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lunedì 30 gennaio 2017

Film anni 80, passione infinita

E.T. l'extra-terrestre (1982, di Steven Spielberg)
Passione e condivisione. È nato su Facebook il gruppo Film Anni 80. Alla (costante) scoperta della cinematografia di un decennio che ha fatto la storia del grande schermo.

di Luca Ferrari

“Esplosioni verdi, gente che entra ed esce volando?! Ah non può essere vero, io chiamo la polizia...", diceva sconvolto il coraggioso Jack Burton (Kurt Russell) ai propri compagni d'avventura dopo aver fatto la "conoscenza" delle Tre Bufere. Una frase epica del cult Grosso guaio a Chinatown (1986, di John Carpenter). Incomincio qui, dalle parole di Fabio Oshii, fondatore su Facebook del gruppo Film anni 80.

Il dio-esorcista Beetlejuice. Il maestro Miyagi di Karate Kid. Marty "Ritorno al futuro" McFly. Robocop, Indiana Jones, Willow, qualche Gremlin e ancora altri. Sono tutti lì. In una sorta di tavolata Leonardesca con al centro quell'extraterrestre rimasto nel cuore di ciascuno di noi, E.T. È questa la foto-sfondo che accoglie ogni giorno le migliaia di iscritti del gruppo facebook Film anni 80 il cui fondatore è il siciliano Fabio Oshii. Classe '73, di professione insegnante di computer grafica, ha un passato da sceneggiatore di cartoon e fumetti.

Film anni 80. Cinque mesi di vita compiuti quest'oggi e oltre 12.000 iscritti. "Non mi sarei mai aspettato una simile successo" racconta Fabio, "Ci tengo però a sottolineare che gran parte del successo lo si deve a persone straordinarie che vi riversano ogni giorno tutta la loro passione e competenza. Ciò che adoro maggiormente è vedere come ognuno di loro si sia ritagliato un proprio spazio con una rubrica: dal cinema trash, agli aneddoti, ai backstage. Il tutto senza alcuna indicazione da parte mia".

Il 30 gennaio è un giorno importante per il gruppo ma non solo. Oggi sono nati tre grandissimi Premi Oscar a cominciare dalla londinese Vanessa Redgrave, il più giovane Christian Bale e infine il monumentale Gene Hackman, protagonista di moltissime epiche pellicole, anni Ottanta inclusi, a cominciare da Superman II (1980, di Richared Lester) cui un membro del gruppo ha dedicato una foto in versione "boccia". Altri titoli epici dell'attore californiano classe 1930, Fratelli nella notte (1983, di Ted Kotcheff) e Mississippi Burning - Le radici dell'odio (1988, di Alan Parker). quest'ultimo (tragicamente) più attuale che mai.

Il cinema è una passione, un grande passione. Condivisione e interesse sono la molla. Tra i film più citati, la saga di Ritorno al futuro, passando per le scorribande a base di cazzotti e risate di Bud Spencer e Terence Hill, senza dimenticarsi dei vari Sylvester Stallone (Rocky, Rambo, etc), Arnold Schwarzenegger, il cult natalizio per eccellenza Una poltrona per due (1983 di John Landis con Dan Aykroyd, Eddie Murphy e Jamie Lee Curtis), War Games (1983, di John Badham) e l'elenco potrebbe continuare all'infinito. Ma aldilà dei nomi classici, il gruppo è una grandissima occasione per scoprire titoli magari ancora mancanti nel proprio cine-bagaglio culturale.

A dispetto di una sconfinata passione per il cinema anni 80, vedi anche il Facebbookiano cognome-tributo allo scrittore e regista giapponese Mamoru Oshii (Lamù la ragazza dello spazio, vi dice niente?), Fabio utilizza una foto del terzo millennio per il proprio profilo social, ossia lo spietato nazista Hellstrom (August Diehl) del Tarantiniano Bastardi senza gloria (2009) durante la partita di carte a "indovina chi è". Una scelta questa, come ha spiegato il diretto interessato, per esorcizzare la fortuna e magari "un giorno essere ricordato per avere creato il più grande gruppo italiano a tema film anni '80 di Facebook".

