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martedì 17 ottobre 2017

Michael e Alicia, dovevate sposare noi

(da sx) Luca Ferrari, Desiree Sigurtà, Michael Fassbender e Alicia Vikander
Alicia Vikander e Michael Fassbender si sono sposati. Un autentico affronto al duo indie-rock Finalmente Melissa, Desiree Sigurtà e Luca Ferrari. Nelle loro menti (distorte e malate) infatti, avrebbero dovuto sposare loro.

di Luca Ferrari

Quei due l'hanno combinata davvero grossa. La premio Oscar Alicia Vikander e Michael Fassbender si erano presentati ai riflettori della 73° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia come neo-coppia per l'anteprima del sottovalutato La luce sugli oceani (2016, di Derek Cianfrance). L'amore è proseguito fino alle nozze celebratesi il 13 ottobre scorso. Felicitazioni da parte di tutti, o quasi. A storcere il naso il duo indie-rock dei Finalmente Melissa. Il loro addetto stampa ha parlato di un clima inimmaginabile.

Leader della band, la milanese Desiree Sigurtà in più di una occasione aveva dichiarato di essere alla ricerca di un vero uomo di classe e Michael Fassbender sembrava essere la persona giusta, senza che questi però la degnasse di alcuna attenzione. Inviato stampa a Venezia73, il veneziano Luca Ferrari, dal torbido passato sentimentale, aveva provato ad avvicinare la fanciulla ricevendo in cambio minacce dall'intero staff dell'Actv (è sempre colpa loro, ndr). Ora, la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Desiree e Luca non ci stanno proprio. Parafrasando il loro collega Alessandro Manzoni, “questo matrimonio non ha s'ha da proseguire”.

La storia dei Finalmente Melissa è avvolta nel mistero. Considerati da molti il perfetto incidente tra Sonic Youth e Stone Gossard, nonostante la band debba ancora produrre il primo album e non abbia all'attivo alcuna presenza live, gode di un incredibile seguito (la loro pagina Facebook ha ben 17 followers!”). Tutto quello che si sa dei due artisti è che sono anche giornalisti. In esclusiva sono stati raggiunti da “cineluk – il cinema come non lo avete mai letto”. Preparatevi dunque a leggere questa incredibile e stucchevole doppia intervista.

  • Perché Michael/Alicia avrebbe dovuto sposare te? 
D.S Innanzitutto, per istinto di conservazione della specie. Non tanto quella umana, quanto quella dei portatori di capelli rossi. Inoltre, avendo lui interpretato film a tema musicale (c’è Song to Song, ma soprattutto Frank), e facendo io parte di una band, e avendo partecipato al compleanno di Noel Gallagher, abbiamo molto più cose in comune di quanto potrebbe pensare. E poi perché io sono io. Anche se sono forse meno graziosa di James McAvoy.
L.F Sono un poeta. Ho scritto più di 12.000 poesie fino a ora. Che volete di più nella vita? Volete mettere poi "lo spasso" portare il sottoscritto, notoriamente asociale e inviso alle public relations, a eventi e anteprime? Ogni volta sarebbe un'avventura... specie per gli altri.

  • Perché Michael/Alicia non avrebbe dovuto sposare Alicia/Michael? 
D.S Perché lei è lei? Troppo facile.
L.F All'inizio può sembrare più facile e galvanizzante, ma alla fine la gente che fa lo stesso mestiere entra in un circolo vizioso di noia e condivisione estrema. Io invece sono una mina vagante.

  • Dove lo/l'avresti portato/a al primo appuntamento? 
D.S Prima in un non luogo. Una lunga camminata, perfetta per fare un po’ di psicanalisi alla Jung (che preferisco a Freud. Infatti chi interpretava lui in A Dangerous Method? Esatto). Poi, dopo ore di chiacchiere, birra e freccette (ma anche biliardo), in un pub.
L.F Dipenda dalla città, ma in linea di massima in un posto tranquillo e affacciato sul mare. Dato il mio ego sconfinato, avrei parlato soprattutto io. Tanto di lei so già su tutto con "Uikipedia". Scherzo, avrei fatto tesoro di tutto il mio assurdo passato, e l'avrei conquistata con ironia e il mio noto amore per l'acqua di rubinetto e il chinotto con limone (senza ghiaccio).

  • Dove vi sareste sposati?
D.S Non ci saremmo sposati. Non saremmo stati così borghesi. Ok, matrimonio civile probabilmente in una piccola città. Che non avrei voluto blindata.
L.F Adoro la Scandinavia. Ho girato per lavoro in Norvegia, Svezia e Finlandia. Ho fatto un reportage di viaggio anche a Goteborg, città natale di Alicia. Tutti gli scenari possibili mi garbano. Foreste, fiordi, laghi. Natura comunque. Se la fanciulla avesse gradito la sua terra natale, carta bianca per il posto.

  • Cerimonia grande o per pochi intimi? 
D.S Quante casse di birra servono per 30 amici strettissimi?
L.F Pochi intimi assolutamente. Lo ribadisco, sono abbastanza (…) avverso agli esseri umani (e io a loro). Poi la tensione pre-nuziale non l'avrei retta, in più non ho simpatia per l'alcol, il che complica le cose. Diciamo i due testimoni e stop. Però presumo avrei dovuto concedere qualcosa in più ad Alicia.

  • Dove sareste andati in luna di miele? 
D.S Galles. Ci sono un sacco di gingerheads.
L.F Siamo entrambi del Nord, ergo un posto caldo (ma non umido) sarebbe stato l'ideale, tanto per cambiare aria. Riflettendoci bene però, l'Islanda è da sempre una delle mie mete predilette che ancora aspetto di visitare..

  • Qual è il miglior film di Michael/Alicia?
D.S  Inglorious bastards (come ci chiameremmo nell’intimità)-
L.F L'ho molto apprezzata in Il quinto potere (2013, di Bill Condon), sulla controversa figura di Julian Assange. A Royal AffairOperazione UNCLE e The Danish Girl mi sono garbati assai ma ovviamente attendo con estrema curiosità di vederla in Tomb Raider (2018).

  • Che cosa dovrà assolutamente cambiare una volta sposati? 
D.S “James, questa  è l’ultima volta che mi sveglio la mattina e ti trovo in pigiama in cucina”.
L.F Non sono così presuntuoso da pensare che la fanciulla cambi per me, per lo meno ufficialmente. Le donne sono già perfette così come sono, Alicia in particolare. Ah, ovviamente stando insieme a me imparerà da sola l'arte della tolleranza e la pazienza. In caso contrario credo mi ucciderà, e che speranze posso avere contro "Lara Croft"?

  • Che cosa pensi di dover cambiare per essere la sua compagna di vita per sempre?
D.S Non potrò più fare tour lunghi coi Finalmente Melissa 😞
L.F Non sbuffare in modo palese quando ho sonno e/o mi viene fame. Diciamo che in codeste situazioni posso diventare dispettoso, fastidioso e usando le parole di Desiree stessa, “ignobile”.

  • Avresti inviato Luca e Alicia/Desiree e Michael al vostro matrimonio (si o no,  perché) ? 
D.S Sì, perché così lei rosicherebbe.
L.F Che si fottano tutti e due! Se si avvicinano nel raggio di 10 miglia li prendo a cannonate! Lei è una piantagrane, e lui doveva vincere l'Oscar come Steve Jobs. Mi ha profondamente deluso. Si vergogni!

