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sabato 20 maggio 2017

Gold, la truffa non è della Terra

Gold - Acosta (Édgar Ramírez), Wells (Matthew McConaughey) e Kay (Bryce Dallas Howard)
Dal sudore della terra  (scavata) indonesiana ai salotti trionfanti di Wall Street. Lì nel mezzo un'insaziabile fame d'oro. Gold – La grande truffa (2016, di Stephen Gaghan).

di Luca Ferrari

Wall Street offre, Wall Street toglie. Il sogno americano si presenta e ritrae. Si contorce. Sono gli anni del capitalismo più sfrenato. L'economia gira. La gente vuole accumulare e apparire. Per chi ha conosciuto una certa agiatezza, ritrovarsi a utilizzare il bar dove lavora la propria ragazza non è proprio il massimo ma la vita è anche questo. Cadute rovinose, ritorni da campioni. Ricevimenti negati, incontri in grande stile. Questa è l'America, baby. Questo è Gold – La grande truffa (2016, di Stephen Gaghan).

Kenny Wells (Matthew McConaughey) è un uomo d'affari specializzato nell'estrazione mineraria. La ruota della Terra però gira e Kenny non è uno che si accontenta. Lui vuole di più. Vuole sfondare. Ma invece dello champagne si ritroverà con la pancia gonfia e un incessante sbattere la testa. Poi un giorno ha un'idea. Una premonizione. Segue l'istinto e si getta a capofitto in una missione nel cuore dell'Indonesia coinvolgendo l'esperto Michael Acosta (Edgar Ramirez). Un'impresa che chiamarla azzardata è dire poco.

Kenny è determinato. O forse pazzo. O ancora forse è arrivato il giorno dell'ultima cartuccia da sparare e prima di alzare bandiera bianca dovrà davvero succedere di tutto. Kenny beve ma non si piega. Lì nella giungla si prende la malaria, poi qualcosa cambia. La terra si tinge di giallo. I carotaggi danno il risultato sperato fino a pochi giorni prima, a dir poco utopistico. Ha inizio una seconda vita. La riscossa. La miniera d'oro arriva fino a Wall Street.

Non tutto è oro però ciò che luccica e quando Wells rifiuta  di cedere l'attività al potente Mark Hancock (Bruce Greenwood), dai forti legami con la presidenza Suharto, qualcosa nella macchina vomita-milioni si inceppa e ha inizio il declino. Al suo fianco c'è ancora Kay (Bryce Dallas Howard) ma il calvario adesso ricomincia fino alla più improbabile delle conclusioni. Ispirato allo scandalo minerario Bre-X del 1993, è uscito sul grande schermo Gold – La grande truffa (2016, di Stephen Gaghan).

Più ancora degli anni Ottanta quando la middle class conduceva una vita relativamente tranquilla e gli squali della Borsa si spartivano (a loro insaputa) le ricchezze del Pianeta, nella giungla spietata del terzo millennio il dio denaro muove i suoi fili pescando con fin troppa facilità tra tutti coloro che ormai vivono sull'estenuante filo della miseria. Oggi ancor di più che in passato siamo disposti a tutto pur di avere una chance di ribaltare la nostra esistenza con una semplice mossa.

Kenny Wells non è Jordan Belfort Stephen Gaghan non è Martin Scorsese. Se quest'ultimo nel tanto decantato The Wolf of Wall Street (2013) arrivava a dare un'immagine quasi simpatica di uno dei peggiori squali dell'alta finanza, la misura registica di Stephen è di tutt'altro spessore, o meglio sensibilità. C'è una storia da raccontare. Una storia che Hollywood non ne voleva proprio sapere di portare sul grande schermo (era nella cosiddetta black list di quelle opere valide ma mai portate sul grande schermo). I protagonisti di Gold – La grande truffa hanno di sicuro più in comune con gli uomini de La grande scommessa (2015, di Adam McKay). Pensano al proprio tornaconto senza spacciarsi per chissà quali antieroi del Sistema.

In Gold – La grande truffa (2016, di Stephen Gaghan) ci sono esseri umani con le proprie debolezze. Matthew McConaughey (Dallas Buyers Club, Interstellar, La foresta dei sogni) aggiunge un'altra importante performance alla sua carriera. Sbuffa. Si perde. Brinda. Cede. Non si vergogna di ciò che è. Tanto alla ricerca della nobiltà del portafogli quanto fiero del sangue proletario che gli scorre tra le unghie.

In perfetta sintonia recitativa, Edgar Ramirez (Che - L'argentino, La furia dei titani, Zero Dark Thirty) e Bryce Dallas Howard (Spider-Man 3, The Help, Il drago invisibile). L'oro, come la ricchezza spropositata delle azioni, ha i connotati del grande inganno. Il mondo non se ne accorge. Il mondo è troppo impegnato a guardare lo sport o a informarsi di quale costume da bagno indosserà chissà quale "illustre personaggio". Il mondo va avanti così. Gold – La grande truffa (2016, di Stephen Gaghan)

Il trailer di Gold - La grande truffa


Gold - la febbre dell'oro travolge Kenny Wells (Matthew McConaughey

sabato 13 maggio 2017

Singles, la mia colonna sonora preferita

Il cd originale della colonna sonora del film Singles - L'amore è un gioco (1992, di Cameron Crowe
La mia colonna sonora preferita di tutti i tempi? Singles (1992), dell'omonimo cult diretto da Cameron Crowe. Canzoni che fotografano la nascente scena musicale di Seattle e forse anche una generazione

di Luca Ferrari

Canzoni indelebili. Tappeti mnemonici. "Sfregevoli" carezze interiori. Sale in cattedra la musica della settima arte. Singles - L'amore è un gioco (1992, di Cameron Crowe). Un film manifesto. Una commedia senza troppe pretese. Sullo sfondo delle vicende dei protagonisti in quella città mai troppo conosciuta, Seattle, ci sono loro. Band che di lì a poco cambieranno per sempre il panorama del rock. Cameron Crowe è un esperto giornalista musicale e immortala quel sound prima della sua consacrazione. Il risultato è una colonna sonora epica. E quando la sua telecamera indugia sul murales colorato con la scritta MOTHER LOVE BONE, è tempo di schiacciare play (e non spegnere più, ndr).

L'antefatto. Sto sfogliando il mensile Ciak di aprile 2017 quand'ecco incappare in un articolo su Kill Your Friends (2015, di Owen Harris con protagonista Nicholas Hoult), film ambientato nella seconda metà degli anni Novanta, ossia durante l'esplosione del Brit Pop. Poco più in alto, un piccolo box dall'invitante dicitura: 3 DVD PER VOI. Volete ricevere il dvd di Kill Your Friends? Allora scrivete a Ciak raccontando qual è la vostra colonna sonora preferita di tutti i tempi. Non ci devo neanche pensare: Singles - L'amore è un gioco (1992, di Cameron Crowe).

13 le tracce complessive. Si comincia con la possente Would? degli Alice in Chains. Due le canzoni dei Pearl JamBreath e State of Love and Trust. Entrambe assenti nella discografia ufficiale, se la seconda è una cavalcata rock in piena regola, la prima incarna il perfetto stile della band in un crescendo sonoro fino alla ritmata esplosione. Seasons è pura poesia sonora. intonata da Chris Cornell, "ugola" dei Soundgarden qui presenti più avanti nel disco con Birth Ritual, suonata dal vivo anche nel film.

Per chi conosce la storia della musica di Seattle, è da commozione Chloe Dancer/Crown of Thorns dei Mother Love Bone, in ricordo del suo cantante Andy Wood (1966-1990) scomparso pochi anni prima. Non possono ovviamente mancare loro, la sola band che personalmente collego all'abusata parola "grunge", ossia a un suono sporco: i MudhoneyOverblown è tosta e punkeggiante. Due le canzoni scritte appositamente per il film da Paul Westenberg: Dyslexic Heart e Waiting for Somebody, quest'ultima perfetta per lo sviluppo della trama del film.

Autentica chicca, la cover dei Led Zeppelin, The Battle of Evermore, suonata dalla band locale The Lovemongers. Una canzone che lo confesso, ho sempre immaginato di suonare a tu per tu con una mia amica di penna. Anche se non ufficialmente, chiude il disco un'altra band storica di Seattle, gli Screaming Trees, con l'orecchiabile e potente Nearly Lost You. Anche le opere migliori èerò hanno i loro difetti e in questo caso sono due, o meglio uno (con riserva) + uno.