Perché proprio un gruppo su film degli anni '80? 
Un gruppo dedicato agli anni '80 non solo in quanto è stato per me il periodo dell'infanzia e dell'apertura alle meraviglie del cinema, ma ritengo che rappresenti una fase unica e irripetibile, tanto per la storia del cinema quanto per quella della musica. Un periodo questo in cui si sono gettate le basi per molte delle tendenze future e contemporanee. Mi basterebbe citare il grande John Carpenter nell'ambito del cinema horror/fantastico per dimostrare quanto oggi chiunque faccia cinema di genere sia praticamente costretto a fare i conti con gli anni Ottanta. Potrei continuare con il cinema di formazione, adolescenziale, etc. e il discorso si potrebbe tranquillamente estendere alla musica"

Qual è invece un difetto dei film anni '80?
Se dovessi cercare a tutti i costi un difetto, direi che è la "sbrigatività" nella costruzione di alcuni personaggi. Però, a ben pensarci, questo è anche un punto di forza che rende dannatamente immediati alcuni grandi caratteri presenti in quei film, divenuti ormai mitologici.

Domanda inevitabile. Quali sono i tuoi film preferiti di quell'epoca?
Per me i migliori in assoluto sono: 1997: Fuga da New York (1981, di John Carpenter), Terminator (1984, di James Cameron), Shining (1980, di Stanley Kubrick), Full Metal Jacket (1987, di Stanley Kubrick), Nightmare 1, 3 e 4 (1984. 87-88), Aliens - scontro finale (1986, di James Cameron), La storia infinita (1984, di Wolfgang Petersen), I goonies (1985, di Richard Donner), Videodrome (1983, di David Cronenberg) e Inseparabili (1988, di David Cronenberg) ma mi rendo conto che potrei andare avanti per ore e che ne sto trascurando parecchi altrettanto validi, quindi mi fermo qui.

A titolo personale, ho scoperto questo gruppo grazie al conterraneo Mattia Angelo Scalabrin, grandissimo appassionato del genere con cui mi capita di avere interessanti cine-conversazioni. "Il mio film preferito è Ragazzi perduti (1987, di Joel Schumacher) racconta, "Un horror dove i vampiri sono delle semplici macchine di morte e Kiefer Sutherland (Stand by meCodice d'onore, Il fondamentalista riluttante) è uno di loro. Il celebre figlio d'arte a mio parere è perfetto in questo ruolo".

Parli del cinema anni 80 ed è impossibile non pensare al cine-scempio di cui è stato (ed è tutt'ora) oggetto da anni. Remake, reboot, rivisitazioni. Il risultato è sempre lo stesso: anemico. Ha molto diviso Mad Max Fury Road (2015, di George Miller), rivisitazione della trilogia diretta dallo stesso regista, film questo al contrario apprezzato da molti membri del gruppo e Fabio stesso. Ma per quest'ultimo è la classica eccezione, "I risultati sono stati quasi sempre deludenti se non addirittura disastrosi, vedi l'ultimo Ghostbusters".

Gli anni Ottanta sembrano davvero lontani. La musica la si ascoltava con il walkman e la tecnologia che abbiamo oggi tra le mani sarebbe stata buona per qualche film di fantascienza. Emblema di quell'epoca, la banda dei ragazzini dei Goonies, il cui mondo, reale e cinematografico, è ancora godibile nelle location originali della città di Astoria e le spiagge di Ruby Beach e Cannon Beach, in Oregon (USA).

Torno sul gruppo Film Anni 80 ed ecco la consueta cascata di nuovi post. È stata pubblicata la locandina di Ladyhawke (1983, di Richard Donner con Rutger Hauer, Michelle Pfeiffer e Matthew Broderick), aggiungendo come commento "Per chi ama il genere fantasy è stato uno dei più belli!". Non lo vedo da una vita e ora mi è tornata una folle voglia di rivederlo. Ieri invece, fra i tantissimi contributi, una doppia foto di Gunny (1986), scritto e diretto dal premio Oscar Clint Eastwood, che ha scatenato la corsa a chi si ricorda più battute.