La luce sugli oceani - Tom (Michael Fassbender) e Isabel (Alicia Vikander
Luca Ferrari e Desiree Sigurtà

sabato 14 ottobre 2017

Il palazzo delle divisioni

Il palazzo del Viceré - Lord Mountbatten (Hugh Bonneville) e Muhammad Ali Jinnah (Denzil Smith)
Divide et Impera. Ora che hindu, sikh e musulmani sono sul piede della guerra civile, la Gran Bretagna è pronta a lasciare libera l'India. Il palazzo del Viceré (2017, di Gurinder Chadha).

di Luca Ferrari

1947, la II Guerra Mondiale è finita. A Delhi viene inviato un nuovo Viceré, l'ultimo, Lord Louis Mountbatten ((Hugh Bonneville). La Gran Bretagna ha infatti concesso l'indipendenza alla sua colonia indiana. C'è un problema. Un ma. Tensioni interne sono sul punto di esplodere. I musulmani indiani si vogliono staccare. La tanto sudata libertà è sul punto di implodere. Basato su fatti reali, è uscito sul grande schermo Il palazzo del Viceré (2017, di Gurinder Chadha).

Il mondo è cambiato. Hitler e il nazismo sono un pallido ricordo. L'epopea del colonialismo europeo è sul viale del tramonto. Stati Uniti e Unione Sovietica sono i due grandi blocchi con e contro cui bisogna schierarsi. La Gran Bretagna è pronta ad abbandonare il subcontinente indiano dopo oltre tre secoli di dominio e oppressione. La tanto attesa libertà però si sta trasformando in un bagno di sangue.

Il leader musulmano Muhammad Ali Jinnah (Denzil Smith) vuole a tutti costi una propria nazione, il Pakistan, libero e indipendente. Per il corrispettivo hindu, Jawaharlal Nehru (Tanveer Ghani) e il mahatma Gandhi (Neeraj Kabi) invece, tutto questo è inammissibile. Lord e Lady Mountbatten (Gillian Anderson) non si comportano da conquistatori ma nulla serve a evitare l'inevitabile. La divisione è già scritta. È stata scritta da secoli. Loro non possono fare nulla, solo andarsene e lasciare quel mondo che non è più il loro, né britannico, al proprio destino.

Le differenze si acuiscono sempre di più, in ogni strato sociale. Anche nello stesso Palazzo dove risiedono i Mountbatten, definito dalla signora “più sfarzoso di Buckingham Palace. Nel giogo della politica d'interesse, esodi e ideologie, ecco sgorgare una pura tenera storia d'amore. Jeet (Manish Dayal) e Aalia (Huma Qureshi) sono entrambi impiegati nel Palazzo. Indiani, lui di fede hindu e lei musulmana. Si conoscevano già da quando l'uomo curò in carcere il padre di lei, Ali Rahim Noor (Om Puri). Adesso però la situazione è cambiata e devono essere divisi.

La Storia fa il suo corso. Mountbatten dialoga con tutti ma non c'è niente da fare. Downing Street è lungimirante e sa bene cosa deve fare per il proprio tornaconto. La Storia fa il suo corso e sotto i suoi cingoli spietati non c'è tempo né amore per nessuno. Va in scena il più grande esodo della Storia. Quella che doveva essere una festa comune si trasforma in una lotta fratricida. Un qualcosa che in troppe parti del mondo conosciamo bene e che ancora oggi, a distanza di settant'anni, si ripresenta spietato e devastante.

Non ho idea (al momento) quanto Il palazzo del Viceré (2017, di Gurinder Chadha) incasserà in Inghilterra, India, Pakistan e nel mondo. Ciò che so con estrema certezza è che non potrà mai aspirare agli incassi dei tanti e scandenti remake Holliwoodiani. Questi sono lungometraggi che insegnano. Il palazzo del Viceré è un film che ha che fare con la storia della stessa, Gurinder Chadha (Sognando Beckham, Matrimoni e pregiudizi, Paris je t'aime), regista britannica nata in Kenya ma di origini indiane.

Io la mia parte l'ho fatta subito. Primo giorno di programmazione e subito in sala al cinema, come sempre arrivato in anticipo per avere la mia postazione preferita. 106 minuti di cine-viaggio dove il passato rimanda all'attualità di un presente poco attento a imparare dalla Storia. 106 minuti di un fatto non troppo conosciuto in Europa ma i cui effetti, come sempre, siamo stati noi attori con interesse a creare.

Divide et Impera. Lo sapevano i Romani, lo sapevano i Britannici. Lo sanno bene anche i politici contemporanei. Hindu e musulmani si sono massacrati ma siamo davvero nella posizione per poterli criticare? E noi cosa stiamo facendo? Alziamo muri, ogni giorno. Ci stanno provando. Partiti ignoranti xenofobi e patetiche falangi fasciste cercano ogni giorno di sventolare la bandiera della separazione ma sappiatelo bene: perderete. Avete sempre perso, e perdete ancora!

Divide et Impera, funziona ancora. Una legge non scritta a prova di ideologia e millennio. Il palazzo del Viceré (2017, di Gurinder Chadha) racconta la storia vera di piani occulti, uomini utilizzati per scopi superiori (ricchezza e potere) e il consueto, inevitabile-voluto sacrificio di innocenti che pensando si agisca per il loro interesse, seguono leader interessati a ben altro. Oggi usciremo tutti da Il palazzo del Viceré per festeggiare. Domani saremo ancora lì fuori, abbandonati e soli a contemplare le catene che ci siamo stretti da noi.


Il trailer de Il palazzo del Viceré
Il palazzo del Viceré -
Lord Mountbatten (Hugh Bonneville), Gandhi (Neeraj Kabi) e Lady Mountbatten (Gillian Anderson)
Cinema Giorgione di Venezia,
in sala a leggere Il palazzo del Viceré prima della proiezione © Luca Ferrari

giovedì 12 ottobre 2017

2017: Assassinio sul grande schermo

Assassinio sull'Orient Express (2017, di Kenneth Branagh) - Samuel Ratchett (Johnny Depp)
Blade Runner, Jumanji, Assassinio sull'Orient Express, Top Gun. Li stanno uccidendo tutti. L'ennesima ondata di remake, sequel a distanza, reboot, etc. sta per invadere il grande schermo. Si salvi chi può!

di Luca Ferrari

La formula è sempre la stessa. Si prende un film cult, lo si affida a un regista di grido, lo si fa interpretare a un attore affermato e infine si mette a mo' di comparsa e/o co-protagonista l'originale primo attore. Il tutto ovviamente condito da effetti speciali spettacolari, inquadrature artistiche e ghirigori tali da imbonire per bene il pubblico. Il risultato? Potrà anche essere un capolavoro ma resta un'idea riciclata. Un'idea che toglie spazio al cinema contemporaneo. Un'idea che se avesse preso piede 30 anni fa, a quest'ora non ci sarebbe stato nulla di ciò che ha fatto la Storia del cinema.

La settimana scorsa è uscito Blade Runner 2049. Al timone della pellicola, il canadese Denis Villeneuve, consacratosi al grande pubblico con Arrival, film presentato in anteprima alla 73° edizione della Mostra Internazionale Cinematografica di Venezia. Nell'originale Blade Runner (1982, di Ridley Scott) il protagonista è Harrison Ford. Oggi lo ritroviamo a supporto del belloccio Ryan Gosling (Le idi di marzo, The Nice Guys, La La Land), Robin Wright e Jared Leto. La stampa vomita inchiostro, il riscontro però al momento non pare eccezionale.