Se May This Be Love di Jimi Hendrix può avere una sua logica come omaggio ai natali di Seattle del funambolico chitarrista da molti considerato il migliore del mondo, l'unica canzone a risultare del tutto fuori luogo è Drown degli Smashing Pumpkins, band di Chicago che nulla ha che fare con la città nordamericana se non per il frullatore commerciale che unì le band cosiddette "alternative". Mancano infine i Nirvana che avrei visto bene con Drain you o ancora meglio Come As You Are, manifesto di una certa semplicità esistenziale ben incarnato dalla città di Seattle.

Ex-giornalista di Rolling Stone, tutta la cinematografia di Cameron Crowe (Jerry Maguire, Elizabethtown, La mia vita è uno zoo) è stata scandita dalle sette note, incluso Quasi famosi (2000), film che gli fece vincere il premio Oscar per la Miglior sceneggiatura. Sua ultima fatica, la serie televisiva Roadies (2016) con protagonista Luke Wilson e ambientata nel dietro le quinte del rock. Fra le tante comparse  nei panni di se stessi c'è Eddie Vedder (presente anche in Singles). cantante di quei Pearl Jam su cui realizzò il film-documentario per il ventennale del gruppo. 

Singles - L'amore è un gioco (1992, di Cameron Crowe). Dopo averlo avuto (e guardato) per anni in videocassetta, di recente l'ho acquistato in dvd. Il cd originale della colonna sonora invece lo conservo (e ascolto) dall'ottobre 1996, acquistato nell'allora Ricordi di Padova. Singles, una colonna sonora per ripensare alla mia vita e con cui scrivere nuove pagine del futuro che mi attende. Canzoni per sentirsi estraniati ed esaltare l'adrenalina. Singles, canzoni per riprendere i comandi della propria vita e mettersi in cammino.


Estratti della colonna sonora di Singles

Il booklet del cd originale della colonna sonora del film Singles - L'amore è un gioco (1992, di Cameron Crowe
Il booklet del cd originale della colonna sonora del film Singles - L'amore è un gioco (1992, di Cameron Crowe
Il booklet del cd originale della colonna sonora del film Singles - L'amore è un gioco (1992, di Cameron Crowe

giovedì 11 maggio 2017

...ehi Will Ferrell, il polpettone!

Due single a nozze Wedding Creshers - il diabolico Chazz (Will Ferrell)
Il folle maestro di "abbordaggio" Chazz Reynolds (Will Ferrell) vive ancora con sua madre. E se un amico lo va a trovare, gli offre il polpettone. Sempre che glielo porti... cazzzzzzzzzzo!!!

di Luca Ferrari

Latin lover della peggiore specie, capace perfino di sedurre fragili donne ai funerali. "Il dolore è il più grande afrodisiaco in natura" spiega tronfio e dotto. Lui è Chazz Reinhold (Will Ferrell). Un'autorità nel campo. Ma se il suo protetto Jeremy (Vince Vaughn) sta ormai virando verso la monogamia, il compare di lui John Beckwith (Owen Wilson) è pronto a intraprendere nuove strade. Eccolo allora andare a trovare il Maestro direttamente a casa sua. Ancora non ha idea di cosa lo aspetti. John non ha davvero idea chi si troverà davanti.

Vestaglia alla Hugh Hefner (fondatore di Playboy, ndr). Sguardo allucinato. Cinico. Insaziabile libido e non di meno, ancora parcheggiato a casa di mamma. Lui è Chazz Reinhold. Un ego spropositato. Un mostro delle tecniche per una "botta e via". Il suo campo d'azione sono i matrimoni. Adesso però è passato a un livello successivo. Quasi, inimmaginabile. S'imbosca ai funerali inscenando dolore con un piano ben preciso. Dalla gioia alla sofferenza, il risultato è sempre quello.

2 single a nozze - Wedding Crashers (2005 di David Dobkin) è una commedia esilarante capace di alternare momenti di spassosa ilarità a un uggioso romanticismo. Oltre ai già citati, spiccano nel cast Rachel McAdams (la dolce Claire), Isla Fisher (la giovane ninfomane Gloria), Bradley Cooper (il macho Zachary), Jane Seymour (la matura Kathleen, anch'essa dall'incontrollato appetito sessuale) e Christopher Walken (il potente senatore William Cleary).

Il capolavoro demenziale però è tutto nella follia di Chazz. Sotto mentite (e sempre nuove-false) spoglie, John e Jeremy conquistano donne su donne fino a quando il biondino non incappa nello sguardo di Claire. Scoperto il trucco, John cade in depressione salvo poi uscire dal tunnel con la complicità di Chazz. Ciò che segue è puro cult. Una scena che potrete vedere, assaggiare e godere per sempre qui su cineluk. Cazzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzo!!!!!

Chazz e il poplettone

Due single a nozze Wedding Creshers - "l'elegante" Chazz (Will Ferrell)

mercoledì 10 maggio 2017

Emir Kusturica sulla Via Lattea

Sulla Via Lattea - il lattaio Kosta (Emir Kusturica)
Nel cuore sfregiato della Guerra Balcanica, un uomo e una donna trovano l'amore e cercano la pace. Presentato a Venezia 73, esce domani al cinema Sulla Via Lattea (2016, di Emir Kusturica).

di Luca Ferrari

La guerra dei Balcani sta sparando i suoi ultimi colpi, nelle grandi città così come sulla roccia. Giorno dopo giorno Kosta (Emir Kusturica) porta il latte da una fattoria a uno dei tanti micro-fronti, rischiando la vita e in attesa che la sua terra ritrovi la via della pace. Pallottole e trattati fanno il proprio corso, intanto due facce nuove stanno arrivando/tornando per mettere radici. Presentato in concorso alla 73° Mostra del Cinema di Venezia, giovedì 11 maggio esce sul grande schermo Sulla Via Lattea (On The Milky Road), di Emir Kusturica.

Kosta fa il suo lavoro. Silenzioso e deciso. Cuore granitico. Arriva a dorso di mulo. Carica due grosse taniche di latte nella fattoria della bella Milena (Sloboda Mićalović), sua futura sposa senza troppa convinzione, e torna in mezzo alla polvere da sparo. Non sembra troppo a suo agio con gli esseri umani. La vista del sangue versato può mutare l'equilibrio di un uomo. Nel suo percorso abitudinario si prende a cuore un grosso serpente, a cui gli regala sempre un po' di latte, quasi fosse un figlio.

La Storia prosegue. L'inchiostro dei trattati pone fine alle ostilità. La nuova geografia viene comunicata al mondo. Prima fratelli, ieri nemici e oggi chissà. Per chi è sopravvissuto c'è il festante ritorno a casa (...). Il più atteso della zona è quello del fratello di Milena, Žaga Bojović (Predrag Manojlović), eroe di guerra. Anch'esso sul punto di sposarsi con una misteriosa donna italiana (Monica Bellucci) giunta a pochi giorni dalla fine delle ostilità.

Sentimenti e giuramenti però non vanno nella stessa direzione. Cade la pioggia. Cessano i cannoni. Per qualcuno però la guerra non è mai finita e non finirà mai. I peccati vanno scontati. Non importa quanti arbusti andranno calpestati o cenere lasciata libera nel vento, l'ordine (o vendetta che dir si voglia) pretende il suo tributo. Quelli là in mezzo, quella “carne” piena di emozioni e pulsioni, deve prendere la sua decisione e agire. Correre e combattere, se necessario. Ma mai e ripeto mai, smettere di amare.

Non solo alterne vicende umane, anzi. Protagonista indiscusso di Sulla Via Lattea (2016, di Emir Kusturica) è il paesaggio crudo. C’è di tutto. Sole, vento, pioggia, fulmini e poi loro, quelle tragiche mine antiuomo, emblema della follia umana di cui molti esemplari (prodotti anche in Italia) sono ancora nascosti sotto la terra balcanica. Una terra di nessuno dove in troppi nel dopoguerra hanno fatto ciò che hanno voluto.