Leggo ancora. Commento. Ripenso. Parafrasando le parole dell'Imperatrice (La storia infinita). "La cinematografia dei mitici Eighties risorge ogni giorno. Dai nostri sogni. Dai nostri desideri... Dal gruppo Film Anni 80 su Facebook".

Neverendig Story (by Limahl)

 Grosso guaio a Chinatown (1986, diretto da John Carpenter
Ragazzi perduti (1987, di Joel Schumacher
Per vincere domani - The Karate Kid (1984, di John G. Avildsen)
Navigator (1986, di Randal Kleiser)
Il gruppo Film Anni 80 su Facebook

venerdì 27 gennaio 2017

Cittadini, è l'ora (legale) dell'onestà

L'ora legale (2017, di e con Ficarra e Picone)
Tutti sempre scontenti e pronti a protestare. Ma che succederebbe se di colpo venisse offerta ai cittadini tutta l'onestà nient'altro che l'onestà? L'ora legale (2017, di Ficarra e Picone).

di Luca Ferrari

Il popolo è in subbuglio. Il popolo freme. Il popolo vuole un cambiamento. Il popolo è stufo della corruzione. Il popolo non ne può più dei raccomandati e delle promesse non mantenute. Già, ma cosa succederebbe se tutto questo finisse per davvero? Dopo una vita di insubordinato ciarpame politico-sociale, saremmo davvero preparati a vivere probi rispettando le regole? I cittadini di un piccolo comune siculo stanno per scoprirlo. Diretto e interpretato da Ficarra e Picone, è sbarcato sul grande schermo L'ora legale (2017).

A Pietrasanta (paesino immaginario della costa sicula), è tempo di elezioni. Il primo cittadino uscente Gaetano Patanè (Tony Sperandeo) è sicuro della vittoria. I suoi metodi sono quelli classici: bugie, accordi malavitosi e regali. Il suo avversario invece è un integerrimo professore delle scuole superiori, Pierpaolo Natoli (Vincenzo Amato), i cui cognati sono Salvo (Salvatore Ficarra) e Valentino (Valentino Picone). Il primo è il classico ruffiano e supporta Patanè con la speranza di ricevere il nullaosta per il plateatico del bar. Il secondo è più sincero e fedele al parente.

L'ennesimo scandalo ed ecco arrivare l'avviso di garanzia per Patanè e il suo staff che finiscono sotto indagine. La gente è in rivolta. Tutti sono decisi a fare una scelta di cambiamento. Tutti sono convinti che la legalità porterà gioia e prosperità. Un qualcosa che ben presto si troveranno a considerare sotto tanti altri aspetti. I vigili? Tutti in divisa e a fare (davvero) le multe. Gli assenteisti sul posto di lavoro? Mai più. La spazzatura? Si fa differenziata. La cacca dei cani? Si raccoglie. Lo spazio per la bancarella in piazza? Si paga. Il parcheggiatore abusivo? Non può più stare. Quanto potrà durare?

Si ride guardando L'ora legale ma i pensieri scorrono veloci verso ciò che viviamo el quotidiano da nord a sud della penisola. Con un corretto mix di ironia e critica, Ficarra e Picone bacchettano il sistema Italia. Il piccolo paese è l'emblema di una nazione che smania per voltare pagina, ma lo vorrebbe senza doverci rimettere nulla, senza faticare (tutto e subito, ndr). Così, invece di sbraitare contro il politico di turno (votato da chi?), bisognerebbe iniziare a cambiare se stessi e poi pretenderlo dagli altri. In alternativa, c'è sempre l'ipocrisia.

Se le lacrime (causa multe da fare) dei vigili Gianni (Sergio Friscia) e Michele (Antonio Catania) sono forse un po' scontate, è di gran lunga più divertente e originale la scena "Padrinesca" quando i due protagonisti si armano di sega elettrica per mozzare la testa a un cavallo da lasciare poi sotto le coperte del sindaco. Perfino la voce della fede di Don Raffaelle (Leo Gullotta) passa dall'entusiasmo iniziale alle suppliche di rientro dell'ex.

