se fosse davvero così, non passerebbe giorno in cui nel mondo non prospererebbero amore e felicità. Non è così. È molto raro. Le ideologie di una volta ormai hanno lasciato il campo all'opportunismo più bieco e gli unici che ancora si arrogano l'orgoglio di un'idea (o presunta tale), sono quelle peggiori. Quelle che non lasciano spazio agli altri. Quelle che inneggiano a una non troppo velata superiorità. Di cosa, non si sa bene.  

Dalle Alpi alla Sicilia, gli orrori del Fascismo sono stati dimenticati troppo in fretta perché alla fine è sempre colpa dell'altro, mentalità questa ancora tragicamente dilagante in Italia. Oggigiorno gli orrori del Fascismo in Italia sono stati in qualche misura ridimensionati in nome di un odio populo-politico verso tutto e tutti (o quasi), dove chiunque è un esperto, sempre pronto a social-sbandierare una pseudo-idea che col Duce vivremmo prosperi, non ci sarebbe corruzione e saremmo una nazione potente. Le fake news al riguardo che si trovano su Facebook poi, sono imbarazzanti, specie per chi ci crede.

Cosa può fare il cinema in tutto questo? Niente, è ovvio. Tra i film più recenti passati sul grande schermo, La veritò negata (2016, di Mick Jackson) con Tom Wilkinson, Rachel Weisz e Timothy Spall, ispirato alla vera vicenda tra la professoressa Deborah Lipstadt e lo scrittore David Irving, ha toccato tasti molto importanti quali la memoria e il negazionismo ma come detto a più riprese, l'arte al massimo può ispirare un cambiamento e non certo esserne il soggetto principale. 
L'arte e dunque anche il cinema possono essere un pezzo del mosaico ma di sicuro finché la gente continuerà a riempirsi la bocca, o meglio i post, di slogan e gli sproloqui senili di persone come la giornalista Oriana Fallaci, capaci solo di istigare all'odio e alla paura, c'è ben poco da fare. Anche e perché dall'altra parte c'è il nulla. Non c'è una cultura vera fondata sui valori degni di una società civile. Quando il gioco si fa pesante, pur di non perdere i voti, si fa un passo indietro sulle tematiche più variegate. Non esiste un fronte compatto capace di respingere l'odio con un'autentica e aggiornata cultura multietnica.

Dopo l'originale Lui è tornato (2015, di David Wnendt), film basato sull'omonimo bestseller satirico di Timur Vermes e ispirato a un immaginifico ritorno nella Germania contemporanea di Adolf Hitler, nel 2018 il regista nostrano Luca Miniero (Benvenuti al Sud, Un boss in salotto, Non c'è più religione) porterà sul grande schermo il remake italiano con protagonista ovviamente Benito Mussolini. Posso già immaginare che le reazioni saranno molto diverse tra il pubblico delle ex-Potenze dell'Asse e temo andranno nella direzione opposta.

Sono passati più di 72 anni da quando le truppe sovietiche dell’Armata Rossa scoprirono il campo di concentramento di Auschwitz ma per ancora troppa gente sono solo fandonie montate. E in Italia poi, è stato impiccato un grande uomo per mettere al governo dei farabutti. “Lui toglierà loro la libertà e loro l'ameranno per questo” sentenziava preoccupato il senatore Gracco (Derek Jacobi) ne Il Gladiatore (2000, di Ridley Scott). Quello era “solo” un film dopo tutto. Già, ma perché allora è ancora così dannatamente vero?

Lui è tornato (2015, di David Wnendt)
 La verità negata (2016, di Mick Jackson
La signora dello zoo di Varsavia (2017, di Niki Caro)

mercoledì 22 novembre 2017

Hayao Miyazaki, l'animazione infinita

65° Mostra del cinema di Venezia - il regista Hayao Miyazaki © Federico Roiter
Hayao Miyazaki è tornato a lavorare. A breve uscirà il corto Boro il bruco, in CGI. Kaku Arakawa ce ne racconta la genesi col documentario-intervista Never-Ending Man: Hayao Miyazaki (2017).

di Luca Ferrari

Hayao Miyazaki si è ritirato dal mondo del cinema. La notizia non è certo una novità. Ma può un pozzo creativo come il premio Oscar per il Miglior film d'animazione La città incantata (2001) pensare davvero di restarsene con le mani in mano fuori finché mente & corpo girano ancora? No, non è possibile. Eccolo dunque tornare (leggermente) indietro sui suoi passi e calarsi in una nuova avventura, il corto di "Boro il bruco" in CGI (computer-generated imagery). Come ci sia arrivato, ce lo racconta Never-Ending Mad: Hayao Miyazaki (2017, di Kaku Arakawa), distribuito da Nexo Digital.

Sigaretta sempre in bocca. Tazza di un non imprecisato liquido (probabile caffè). Si comincia con i saluti del produttore dello Studio Ghibli e lo stesso Miyazaki al pubblico italiano. “È stato uno schizzo. Disegno per divertimento”. Hayao sembra davvero arrivato al capolinea. Per sua stessa ammissione, non si ritiene più in grado. “Voglio creare qualcosa di straordinario ma non so se sono in grado di farlo” ammette a metà strada tra il divertito e lo sconsolato.

Sul grande schermo si susseguono brevissimi frammenti dei suoi indiscussi capolavori a cominciare da Nausicaa della Valle del vento (1984), tornato due anni fa sul grande schermo. Ecco poi i protagonisti de Il mio vicino Totoro (1988), Kiki - Consegne a domicilio (1989, anch'esso riproposto di recente), le inimitabile peripezie volanti di Porco Rosso (1992), l'ecologista Principessa Mononoke  (1997) fino ai più recenti Il castello errante di Howl (2004) e Si alza il vento (2013).

Dal passato al presente. Lì, sulla carta c'è lo schizzo di Boro il bruco. “Farò un corto in CGI”. Caratteristica dello Studio Ghibli, co-fondato da Miyazaki nei lontani anni '70, quella di realizzare tutti i disegni a mano.  Adesso i tempi sono cambiati e bisogna fare i conti con l'era digitale. Cambiano gli strumenti ma non l'uomo alla base dell'invenzione e con lui non si scherza, né allora né oggi. “È importante disegnare esseri umani completi” spiega, “Ho sempre creato panorami mai visti. Adesso sono attratto da quelli insignificanti. Sarà l'età”.