E mentre ancora troppa indegna Europa sfrutta il terrorismo alimentando paure e divisioni, tutti continuano a dimenticarsi di una ex-nazione (l'ormai scomparsa Jugoslavia) che avrebbe potuto diventare neo-Termopili inviolabili per certe idee assassine, invece niente. Prima il menefreghismo e l'orrore (non è accaduto solo il genocidio di Srebrenica, ndr), poi la separazione firmata, lasciando quella terra abbandonata a se stessa. I Balcani, emblema di ciò che è meglio dimenticare.

Il regista originario di Sarajevo ha scelto il latte. Il latte è vita. Mitragliata dopo mitragliata, mortaio dopo mortaio, Kosta continua il suo viaggio. Quasi un messaggero tra due mondi. E cosa si nasconde dietro quel grande orologio capace di ferire la dolcezza femminile con i suoi taglienti ingranaggi? Abbonda il simbolismo Sulla Via Lattea. Abbonda la poesia impestata di cielo riscaldato. Sulla Via Lattea gli zoccoli del proprio destino strisciano letali. Non temono conseguenze e carezzano la tempesta con gli occhi di quelle stelle a dieta rosea di desideri.

Non passa inosservata Monica Bellucci. Idolatrata in Francia (sarà la madrina della prossima edizione del Festival di Cannes), meno apprezzata nel Bel paese. Performance attoriali agli antipodi quando è diretta Oltralpe (Il patto dei lupi, Irreversible, L’Eletto), più modesta in produzioni anglo-italiane (Matrix Reloaded, Manuale d'am3re, il "Bondiano" Spectre). Nella nuova opera di Kusturica, l'attrice umbra è più che mai convincente. Una donna in fuga. Una donna a tratti “AnnaMagnanesca”.

Ottima l'interpretazione anche dell'attrice serba Sloboda Mićalović. Rispetto alla futura cognata italiana, più taciturna, è un fiume in piena. Parla, sbraita, balla. Anima gitana e gran cuore di donna innamorata. Tra lei e l'altra, Kosta. Il feeling con l'ultima arrivata è innegabile (da una parte e dall'altra) ma cosa potrebbero mai fare? E perché i Servizi Segreti britannici paiono essere sulle tracce della donna italiana?

Bosnia, Serbia, Macedonia, Croazia, Slovenia, Montenegro. Ma chi li conosce davvero. Emir Kusturica (Il tempo dei gitani, Arizona Dream, Gatto nero gatto bianco) ambienta il suo nuovo film Sulla Via Lattea da qualche parte sopra la solida crosta slava. Una realtà dove la durezza è intrinseca nel sangue di uomini e donne. Un'altura scoscesa dove il ricordo di un amore non più condivisibile può dare quel senso di pace eterna ma bagnata dalle lacrime di chi è ancora in vita.

Il trailer di Sulla Via Lattea

Sulla Via Lattea - Kosta (Emir Kusturica) e Milena (Sloboda Mićalović)
Sulla Via Lattea - la sposa (Monica Bellucci)

domenica 7 maggio 2017

Guardiani, salviamo di nuovo la Galassia!

I guardiani della galassia tornano in azione!
La ciurma interplanetaria più improvvisata e variegata del Cosmo è tornata in azione. Siete tutti avvisati! Guardiani della Galassia vol. 2 (2017, di James Gunn).

di Luca Ferrari

Sono scaltri. Sono lanciati. Sono decisi, impavidi e imperfetti. Sono i Guardiani della Galassia. Ad accomunarli, un passato difficile e non così nobile come la loro neo-missione. Hanno affrontato tani nemici e molte sfide ancora li attendono. L'universo forse gli sta stretto ma nessuno ha delle mire precise. In attesa di trovare il loro posto nel mondo, intanto si stringono in questi legami non dichiarati. Distribuito dai Marvel Studios, è arrivato il giorno dei Guardiani della Galassia vol. 2 (2017, di James Gunn).

Peter “Star-Lord” (Chris Pratt), il "pelosetto" Rocket (voce originale di Bradley Cooper), Gamora (Zoe Saldana), Drax (Dave Bautista) e il piccolo arboreo Groot (voce originale di Vin Diesel) sono di nuovo in azione. Non sono più le mine impazzite di un tempo. Oggi sono una squadra, riconosciuta anche dai nobili Sovereign. Il lupo, anzi il procione però, perde il pelo ma non il vizio e così, in mezzo a tanti complimenti ricevuti per la missione portata a termine, eccolo fregargli delle batterie suscitando ovviamente l'ira della loro regina Ayesha (Elizabeth Debicki).

Fallito un primo tentativo di abbatterli grazie all'insperato intervento del celestiale Ego (Kurt Russell), viene assoldato il patrigno di Peter, l'emarginato Yondu (Michael Rooker), cacciato dai Ravager per colpe del passato come il loro stesso capo Stakar Ogord (Sylvester Stallone) gli ribadisce senza mezze misure. Yondu alla fine è un mercenario e accetta l'incarico, mettendosi così alla ricerca della Milano, l'astronave dei Guardiani nel frattempo precipitata sul pianeta Berhart, una creazione di Ego, che si scopre avere un legame di sangue con un membro dell'equipaggio.

Le verità si rivelano. Sopite emozioni spintonano. Ogni personaggio si ritrova coinvolto in più di un confronto. Gamora con Stalord prima e Nebula (Karen Gillan) poi, quest'ultima desiderosa di vendetta poiché mutilata a causa della bravura in combattimento di lei. Drax è attirato “dall'orribile” Mantis (Pom Klementieff), l'unica creatura presente su Berhart e desiderosa di raccontare a questi avventurieri qualcosa che furbescamente Ego tiene celato. O per lo meno lo farà fino al momento giusto. Come ogni bravo genitore egoista infatti, anche lui pretende dalla propria discendenza e faccia ciò che vuole.

Catturato e legato, Rocket sfoggia il meglio della sua spregiudicata lingua tagliente, denigrando il possente e brutale Taserface (Chris Sullivan) e ridicolizzandolo davanti al proprio equipaggio. A salire in cattedra più di tutti però è Yondu. La sua è una storia di avidità ed esilio (impostogli e non). Non ha la pretesa di insegnare niente a nessuno ma anche lui possiede un cuore e il devoto Kraglin (Sean Gunn) durante l'ammutinamento non lo abbandona. La sua è la battaglia più dura. La sua sarà la scelta più onorevole: la lungimiranza. Tutti un giorno lo capiranno e gli renderanno onore. Tutti, ma proprio tutti.

I Guardiani della Galassia non sono i Vendicatori. Figli dai natali complicati, le loro cicatrici non sono medaglie al valore ma asteroidi che non smetteranno mai di ruotare attorno alle rispettive anime oscuro-solari. Raramente i sequel sono all'altezza, e nel caso della Marvel è quasi una regola, di cui Avengers: Age of Ultron (2015, di Joss Whedon) è il peggior esempio. Al contrario questo Volume 2 spinge su più tasti emotivi riuscendo a ben miscelare tutti i vari segmenti dell'animo umano.

Vista nel pregevole e recente The Circle (2017, di James Ponsoldt), la scozzese Karen Gillian è più grintosa che mai. Stringe i pugni. Spara senza pietà ma dentro il proprio corpo mutato c'è ancora la forza di un sentimento pronto a cambiare direzione, perseguendo comunque la vendetta. Coppia di vecchi leoni Kurt Russell (Stargate, Grindhouse, The Hateful Eight) e Sylvester Stallone (I falchi della notte, Fuga per la vittoriaRocky IV), di nuovo insieme dai tempi di Tango & Cash (1989). Non sono comprimari. Ego ha uno scopo, Stakar ha degli ordini da eseguire. Vorrebbe essere meno ligio ma dentro di sé ha la convinzione che qualcosa saprà trovare la strada del riscatto.

Guardiani della Galassia vol. 2 (2017, di James Gunn) ha vinto la sua scommessa e di sicuro si è guadagnato il diritto di proseguire l'avventura, nello spazio infinito così come sul grande schermo. Ogni personaggio ha una storia ricca di segreti e sfaccettature imprevedibili, ancor di più per coloro che sono a dieta di fumetti cartacei. Se regista e sceneggiatore sapranno lavorare bene e senza troppa fretta, siamo di fronte al miglior prodotto di casa Marvel Comics. La missione dei Guardiani della Galassia continua.