Sull'altra sponda invece, quella delle regole. ancor più che del sindaco, il volto deciso e combattivo è quello di sua figlia Francesca (Ersilia Lombardo, ottima l'interpretazione). Orfana di mamme, lotta e sostiene il babbo. La sua campagna a sostegno del genitore trova posto anche tra i versi e le note suonate con la chitarra su di un palco. Pur scoprendo qualcosa che non le piacerà (affatto), non lascia il campo di battaglia quando le cose si mettono male. Lei non si nasconde e li guarda tutti in faccia. Lei è la speranza di quel popolo che crede per agire. Lei lotta (davvero) per cambiare.

Il neo-sindaco incarna il genitore serio, quello che affronta i problemi con il dialogo e risolutezza ma senza l'inganno. I problemi di questa nazione sono molto più radicati di ciò che si vede in superficie e nessuno (ma proprio nessuno, ndr) può pensare di essere la medicina perfetta senza fare i conti con un passato da cui, in un modo o nell'altro, bisognerà un giorno staccarsi per ricominciare a vivere e respirare. E non sarà facile. E ci vorranno almeno tre-quattro generazioni per sperare di ottenere dei risultati credibili.

Al giorno d'oggi fare una commedia con al centro gli eterni problemi dell'Italietta è facile e banale. Ficarra e Picone però hanno una verve e un linguaggio tutto loro. Gatto e la Volpe senza un Pinocchio da fregare, sono loro stessi il burattino di legno, chi più chi meno. Sono loro stessi chi resta fregato dai propri intrallazzi. Annaspano. Ci provano. L'ora legale punge il pensiero comune senza giudizio da Padreterno. Guardano lo scivolo verso la discarica. Ti tendono una mano e mostrando un'altra strada senza lesinare comunque un sorriso.

Qualche anno ormai è passato dalla spocchiosità del Berlusconismo più becero ma il sistema è sveglio ed è rimasto tale. Ha solo cambiato i nomi con cui lo si può chiamare e accusare, così com'è avvenuto col mercato fraudolento dei credit default swap, ottimamente narrato nel film La grande scommessa (2015, di Adam McKay). Obiettivo, mantenere status quo. Obiettivo, tornare indietro al "bel tempo che fu". Chiunque voglia guardare al domani, mettendo l'orologio avanti con L'ora legale (2017, di Ficarra e Picone), ne dovrà pagare le conseguenze, a cominciare dall'onestà. Tu cosa scegli?

L'ora legale, il trailer

L'ora legale - il corrotto sindaco Gaetano Patanè (Tony Sperandeo

venerdì 20 gennaio 2017

Allied, l'amore non è un segreto

Allied, un'ombra nascosta - Marianne (Marion Cotillard) e Max (Brad Pitt)
Per sopravvivere bisogna saper osare. Per amare in tempo di guerra (mondiale) bisogna anche saper mentire. Allied – Un'ombra nascosta (2016, di Robert Zemeckis).

di Luca Ferrari

Micidiali. Attenti ai dettagli. Combattenti per la libertà contro il mostro nazista. Max Vatan (Brad Pitt) è sbarcato a Casablanca sotto mentite spoglie, pronto per unirsi alla spia francese Marianne Beausejour (Marion Cotillard) e insieme uccidere l'ambasciatore tedesco. Dopo l'epica del fantastico e il recente The Walk dedicato al funambolo francese Philippe Petit, il geniale regista Robert Zemeckis dirige Allied – Un'ombra nascosta (2016), romantica bellica in precario equilibrio tra amore, segreti e lealtà.

Lui è franco-canadese, lei parigina purissima nonché eroina ebrea, Nella colonia africana frequentano la società perbene collaborazionista. Marianne è lì da un pezzo, Max è arrivato da poco. Il suo accento però potrebbe non convincere tutti, specie i veri francesi. A dubitare di lui, sottoponendolo a piccoli trabocchetti, l'inflessibile Hobar (August Diehl). Max Vatan però non è un dilettante ed è pronto a dimostrare esattamente chi dice di essere.