Capitolo dopo capitolo, Arakawa ci mette sempre più a stretto contatto con Miyazaki, un “arzillo vecchietto” con ancora un po' di voglia di darsi da fare. I problemi non mancano. Ciò che sgorga dalla sua matita non trova l'esatta comprensione nelle giovani generazioni già espertissime della tecnologia digitale più avanzata. Un po' si spazientisce. Un po' vorrebbe mollare tutto. “Preferisco morire pensando che devo continuare a vivere” scandisce deciso ed energico. Vorrebbe davvero chiudere ma non ci riesce. “Voglio una copia di me stesso” sentenzia.

Hayao Miyazaki, un legame profondo mi unisce al regista giapponese. Per la prima volta inviato stampa al Festival del Cinema di Venezia, quella era la 65° edizione. L'anno in cui fu presentato in anteprima in concorso Ponyo sulla scogliera. Sgommando su e giù per le sale e le conferenze stampe, d'improvviso me lo trovo lì. Seduto fuori dell'hotel Des Bains. Gli chiedo se lo posso fotografare con in mano una rivista per cui collaboravo dove c'era un articolo scritto dal sottoscritto su di lui. Accettò senza battere ciglio e mi regala un momento di pura cine-magia.

Oggi di Mostre del Cinema vissute in prima linea giornalistica ne ho collezionate dieci. È il 21 novembre 2017 e a Venezia non è una giornata come le altre, è la festa della Salute. Come ogni anno migliaia di donne, uomini e bambini si riversano in pellegrinaggio ad accendere una candela votiva per la Madonna. Non è il mio caso. Questa non è una mia tradizione, non sono credente e non mi sognerei mai di rivolgermi a qualcuno (il cui mito, o presunto tale, è stato ampiamente romanzato) per elemosinare ciò che non sono in grado di realizzare da me.

Se c'è qualcosa in cui posso fermamente sostenere di credere, oltre agli esseri umani, è la fantasia e tutto ciò che ne consegue. Giornata ideale dunque per venire qui, al cinema Rossini, ad assistere alla proiezione di Never-Ending Man: Hayao Miyazaki. Il consueta regalo a Instagram come segno di tributo al grande schermo e posso accomodarmi. Taccuino aperto e proteso con tutta l'anima ad ascoltare “i deliri senili di un vecchio”, come il Maestro giapponese stesso riferisce di sé con non poca autoironia.

Assisto alla proiezione di Never-Ending Man: Hayao Miyazaki (2017, di Kaku Arakawa). Riaccese le luci, sgattaiolo veloce nell'oscurità lagunare. Vorrei già mettermi al lavoro ma è giusto concedere una minima pausa. Lascio che le parole e le immagini sedimentino quel tanto. Mi rintano nei pensieri senza il minimo sforzo. Ripenso a queste parole “Il movimento parte dalla volontà. Bisogna renderlo espressivo”. Oggi, 21 novembre 2017, ho scelto con ferma volontà di essere qui, a imparare dal lavoro di Hayao Miyazaki... per creare qualcosa di straordinario!

Il trailer di Never-Ending Man: Hayao Miyazaki

Venezia, l'ingresso del cinema Rossini con locandina “Miyazakesca” © Luca Ferrari
il regista Hayao Miyazaki in azione
Never-Ending Man: Hayao Miyazaki (2017, di Kaku Arakawa)

venerdì 17 novembre 2017

The Place, il pasto dei mostri

The Place - Gigi (Vinicio Marchioni) e il misterioso uomo (Valerio Mastandrea
Tutti vogliono qualcosa ma fino a dove saremo in grado di spingerci per ottenerlo? Le catene sono limiti. I limiti sono valori. The Place (2017, di Paolo Genovese).

di Luca Ferrari

C'è un uomo che realizza i desideri della gente. Chi sia non ha importanza. Si rivolgono a lui come tanti peones disperati davanti a un dispensatore di miracoli. Tutti lo cercano e quando questi gli dice cosa devono fare per ottenerlo, la reazione è sempre la stessa. Inorriditi, poi però cercano un modo per realizzare e dunque tornare dal loro Salvatore. Enigmatico. Spietato. Metaforico. Fin troppo realistico, The Place (2017, di Paolo Genovese).

C'è un uomo (Valerio Mastandrea). Passa le giornate seduto in una locale indefinito. A turno persone di tutte le estrazioni vengono a parlare con lui. Tutti diversi ma accomunati dalla disperazione e lui sa come risolvere i loro problemi. Apre la sua agenda, li fa parlare e annota i loro pensieri. Poi gli chiede qualcosa in cambio. Non per lui. Devono svolgere un compito. Alcuni provano a protestare ma lui è inflessibile. O così o... puoi rifiutare, dice.

Uno dopo l'altro, vogliono tutti qualcosa. Il poliziotto Ettore (Marco Giallini). Il meccanico Odoacre (Rocco Papaleo). Il padre di famiglia Gigi (Vinicio Marchioni). L'anziana Marcella (Giulia Lazzarini). Suor Chiara (Alba Rohrwacher). La vanitosa Martina (Silvia D'Amico). Il cieco Fulvio (Alessandro Borghi). La moglie Azzurra (Vittoria Puccini) e il piccolo malavitoso Alex (Silvio Muccino). E poi c'è lei, la cameriera del bar, Angela (Sabrina Ferilli). Lei non chiede niente, anzi. Vorrebbe solo conoscere meglio questa persona che vede ogni dì ascoltare gli altri.

Compiti stravaganti, violenti. Perché proprio questo? Perché proprio a me? Ognuno pone delle domande a questo novello innominato. Qualcuno arriva anche a minacciare ma sono parole che trovano il tempo di pochi attimi. La pistola viene rimessa nella fondina e lui prosegue con le sue domande. Vuole sapere come ciascuno intenda procedere e una volta portato a termine l'impegno, cosa ha provato nel compierlo. Sadismo? Curiosità? I desideri prendono forma solo a missione compiuta.