Altro ritorno nostalgico direttamente dalla Fabbrica degli anni Ottanta, Top Gun (1986), il cult diretto da Tony Scott che lanciò la carriera di Tom Cruise. Analogo destino anche per la decade successiva, dove il cult generazionale Trainspotting (1996) è stato rovinato dall'insignificante sequel T2-Trainspotting (2016), per di più diretto dallo stesso regista, Danny Boyle. Analogo iter per l'epocale Interceptor (Mad Max, 1979) dove George Miller si è imbarcato in un miserevole remake tutto effetti speciali, tale Mad Max: Fury Road (2015).

Dei tanti remake in arrivo, il periodo pre-natalizo avrà un indiscusso protagonista: Assassinio sull'Orient Express, diretto e interpretato da Kenneth Branagh, questi nei panni e baffi dell'investigatore belga Hercule Poirot. Insieme a lui, un supercast a cominciare dai premi Oscar Judi Dench e Penélope Cruz, quindi Willem DafoeMichelle Pfeiffer e Johnny Depp. Tratto dall'omonimo romanzo di Agatha Christie, nel 1974 Sidney Lumet diresse un film capolavoro con protagonisti Albert Finney, Ingrid BergmanSean ConneryVanessa Redgrave e Anthony Perkins.

Bisognerà aspettare l'anno prossimo invece per assistere agli effetti disneylandiani dell'imprecisato Jumanji - Benvenuti nella giungla (di Jake Kasdan). Storia già gloriosamente vista sul grande schermo nel 1995, il drammatico Jumanji di Joe Johnston aveva per protagonista il compianto Robin Williams (1951-2014) e una giovanissima Kirsten Dunst (ElizabethtownStar System - Se non ci sei non esistiL'inganno). La nuova versione vede in campo Dwayne Johnson, già protagonista della versione cinematografica della serie cult BaywatchJack Black e Karen Gillan. Altri sequel in arrivo, Mary Poppins e Top Gun.

Non sono da meno nemmeno le serie televisive, dove talvolta si legge che la suddetta è un capolavoro ed è un mix di Caio, Tizio e Sempronio. Alla faccia dell'originalità, dunque. Il caso più emblematico è l'osannato Stranger Things, un prodotto che senza I Goonies (1985, di Richard Donner) non sarebbe mai stato nemmeno concepito. Sta assumendo i contorni di una telenovella Star Wars di cui oggi credo nessuno si ricordi degli originali Guerre stellari (1977), L'impero colpisce ancora (1980), Il ritorno dello Jedi (1983).

In questi ultimi anni il grande schermo è stato invaso da prodotti clonati e il successo è stato tutto fuorché una garanzia. Chi riesce a non sfigurare è solo perché il primo e UNICO lungometraggio ha lasciato talmente il segno da risultarne impossibile la non visione ai fan. E' interessante notare inoltre che dietro la pochezza dell'operazione, critica e pubblico sappiano solo guardare agli effetti digitali. E ci mancherebbe che non sappiano manco fare quelli in un'epoca come così estrema per la tecnologia. Point break, Total Recall, Robocop sono dei tragici esempi di operazioni commerciali senza la benché minima arte né sostanza.

Il 19 ottobre prossimo il grande schermo vedrà due importanti pellicole. Il nuovo e originale La battaglia dei sessi con la premio Oscar Emma Stone e il trasformista Steve Carell e la nuova trasposizione cinematografica di IT. Il primo tratta la storia vera tra la sfida tennistica tra Billy Jean King e Bobby Riggs, il secondo è una nuova versione dell'omonimo libro di Stephen King dopo la mini-serie cult di due puntate del 1990 con Tim Curry nelle vesti del pagliaccio assassino Pennywise. Quanti andranno a vedere il primo e quanti il secondo? Temo già di sapere la risposta.

Chi sono io? Se a rispondere fosse il Crozza-Vincenzo De Luca, direbbe: "Ferrari... detto Luca... personaggetto!". E visto che il personaggetto non ha certo il potere di cambiare le ambizioni di Hollywood, facciamo un altro gioco. Sarò io a suggerirgli qualche film da rovinare. Pellicole che hanno fatto la storia della settima arte e che sono certo, prima o poi, i tentacoli del business arriveranno a deturparne il vero e unico ricordo. Pronti?
  • Ritorno al Futuro: difficile immaginare il remake totale della trilogia di Robert Zemeckis (penso scatterebbe la rivoluzione). Più scontato e probabile il sequel
  • E.T. - L'extraterrestre (1982, di Steven Spielberg): remake azzardato, più facile immaginare il ritorno della creatura sul pianeta Terra
  • I goonies: come sopra, impensabile e troppo "Ottantesco". Un sequel nostalgia sarebbe un successo commerciale garantito. La sceneggiatura? Neanche mi esprimo
  • Il silenzio degli innocenti (1991, di Jonathan Demme): perfetta Jennifer Lawrence a interpretare l'agente Clarice Starling (Jodie Foster)
  • Una poltrona per due (1983, di John Landis): fattibile il remake con una coppia ben assortita. Steve Carell e Omar Sy in pole position, e uno dei fratelli Duke affidato proprio a Dan Aykroyd 
  • La vita è meravigliosa (1946, di Frank Capra): un natale con George Clooney al posto di James Stewart e il successo è garantito 
  • Stand by me (1986, di Rob Reiner): posso immaginare una versione al femminile in stile il recente remakeizzato Ghostbuster in rosa di Paul Feig, ennesima clonazione dagli Eighties
  • Jerry Maguire (1996, di Cameron Crowe): perfetto per il finto idealismo del terzo millennio. 
E voi, che altro film vorreste suggerire da rovinare? Buon cinema, e buona fortuna!

Jumanji - Benvenuti nella giungla (2017, di Jake Kasdan
Blade Runner 2049 (2017, di Denis Villeneuve)

mercoledì 4 ottobre 2017

Sebastiano Riso, dagli al frocio!

Venezia74, il regista Sebastiano Riso © La Biennale foto ASAC
Vile aggressione omofoba ai danni del regista Sebastiano Riso. Basta con le mobilitazioni, è ora di scrivere e fondare una nuova cultura dell'essere umano.

di Luca Ferrari

“Lei è omosessuale? Su, avanti, risponda alla domanda... Lei è una checca? Lei è un finocchio, un pederasta, un invertito, un piglia-in-culo? Lei è un apri-chiappe, un ossobuco? Avanti, risponda alla domanda... Lei è o non è un gay?!?”. Tuonava così esausto e arrabbiato l'avvocato Miller (Denzel Washington) nel drammatico Philadelphia (1993, di Jonathan Demme). A distanza di più di 20 anni assistiamo ancora alla discriminazione contro gli omosessuali, anzi peggio, la bruta violenza.

Basta, basta con le parole di circostanza. Basta davvero. È ora e tempo di cambiare questa società sempre più (am)mal(i)ata di violenza. L'ultimo caso, il regista siciliano Sebastiano Riso (Più buio di mezzanotte, Una famiglia). Nessun vicolo buio. Luogo dell'agguato, l'androne di casa propria. Calci, pugni e insulti. Degno risultato di una cultura ancora capace di rimpiangere il fascismo e annesso macho-proselitismo.