L'operazione è un successo e tra i due scocca la scintilla. Vanno a vivere in Inghilterra. Resistono sotto i bombardamenti nemici. Hanno una figlia. Una volta convocato dall'S.O.E. (Special Operations Executive), qualcosa s'insinua nel loro rapporto. Un alto ufficiale (Simon McBurney) insieme all'amico Frank (Jared Harris) mettono Max al corrente di una inquietante possibilità. Sua moglie non è chi dice di essere e lui dovrà scoprirlo. Se così fosse, dovrà ucciderla con le sue mani.

Robert Zemeckis e il film che non ti aspetti. Chi l'avrebbe mai immaginato che un uomo capace di creare una delle più epiche saghe cinematografiche, quella di Ritorno al futuro, passando poi per altri capolavori dell'animazione come Chi ha incastrato Roger Rabbit (1988), facendoci salire a bordo della magia del Polar Express (2004) fino alla più recente rilettura Dickensiana di A Christmas Carol (2009), fosse l'autore di un love-drama ambientato nella II Guerra Mondiale.

Premio Oscar come Miglior attrice protagonista per Le vie en rose (2007), Marion è sublime. Una donna sofisticata. Elegante. Materna. Letale. Una spia d'altri tempi. Perfetta per gli anni '40. La sua classe parigina è puro magnetismo. L'Angelina Jolie di Mr. & Mrs. Smith (2005) è un lontano e sbiadito ricordo. Rispetto alla collega yankee, Marion Cotillard (Un'ottima annata, Due giorni una notte, E' solo la fine del mondo) è più femminile. Donna in un mondo di segreti e la guerra più sporca e totale.

Brad è più marziale e pragmatico. I suoi doveri verso Sua Maestà non prevedono pause né passioni, almeno fino all'incontro con l'affascinante Marianne. Da impeccabile spia, eccolo diventare devoto marito e papà premuroso. Abituato a dominare la scena sul grande schermo, questa volta l'aitante Brad Pitt (FriendsMoneyball - L'arte di vincere, Fury) lascia il ruolo di protagonista alla sua incantevole compagna di set.

Piccolo neo della pellicola, la presenza dell'attore berlinese August Diehl, e non per colpa sua. Impeccabile la recitazione, ma in ruolo fotocopia già visto in Bastardi senza gloria (2009, di Quentin Tarantino). Dal gioco di carte con Michale Fassbender e Diane Kruger, al pre-poker con Brad Pitt (presente questi anche nell'opera Tarantiniana), cambia davvero poco. Prima è lo spietato maggiore delle SS Dieter Hellstrom, poi il truce nazista d'alto rango Hobar.

Atmosfere alla Casablanca (1942), il cui inizio lì ambientato è un chiaro tributo all'immortale pellicola diretta da Michale Curtis con protagonisti Humphrey Bogart e Ingrid Bergman, Allied – Un'ombra nascosta ci riporta nella Londra bombardata dai Nazisti. Una realtà dove nonostante tutto, i cittadini sono alle prese con la vita quotidiana, gravidanze incluse. Più che la guerra, Allied – Un'ombra nascosta è la storia di un uomo e una donna. Il loro amore avrà anche qualche lato oscuro ma nessuno ha il diritto di sancire come e se dovrà mutare.


Il trailer di Allied - Un'ombra nascosta

Allied, un'ombra nascosta - la spia Marianne Beansejour (Marion Cotillard)

sabato 14 gennaio 2017

Seattle, una città quasi perfetta

Seattle © Luca Ferrari... e alcune locandine di film lì ambientati
Scenografia naturale di cult come War Games, Singles e poco distante dagli oscuri Segreti di Twin Peaks. È la città di Seattle, un cuore placido capace d'ispirare arte e sport.

di Luca Ferrari

Poetica. Romantica. Sognante. Artistica. Uno scroscio di costante ispirazione. È la città di Seattle, set (cinematografico) naturale di molte e celeberrime pellicole. Il suo clima piovoso affacciato sul golfo Pacifico la tiene al riparo dal gelo della East Coast e dall'afa estiva di gran parte del continente americano. I suoi dintorni, vicini e lontani, hanno lanciato nuovi generi televisivi. Ancora poco conosciuta al grande turismo europeo, la principale città dello stato di Washington è un "volto" noto al pubblico del grande e piccolo schermo.