Una fede perduta. Un marito malato. Una bellezza svanita. Una matrimonio da salvare. Un senso da riacquistare. Una donna da conquistare. Tutti nel nostro cammino abbiamo perduto qualcosa e non abbiamo più avuto la forza (o la voglia) di riprendercelo. Ma invece di tirarci su le maniche, che cosa abbiamo fatto? Abbiamo comprato prodotti. Abbiamo puntato il dito. Abbiamo usato filosofie attendiste. Abbiamo permesso che altri ci dicessero cosa fare. Abbiamo lasciato che gli altri decidessero per le nostre vite.

Paolo Genovese cambia registro, e apre l'agenda. La generazione delle menzogne di Perfetti sconosciuti (2016) è scomparsa. Oggi tocca a chi proprio non ce la fa. A chi è disposto a tutto pur di vedere la propria vita cambiare. Oggi siamo dinnanzi a imbonitori di ogni sorta. Una volta le religioni promettevano il paradiso, oggi invece è sufficiente un rossetto, un'adesione politica, un silenzio, una slot machine. C'è chi comanda e chi non deve fare domande e obbedire. Nulla è gratis al mondo. Nulla. Tutto ha un prezzo.

The Place è un luogo reale e metafisico. The Place è dentro ciascuno di noi. The Place ci pone dinnanzi a quelle domande a cui abbiamo volutamente scelto di non rispondere. E se incontrassimo qualcuno capace di darci ciò che vogliamo, quanto saremmo disposti a tollerare? Contro cosa e chi ci dovremmo scontrare? E soprattutto, perché abbiamo dovuto attendere che qualcuno arrivasse per dirlo?

Voglio essere sincero, con voi tutti e il regista. Non ero troppo convinto di andare al cinema e confrontarmi con gli inevitabili spettri di The Place. Un giro di parole con un'amica ed eccomi in sala del cinema Rossini di Venezia (ancora in programmazione fino a mercoledì 22 novembre). In pochissimi fino a quasi all'inizio del film, e poi l'arrivo della massa. Una metafora interessante anch'essa. Uno spunto ulteriore su cui cominciare a riflettere. Un piglio da cui lasciar cadere ogni pregiudizio.

The Place (2017, di Paolo Genovese) apre le porte del girone contemporaneo ai novelli dott. Faust alla disperata ricerca di qualcosa che gli è sfuggito o gli sta sfuggendo. Valerio Mastandrea (Notturno bus, La prima cosa bella, Fai bei sogni) è un perfetto Mefistofele senz'anima né apparenti sentimenti. Gran burattinaio ed esecutore di chissà cosa/chi. Non si fa impressionare dalle suppliche e non ha tempo da perdere. Ma se le sue richieste fossero davvero così impossibili o insostenibili da eseguire, allora nessuno accetterebbe mai... Nessuno, appunto.

Il trailer di The Place

Venezia, dentro e fuori il cinema Rossini a vedere The Place ... insieme a Ciak!© Luca Ferrari
The Place (2017, di Paolo Genovese)

lunedì 13 novembre 2017

Borg McEnroe, la Storia siamo noi

Borg McEnroe - John McEnroe (Shia LaBeouf) e Bjorn Borg (Sverrir Gudnason
Se gli dei dell'Olimpo avessero giocato a tennis, Marte sarebbe stato Bjorn Borg e Apollo, John McEnroe. Dall'erba di Wimbledon al grande schermo, Borg McEnroe (2017, di Janus Metz).

di Luca Ferrari 

È la finale che tutti avrebbero voluto vedere sul centrale di Wimbledon nel 1980. Da una parte il quattro volte campione uscente, la macchina svedese Bjorn Borg. Dall'altra il rampante bad boy americano, l'irascibile e geniale John McEnroe. Così fu ed è stata leggenda. Una vera, purissima leggenda. Una partita finita al quinto set che neanche un copione avrebbe saputo realizzare/immaginare così grandiosa. Questo è Borg McEnroe (2017, di Janus Metz Pedersen).

È una (finalmente) serata freddina a Venezia. Ancora prima rispetto ai miei normali standard cinematografici, mi presento in sala con larghissimo anticipo. Lì fuori, davanti all'entrata del cinema Giorgione non passa anima viva per qualche secondo. Il tempo necessario per stagliarmi di profilo dinnanzi all'imponente locandina e guardare quei due volti. Le facce di Shia LaBeouf e Sverrir Gundnason interpreti di John McEnroe e Bjorn Borg. Il finale lo conosco. L'inizio e il percorso un po' meno. Adesso tocca al grande schermo. Adesso è il mio turno di Borg McEnroe.

Eccoli, sono loro. In campo. L'un contro l'altro. Numero 1 e 2 del mondo si presentano nel tempio del tennis con l'aspettativa mondiale di giocare la finale perfetta. Gli stati d'animo sono agli antipodi. Bjorn Borg (Sverrir Gudnason) è alla ricerca del 5° titolo consecutivo, John McEnroe (Shia LaBeouf) del primo. Bjorn appare dilaniato da demoni personali, John li fa esplodere in faccia a pubblico e arbitro, incurante di fischi e della reputazione che si sta ormai facendo. Match dopo match, arriva il momento della finale.

Ma chi è questo (in apparenza) inossidabile campione dalla lunga chioma bionda con fascia sopra la fronte? Un semplice ragazzino che palleggiava contro il muro, dal pessimo carattere, mal visto dagli altri coetanei e criticato perfino per avere il rovescio bimane. Più da proletario giocatore di hockey che non da aristocratico tennista. Lennar Bergelin (Stellan Skarsgard) però, il capitano della squadra svedese di Coppa  Davis, lo ha notato e pensa potrebbe fare grandi cose sui campi da tennis.

Ma chi è questo boccolone e arrogantello giocatore deciso a detronizzare il Re del tennis mondiale? Mangia hamburger e ascolta il rock. Alza sempre i toni. Non c'è arbitro che possa avere un pomeriggio tranquillo con lui. I tifosi lo fischiano senza pietà? E chi se ne frega. Borg, Borg e ancora Borg. Se lo sente sempre sbattere in faccia e forse è arrivato il momento che parlino allo svedese di lui. Ma questa sarà la Storia che lo dovrà decidere e non certo l'ennesima sfuriata.