La violenza omofoba così come quella domestico-taciuta sulle donne è un problema endemico di questa nazione. Continuare a negarlo significa alimentare tutto questo clima ed essere ugualmente criminali. Loro intanto se la spassano. Loro, i fieri maschi italici. "Prendi a pugni il frocio. L'invertito. Menalo per bene e poi vantati con i tuoi amici retrogradi. Quella checca di merda l'ho pestata per bene”. Eh si, funziona così. Adesso potete andare in giro soddisfatti.

Passano gli anni, si fanno campagne nazionali, ci si mobilita in piazza ma il problema resta. Tutto questo non serve più. Non è abbastanza. Si scalfisce la crosta. A scuola e in famiglia si continua a portare avanti un'idea sballata. Essere omosessuale non è e non deve essere  un problema. Non nel 2017. Ed è ora che tutti ci sentiamo coinvolti perché nostro figlio potrebbe essere gay o magari il suo compagno di banco, e come ci comporteremo allora? Ci volteremo dall'altra parte o avremo il fegato di dire la nostra?

Nel drammatico Una famiglia (2017), film presentato a Venezia74, con protagonisti Micaela Ramazzotti (Il nome del figlio, Ho ucciso Napoleone, La pazza gioia), Patrick Bruel e la giovane Matilda Veloce come il ventoDe Angelis, il regista siciliano accende la telecamera sulla questione dell'utero in affitto in Italia. Una nazione tragicamente incapace di confrontarsi con la realtà contemporanea, preferendo nascondersi dietro una cultura retrograda di comodo. Gli etero non sono gli unici che cercano vie alternative quando non possono avere figli. Anche gli omosessuali, uomini e donne. Ma questo per molti è intollerabile.

Durante il pestaggio infatti, al regista catanese classe '84 è stata ben rimarcata questa sua attenzione cinematografica condita ovviamente da insulti variegati. Riso se l'è cavata (si fa per dire) con una contusione della parete toracica addominale e un trauma allo zigomo con edema alla cornea. Ecco l'Italia, ancora ignorante e succube di logiche politico-ecumenali per le quali il gay non è un omosessuale, è uno schifoso e come tale va punito quando capita.

Il cinema, un film, un articolo o una presa di coscienza collettiva dopo un fatto di cronaca non sono la risposta né la soluzione al problema dell'omofobia. E fino a quando il partito di turno avrà paura di perdere voti schierandosi a favore degli omosessuali, non ci sarà niente da fare. I genitori nelle scuole protesteranno quando nei libri ci saranno racconti incriminati. E allora andiamo avanti così, tanto finché è un frocio o un ricchione a prenderle, chi se ne frega. Dentro la nostra fierezza di etero o gay-nascosto frustrati, alla fine lo pensiamo tutti uguali: gli sta bene!

Philadelphia, il discorso dell'vvocato Miller

Venezia74 (da sx): Sebastiano Riso, Micaela Ramazzotti e Patrick Bruel © La Biennale foto ASAC 

il regista Sebastiano Riso sul red carpet della 74° Mostra del Cine,a © La Biennale foto ASAC
Venezia74 (da sx): Sebastiano Riso, il direttore del festival Alberto Barbera,
Micaela Ramazzotti, Patrick Bruel e Matilda De Angelis © La Biennale foto ASAC
 

lunedì 2 ottobre 2017

Un amore sotto l'albero

Un amore sotto l'albero (2004, di Chazz Palminteri)
Le luci calde e malinconiche del natale. Una fiaba metropolitana dai riflessi magico-glaciali dove le emozioni carezzano, graffiano e custodiscono. Un amore sotto l'albero (2004, di Chazz Palminteri).

di Luca Ferrari

Sofferenza e dolcezza. Vicoli ciechi e speranza. Presente e passato. È la vigilia di natale a New York. C'è chi si sta preparando a condividere un momento di gioia e chi è chiuso nel proprio mondo, dove le luci (interiori) della festa sono un bagliore troppo lontano per goderne davvero. Si avvicendano le storie di Rose (Susan Sarandon), Nina (Penelope Cruz) e Mike (Paul Walker), Artie (Alan Arkin) e Jules (Marcus Thomas). Tutto è pronto per Un amore sotto l'albero (2004, di Chazz Palminteri), primo film natalizio dell'anno 2017, a trasmetterlo sul piccolo schermo questa sera La5 (canale 30 del digitale terrestre) h. 21,10.

Ricordi un'altra vita. Ricordi di passeggiate notturne e solitarie quando fuori dal grande schermo c'erano solo fantasmi e rancori. Eppure, in quel 26 novembre 2004 a Firenze, non scelsi la pianura oleosa del cinismo più letale, entrai in sala per vedermi Un amore sotto l'albero (2004, di Chazz Palminteri). Echi della "SpiceGirls-iana" 2 become 1, sapevo che una volta uscito sarei stato anche peggio. Sapevo che una volta dentro sarebbe stato più facile lasciarmi andare alle lacrime. Nulla aveva importanza. Nulla aveva comunque più importanza. Meglio allora andarsene...

SONO GELOSO DELL’AMORE NATALIZIO

a cosa stavo pensando? ah si,
tutto sarebbe finito
e sarebbe rimasto incontrollato
... c’era l’inevitabile traffico,
e ho ancora
il tovagliolo su cui scrissi
l’indirizzo di quella città...a chi importa
e cosa? Le persone sole
pensano si parli sempre di loro
quando viene tirato in ballo
il dolore

finestre aperte, case che
non ci appartengono... sconociuti
si confidano

girava voce
mi fossi addormentato
confrontandomi
con le dimostrative smancerie
della conoscenza... feci un annucio,
donare frammenti del mio domani
a chi mi farà riflettere
su qualcosa che non sia un'alta mia
storia

siamo pieni di Maria
di Nazareth...se rinascesse,
lavorerebbe all’ingrosso
per abbellire alberi e gradini
...e non farebbe la missionaria
solo per far ingelosire suo padre

le pene del perito
esperto in crociate non fanno più scalpore
nella mente reincarnata

la verità è che non ho
un biscotto preferito, né un posto
o una bibita...la verità è che
una porta disarcionata
mi ricorda una collina senza sentieri
e nessuno è più speciale
di ciò che riesco a partorire da dentro
i mie pensieri

potresti aspettare di andartene
quando io me ne sarò andato?
... non sono in grado
di riconoscere la tua voce,
le ali degli angeli sono tutte mimetizzate
con le parole in disaccordo...
                                                        (Firenze, 26 Novembre’04)


Un amore sotto l'albero, trailer

Un amore sotto l'albero (2004, di Chazz Palminteri)

venerdì 29 settembre 2017

Il giardino dell'inganno sonnolento

L'inganno – il caporale McBurney (Colin Farrell) e la giovane Alicia (Elle Fanning)
L'inganno si cela ovunque. Nella guerra. Nell'anima. Nella seduzione e al cinema. L'inganno (2017, di Sofia Coppola).

di Luca Ferrari

La Guerra Civile imperversa. Nell'isolato collegio femminile in Virginia una giovanissima studentessa trova un ufficiale nordista ferito. Lo spirito cristiano la spinge ad aiutarlo e portarlo in casa per ricevere le cure. In mezzo a tante donne inesperte della vita, un uomo rischia di far saltare gli equilibri meticolosamente e rigidamente creati dalla direttrice. Adattamento cinematografico del romanzo A Painted Devil (1966, di Thomas P. Cullinan), è sbarcato sul grande schermo L'inganno (2017, di Sofia Coppola).