Il trailer dei Guardiani della Galassia vol. 2

Guardiani della Galassia vol. 2 - Rocket e il piccolo Groot 
Guardiani della Galassia vol. 2 -  Yondu (Michael Rooker)

mercoledì 3 maggio 2017

The Circle, il ricatto della trasparenza

The Circle -  Mae Holland (Emma Watson)
“I segreti sono bugie. La vera democrazia è la trasparenza”. Attenzione a metterlo davvero in pratica. Qualcuno ne potrebbe approfittare (per sempre). The Circle (2017, di James Ponsoldt).

di Luca Ferrari

La solitudine? Una malattia da estirpare. Le esperienze non condivise? Un atto di vergognoso egoismo da non ripetere mai e poi mai. Il terzo millennio ha definito le sue catene. Hanno il sapore della libertà e la trasparenza di una condanna. Tutti si mostrano. Tutti si devono mostrare online. La propria vita deve essere alla portata di chiunque sempre e comunque. Adattamento cinematografico del romanzo "Il cerchio" di Dave Eggers, è uscito sul grande schermo The Circle (2017, di James Ponsoldt).

Mae Holland (Emma Watson) lavora in un call center fornendo assistenza. Rigorosa e precisa, fa il proprio dovere con impegno e cordialità sognando un posto migliore. L'occasione di una vita finalmente bussa alla sua porta, o meglio le squilla al proprio telefono, quando l'amica Annie (Karen Gillan) le fa sapere di averle fissato un colloquio dove lei è stessa impiegata ed è un pezzo grosso: The Circle, una potente azienda nel campo delle telecomunicazioni che gestisce quello che è al momento il social network più popolare.

Smaltito il classico colloquio psico-attitudinale, Mae viene introdotta in un mondo dove giorno dopo giorno scoprirà sempre di più che se vuole davvero fare carriera, dovrà essere disposta a rinunciare al ogni angolino non illuminato della propria vita fino ad arrivare perfino a mettersi in condivisione live social dal risveglio alla buonanotte. I due potenti cofondatori-guru Eamon Bailey (Tom Hanks) e Tom Stanton (Patton Oswalt) sono lì a osservare e meditare. Novelli padre eterni di un mondo che vogliono costruire senza più segreti e trasparente.

Mae è attratta e da The Circle ma allo stesso tempo ne comprende l'invasiva presenza. Lavorare per loro significa partecipare agli eventi che creano. Spegnere il proprio telefono non è ammissibile. Non condividere le proprie esperienze è al limite del licenziamento. Abbandonare il proprio dormitorio per tornare a casa da sola rappresenta un suicidio sociale. Quando però scopre che la rinuncia alla propria "oscurità" la porterebbe ad avere una copertura sanitaria anche per il padre gravemente malato, Vinnie (Bill Paxton), per la ragazza non ci sono più dubbi su cosa fare.

Come accadeva anche per l'aspirante giornalista Andy Sachs alle prese con le bizzarrie del Diavolo vestito di Prada, ogni passo avanti nella scala del lavoro, significa retrocedere in quella affettiva tanto con la famiglia quanto con l'amico Mercer (Ellar Coltrane), umile e normale, quest'ultimo per nulla attratto dal regalare al mondo i propri sentimenti e soprattutto svenderli nel nome di chissà quale neo-divinità internettiana. Mae si ritrova dunque a un bivio. A essere interessati al potenziale della ragazza però non ci sono solo i suoi capi. c'è anche Kalden (John Boyega), un giovane che sembra avere le idee molto chiare su ciò che sta accadendo lì nella rete.

Ogni giorno uomini e donne riversano sui social network (Facebook e Instagram in particolare) gran parte della loro vita privata. A giudicare da quanto si vede, pare un mondo coabitato da persone felici. Le negatività sta sempre più scomparendo. La negatività è rischiosa da condividere e visto (e appurato) che tra post & tweet sguazzano gli head hunter (leggete il mio messaggio che da tempo ho in serbo per voi, ndr) convinti di poter capire il valore di una persona da ciò che scrive, o meglio, rendono pubblico, non è consigliabile farsi guidare da rabbia, depressione o rancore.

Dalla poesia on the road di The End of the Tour – Un viaggio con David Foster Wallace (2015) con Jason Segel e Jesse Eisenberg allo spauracchio dell’era moderna di The Circle (2017), per il regista James Ponsoldt la base è sempre quella del reale. La condivisione estrema non è fantascienza. È già realtà. Dalle proprie dichiarazioni di voto nel giorno delle elezioni alle foto dei propri figli/nipoti, preda facile dei moltissimi pedofili che si aggirano per il web, per ancora troppa gente tutto questo non rappresenta una minaccia. L'importante è condividere, ottenere like o chissà cosa. Nel terzo millennio la privacy è morta. Nel terzo millennio i tanti uomini e donne di The Circle sono qui a giudicare.

La giovane età e il viso ancora molto pulito rendono Emma Watson (Harry Potter, Bling Ring, Colonia) un'attrice perfetta per ruoli così ambigui. Ingenua. Spietata. Decis(iv)a. Non è certo una scoperta invece il due volte premio Oscar Tom Hanks (Philadelphia, Saving Mr. Banks, Il ponte delle spie), al contrario qui in The Circle in un ruolo (subdolo) di cui non si è certo abituati a vederlo. Personaggio a dir poco emblematico quello interpretato da Karen Gillan (Doctor Who, Guardiani della Galassia, La grande scommessa). Lei è l'euforia che si trasforma in sgomento e rottura. Lei è l'essere umano che si ribella alle macchine e il sistema.

The Circle (2017, di James Ponsoldt) è un film su una realtà onnipresente. La tanto invocata trasparenza (anche da una certa politica nostrana) è alla fine solo un potere esercitato da qualcuno. Oggigiorno e sempre più si leggono (anche) notizie di cronaca inquietanti sul mondo dei social newtork e la rete, senza dubbio il più grande strumento di controllo delle masse. E nonostante i tanti Edward Snowden provino a metterci in guardia, il risultato è un aumento costante delle presenze e dei contenuti regalati a chiunque.

In visione (anche) fino a mercoledì 10 maggio al cinema Rossini di VeneziaThe Circle (2017, di James Ponsoldt) è un vero thriller dei tempi moderni. I moderni burattinai si ergono a impeccabili divinità dalla coscienza immacolata. Il controllo totale impedisce la violenza di ogni tipo, incidenti e disgrazie. Un mondo perfetto. È quello che hanno sempre promesso i dittatori: “affidami la tua vita e io ti proteggerò”. A che prezzo? Quello non viene mai specificato. Quello è il prezzo da pagare. Attenzione a entrare dentro il "cerchio" (The Circle) della condivisione selvaggia della vostra vita, potreste (già) non essere più in grado di tornare indietro.

Il trailer del film The Circle

The Circle -  I cofondatori di Circle, Eamon Bailey (Tom Hanks) e Tom Stanton (Patton Oswalt

martedì 25 aprile 2017

Il Viaggio (The Journey) della Pace

Il Viaggio (The Journey) - Martin McGuinness (Colm Meaney) e Ian Paisley (Timothy Spall)
Non c'è pace in Irlanda del Nord. All'ennesimo summit però, complice il caso/stratagemma, la Storia prende un nuovo e inaspettato corso. Il Viaggio (The Journey), 2016 di Nick Hamm.

di Luca Ferrari

Due storie. Due visioni. Due corsie intransigenti. Una nazione. Un popolo. Agli inizi del terzo millennio l'Irlanda del Nord era ancora spaccata in due, stretta da religione e la ribellione dell'IRA. All'orizzonte non sembrava esserci nulla di buono ma ogni tanto il destino sa metterci il proprio zampino, l'uomo abbassa la guardia rispondendo al suo richiamo con lungimiranza e fede (nell'altro). Presentato nella sez. Fuori Concorso (Evento Speciale) della 73° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, è uscito sul grande schemo Il Viaggio (The Journey), 2016 di Nick Hamm.

St. Andrews (Scozia), 2006. Il Primo Ministro del Regno Unito, Tony Blair (Toby Stephens), è deciso a sistemare la questione nord-irlandese una volta per tutte. I due protagonisti sono lì, pronti per sfidarsi. Da una parte il rigido predicatore protestante Ian Paisley (Timothy Spall), leader del Partito Democratico Unionista. Dall'altra c'è il repubblicano Martin McGuinness (Colm Meaney), leader del movimento indipendentista Sinn Fein e sostenitore (più o meno dell'IRA). L'accordo sarebbe anche nell'aria ma la realtà è un'altra questione.