Borg McEnroe è un film possente. Unica grande pecca, tropo incentrato sull'atleta scandinavo. Che cosa ci racconta del John pre-Wimbledon? Che i suoi genitori volevano eccellesse a scuola e si divertivano a sfoggiarlo davanti agli amici altolocati. Niente di più. Bjorn invece lo troviamo ragazzino reietto, adolescente selezionato e un giovane uomo. Lo si scopre nel match che lo consacrerà al mondo, rivelando retroscena psicologici a dir poco cruciali della sua carriera. E Mac? Poco altro.

Non è da meno il presente. La telecamera del regista danese si concentra quasi esclusivamente sul caratteraccio dello yankee, capace di prendere (anche) a mal parole in semifinale il connazionale Jimmy Connors (Tom Datnow) e puntando al difficile rapporto col compagno di doppio, Peter Fleming (Scott Arthur), al momento di sfidarsi in singolare nell'alltrettanto importante match di quarti di finale, senza però approfondire.

Tutt'altro trattamento per il freddo avversario. L'allenatore, la pressione dell'invasiva macchina del marketing e l'imminente nozze con la fidanzata Mariana Simionescu (Tuva Novotny). Tutto sulle spalle di Borg e McEnroe che fa invece? Va a bere ai party insieme al festaiolo collega australiano Vitas Gerulaitis (Robert Emms), facendo come gli pare dentro e fuori dal campo.

Davvero un caso curioso quello del tennis sul grande schermo. Flirt a dir poco leggiadri e molto spesso impacciati (per non dire imbarazzanti), oggi, a distanza di neanche un mese due film usciti al cinema. Entrambi basati su sfide realmente accadute, mentre La battaglia dei sessi con Emma Stone e Steve Carell ha più spessore sociale, Borg McEnroe è un monologo a due voci. Due urla nella medesima tempesta della luce più assordante. La battaglia dei sessi è una sfida di racchetta e “diritti”, Borg McEnroe un concentrato di adrenalina psicologica, personalità e nervi.

Saranno molti gli amanti dell'antica “pallacorda” che si presenteranno in sala per assistere alla proiezione di Borg McEnroe (2017, di Janus Metz) e non rimarranno delusi. Le immagini, o meglio le gesta della finale, ottimamente riproposte inclusi svariati match point di quell'epico quarto set, portano davvero lo spettatore nel campo. La scena di John a terra e il passante di Borg non sono più solo l'emblema di una pagina immortale di tennis supremo, ma anche il cinema di Borg McEnroe, da oggi e per sempre sugli schermi del mondo intero.


Il trailer di Borg McEnroe

Venezia, la locandina di Borg McEnroe fuori dal cinema Giorgione © Luca Ferrari
Borg McEnroe - il campione americano John McEnroe (Shia LaBeouf
Borg McEnroe - il campione svedere Bjorn Borg (Sverrir Gundnason

domenica 29 ottobre 2017

The Tourist (2010), Hollywood a Venezia

The Tourist - Elise (Angelina Jolie) e Frank (Johnny Depp)
Viaggio a Venezia insieme alle star Hollywoodiane. Due turisti, questi si, che i sempre critici residenti vorrebbero vedervi passeggiare. The Tourist (2010, di Florian Henckel von Donnersmarck).

di Luca Ferrari

Alla stazione Santa Lucia di Venezia sono appena arrivati due nuovi turisti. Lei, elegantissima si chiama Elise Clifton-Ward (Angelina Jolie) ed è una misteriosa donna in fuga dall'Interpol. Lui, più casual, è un proletario insegnante di liceo, tale Frank Tupelo (Johnny Depp). Si sono appena conosciuti in treno e tra loro è subita scattata un'impensabile scintilla. Passione autentica o macchinoso gioco di specchi? Tutti e due, o magari no. Chissà! Adattamento del francese Anthony Zimmer (2005, di Jérôme Salle), questa sera torna sul piccolo schermo The Tourist (2010, di Florian Henckel von Donnersmarck).

Elise è a Venezia per un motivo ben preciso, ricongiungersi con l'amato marito Alexander Pearce la cui nuovissima identità è un mistero per tutta la polizia internazionale. Un uomo questo che ha un conto in sospeso di oltre 300 milioni di sterline con il Governo di Sua Maestà. Sulle loro tracce da riscuotere) c'è anche la mafia russa, il cui spietato capo Steven Berkoff (Reginald Shaw) tra un abito su misura e un omicidio a sangue freddo, è deciso a farsi consegnare da Elise ciò che aspettava da Pearce.

A guardare le spalle alla donna e al turista Frank, sempre lui, l'ispettore John Acheson (Paul Bettany), deciso più che mai a dimostrare al proprio capo, Jones (Timothy Dalton), di chiudere il caso, consegnare Pearce alla giustizia e recuperare il malloppo. La presenza di Tupelo si fa sempre più coinvolgente. Chi è davvero costui? Fu davvero casuale l'incontro con Elise su quel treno per Venezia o era tutto calcolato? Tra romantici inseguimenti per i canali, goffe corse sopra il mercato di Rialto e sontuosi balli negli inimitabili palazzi storici, la vicenda giunge alla conclusione.

Pompato come film d'azione, The Tourist è più uno spot per celebrare la dieta dell’attrice premio (lontano) Oscar per Ragazze interrotte (1999). Angelina Jolie (Una vita quasi perfettaChangelingMaleficent) ha la pelle vellutata, una soffice chioma fluente, incapacità espressiva ed è mobile quanto una sfinge. Johnny Depp (Dead ManChocolatDark Shadows) se la cava con qualche espressione Sparrowiana ma da due artisti di questo livello e per la prima volta insieme sotto la stessa telecamera, era lecito aspettarsi qualcosa di molto meglio.

A parte il concierge Neri Marcorè, il resto dei nomi noti italiani recita in ruoli fin troppo standard per le rispettive corde. Dopo anni spesi a fare la fiction Carabinieri, Nino Frassica indossa la divisa anche in The Tourist. Christian De Sica è un uomo corrotto, ruolo non troppo lontano dunque da ciò che è abituato a interpretare in quelle pellicole che chiamarli film è un insulto a chiunque faccia questo mestiere. Raoul Bova invece sembra strizzare l'occhio al Casanova dei bei tempi andati (per sempre). Tra le comparse, ennesima presenza per il sempre più rodato Francesco Frasson, sul set anche nell'ultimo film "veneziano" di Clint Eastwood.