I cannoni tuonano. Lì, nella scuola gestita da Martha Farnsworth (Nicole Kidman) il tempo pare sospeso. Ogni tanto si fermano i Confederati senza particolari problemi. La guerra però sta volgendo a favore degli yankee e qualche giubba blu è in zona, dispersa. È così che Amy (Oona Laurence), mentre è alla ricerca di funghi nell'immenso giardino dell'edificio, incontra accasciato il caporale John McBurney (Colin Farrrell).

John è gentile. Nell'istituto ci sono ragazze di quasi ogni età. Bambine poco più che cresciute, adolescenti, donne di mondo e più esperte. Inevitabile che una presenza maschile susciti curiosità anche se trattasi del nemico. Attirare l'attenzione del caporale in principio è quasi un gioco, e così rimane per alcune di loro. Inizia al contrario una sfida di seduzione velata tra la malinconica insegnante Edwina Morrow (Kirsten Dunst) e la più spregiudicata e subdola Alicia (Elle Fanning).

Le tinte si fanno più cupe. Il bianco candore delle vesti femminili cercano sempre di più il riconoscimento. Spalle leggiadre si svelano. Il gioco della seduzione e del desiderio entra nel vivo nella (in)consapevolezza fino alle più impensabili conseguenze. I ruoli si ribaltano. Innocenza e crudeltà. Paura e ribellione. L'inganno (2017, di Sofia Coppola).

La solita Sofia. Il solito clan al femminile. Sofia Coppola non si stacca dal proprio immaginario. Sposta l'obiettivo, tratteggia un altro sfondo ma al centro della sua opera il primo piano non muta lasciando lo spettatore con un finale semplicistico. L'inganno è una storia fine a se stessa, il cui solo merito è riunire sotto la stessa telecamera tre generazioni di grandi attrici e lasciando al “maschio” un ruolo al sotto delle elevate doti di Colin Farrell.

Nicole, Kirsten ed Elle. Tre generazioni di attrici classe '67, '82 e '98. Dopo un lungo periodo di appannamento, l'ex-Satine Luhrmanniana Nicole Kidman (Eyes Wide Shut, The Others, Grace di Monaco) è tornata alla grande, conquistando anche un Emmy come Miglior attrice protagonista per la grandiosa serie telvisiva Big Little Lies. La sua Miss Farnsworth è una donna energica che deve mantenere ordine e disciplina. Un tempo figlia di un uomo facoltoso, oggi porta avanti non senza fatica una scuola per preparare giovani donne ai duri tempi della vita.

Rivista di recente nell'intenso Il diritto di contare, la mitica hostess logorroica di Elizabethtown-Kirsten Dunst oggi è una donna tremula, dal passato (probabilmente) doloroso e alla ricerca di un rifugio. L'arrivo di McBurney le fa intravedere la possibilità di fuggire da questa statica vita e sentirsi nuovamente amata. In principio rigida e guardinga, Edwina si apre sempre di più fino a mostrare la dolcezza del suo cuore.

Da tempo indicata dal sottoscritto come una futura vincitrice all'Oscar, Elle Fanning (Super 8, La mia vita è uno zoo, Maleficent) è il personaggio meno lineare de L'inganno. Ingenua, spietata e debole a seconda della circostanza. Ascolta annoiata le lezioni di francese di Miss Edwina ma la sua anima vola altrove. Fin da subito la sua Alicia cerca l'incontro con l'ospite e se c'è da tirare fuori le unghie, è pronta a graffiare. Ancora alla ricerca del ruolo che la consacrerà, a breve la si rivedrà insieme a Nicole Kidman in How to Talk to Girls at Parties (2017, di John Cameron Mitchell).

Meno incisivo del solito Colin Farrell (Daredevil, Come ammazzare il capo... e vivere felici, Saving Mr. Banks), attore versatile e capace di cimentarsi con i ruoli più disparati. I corpetti femminili sembrano quasi una parte del suo personaggio. A tratti un gentleman d'altri tempi, col passare dei minuti e della vicenda animale ferito in cerca di salvezza. Una

Sbarcato al cinema Giorgione di Venezia in un placido lunedì sera, l'atmosfera era di quelle ideali. Rispetto al Rossini, il suddetto ha un sapore d'altri tempi. Sala d'essai con il giusto numero di pubblico, una fanciulla dalla lunga chioma bionda si è seduta nella fila davanti a me. Una ragazza che sarebbe potuta uscire (davvero) dal film in visione. Una ragazza il cui giudizio sarebbe stato davvero interessante conoscere.

Sono passati quasi vent'anni dal suo primo lungometraggio, Il giardino delle vergini suicide (1999), e ancora una volta Sofia Coppola (Lost in Translation, Marie Antoniette, Bling Ring) scandisce un mondo troppo simile al passato. Più che una cineasta, la Coppola sembra una pittrice. Tela immacolata, soffici colori talvolta gravosi. Usa la tecnica e l'improvvisazione. Alla fine ne esce un ottimo quadro. Lo appendi, lo ammiri. Ti fai cullare e poi te ne vai.

Il trailer de L'inganno

L'inganno - Edwina Morrow (Kirsten Dunst)
L'inganno – Alicia (Elle Fanning), Amy (Oona Laurence), Martha (Nicole Kidman)
e Marie (Addison Riecke) preoccupate per l'evolversi della situazione
Cinema Giorgione di Venezia, in sala a leggere de L'inganno prima della proiezione © Luca Ferrari

lunedì 25 settembre 2017

Kingsman - Il cerchio d'oro

Kingsman, Il cerchio d'oro - gli agenti speciali Galahand (T. Egerton), Harry (C. Firth) e Whiskey (P. Pascal
Se i Kingsman di Sua Maestà non bastano più per salvare il mondo e piegare il cartello criminale de Il cerchio d'oro, è arrivato il momento di unirsi ai cugini di oltreoceano, gli Statesman.

di Luca Ferrari

Il mondo dello spionaggio è tornato, più in forma ed elegante che mai. Ma più forte è l'ordine e più temibile sarà il nemico. Una nuova sfida dunque attende gli Statesman. Una sfida che metterà a dura prova la loro stessa esistenza. A tre anni dalla prima incursione dei “sarti” al servizio di Sua Maestà e il Bene, è sbarcato sul grande schermo Kingsman – Il cerchio d'oro (2014, di Matthew Vaughn).

I Kingsman sono sotto attacco. Lo scartato Charlie Hesketh (Edward Holcroft) è lì fuori ad attendere il rivale proletario Eggsy Unwin, nome in codice Galahad (Taron Egerton), oggi impeccabile, elegante e super-equipaggiato. Un tentativo di eliminarlo nasconde però un piano molto più ambizioso. Un piano guidato da un misterioso boss del crimine che porterà Eggsy e il sopravvissuto Merlino (Mark Strong) ad abbandonare la Madre Patria e chiedere aiuto ai cugini d'oltreoceano, gli Statesman.

Dopo un primo scontro/incontro con l'agente Tequila (Channing Tatum), Egsy e Merlino fanno la conoscenza di Ginger Ale (Halle Berry), Whiskey (Pedro Pascal) e il loro capo Champagne "Champion" (Jeff Bridges). Da qualche tempo però, nel loro quartier generale dove fabbricano whisky, c'è una vecchia conoscenza degli Statesman. Qualcuno che in teoria sarebbe dovuto essere morto. Proprio lui, Harry Hart (Colin Firth). Unite le forze, l'obiettivo è trovare e fermare la perfida Poppy Adams (Julianne Moore).