Come aveva specificatamente richiesto, al termine della prima giornata Paisley deve abbandonare il summit per inderogabili impegni coniugali. McGuinness allora, in virtù della prassi di far sedere vicini due politici di opposti schieramenti nello stesso mezzo di trasporto per evitare attentati, parte insieme a lui destinazione l'aeroporto di Edimburgo. Al volante c'è l'ignorantello Jack (Freddie Highmore), giovane autista, felice nel raccontare di aver avuto a bordo l'attore Samuel L. Jackson ma incapace di riconoscere i due uomini seduti dietro di lui.

Blair e il suo staff intanto, a cominciare da Harry Patterson (John Hurt), scafato uomo dei Servizi Segreti richiamato per l'occasione, sperano nel miracolo e che quel viaggio possa aiutare a far sciogliere il ghiaccio tra i due storici leader, mai incontratisi faccia a faccia prima d'ora. Sarà davvero così? Può un'ora su quattro ruote riuscire in ciò che uno scontro più che trentennale con accuse e morti non è mai riuscito a fare? Meglio affidarsi alle preghiere e la speranza, o andare oltre le proprie barriere?

Il Viaggio (The Journey) non è solo un pezzo di storia europea che tutti dovremmo conoscere ma getta molti punti interrogativi su ciò che ci aspetta. Troppo facile bearsi del successo della sua conclusione. Quanti ancora sono i dualismi politici che hanno il potere di decidere le sorti di milioni di persone? Ogni volta che sento un Partito criticare a prescindere il proprio dirimpettaio provo un gran sconforto, convincendomi che alla fine non interessi davvero a nessuno di fare il bene di una nazione ma sono il proprio interesse. Mi sbaglio? Smentitemi!

Persa l’anteprima al Festival di Venezia per la concomitanza di altri impegni cinematografici, ho potuto rimediare nel corso dell'unica giornata di programmazione del cinema Giorgione di Venezia, nella piccina sala B. Una nota di colore specifica per spiegarvi quanto ci tenessi davvero a vedere questa pellicola per interrogarmi su di un pezzo della nostra Storia europea, ragionando (anche) sul perché questi due uomini non furono capaci di trovare una soluzione prima risparmiando al proprio popolo inutili sofferenze.

La Storia d’Oltremanica, così come quella di tante altre nazioni europee (in casa e ancor di più fuori) è densa di sangue. Nessun nemico o minaccia esterna. La politica ferrea di Margaret Thatcher portò a costanti ritorsioni dell’IRA e un’esasperazione delle forze regolari britanniche culminate nella tragica e tristemente famosa Domenica di sangue del 30 gennaio 1972 quando o il 1º Battaglione del Reggimento Paracadutisti dell'spararono ad altezza uomo  nella cittadina di Derry, in Irlanda del Nord. Un fatto ben raccontato nel drammatico Bloody Sunday (2002, di Paul Greengrass).

Se la vicenda (incredibile) tra i due politica affascina con estrema facilità, le due interpretazioni principali sono di vera  razza. Dopo essere stato l’ingrugnito pittore Turner (nomination all’Oscar 2015 come Miglior attore protagonista) e l’odioso negazionista David Irving de La verità negata (2016, di Mick Jackson), Timothy Spall tocca ne Il Viaggio un nuovo apice interpretativo. Il suo Paisley è un monolite. Pare sceso dal Monte Sinai. Non concede nulla. “Dicono che l’ultimo - si - lo abbia detto al suo matrimonio” si bisbiglia. Tanto inamovibile quanto deciso e perfino ironico. Testa il nemico fino allo stremo prima di allunargli la propria grinzosa mano.

Colm Meaney è un volto visto e rivisto. Dal Mr Rabbitte patito di Elvis, padre di Jimmy nel cult The Commitments (1991, di Alan Parker - “Questo è il gruppo? Allora gli U2 si cagheranno sotto!” disse) passando per l'action di Con Air (1997, di Simon West) fino al più recente e drammatico The Conspirator (2010, di Robert Redford). Il suo McGuinness è un uomo alla ricerca del dialogo con lo storico rivale che non mai ha voluto incontrarlo, allo stesso tempo sente la responasbilità di non poter tradire la propria gente. Astuzia, ricordi e anche le lacrime. Lui è l’uomo fiero delle proprie lotte, ma conscio che non potranno andare avanti per sempre.

In mezzo ai due pesi massimi, quasi a chiudere il cerchio della vita ci sono il grande vecchio e lo scaltro giovane. Il primo è il grande John Hurt (Chesterfield, 22 gennaio 1940 – Cromer, 25 gennaio 2017) cui di recente cineluk gli ha dedicato un sentito omaggio. L'altro è il londinese classe '92 Freddie Highmore (Neverland - Un sogno per la vita, La fabbrica di cioccolato, Un'ottima annata). L'uno guida l'altro. Hanno una missione (celata) nascosta. A dispetto del contesto molto delicato, entrambi escono dai binari della missione lasciando spazio anche all'improvvisazione esattamente come bisognerebbe fare nella vita.

Anno 2017. Oggi abbiamo tutto. Oggi possiamo accedere in pochi secondi a tutte le informazioni del Pianeta e i suoi archivi, eppure passiamo più tempo dietro futilità e apparenza. Perché?  Il Viaggio (The Journey), 2016 di Nick Hamm ha molto da insegnare.  Il Viaggio (The Journey), 2016 di Nick Hamm non racconta solo la storia di come due acerrimi rivali capaci di trovare la strada del dialogo. No, c'è molto di più. Per capire cosa, ognuno deve guardarsi dentro e riflettere. Pensarci molto attentamente e poi finalmente agire.

Il trailer de Il Viaggio (The Journey)

Il Viaggio (The Journey) - da sx: il giovane autista Jack (Freddie Highmore),
il Primo Ministro Tony Blair (Toby Stephens) e il navigato Harry Petterson (John Hurt)
Il Viaggio (The Journey) - Ian Paisley (Timothy Spall) e Martin McGuinness (Colm Meaney)

domenica 16 aprile 2017

Tre film, tre grandi storie di attualità

Il grande cinema d'attualità sul grande schermo
Tre grandi storie di attualità sono da poco uscite sul grande schermo. Donne contemporanee, politici lungimiranti, eredità post-belliche. Tre film da vedere. Tre film su cui riflettere e ragionare.

di Luca Ferrari

Donne in lotta per la propria identità e libertà. Due uomini che più distanti non potrebbero e d'improvviso eccoli a cambiare per sempre la Storia del proprio paese. Le laceranti ferite di una guerra civile con il potere (drammatico) di annichilire con "semplici ritorni". Sono le tematiche di lungometraggi usciti in queste ultime settimane. Tre film che meriterebbero una lunga permanenza in sala, offrendo così al pubblico nostrano qualcosa capace di andare oltre i paraocchi "Cinecittollywoodiani".

Tre fette di mondo: IsraeleIrlanda del Nord e Balcani. I protagonisti sono la società civile, politici e i fantasmi del conflitto europeo più sanguinoso dopo la II Guerra Mondiale. Libere, disobbedienti e innamorate - In Between (2016, di Maysaloun Hamoud), Dall'altra parte (2016, di Zrinko Ogresta) e  Il viaggio - The Journey (2016, di Nick Hamm). quest'ultimo in programmazione mercoledì 19 aprile al Cinema Giorgione (sla B) di Venezia (h. 17.30/19.30/21.30).

Tel Aviv (Israele), terzo millennio. Laila (Mouna Hawa), Salma (Sana Jammelieh) e Nour (Shaden Kamboura) sono tre donne diverse che si apprestando a condividere lo stesso tetto mettendosi in gioco con le rispettive esperienze e stili di vita. Libere, disobbedienti e innamorate - In Between è tutto fuorché un monologo sulla libertà di genere. Sbatte le porte. Feconda sussurri. Inoltra riflessioni. Confronta credo e laicismo. Parla di donne a contatto con una società ancora e implacabilmente machista.