A dare un senso a una storia ammalata di estetismi, è la coppia dell'Interpol interpretata dal biondo Paul Bettany (Wimbledon, Il codice Da Vinci, Mortdecai) e l'ex-007 Timothy Dalton, meritevoli di dare quel pizzico di normalità e realismo a una pellicola le cui fondamenta si basano solo sui nomi di due superstar. Con un set naturale poi come la città di Venezia e le possibilità recitative di tutto il cast, per von Donnersmarck è stata davvero un’occasione sprecata per realizzare qualcosa d’immortale. Un film che tempo addietro un collega ebbe l’ardire di etichettare come "piccolo cult".

Per chi vive  a Venezia, vedervi un film ambientato è un'esperienza alquanto suggestiva. Si cerca lo scorcio di casa. Si riconoscono i luoghi dove magari si ha vissuto qualche episodio importante della propria vita. Allo stesso tempo però, si notano errori. O meglio, chiare falsificazioni logistiche. Il più clamoroso è quello in cui Johnny Depp, una volta entrato nelll'hotel Danieli, situato in Riva degli Schiavoni, aperta la finestra, si trova “magicamente” sul Canal Grande con vista (sulla destra) del ponte di Ri’Alto. Cosa impossibile, se non al cinema.

Un'ultima nota. Io sono un giornalista veneziano. Vivo e lavoro a Venezia, ergo tutto quello di buono e cattivo accada in questa inimitabile città, mi passa direttamente sulla pelle. Il trend degli ultimi anni però è un constante sparare sul turista, come fosse lui il responsabile dei problemi che attanagliano la Serenissima. Nonostante certi legittimi malumori, ho difficoltà a pensare che si comporterebbero così se gli stranieri che vi sbarcano ogni giorno, fossero tutti come Miss Angelina Jolie e Mr Johnny Depp.

Il turista, sappiatelo, paga una media di 7,5 euro a biglietto anche solo per una minima corsa sul vaporetto, questi stretto per lui così come per i residenti. Al momento leggi che vietino l'ingresso in città, non ve ne sono. La città non è di sicuro in grado di reggere l'onda abnorme di visitatori, ma per questo ci sono degli amministratori comunali cui rivolgersi e invece a giudicare dai commenti, pare che i turisti debbano anche chiedere il permesso per andare a un bagno (quello pubblico costa 2 euro a persona. ndr).

I problemi di Venezia non sono una responsabilità dei turisti e sebbene alcuni non si comportino in modo educato, cosa potremmo dire dei tanti rifiuti organici (volgarmente, merda!) dei cani i cui padroni veneziani lasciano a concimare le tante calli? Alla fine si va sempre lì, ai soldi. Un turista danaroso come l'affascinante Elise Clifton-Ward sarà sempre ben accolta, anche se questa dovesse intasare l'intera laguna. Viceversa il mordi-e-fuggi non garba proprio. E guai se gli ospiti osano toccare i capisaldi della venezianità, in ultima il servizio-gondola da un sestiere all'altro per il quale sono stati scritti articoli a dir poco ridicoli.

"I turisti? Devono svuotare le tasche e non rompere, stop". Questo è tristemente il pensiero di molti. Venezia è di tutti: residenti, Hollywood e persone meno abbienti comprese. Se le cose non girano come dovrebbero e la città ne risente, forse è ora di guardarsi allo specchio e iniziare a capire cosa non abbiamo fatto e dunque agire di conseguenza. Certo se ognuno penserà sempre al proprio orticello, magari sostenendo addirittura a una fantomatica autonomia o un'ignorante chissà-quale indipendenza, è difficile che qualcosa cambi. Ma questa non è solo Venezia, è ancora la stragrande maggioranza dell'Italia. Meglio guardarsi The Tourist (2010, di Florian Henckel von Donnersmarck) allora, e sognare col cinema una Venezia diversa.

Il trailer di The Tourist
The Tourist - Frank (Johnny Depp) ed Elise (Angelina Jolie) per la la laguna di Venezia

sabato 21 ottobre 2017

La battaglia dei sessi... game, set, match!

La battaglia dei sessi - Bobby Riggs (Steve Carell) vs Billie Jean King (Emma Stone)
Per lui era solo una ricca e grassa scommessa. Per lei c'era in gioco molto di più. Sui campi da tennis ha luogo La battaglia dei sessi (2017, di Jonathan Dayton e Valerie Faris).

di Luca Ferrari

Il 20 settembre 1973 a Houston Bobby Riggs e Billie Jean King si sfidarono in un epico match di tennis chiamato la “battaglia dei sessi”. Lui, ex-numero 1 del mondo, showman e maschilista. Lei, attuale regina del tennis mondiale e una delle fondatrici della neonata federazione femminile, in rottura col business del tennis mondiale che privilegiava economicamente i maschi. Amante del gioco d'azzardo, per Riggs è l'occasione per farsi beffe delle donne e intascare laute somme. Per la King, una sfida che non poteva proprio perdere. Distribuito da 20th Century Fox, è sbarcato al cinema La battaglia dei sessi (2017, di Jonathan Dayton e Valerie Faris).

Billy Jean King (Emma Stone) è una campionessa di razza. Già conquistate tutte le prove del Grande Slam, si è appena aggiudicata per l'ennesima volta gli US Open ricevendo le congratulazioni telefoniche anche dal presidente Richard Nixon in persona. Nonostante una presenza sugli spalti eguale alla finale maschile, il successivo torneo vede una notevole disparità tra premi maschili e femminili. È la goccia che fa traboccare il vaso. È il segnale che qualcosa va cambiato, subito.

La scafata Glady Heldman (Sarah Silverman), fondatrice della rivista World Tennis Magazine, Billy Jean e altre otto coraggiose tenniste affrontano a muso duro l'ex-tennista Richard Kramer (Bill Pullman), a capo della federazione americana, senza però ottenere nulla, anzi sentendosi ribadire il concetto della "superiorità maschile". Le poche ribelli rompono gli schemi e danno vita a quella che diventerà col tempo la WTA (Women's Tennis Association). È l'inizio di una nuova era, il Virginia Slims Tour prende il via.