Chi è Poppy? Una spacciatrice su scala mondiale. Ha una propria mini-città nel cuore della giungla chissà dove. Pochi e fidatissimi collaboratori, in particolare due letali cani-robot da
guardia e se qualcuno non fa come vuole lei, è meglio non scoprirlo. Amante del bel tempo che fu, Poppyland dispone di un drive-in e perfino del vero Elton John sempre a disposizione. Il suo nuovo piano è qualcosa di terribile. In ballo, la vita milioni di persone in tutto il mondo. Qualcosa cui lo stesso Presidente degli Stati Uniti (Bruce Greenwoood) guarda con fin troppo interesse.

Poppy Adams va fermata ma non è certo un'impresa facile. Come farà Eggsy a gestire lo stress visto che anche la sua fidanzata, la principessa svedese Tilda (Hanna Alström), rischia di pagarne il prezzo? Kingsman e Statesman avanzano spediti ma non tutto ciò che brilla, è destinato a splendere. C'è chi agisce nel nome della giustizia e chi in quello della vendetta. Ma sono due strade differenti che potranno collaborare fino a un certo punto. E poi?

A più riprese il regista Matthew Vaughn (The Pusher, Kick-Ass, X-Men – L'inizio) aveva dichiarato che non si sarebbe mai immaginato di dirigere il sequel di Kingsman - Secret Service (2014) se non con una buona storia in mano. Il risultato è un film piacevole, con un numero adeguato di scene d'azione abilmente mescolato a eroismo, sentimenti e risate. Un vestito d'impeccabile sartoria cinematografica degna della miglior boutique della City.

Premio Oscar come Miglior attrice protagonista in Still Alice (2014), Julianne Moore (Il grande Lebowski, Don Jon, Freeheld – Amore, giustizia, uguaglianza) lascia il segno. La sua Poppy è capricciosa e spietata. Egocentrica e in costante bisogno di riconoscimento. Un ibrido perfetto tra i presidenti di Stati Uniti e Corea del Nord, Donald Trump e Kim Jong-Un. Di punto in bianco te la aspetti in divisa della scuola di ragazza pon pon ma di dolce e innocente non ha proprio nulla.

La coppia Firth/Strong duetta alla grande. Taron Egerton si conferma spia di punta dei Kingsman, mentre le new entry yankee Channing Tatum e Pedro Pascal si ben spartiscono lo scenario d'oltreoceano. Più defilato il loro capo, il grandissimo Jeff Bridges, premio Oscar come Migliore attore protagonista in Crazy Heart. Anch'essa low profile, l'Academizzata Halle Berry (Gothica, Monster's Ball, X-Men: Giorni di un futuro passato), sulla quale prevedo un sicuro aumento di presenza nel terzo capitolo.

Nota. A partire dalla recensione di oggi, verrà sempre dedicato un paragrafo all'esperienza diretta sul grande schermo in modo che anche voi lettori abbiate la certezza che il suddetto giornalista recensisca direttamente dal grande schermo. Perso colpevolmente al cinema il primo capitolo, l'agente speciale Colin Firth (Shakespeare in Love, Il discorso del Re, Magic in the Moonlight) mi ha conquistato e tutt'ora la sua cena a base di McDonald's con Valentine (Samuel L. Jackson) mi trasmette una voglia di hamburger devastante. E lo stesso Mark Strong (Sherlock Holmes, Rocknrolla, La talpa) ha avuto un ruolo fondamentale nell'apprezzamento collettivo.

Inevitabile dunque che all'uscita di Kingsman – Il cerchio d'oro (2014, di Matthew Vaughn) fossi in prima linea. E per essere precisi, mi sono presentato al cinema Rossini di Venezia nel primo giorno di programmazione. Clima ideale, non troppo pubblico e alquanto variegato. Coppie, solitari e famiglia al gran completo. Un'immagine che ben fotografa questo film, adatto a tutti i gusti. E se il grande Harry insiste a dire che “I modi definiscono l'uomo”, io potrei aggiungere che “le parole sanciscono il valore di una recensione”. 

Il trailer di Kingsman - Il cerchio d'oro

Cinema Rossini di Venezia, in sala prima della proiezione di Kingsman – Il cerchio d'oro © Luca Ferrari
Kingsman, Il cerchio d'oro - gli agenti speciali Galahand (Tarin Egerton) e Merlino (Mark Strong)
Kingsman, Il cerchio d'oro - la terribile Poppy Adams (Julianne Moore)

venerdì 22 settembre 2017

Twin Peaks, riposa in pace

Twin Peaks - Dale Cooper (KlyeMacLachlan), Diane (Laura Dern) e Gordon Cole (David Lynch
Sogni. Realtà. Dimensioni parallele. La terza stagione di Twin Peaks (di David Lynch) è un'esasperata odissea nell'ignoto senza fine... “né fine”. Un ingresso per l'aldi-dove di una scontata nuova serie.

di Luca Ferrari

Esasperatamente onirico. Tutto arte e zero (virgola qualcosa) cinema. Dimenticate per sempre la grandiosa serie I segreti di Twin Peaks d'inizio anni '90 dove la storia e la naturale scenografia sapevano incutere angoscia pura senza chissà quali arzigogoli mentali. La terza stagione di Twin Peaks diretta da David Lynch è un confuso miscuglio di surrealismo, vecchi personaggi ridotti a misere comparse (salvo qualche rara eccezione) e un tanto decantato finale capace solo di riportare alla memoria il già “sentito” rimandando a un'altra scontata stagione. Riposa in pace, Twin Peaks.

Sono passati i fatidici 25 anni da quando l'agente speciale Dale Cooper (Kyle MacLachlan) si spaccava la testa contro lo specchio posseduto dal demone BOB (Frank Silva). Da allora non ha fatto più ritorno in quella piccola e isolata cittadina del Nordovest, in compenso si è sdoppiato in due: un feroce killer a zonzo per gli States di nome Dale Cooper e Dougie Jones, assicuratore a Las Vegas nonché problematico padre di famiglia che parla a monosillabi.

18 gli episodi in tutto dove non/si può capire (interpretare) tutto. 25 anni dopo l'omicidio di Laura Palmer c'è ancora molto da chiarire e capire su questo efferato delitto (ma non era tutto finito? ndr). Il Cooper malvagio e demoniaco semina morte. Sulle sue tracce intanto si sono messi il suo ex-capo dell'FBI, Gordon Cole (David Lynch) e il fido esperto della scientifica, Albert Rosenfield (Miguel Ferrer), a cui si aggiungerà nel corso delle puntate quella famosa Diane (Laura Dern, protagonista anche della grandiosa serie Big Little Lies) cui Cooper si rivolgeva a distanza registrando ogni singolo appunto durante le indagini dell'omicidio di Laura.

Episodio dopo episodio, nuovi personaggi fanno il loro ingresso, il cui meglio viene incarnato dalla moglie di Dougie, Janey (Naoim Watts) e i fratelli Bradley (Jim Belushi) e Rodney Mitchum (Rodney Knepper), ma la creazione che ne emerge è un agglomerato fagocita-orizzonti, capace di concedere al passato qualche incursione nostalgica, vedi il mono-ballo già visto di Audrey Horne (Sherilyn Fenn) la cui morte sembrava appurata nell'ultima puntata della II stagione ma che incredibilmente viene annullata nonostante la fanciulla si trovasse legata a una cassaforte e alle prese con un'esplosione interna.