Sarà una coincidenza ma di recente, e per due giorni consecutivi, sono andati in onda in televisione altrettanti film ambientati nella città di Seattle, primo dei quali Una vita quasi perfetta (2002 di Stephen Herek) con protagonisti Angelina Jolie ed Edward Burns. L'indomani invece è stato il turno di Qualcosa di speciale (2009 di Brandon Camp) con Jennifer Aniston e Aaron Eckhart, romantica storia d'amore capace di trovare la forza di riemergere da un dolore troppo sopito.

Nonostante sia meno nota rispetto alle colleghe costa occidentale (San Francisco, Los Angeles e ovviamente il quartiere di Hollywood), Seattle è una città stupenda. Verde, piena d'arte e dove le persone sono di più spirito canadese-orientale, elemento facilmente spiegabile dalla posizione geografica. Seattle e il proprio stato (di Washington) sono stati teatro naturali di grandi produzioni cinematografiche, molte di più di quelle che la pagina italiana di Wikipedia mostri. Provate a cliccare la versione inglese e guardate la differenza.

Non posso certo dire di averli visti tutti ma ci sono pellicole che hanno scritto la storia della settima arte (e segnato la mia, ndr), a cominciare dal cult anni '80 War Games (1983, di John Badham), storia di un ragazzo appassionato di computer (Matthew Broderick) che pensando di avere a che fare con un nuovo e coinvolgente gioco di guerra, rischierà di far scatenare la III Guerra Mondiale tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Restando in tema di film culto, passano pochi anni e il premio Oscar Cameron Crowe immortala la nascente scena musicale di Seattle (storpiata in grunge) con il film Singles - L'amore è un gioco (1992). Una trama semplice di storie d'amore con protagonisti Matt Dillon, Campbell Scott, Kyra Sedgwick e Bridget Fonda attorno ai quali, in veste di comparse, ruotano gli autentici musicisti di quell'epoca, in particolare delle band Alice in Chains, Soundgarden e Pearl Jam.

Un gruppo quest'ultimo il cui documentario Pearl Jam Twenty (2011) verrà diretto dallo stesso Crowe, ex-giornalista di Rolling Stone. Tra le parti più toccanti della pellicola, il racconto pre- nascita PJ dove Seattle appare in tutta la sia più semplice essenza, ben incarnata dalla band dei Mother Love Bone il cui cantante Andrew Wood si spense all'età di 24 anni. Niente lustrini o esagerazioni drogalcoliche, Seattle era solo una città dove dei ragazzi della porta accanto cercavano di coronare il loro sogno di diventare musicisti rock.

I primi anni Novanta sono anche l'epoca della demoniaca serie televisiva I segreti di Twin Peaks (di David Lynch), girata ad appena mezz'ora da Seattle, nel piccolo comune di North Bend alle cui spalle si ergono due vette gemelle chiamate per l'appunto Twin Peaks. Serie a cui (purtroppo) fece seguito il poco riuscito film Fuoco cammina con me mentre a breve, il prossimo maggio, sbarcherà una terza (poco gradita) stagione, sempre ambientata in quei misteriosi boschi del Nordovest americano.

La parole Novanta e Seattle tornano ancora protagoniste insieme con una delle commedie romantiche che hanno segnato un'epoca, Insonnia d'amore (di Nora Ephron) con protagonisti Tom Hanks e Meg Ryan, il cui titolo originale è Sleepless in Seattle. Lui, avrebbe conquistato nei due anni successivi altrettanti premi Oscar, lei, all'epoca era la classica "fidanzatina d'America" reduce dal successo stellare di Harry ti presento Sally.