Nelle retrovie intanto, l'ex-numero 1 del mondo Bobby Riggs (Steve Carell), tra una scommessa e un'altra mal digerite dalla moglie Priscilla (Elisabeth Shue), ha un'idea. Sfidare la numero 1 del mondo in un match uomini contro donne. Contattata inizialmente proprio Billy Jean, la tennista rifiuta disgustata. La situazione (e l'avversaria) cambia quando Billy Jean perde una sfida decisiva e dunque anche la leadership della classifica contro l'australiana neo-mamma Margaret Court (Jessica McNamee), .

Una sconfitta questa che ha una causa. La presenza della parrucchiera Marilyn (Andrea Riseborough), conosciuta durante il tour e aggregatasi alla comitiva delle rivoluzionarie tenniste. Sebbene sposata con il buon Larry King (Austin Stowell), Billy Jean si scopre attratta dal proprio sesso, finendo dunque per sconcentrarsi, cosa notata dalla sua avversaria il cui disgusto per l'omosessualità emerge nel modo più bigotto possibile. Ma questi sono tempi difficili e prima o poi qualcosa succederà. Come gli dirà più tardi l'amico e fashion designer Ted (Alan Cumming): “I tempi cambiano. Dovresti saperlo. Li hai cambiati tu!"

Margaret dunque accetta la sfida ma viene surclassata. Riggs è un fiume in piena e spara contro le donne da ogni latitudine. Billy Jean allora lo sfida, sapendo bene che se dovesse perdere, per lei e il Virginia Slims Tour saebbe la fine. Sfida al meglio dei cinque set, in palio un maxi assegno di trecentomila dollari. Bobby fa il buffone. Billy Jean si allena duramente. Bobby cerca il pubblico, Billy Jean la palla da tennis. “Basta parole, giochiamo a tennis” dice al centro del campo davanti al suo avversario.
...

E finalmente il giorno è arrivato. Poche opere sanno suscitarmi una curiosità morbosa. La battaglia dei sessi (2017, di Jonathan Dayton e Valerie Faris) è uno di questi, così eccomi puntuale al cinema Giorgione di Venezia per godermi nella consueta cornice rilassata la proiezione di un film capace di unire la mia grande passione giovanile, il tennis, e quella ludico-lavorativo contemporanea, il cinema. Nel cast poi, uno degli attori maschili che reputo più capace ed eclettici, Steve Carell. Analogo discorso per Emma Stone, il cui trasformismo in occhiali e racchetta mi ha molto più convinto del suo romanticismo Lalalandiano.

Una piccola nota negativa. Fin dal primo trailer de La battaglia dei sessi, è stato subito svelato il vincitore di quella epica partita, cosa molto poco gradita. Seppur appassionato di tennis non conoscevo questa storia e mi sarebbe piaciuto scoprirne l'esito davanti al grande schermo esattamente come accadde per Rush (2013 di Ron Howard), dove i piloti di Formula 1 Niki Lauda e James Hunt diedero vita a una epica battaglia su quattro "saettanti" ruote. Allo stesso tempo però, è uno dei rari film dove i colpi da tennis sono stati effettivamente mostrati come si tirano in campo.

Autori di moltissimi videoclip per band che hanno fatto la storia del  rock (Ramones, Jane's Addiction, Red Hot Chili Peppers, The Smashing Pumkins, R.E.M.), i registi Jonathan Dayton e Valerie Faris sono alla terza regia dopo il pluri-premiato (e grandioso) Little Miss Sunshine (2006) e Ruby Sparks (2012). In questa nuova incursione sul grande schermo alzano il tiro e ciò che ne viene fuori è un pregevole cine-dipinto dove c'è solo spazio per l'ammirazione e il ragionamento.

Ottimi i protagonisti a cominciare ovviamente dalla premio Oscar Emma Stone (The Help, Magic in the Moonlight, Irrational Man). Non era facile entrare nella personalità e nei colpi di una donna che ha segnato il corso di uno sport, lei ci è riuscita a pieni voti. Grandiosa trasformazione anche per Steve Carell (Una settimana da Dio, Foxcathcer - Una storia americana, La grande scommessa). Buffone, malinconico e gradasso allo stesso tempo. Più che giocare, lui cerca un modo per tornare in auge (anche in banca). Al suo fianco, spesso segnato, c'è una donna di elevato spessore: Priscilla Wheelan interpretata con veritiera intensità da Elizabeth Shue (Per vincere domani - The Karate Kid, Cocktail, Via da Las Vegas)

La battaglia dei sessi (2017, di Jonathan Dayton e Valerie Faris) non è solo un film che racconta una pagina epica di sport e diritti delle donne, ma uno scontro impari che ancora oggi le donne stanno faticosamente portando avanti. Ciò che chiedono non deve essere una concessione ma un diritto naturale e questo è un aspetto fondamentale che tutt'ora in troppe società (occidentali incluse) si fatica a mettere a fuoco. Perché l'uomo guadagna più della donna in eguali mansioni lavorative?

Ma il tennis maschile fa davvero guadagnare più di quello femminile? Qualunque sia la risposta, certe differenze è ora e tempo che vengano eliminate. La battaglia che le originali Billy Jean King, Gladys Heldman, Jane Bartkowicz, Rosie Casais, etc. iniziarono. fu un'importante presa di posizione e sull'onda del '68 e la rivoluzione sessuale, dissero a tutti gli appassionati sportivi e al mondo intero che uomini e donne dovevano avere lo stesso posto e non ad appannaggio dei primi con le seconde relegate a cucina e camera da letto.

Anche in tempi recenti la questione è tornata di attualità, con l'ex-numero 1 del mondo Novak Djokovic a sostenere come sia giusto che gli uomini guadagnino di più. Non è solo una questione monetaria, anzi, forse non conta neanche (più) così tanto. È un messaggio errato che continua ad arrivare e finché il mondo femminile continuerà a essere considerato di meno, inutile fare gli ipocriti a mostrarci sorpresi quando esplodono gli scandali alla Weinstein perché anche l'impunità e il silenzio sono figlie di una cultura distorta. Cultura appunto, non denaro.