Dei tanti reduci dell'omicidio di Laura Palmer, ogni tanto ricompare James Hurley (James Marshall), del tutto superfluo. Presenza più fissa, Shelly Johnson (Mädchen Amick), divorziata da Bobby Briggs (Dana Ashbrook), oggi in servizio nella polizia locale di Twin Peaks al fianco dell'invecchiato Hawk (Michael Horse). Hanno una figlia, Becky (la new entry Amanda Seyfried), fidanzata con un ragazzo violento che la picchia senza mezzi termini. Qualcosa che rimanda all'ex-marito della madre, il crudele Leo Johnson.

Da personaggi stravaganti e sui generis, Andy Brennan (Harry Goaz) e Lucy (Kimmy Robertson) oggi sono al limite del patetico. Piccola incursione da parte di Ed Hurley (Everett McGill). Più significativa la presenza del grande amore (perduto) di quest'ultimo, Norma Jennings (Peggy Lipton), sempre titolare dell'RR Dinner, e la signora Ceppo (Catherine E. Coulson). Un tempo uomo di scienza e indagatore della psiche umana, oggi il Dott. Lawrence Jacoby (Russ Tamblyn) assomiglia più a un Beppe Grillo a stelle e strisce, per altro idolatrato da Nadine Hurley (Wendy Robie).

Sulle tante decantate guest star invece, da Eddie Vedder (voce dei Pearl Jam) ci si aspettava qualcosa di più che cantare una semplice canzone di fine puntata mentre Monica Bellucci è al limite dell'insignificante.

Puntata dopo puntata, tutto vira deciso alla cittadina di Twin Peaks e la domanda che resta inebetita a galla tra un Cooper che non smette di risuscitare, visioni alternate del Gigante (Carel Struycken) e l'uomo senza un braccio, è quando finirà questo tour nell'ignoto e verrà data una risposta. Lynch con abilità non concede tracce né troppe speranze, semmai qualche illusione. David Lynch è un artista e ci accompagna nel buio più assoluto fino al grido dell'orrore. Quello stesso grido che Sarah Palmer (Grace Zabriskie), anch'essa rediviva per poco in questa terza stagione, lanciava nella quiete domestica alla prima visione del demone BOB.

Bob esiste ancora. L'omicidio di Laura Palmer (Sheryl Lee) non è stato ancora chiarito del tutto. 18 episodi per ribadire tutto questo ingarbugliando all'inverosimile una storia che all'epoca non aveva avuto bisogno di chissà quali curve ancestrali. Questo però è il terzo millennio e la regola è andare oltre, scioccare. L'ignoto viene chiamato a gran voce. L'oscurità partorisce l'ennesima domanda dalle mille risposte. David Lynch getta le membra dilaniate de I segreti di Twin Peaks in pasto a una folla di creature adoranti che attendono la loro messianica prosecuzione.

Twin Peaks - Bobby (Dana Ashbrook), Becky (Amanda Seyfried) e Shelly (Madchen Amich
Twin Peaks - i fratelli Rodney (Robert Knepper) e Bradley Mitchum (Jim Belushi)
Andy Brennan (Harry Goaz) e Lucy (
Kimmy Robertson

sabato 16 settembre 2017

Mazinga Z Inifinity? No grazie!

Mazinga Z Inifinity (2017, di Junji Shimizu)
Prodotto confezionato per il pubblico nostalgico dei quarantenni ormai con prole al seguito, Mazinga Z Infinity è il classico film inutile. Un film fuori dal tempo contemporaneo.

di Luca Ferrari

I remake stanno dando una pessima immagine del cinema. Ancora peggio è lo sviluppo di quelli che una volta per noi bambini degli anni'80 erano solamente "cartono animati". Mazinga Z come tutti i robot dell'epoca, aveva una grafica quasi pacioccona. I nemici incutevano paura ma lui era il buono, imperfetto e coraggioso. E cosa potrà dire al mondo di oggi se non l'ennesimo mix di effetti speciali e consuete figure appuntite? Nulla. Mazinga Z Infinity è il classico prodotto confezionato per spingere i nerd & young adult con prole a sperperare soldi nel superfluo.

Sebbene capostipite (1972-74), la serie del manga arrivò in Italia dopo Goldrake (considerato infatti il primo nel Bel paese) e Il grande Mazinga. 92 episodi in tutto. Dal piccolo schermo al grande schermo, ed ecco ritornare Ryo Kabuto alla guida del robot contro le mire del Dott. Inferno. Prodotto dalla Toei Animation in occasione del 45º anniversario della serie, Mazinga Z Inifinity (2017, di Junji Shimizu) sarà proiettato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2017 (26 ottobre - 5 novembre) e arriverà nelle sale italiane pochi giorni dopo distribuito da Lucky Red.

Mazinga Z non c'entra niente col 2017. Lui appartiene agli anni Settanta e lì resterà per sempre.
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La sigla di Mazinga Z

Il solo e unico Mazinga Z

giovedì 14 settembre 2017

Point Break (1991), voglio il massimo

Point Break - Johnny Utah (Kean Reeves) e Bodhi (Patrick Swayzee)
Amicizia. Amore. Adrenalina. Cult anni Novanta, Point Break - Punto di rottura (1991, di Kathryn Bigelow) torna questa sera (h. 21,15) sul piccolo schermo su Cielo, canale 26.

di Luca Ferrari

C'è una nuova banda di rapinatori di banche a Los Angeles. Colpiscono veloci e letali. Entrano ed escono in 90 secondi. Mai un ferito. Mai un caveau. Ripuliscono le casse e via. Sono in quattro e indossano la maschere degli ex-Presidenti Reagan, Nixon, Johnson e Carter. Sulle loro tracce intanto è appena arrivato Johnny Utah (Keanu Reeves), affiancato dallo scafato ma non troppo considerato Angelo Pappas (Gary Busey). Il feeling scatta presto tra i due, e Angelo lo convince a imparare il surf: molti elementi infatti gli fanno credere che i membri della banda di ex-presidenti siano surfisti.

Comprata la tavola, il ligio agente si butta tra le onde dell'oceano ma i risultati sono disastrosi e affogherebbe anche se non fosse per l'intervento di Tyler Endicott (Lori Petty), l'aggancio ideale per entrare nel mondo del surf e conoscere tutti i suoi alfieri, a cominciare da Bodhi (Patrick Swayze). Un personaggio alla ricerca dell'onda perfetta. Un uomo tutto spirito e tavola da surf, sempre sull'acqua insieme agli amici Grommet (Bojesse Christopher), Nathanial (John Philbin) e Roach (James Le Gros).

Ha inizio una doppia vita per l'agente speciale Utah. Inflessibile uomo di legge durante il giorno, sempre più dinamico e sentimentale giovane surfista la sera. Bodhi gli è sempre più amico, condividendo con lui la passione e la cultura (spirituale) attorno all'oceano. Fra i due l'amicizia si fa sempre più una sorta di fratellanza ma quando il cerchio sui rapinatori si fa scoppiettante inseguimento prima su quattro ruote e poi di corsa, sotto la maschera di Reagan Johnny Utah scoprirà una realtà fino a qualche tempo prima inimmaginabile.