Distribuito da Officine Ubu e presentato in anteprima alla 73° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, Evento Speciale nella sez. "Fuori Concorso", Il viaggio The Journey vede protagonisti Ian Paisley (Timothy Spall) e Martin McGuinness (Colm Meaney). Due uomini che avrebbero potuto rimanere nei loro rigidi binari ma trovarono la strada del dialogo e del cambiamento. Di sicuro una bella lezione per tutti coloro che pensano di avere sempre ragione agendo da incoscienti ai danni (come sempre) della popolazione civile.

Anch'esso uscito lo scorso 30 marzo come il collega d'Oltremanica, Dall'altra parte riapre la pagina di una pace ricucita frettolosamente dalla colpevole Comunità Internazionale dopo cinque anni di fratricida guerra balcanica. Al centro della scena c'è Vesna (Ksenija Marinkovic), il cui marito è pronto a tornare a casa dopo aver scontato una lunga detenzione dal Tribunale Penale Internazionale dell'Aja. Per la donna, uno dei cui figli si è suicidato proprio a causa delle colpe paterne, è un autentico choc e ha inizio così un nuovo doloroso viaggio tra vita privata e Storia.

Sarà l'ormai stra-abuso del fantasy, i remake, i cine-fumetti, l'immutabile commedia italiana ma le mie scelte da critico cinematografico guardano sempre più decise alla realtà e se penso a quei film che negli ultimi mesi mi hanno davvero colpito, mi tornano quasi ed esclusivamente opere tratte da fatti realmente accaduti a cominciare dall'avvincente Snowden (2016, di Oliver Stone) sull'omonimo informatico Edward, il dramma sul negazionismo de La verità negata (2016, di Mick Jackson con l'ennesima performance superlativa di Spall) e il vincitore a Cannes 2016, Io Daniel Blake (di Ken Loach) autentico dramma sociale della realtà inglese.

Per comprendere davvero la realtà senza limitarsi a un superficiale post su Facebook, il mondo e la sua Storia vanno conosciuti e studiati. Il cinema non è certo la risposta ma può rappresentare un ottimo spunto di partenza per portare alla conoscenza delle masse eventi ancora non così popolari. In questo la settima arte ha una forza che non ha ancora nessuno e tutte le volte che potrà, "cineluk - il cinema come non lo avete mai letto" sosterrà e racconterà sempre storie che scomodano il passato con l'ambizione di instillare scintille per un nuovo futuro.

 Dall'altra parte (2016, di Zrinko Ogresta)
Libere, disobbedienti e innamorate - In Between (2016, di Maysaloun Hamoud)
Il viaggio - The Journey (2016, di Nick Hamm)

venerdì 7 aprile 2017

Il pueblo non è un paese per giovani

Non è un paese per giovani - Nora (S. Serraiocco), Sandro (F. Scicchitano) e Luciano (G. Anzaldo)  
Luoghi comuni,  progetti improvvisati e una Cuba “leggermente” idealizzata. È uscito al cinema Non è un paese per giovani (2017, di Giovanni Veronesi).

di Luca Ferrari

Italiani alla ricerca della soluzione definitiva per uscire dalla melma "spaghettosa" e obsoleta senza futuro. È così che due ragazzi partono alla conquista di Cuba, convinti di poter prendere parte alla ventata di liberalizzazione digitale che pare stia soffiando anche sull'isola dei Caraibi. Eccoli dunque, Luciano e Sandro, passare dai tavoli di una trattoria romana alla calura dell'Avana. La realtà perà è come sempre un'altra questione. Non è un paese per giovani (2017, di Giovanni Veronesi).

Luciano (Giovanni Anzaldo) è uno scafato cameriere che non ama parlare di sé. Da tempo si sta preparando a mollare gli ormeggi e sbarcare a Cuba, neo-terra promessa di opportunità sullo sfondo della fine dell'epopea Castrista (all'epoca il leader maximo era ancora in vita, ndr). In ultima battuta si unisce a lui il collega Sandro (Filippo Scicchitano) Suo padre si chiama Cesare (Sergio Rubini), giornalaio costretto a vendere verdura sotto L'Espresso & co. per arrivare a fine mese.

Atterrati all'aeroporto José Martì della capitale, dedicato al celebre poeta rivoluzionario, i due italiano vengono accolti dalla stravagante Nora (Sara Serraiocco), che li conduce nella casa particular prenotata online con la complicità di una ballerina. Scambiati in principio per una coppia gay, non ci vorrà molto perché inizino a dimostrare quale strada intendano perseguire.

Immaginarsi Cuba come la terra del pueblo unido e di Che Guevara nell'epoca di Facebook e Google Earth fa quasi tenerezza (o superficialità). Se a questo cine-scherzo, si unisce poi l'ormai abusato filone dei cervelli, o banalmente degli esseri umani, in fuga dall'Italia senza domani, il risultato è uno scialbo prodotto (Non è un paese per giovani) che potrà al massimo fare la gioia di chi ha già le valigie in mano e gli serve un po' di ottimismo all'acqua di rose.

Non è un paese per giovani (2017, di Giovanni Veronesi) inizia il suo viaggio mostrando i tanti italiani in giro per il mondo che che mandano video-messaggi, felici e spensierati (o quasi). Piccole istantanee senza il minimo approfondimento. Post visivi superficiali che non dicono nulla, avvallando al massimo un'idea che andarsene risolverà qualcosa, o magari no, forse. Andiamo, poi si vedrà. Andiamo che tanto peggio di così non può essere.

Film tiepido, il cast però funziona. Dopo il brillante esordio in Scialla! (2011, di Francesco Bruni) e le successive conferme in Un giorno speciale (2012, di Francesca Comencini), presentato in concorso alla 69° Mostra del Cinema di Venezia, e Allacciate le cinture (2014, di Ferzan Özpetek), il giovane Filippo Scicchitano torna protagonista di un'opera corale. Ingenuo (a tratti) ma risoluto. Combattivo e desideroso di andare avanti anche da solo se necessario. Si ritrova dentro un'avventura che non avrebbe mai immaginato di vivere.  


Idealista, comunista e generoso, è invece il personaggio interpretato dall'eclettico Sergio Rubini (Tutto l'amore che c'è, Mi rifaccio vivo - di cui è anche regista, Dobbiamo parlare) che aggiunge una nuova e divertente performance a una carriera variegata come poche nel panorama nostrano. Banalità, se vogliamo, l'immancabile l'italiano-truffatore con l'accento meridionale interpretato da Nino Frassica impegnato in attività di ristorazione e con un debole per le compagnie sessuali più sfrenate.

La Cuba di Veronesi quasi non inquadra i militari che nella realtà sono ovunque (parlo per esperienza diretta, ndr). Locali dove si balla. Qualche scorcio di casa particular e quelle spiagge cristalline tutt'ora precluse ai residenti. Lì ne mezzo, due italiani sbarcati a Cuba con un fantomatico progetto di business legato al wifi (pronunciato uifi, ndr) legato a sua volta a un traffichino personaggio locale. Non è un paese per giovani atterra in uno dei simboli della Guerra Fredda facendo la figura di uno scolaretto che gioca a imporsi come ricercatore d'alto lignaggio.

Non ci vuole una laurea in politica internazionale per capire che l'apertura di Cuba sarà molto lenta e qualora avvenisse, non sarà a certo a portata di affare per giovani stufi delle catene di casa propria. Luciano e Sandro partono senza troppe idee e forse con la convinzione che comunque gli resterà un'esperienza quando passeggeranno nuovamente a Trastevere. Forse siamo tutti un po' troppo assuefatti a sentire che l'Italia Non è un paese per giovani. Forse tutti vorremmo che l'Italia iniziasse a esserlo seriamente.

Il trailer di Non è un paese per giovani

Non è un paese per giovani - Euro60 (Nino Frassica) e Sandro (Filippo Scicchitano)  

sabato 1 aprile 2017

L'era glaciale, lacrime di amorevole vita

L'era glaciale - (da sx) il piccolo umano, Diego, Sid e Manfred
Il cerchio della vita si stringe amorevolmente attorno a una creatura salvata dal più improbabile dei branchi in fuga da L'era glaciale (2002, di Regia Chris Wedge e Carlos Saldanha).

di Luca Ferrari

Milioni e milioni di anni fa, la lotta per la sopravvivenza era al suo stadio più brado e naturale. L'uomo cacciava le bestie per scaldarsi e nutrirsi. Gli animali facevano lo stesso per le medesime ragioni, ma non solo. Un branco di smilodonti infatti, letali tigri dai denti a sciabola, hanno giurato di farla pagare all'uomo col sangue del loro ultimo arrivato. Fallito l'assalto però, viene scelto Diego (doppiatore italiano Pino Insegno) per recuperare il marmocchio e consegnarlo al capo per il giusto castigo.