Il trailer de La battaglia dei sessi

La battaglia dei sessi - le buffonate di Bobby Riggs (Steve Carell)
La battaglia dei sessi - la protesta di Billie Jean King (Emma Stone) e le altre colleghe tenniste

giovedì 19 ottobre 2017

Un'ottima (e bucolica) annata

Un'ottima annata - Max (Russell Crowe) e Fanny (Marion Cotillard)
Una romantica storia di vita e d'amore vissuta tra la spietata City e i vigneti bucolici della Provenza. Un'ottima annata - A Good Year (2006, di Ridley Scott).

di Luca Ferrari

Max Skinner (Freddy Highmore) era solito trascorrere le estati in Francia, dallo zio Henry (Alber Finney). Ora quel bambino è diventato un uomo (Russell Crowe). Tutto quello che ha imparato è stato inghiottito dalle regole più viscide della vita. Lavora a Londra ed è un broker senza scrupoli che pensa solo ed esclusivamente al denaro. L'improvvisa dipartita del lontano parente, con cui non si sentiva più da anni, lo fa tornare nei luoghi più speciali dell'infanzia. Max però vuole solo vendere. Per essere un business man i sentimenti non servono. Mai.

Nonostante la calda accoglienza di monsier (Didier Bourdon) e madame Duflot (Isabelle Candelier), Max vuole solo incamerare dollari sonanti. Il suo avvocato di fiducia Charlie (Tom Hollander) è già in arrivo per fare una stima dell'immobile. Un'altra persona però è inaspettatamente in arrivo. Si chiama Christie Roberts (Abbie Cornish), e a quanto dice è la figlia dello zio Henry, dunque in line a di successione, sarebbe lei a ereditare tutto. Max ci vuole vedere chiaro e mentre guida spericolto verso lo studio notarile locale, si scontra (lei almeno) con l'incantevole Fanny Chenal (Marion Cotillard).

Premio Oscar come Miglior attrice non protagonista in Le vie en rose, Marion Cotillard (Due giorni una notte, È solo la fine del mondo, Allied - Un'ombra nascosta) è semplicemente perfetta. Non si fa mettere sotto, è decisa quando serve e di una dolcezza sconfinata quando si tratta di amare. Anch'esso premio Oscar (Il gladiatore), Russell Crowe (A Beautiful Mind, Padri e figlie, The Nice Guys) è un distinto gentleman, spregiudicato e bastardo quanto serve e anche di più. Dentro di sé, nell'io sommerso dalla durezza della vita, batte un cuore forte e appassionato.

A unire i due mondi, lui, lo zio Henry, interpretato da Albert Finney (Assassinio sull'Orient Express, Erin Brockovic - Forte come la verità, Big Fish). Grandi attori in Un'ottima annata - A Good Year (2006, di Ridley Scott) ma a stregare ovviamente è anche il paesaggio. Amanti del vino o meno, il contemplare la natura con un calice in mano apre spazi nella propria anima magari sconosciuti fino a un'istante prima. Un'ottima annata - A Good Year flirta con le emozioni. Condensa radici. Fortifica il domani. Sbaciucchia il momento (eterno).

Come si fa a non guardarsi Un'ottima annata - A Good Year (2006, di Ridley Scott)? Stasera, giovedì 19 ottobre è su rete4 a partire dalle h. 21,15. Visto sul grande schermo ormai più di dieci anni fa. è impossibile non farsi trascinare dalla storia, io come molti altri e la spiegazione è molto semplice. A un certo punto della vita molti di noi hanno lasciato sul proprio cammino affetti e hanno scelto la strada del silenzio e del più facile cinismo. Un'ottima annata - A Good Year (2006, di Ridley Scott) ci porta a credere che la pace sia sempre in agguato. Grazie cinema.

UN BRINDISI DI VITA VERA

Vorrei iniziare
con la citazione maiuscola
di un incontro,
ma ho paura che da affermazione
passerei coscientemente
a requisitoria
per poi terminare in difesa
e scadere
in qualche alibi da avamposto
del mio velato
quanto indispensabile cinismo

un’oasi c’è stata…c’è
sempre stata…la vita risponde,
e anche se in questo lcco
è più la mia vita a valutare
la miglior offerta
non sentendosi idoneo alle mie
ambizioni, comunque potrei sempre
avere voglia
di scrivere una lettera

au revoir piazzisti
del facile guadagno, au revoir
a quei ritratti e panorami
dalla sicurezza di un caveau,
vi do conferma
sulla mia totale e azzerata dedizione

un posto decisamente insolito
per chi fino a un secondo prima
giocava con il ghiaccio del letame
ricoperto
dallo scricchiolio di  una piscina vuota

…e per quei futuri e rosei baci,
mi sento pronto a esprimere
i nostri più intimi desideri
(Venezia, 18 Dicembre ‘06)

Il trailer di Un'ottima annata

Un'ottima annata (2006, di Ridley Scott)

martedì 17 ottobre 2017

Michael e Alicia, dovevate sposare noi

(da sx) Luca Ferrari, Desiree Sigurtà, Michael Fassbender e Alicia Vikander
Alicia Vikander e Michael Fassbender si sono sposati. Un autentico affronto al duo indie-rock Finalmente Melissa, Desiree Sigurtà e Luca Ferrari. Nelle loro menti (distorte e malate) infatti, avrebbero dovuto sposare loro.

di Luca Ferrari

Quei due l'hanno combinata davvero grossa. La premio Oscar Alicia Vikander e Michael Fassbender si erano presentati ai riflettori della 73° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia come neo-coppia per l'anteprima del sottovalutato La luce sugli oceani (2016, di Derek Cianfrance). L'amore è proseguito fino alle nozze celebratesi il 13 ottobre scorso. Felicitazioni da parte di tutti, o quasi. A storcere il naso il duo indie-rock dei Finalmente Melissa. Il loro addetto stampa ha parlato di un clima inimmaginabile.

Leader della band, la milanese Desiree Sigurtà in più di una occasione aveva dichiarato di essere alla ricerca di un vero uomo di classe e Michael Fassbender sembrava essere la persona giusta, senza che questi però la degnasse di alcuna attenzione. Inviato stampa a Venezia73, il veneziano Luca Ferrari, dal torbido passato sentimentale, aveva provato ad avvicinare la fanciulla ricevendo in cambio minacce dall'intero staff dell'Actv (è sempre colpa loro, ndr). Ora, la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Desiree e Luca non ci stanno proprio. Parafrasando il loro collega Alessandro Manzoni, “questo matrimonio non ha s'ha da proseguire”.