Non sono tanti i film capaci di segnare un'epoca e attraversare generazioni. Point Break (1991, di Kathryn Bigelow) è uno di essi, capace di unire action e sentimento senza mai cedere al machismo. Un cast perfetto e qualche comparsata eccellente tra cui il non accreditato Tom Sizemoore nei panni dell'agente infiltrato Deets con cui Pappas ha un divertente battibecco, il cantante dei Red Hot Chili Peppers, Anthony Kiedis e John C. McGinley, il dott. Cox della serie Scrubs, nelle vesti del direttore dell'FBI, Ben Harp.

Se il compianto Patrick Swayze (1952-2009) era ben noto al grande pubblico in particolare per I ragazzi della 56ª strada (1983), Fratelli nella notte (1983), il generazionale Dirty Dancing – Balli proibiti (1987) e Il duro del Road House (1989), Keanu Reeves al contrario era praticamente uno sconosciuto. Point Break (1991, di Kathryn Bigelow) andò contro ogni più ottimistica previsione e ancora oggi, a più di 25 anni dall'uscita è un film amatissimo e di cui è stato anche girato (purtroppo) un mediocre quanto inutile remake, Point Break (2015, di Ericson Core).

"Se vuoi il massimo, devi essere pronto a pagare il massimo. Deve essere bello morire facendo ciò che ami..." dice il "profeta" Bodhi. Oggi è di nuovo tempo di Point Break (1991, di Kathryn Bigelow).


Point Break - Il discorso di Bodhi

Point Break - Punto di rottura (1991, di Kathryn Bigelow)
Point Break - Johnny Utah (Kean Reeves) e ...

lunedì 11 settembre 2017

World Trade Center (2006), di Oliver Stone

World Trade Center (2006, di Oliver Stone)
Oggi, nell'anniversario degli attacchi terroristici alle Torri Gemelle di New York, su Paramount Channel (h. 21,20) viene tramesso World Trade Center (2006, di Oliver Stone).

di Luca Ferrari

Storia vera di John McLoughlin (Nicolas Cage) e Will Jimeno (Michael Pena), poliziotti dell'Autorità Portuale di New York e New Jersey, rimasti sotto le macerie dopo il crollo delle due torri mentre aiutavano la popolazione a fuggire, e miracolosamente sopravvissuti. Un film dall'alto contenuto drammatico che non può non far riflettere sui troppo errori commessi da tutti. prima e dopo l'orrore dell'11 settembre.

"…tutti hanno imbracciato un’arma,
si sono divisi gli schieramenti
dimenticando ancora
una volta cosa nessuno avrebbe
disimparato…

terminati i perché di rito
e annesse dichiarazioni belliche
di auto-affermazione, il mondo
ha continuato a guardarsi in cagnesco
aspettando che un altro nemico
prendesse il posto
di questa minaccia terminabile

...lo schieramento delle catastrofi continue
non porterà in vita chi ha pagato
per arricchire
l’incubo abilmente fatto comune
a chiunque…ci sono troppe
dichiarazioni frantumate dalle macerie
di fatti…che muoia una persona
o un milione, l’orologio del boia
esprime
la sola forma di democrazia
comune a tutto il mondo…"
                                              l.f

World Trade Center (2006, di Oliver Stone)

giovedì 7 settembre 2017

Loving Penelope Cruz

74. Mostra del Cinema, Penelope Cruz e Javier Bardem © Federico Roiter
Charme latino, semplice e dolcemente incantevole, Penelope Cruz è sbarcata a Venezia74 per l'anteprima di Loving Pablo, insieme al marito-compagno di set, Javier Bardem.

di Luca Ferrari

Ha fatto il suo debutto sul grande schermo 25 anni fa esatti con Prosciutto prosciutto (1992, di Bigas Luna) dove ha incontrato il futuro marito. È stata la musa di Pedro Almodovar (Carne tremula, Tutto su mia madre, Volver). Sotto la regia di Sergio Castellitto ha regalato al pubblico due delle più sofferte interpretazioni: Non ti muovere (2004) e Venuto al mondo (2012), quest'ultimo ambientato durante la guerra dei Balcani. Il suo nome è Penelope Cruz.

Premio Oscar come Miglior attrice non protagonista in Vicky Cristina Barcelona (2008, di Woody Allen), l'attrice spagnola Penelope Cruz è sbarcata a Venezia per l'anteprima di Loving Pablo (di Fernando León de Aranoa), sez. Fuori concorso, incentrato sulla vita del narcotrafficante Pablo Escobar. Diva (quasi) di un'altra epoca per charme ed eleganza, Penelope Cruz si è ricongiunta in laguna con la sua dolce metà Javier Bardem, nel cast anch'esso e già protagonista con Jennifer Larrence del controverso Mother! (di Darren Aronofsky)

74. Mostra del Cinema, Penelope Cruz saluta, e dietro di lei Javier Bardem © Federico Roiter

mercoledì 6 settembre 2017

Jennifer Lawrence, Mother di Venezia74

74. Mostra del Cinema, Javier Bardem e Jennifer Lawrence © Federico Roiter
Protagonista del criptico Mother!, l'attrice ventisettenne Jennifer Lawrence ha infiammato pubblico e critica di Venezia74.

di Luca Ferrari

Era la star più attesa. Alla fine è arrivata. Jennifer Lawrence (Un gelido inverno, Hunger Games, Joy) è sbarcata al Lido di Venezia insieme al regista Darren Aronofsky e i colleghi Javier Bardem (Non è un paese per vecchi, To the Wonder, La vendetta di Salazar) e Michelle Pfeiffer. Tutti qui per l'anteprima di Mother! Un'opera (in concorso) che ha diviso come poche in questa 74° edizione della Mostra del Cinema. Un lungometraggio che i critici si stanno ancora sforzando di capire (a parte il mitico vignettista di Ciak, Stefano Disegni) e i cinefili passano da commenti osannanti alla stroncatura più feroce.

La storia di Jennifer Lawrence è cominciata a Venezia, una decade fa. Di lì in poi, una costante ascesa fino alla conquista della statuetta più ambita: l'Oscar per la Migliore attrice protagonista in Il lato positivo (2013, di David O. Russell). Un ruolo come quello vissuto in Mother! però ancora non le era capitato. Realtà o vita vera? Di sicuro accanto a lei c'è uno scrittore (un ambiguo Javier Bardem) la cui esasperata ospitalità verso chiunque mostri interesse per la sua attività letteraria è sospetta. O comunque darà via a qualcosa di diabolicamente inimmaginabile.

Sparito dalle scene da qualche anno per dedicarsi alla pittura, Jim Carrey (Man on the Moon, The Truman Show, Il Grinch) si è ritrovato sotto i riflettori della Mostra del Cinema per presenziare all'anteprima del documentario Jim & Andy: the Great Beyond – the story of Jim Carrey & Andy Kaufman (di Chris Smith). A dare ulteriore lustro al festival veneziano, Sir Michael Caine (Hannah e le sue sorelle, Il cavaliere oscuro, Youth - La giovinezza) giunto in laguna per presentare il documentario My Generation (di David Batty). Il celebre attore inglese ha poi ricevuto il Premio Fondazione Mimmo Rotella.

74. Mostra del Cinema, Michael Caine e Jim Carrey © Federico Roiter 
74. Mostra del Cinema, lo sbarco di Jennifer Lawrence al Lido © Federico Roiter
74. Mostra del Cinema, lo charme di Jennifer Lawrence © Federico Roiter
74. Mostra del Cinema, Jennifer Lawrence firma autografi sul red carpet © Federico Roiter