L'era glaciale intanto si avvicina a grandi passi e mentre tutto il regno animale è in fuga, un mammut di nome Manfred (doppiatore italiano Leo Gullotta) si aggira solitario e di pessimo umore. Un bestione addosso al quale va a sbattere l'appiccicoso bradipo Sid (doppiatore italiano Claudio Bisio), inseguito da due rinoceronti. I due neo-compagni di avventura si ritrovano fra le mani un cucciolo umano e sono decisi a riportarlo ai genitori. Con l'inganno Diego si unisce a loro ma col passare del tempo qualcosa cambia nel cuore della tigre finendo per dare vita al più improbabile, coraggioso e risoluto branco, che mai si fosse visto sul Pianeta.

L'era glaciale è un film commovente e con molto da insegnare. Un film che ha dato origine a una saga che a oggi, aprile 2017, ha già partorito quattro sequel e due spin-off, nessuno mai davvero all'altezza del primo capitolo con la sola eccezione de L'era glaciale 3 – L'alba dei dinosauri (2009, di Carlos Saldanha e Mike Thurmeier). Decisamente più modesti gli altri: L'era glaciale 2 - Il disgelo (2006, di Carlos Saldanha), L'era glaciale 4 – Continenti alla deriva (2012, di Steve Martino e Mike Thurmeier) e l'ultimo L'era glaciale – In rotta di collisione (2016, di Mike Thurmeier e Galen T. Chu).

Agli inizi del terzo millennio l'animazione di nuova generazione era ancora una novità e termini come young adult dovevano ancora essere coniati (bei tempi, ndr). L'era glaciale fu uno dei migliori prodotti realizzati in quello che fino a quel momento era un panorama dominato da Pixar e Dreamworks. Prodotto dai Blue Sky Studios in collaborazione con la 20th Century Fox Animation, l'opera è allo stesso tempo originale, divertente e toccante, il tutto immerso in un'epoca dall'appeal non così scontato. Quando però c'è una sceneggiatura degna di questo nome, il riscontro è garantito.

Entrando nel dettaglio dei personaggi poi, Sid è un capolavoro. Non smette mai di parlare, combina guai ed è incapace di fare (quasi) ogni cosa tranne dormire, mangiare e affezionarsi. Manfred detto Manny è il classico gigante-duro dal cuore tenero, segnato da un profondo dolore che lo spinse anni or sono a scegliere la strada dell'isolamento. Ci vorrà la scarica “vitale-insopportabile” del bradipo per farlo tornare a scegliere la vita. E infine Diego. Lui è il mondo capace di cambiare e migliorare, imparando a usare la propria testa riconoscendo quali siano i veri amici senza soccombere nella cieca appartenenza di origine.

L'era glaciale  (2002, di Chris Wedge e Carlos Saldanha) è un film capace di scaldarti il cuore anche se lì fuori è un continuo scagliarsi dardi avvelenati alle spalle e tutto ciò che ti resta fra le mani è una blanda coperta sotto la quale stai piangendo. Un po' per commozione, un po' per come stanno andando le cose nella tua vita. Metafora perfetta, i goffi e fallimentari tentativi di Sid nel cercare di proteggersi dal diluvio utilizzando alla fine, rassegnato e sconsolato, il minuscolo codino del mammut.

Il tempo passa. La vita prosegue. I film ritornano. La coperta è ancora lì, al mio fianco. L'animazione de L'era glaciale si ripresenta sul piccolo schermo ma qualcosa è cambiato. Le cicatrici bruciano ancora e il mondo lì fuori non è poi così diverso da allora. Gli scudi hanno crepe. Le spade puntano minacciose. Le stelle sono ancora desideri. Lì dentro però, è successo un miracolo. Una scintilla di magia umana è diventata amorevole realtà.

Io sono qui, e dall'alto dei miei fatidici 40 anni, questa sera sto ancora guardando L'era glaciale (2002, di Chris Wedge e Carlos Saldanha). A fianco a me c'è qualcuno che fino a ieri non avevo mai guardato negli occhi. Nell'altra stanza c'è una persona speciale che da più di 10 anni illumina il mio mondo. Sopra di me c'è qualcuno con un respiro neonato che fino a pochi giorni fa non avrei mai potuto immaginare sarebbe stato così unico averlo accanto. Io sono qui, a guardare commosso fino alle lacrime L'era glaciale. Vicino a me ci sono loro due, e la mia vita non potrebbe essere più speciale.

Una divertente scena de L'era glaciale

L'era glaciale - (da sx) il bradipo Sid con il piccolo umano davanti a un murales

domenica 26 marzo 2017

Peppone, cuore di padre e compagno

Don Camillo - Peppone (Gino Cervi) con neonato Libero Camillo Antonio... Camillo!
Compagni, un compagno di più, ah ah! dice orgoglioso il sindaco rosso Peppone (Gino Cervi) dalla propria abitazione dopo la nascita dell'ultimo figliolo. Don Camillo (1952, di Julien Duvivier).

venerdì 24 marzo 2017

David di Donatello 2017, ciak! Si premia...

... è tutto pronto per la 61° edizione dei David di Donatello
Lunedì 27 marzo a Roma si svolgerà a Roma la 61° edizione dei David di Donatello, i premi del cinema italiano.

di Luca Ferrari

7 minuti (di Michele Placido), In guerra per amore (di Pierfrancesco Diliberto), L'estate addosso (di Gabriele Muccino), La pazza gioia (di Paolo Virzì) e Piuma (di Roan Johnson), sono loro i 5 film in lizza per il Premio David giovani, ossia quei film selezionati da una giuria di studenti universitari e non. Ed è da qui che cineluk- il cinema come non lo avete mai letto vuole iniziare il suo servizio sulla 61° edizione dei David di Donatello che avrà luogo a Roma lunedì 27 marzo, presentata anche quest'anno da Alessandro Cattelan.

Parto da qui perché il presente e futuro della settima arte passano tassativamente per il mondo dei giovani ed è interessante vedere che nella cinquina selezionata vi siano tematiche forti, a cominciare dal dramma del lavoro trasposto dal teatro “via” Placido, passando poi a un altro degli eterni mali italiani, la mafia (Pif). Altre proposte toccano il momento cruciale del passaggio dalla scuola dell'obbligo al mondo degli adulti (Muccino e Piuma), per poi selezionare quella che è stata una delle migliori pellicole e meglio interpretata della stagione passata, ossia La pazza gioia.

Dopo l'abbuffata dell'anno passato di Lo chiamavano Jeeg Robot (di Gabriele Mainetti) e la doppietta Miglior film e Miglior sceneggiatura di Perfetti sconosciuti (di Paolo Genovese), lunedì 27 marzo saranno in tre in particolare le pellicole a scontrarsi per aggiudicarsi il maggior numero degli Oscar italiani: Indivisibili (di Edoardo De Angelis), La pazza gioia (di Paolo Virzì) e Veloce come il vento (di Matteo Rovere), rispettivamente con 17, 17 e 16 nomination.

Sicuro protagonista della serata sarà proprio quest'ultima pellicola, in gara per quasi tutti i premi più importanti: Miglior film, regia, sceneggiatura originale, Migliore attrice protagonista (la giovane Matilda De Angelis), Migliore attrice non protagonista (Roberta Mattei) e ovviamente lui, Stefano Accorsi, in lizza per il titolo di Miglior attore protagonista. Una performance quella dell'attore bolognese nei panni dell'ex-pilota tossico Loris detto “il ballerino”che con tutta probabilità gli farà bissare il successo ai David dopo quello ottenuto nel 1999 per Radio Freccia.

Riflettori puntati anche sull'elezione della Miglior attrice protagonista dove c'è tantissima curiosità per vedere chi la spunterà tra le due superbe protagoniste di La pazza gioia, ossia Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi. Un film toccante, le cui performance attoriali unite alla complicità delle due prime donne hanno fatto del 12° lungometraggio di Virzì un'opera notevole, per nulla scontata nel panorama italiano e capace di commuovere fino alle lacrime un gran numero di spettatori.