La storia dei Finalmente Melissa è avvolta nel mistero. Considerati da molti il perfetto incidente tra Sonic Youth e Stone Gossard, nonostante la band debba ancora produrre il primo album e non abbia all'attivo alcuna presenza live, gode di un incredibile seguito (la loro pagina Facebook ha ben 17 followers!”). Tutto quello che si sa dei due artisti è che sono anche giornalisti. In esclusiva sono stati raggiunti da “cineluk – il cinema come non lo avete mai letto”. Preparatevi dunque a leggere questa incredibile e stucchevole doppia intervista.

  • Perché Michael/Alicia avrebbe dovuto sposare te? 
D.S Innanzitutto, per istinto di conservazione della specie. Non tanto quella umana, quanto quella dei portatori di capelli rossi. Inoltre, avendo lui interpretato film a tema musicale (c’è Song to Song, ma soprattutto Frank), e facendo io parte di una band, e avendo partecipato al compleanno di Noel Gallagher, abbiamo molto più cose in comune di quanto potrebbe pensare. E poi perché io sono io. Anche se sono forse meno graziosa di James McAvoy.
L.F Sono un poeta. Ho scritto più di 12.000 poesie fino a ora. Che volete di più nella vita? Volete mettere poi "lo spasso" portare il sottoscritto, notoriamente asociale e inviso alle public relations, a eventi e anteprime? Ogni volta sarebbe un'avventura... specie per gli altri.

  • Perché Michael/Alicia non avrebbe dovuto sposare Alicia/Michael? 
D.S Perché lei è lei? Troppo facile.
L.F All'inizio può sembrare più facile e galvanizzante, ma alla fine la gente che fa lo stesso mestiere entra in un circolo vizioso di noia e condivisione estrema. Io invece sono una mina vagante.

  • Dove lo/l'avresti portato/a al primo appuntamento? 
D.S Prima in un non luogo. Una lunga camminata, perfetta per fare un po’ di psicanalisi alla Jung (che preferisco a Freud. Infatti chi interpretava lui in A Dangerous Method? Esatto). Poi, dopo ore di chiacchiere, birra e freccette (ma anche biliardo), in un pub.
L.F Dipenda dalla città, ma in linea di massima in un posto tranquillo e affacciato sul mare. Dato il mio ego sconfinato, avrei parlato soprattutto io. Tanto di lei so già su tutto con "Uikipedia". Scherzo, avrei fatto tesoro di tutto il mio assurdo passato, e l'avrei conquistata con ironia e il mio noto amore per l'acqua di rubinetto e il chinotto con limone (senza ghiaccio).

  • Dove vi sareste sposati?
D.S Non ci saremmo sposati. Non saremmo stati così borghesi. Ok, matrimonio civile probabilmente in una piccola città. Che non avrei voluto blindata.
L.F Adoro la Scandinavia. Ho girato per lavoro in Norvegia, Svezia e Finlandia. Ho fatto un reportage di viaggio anche a Goteborg, città natale di Alicia. Tutti gli scenari possibili mi garbano. Foreste, fiordi, laghi. Natura comunque. Se la fanciulla avesse gradito la sua terra natale, carta bianca per scegliere il posto.

  • Cerimonia grande o per pochi intimi? 
D.S Quante casse di birra servono per 30 amici strettissimi?
L.F Pochi intimi assolutamente. Lo ribadisco, sono abbastanza (…) avverso agli esseri umani (e io a loro). Poi la tensione pre-nuziale non l'avrei retta, in più non ho simpatia per l'alcol, il che complica le cose. Diciamo i due testimoni e stop. Però presumo avrei dovuto concedere qualcosa in più ad Alicia.

  • Dove sareste andati in luna di miele? 
D.S Galles. Ci sono un sacco di gingerheads.
L.F Siamo entrambi del Nord, ergo un posto caldo (ma non umido) sarebbe stato l'ideale, tanto per cambiare aria. Riflettendoci bene però, l'Islanda è da sempre una delle mie mete predilette che ancora aspetto di visitare..

  • Qual è il miglior film di Michael/Alicia?
D.S  Inglorious bastards (come ci chiameremmo nell’intimità)-
L.F L'ho molto apprezzata in Il quinto potere (2013, di Bill Condon), sulla controversa figura di Julian Assange. A Royal AffairOperazione UNCLE e The Danish Girl mi sono garbati assai ma ovviamente attendo con estrema curiosità di vederla in Tomb Raider (2018).

  • Che cosa dovrà assolutamente cambiare una volta sposati? 
D.S “James, questa  è l’ultima volta che mi sveglio la mattina e ti trovo in pigiama in cucina”.
L.F Non sono così presuntuoso da pensare che la fanciulla cambi per me, per lo meno ufficialmente. Le donne sono già perfette così come sono, Alicia in particolare. Ah, ovviamente stando insieme a me imparerà da sola l'arte della tolleranza e la pazienza. In caso contrario credo mi ucciderà, e che speranze posso avere contro "Lara Croft"?

  • Che cosa pensi di dover cambiare per essere la sua compagna di vita per sempre?
D.S Non potrò più fare tour lunghi coi Finalmente Melissa 😞
L.F Non sbuffare in modo palese quando ho sonno e/o mi viene fame. Diciamo che in codeste situazioni posso diventare dispettoso, fastidioso e usando le parole di Desiree stessa, “ignobile”.

  • Avresti inviato Luca e Alicia/Desiree e Michael al vostro matrimonio (si o no,  perché) ? 
D.S Sì, perché così lei rosicherebbe.
L.F Che si fottano tutti e due! Se si avvicinano nel raggio di 10 miglia li prendo a cannonate! Lei è una piantagrane, e lui doveva vincere l'Oscar come Steve Jobs. Mi ha profondamente deluso. Si vergogni!

La luce sugli oceani - Tom (Michael Fassbender) e Isabel (Alicia Vikander
Luca Ferrari e Desiree Sigurtà