Molto agguerrita anche la sfida per il Miglior film dell'Unione Europea, dove il cinema britannico è in pole position con tre opere in gara. La denuncia sociale di Ken Loach con Io, Daniel Blake (palma d'Oro a Cannes) se la dovrà vedere con il romantico Sing Street (di John Carney), cuore adolescenziale e canterino d'Irlanda. Insieme a loro il meno pungente Florence (di Stephen Frears con Meryl Streep e Hugh Grant), Truman – Un vero amico (di Cesc Gay) e l'anomalo (considerato chi è il regista) Julieta (di Pedro Almodovar).

Infine il Miglior film straniero dove regnano incontrastati gli Stati Uniti. Presentato a Venezia73 dove il regista Tom Ford ha conquistato il Leone d'argento - Gran premio della giuria, Animali notturni scenderà in campo contro agguerriti rivali a cominciare dal drammatico Lion – La strada verso casa (di Garth Davis con Dev Patel e Nicole Kidman), Sully (di Clint Eastwood con Tom Hanks), il molto apprezzato e delicato Paterson (di Jim Jarmusch) e infine Captain Fantastic (di Matt Ross con Viggo Mortensen), Premio BNL del pubblico al miglior film al Festa del Cinema di Roma '16.

Veloce come il vento (2016, di Matteo Rovere) -
Giulia (Matilda De Angelis), Loris (Stefano Accorsi) e Tonino (Paolo Graziosi)
Piuma (2016, di Roan Johnson) - i coniugi Franco (Sergio Pierattini) e Carla (Michela Cescon)
Fai bei sogni (2016, di Matteo Bellocchio) - Massimo (Valerio Mastandrea)
L'estate addosso (2016) il cast del film con al centro il regista Gabriele Muccino
La pazza gioia - il regista Paolo Virzì
tra le attrici protagoniste Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti

martedì 21 marzo 2017

David Lynch, l'arte di fare cinema

David Lynch, The Art Life 
Incontri, pensieri (tanti) e proiezioni. In occasione dell'uscita del documentario a lui dedicato The Art Life, a Venezia si è svolta una rassegna dedicata al regista americano David Lynch.

di Luca Ferrari

Immagini. Visioni. Cine-costruzioni. Pennellate. Un mondo in costante trasposizione. È stata un'esperienza visivo-mentale davvero notevole quella vissuta al Teatrino di Palazzo Grassi a Venezia durante la rassegna David Lynch, tra arte e cinema (16-18 marzo). Una tre giorni scandita da incontri e le proiezioni del documentario The Art Life (2016, di Rick Barnes, Jon Nguyen e Olivia Neergaard-Holm), incentrato sul regista americano, la I stagione della serie I segreti di Twin Peaks e il film Strade perdute (1997, di David Lynch) con Patrcia Arquette, Bill Pullman e Robert Loggia, tutto rigorosamente in lingua originale sottotitolato in italiano.

Prima dei (miei) cult Point break e Il corvo. Molto prima dell'infatuazione totale per la settima arte, ci fu lei, la serie di Twin Peaks. I segreti di Twin Peaks (1990-91). E che cosa ne avrei mai potuto sapere (capire) del mondo dal di dentro del mio claudicante agglomerato di globuli rossi e un cesto fin troppo pensate di pensieri impauriti di acerbo quattordicenne? Niente di niente. O forse assai, quanto bastava in ogni caso per comprendere lo sfregio di certi silenzi fraternizzare con le inquietudini delle vittime del demone Bob. Io ero già su questo Pianeta quando venne trasmessa in Italia la serie di Twin Peaks.

“Nessuno guardava la televisione, ma nessuno si perdeva una puntata di Twin Peaks” Ha raccontato Emanuela Martini, direttrice del Torino Film Festival, nel corso della presentazione della 2° giornata della rassegna dedicata alla suddetta serie. La celebre giornalista-critico cinematografica ha poi proseguito rivelando ulteriori aneddoti come la presenza (per niente casuale) dei un pettirosso nella sigla e similitudini con le precedenti opere del resista stesso.

Una serie con rarissimi precedenti di vero spessore, ma dalla cui uscita in poi ne sarebbero venute sempre di più fino a un'autentica overdose qualitativa dell'era contemporanea. “Oggi il grande cinema si trova nelle serie” ha spiegato Emanuela, “Ce più tempo e si può osare di più”. Altro punto cruciale, David Lynch era un regista già affermato quando gli venne proposto di girare la serie, della quale sarà costretto dalla Produzione a rivelare il nome dell'assassino molto prima dell'ultima puntata.

Già regista di successo di Eraserhead – La mente che cancella (1977), The Elephant Man (1980) e Velluto blu (1986) nonché fresco di Palma d'oro al Festival di Cannes per il film Cuore selvaggio (1990) con Nicolas Cage e Laura Dern, all'inizio degli anni Novanta, insieme al fido Mark Frost, David Lynch si apprestava a segnare per sempre il corso del piccolo schermo con un prodotto oscuro e ambientato nella provincia solitaria.

Venezia, teatrino di Palazzo Grassi (16-18 marzo 2017). Sono stati tre giorni davvero intensi per chi come il sottoscritto ha assistito a tutto il programma. Curiosamente, il grosso del pubblico si è concentrato sul prologo e l'epilogo della manifestazione, ossia il documentario e il film, lasciando Twin Peaks a pochi affezionati. Non è un caso che alla domanda della Martini su quanti in sala avessero visto la serie, in pochi abbiano risposto affermativo.

A dare il via, David Lynch – The Art Life, un viaggio nell’intera vista del regista, curiosamente un corpo estraneo rispetto alla rivoluzione degli anni 60. Basterebbe questo elemento per comprendere la natura personale dell'uomo. Le mode sono per gli altri, non per lui. Ecco allora David assecondare il fuoco dell'arte che lo accompagna nel cammino della sua vita. Una prima famiglia, la disapprovazione paterna nel voler insistere a creare e poi il grande passo. I primi film e la consacrazione come regista di culto.

Lui è sempre lì, sigaretta in bocca a raccontarsi. Un viaggio una cui unica visione non può essere sufficiente per comprenderne il talento né l'opera stessa ma Venezia ha risposto ancora una volta, "presente!". Dopo l'anteprima nel celebre palazzo a due passi dal Canal Grande infatti, il documentario David Lynch - The Art Life sarà in visione al Cinema Rossini nelle giornate di martedì 28 e mercoledì 29 marzo (sala 2 h. 17.40/ 19.50).

Arriva il momento più atteso. “La madre di tutte le serie d'autore”, come spiega Emanuela. Presto attenzione ma è come essere sullo Space Shuttle. Ti senti ripetere dalla NASA tutte le istruzioni possibili e immaginabili ma vuoi solo partire e finalmente arriva quel momento. Ma ce ancora da attendere. L'ospite racconta dettagli “David e Mark erano in un bar a Los Angeles e lì ebbe la visione del cadavere di Laura Palmer avvolto nella plastica, scena che apre la puntata pilota Passaggio a Nord-Ovest.

Più di tanti altri, ogni stimolo per David Lynch è un pezzo di resoconto. Un tovagliolo sbrodolato di latte può diventare il rifiuto a comprendere un qualche destino. Diversità. Insubordinazione. Scenica ammirazione dei propri monumenti interiori. Nel mondo di David Lynch c'è chi preferisce rivolgere le domande ai ceppi e interrogando il soprannaturale, altri rispondo al citofono delle ambivalenze senza condanne, ma al massimo ulteriori visioni. Adesso la sfida è col silenzio dell'attesa e so già di non essere il solo a fremere all'idea...

David Lynch - The Art Life
Strade perdute - Alice Wakefield (Patricia Arquette)
I segreti di Twin Peaks - (da sx) lo sceriffo Truman (Michael Ontkean), l'agente speciale Cooper (Kyle MacLachlan), Hawk (Michael Horse) e il vice-sceriffo Andy Brennan (Harry Goaz)
David Lynch - The Art Life e Luca Ferrari,
il giornalista-critico cinematografico, autore di cineluk - il cinema come non lo avete mai letto