Col passaggio al terzo millennio arriva il momento della saga Twilight basata sui romanzi di Stephenie Meyer. Cinque pellicole sbarcate sul grande schermo tra il 2008 e il 2012 girate in particolare nella piccola località di Forks, sempre nello stato di Washington, a quattro ore scarse di macchina da Seattle. Ultima pellicola in ordine temporale, il "peccaminoso" (si fa per dire) Cinquanta sfumature di grigio (2015, di Sam Taylor-Johnson) dove tra una soft-perversione e qualche uscita al limite del ridicolo, si può ammirare il meraviglioso skyline di Seattle con tanto di incursione in elicottero attorno allo Space Needle.

Ma perché, vi starete chiedendo, avrò scelto proprio questo giorno per scrivere di Seattle? La risposta è molto semplice. Nel già citato Una vita quasi perfetta la brillante reporter televisiva Lanie Kerrigan (Angelina Jolie) intervista il profeta (di strada) Jack (Tony Shalhoub) il quale le rivela che i Seahawks (la franchigia locale di football NFL) batteranno di sei punti 19-13 i Denver Broncos in una partita molto importante della stagione.

Già, proprio quei Broncos campioni uscenti e sconfitti nella finalissima dai Seahawks nel Superbowl 2014. Due anni dopo quella epica sfida, oggi sabato 14 gennaio 2016, i Seattle Seahawks si giocano l'accesso alla NFC Championship contro gli Atlanta Falcons. Che direbbe profeta Jack? Sarà di buon auspicio quella sua previsione rivista e ritornata sul piccolo schermo pochi giorni fa? Lo scopriremo stanotte. La vita di Lanie intanto cambierà per sempre. L'oracolo di strada le rivelerà qualcosa d'altro oltre a un risultato sportivo e un'insolita grandinata.

Il trailer di Una vita quasi perfetta


Singles - Cliff (Matt Dillon) suona sopra la tomba di Jimi Hendrix a Seattle
Una vita quasi perfetta - Lanie (Angelina Jolie) e Pete (Edward Burns)
Qualcosa di speciale - Eloise (Jennifer Aniston)
La mia cinecolazione dedicata alla città di Seattle © Luca Ferrari

martedì 10 gennaio 2017

Il GGG, ciao bellissimo sogno

Il GGG - Il grande gigante gentile e Sophie (Ruby Barnhill)
Steven Spielberg torna al fantastico con una storia "prelibosa". Protagonista, Il grande gigante gentile (Il GGG, 2016). La sua professione? Regalare sogni ai bambini.

di Luca Ferrari

Sophie (Ruby Barnhill) è un’orfanella di Londra. Soffre d’insonnia. Così una sera, mentre legge furtiva un libro illuminata da una piccola torcia, nel guardare fuori dalla finestra in piena notte scorge una creatura non esattamente umana, o meglio “urbana”. E pure lei viene notata. Di lì in poi la sua vita cambierà per sempre.  Adattamento cinematografico del romanzo "Il GGG" scritto nel 1982 da Roald Dahl, è sbarcato sul grande schermo Il GGG – Il grande gigante gentile (2016, di Steven Spielberg).

Il gigante è stato scoperto e non può rischiare che la sua identità venga rivelata al mondo, così rapisce la piccina portandola, balzo dopo balzo, nella (non così lontana) terra dei giganti. Con grande sorpresa Sophie scoprirà che i 7 metri del suo nuovo amico sono poca cosa di fronte alle stazze ancor più imponente dei vari ScrocchiaOssa (Adam Godley), InghiottiCiccia (Jemaine Clement). Sangue-Succhia (Adam Godler) e gli altri compari. Tutti prepotenti e soprattutto sempre alla ricerca di umani da mangiare.

Questo gigante invece, ribattezzato "gentile" dall'umana, o meglio "urbana" come lui la chiama, si ciba solo di una specie di ortaggio nauseabondo, il cetrionzolo. Ma l'aspetto davvero speciale è il suo mestiere, ossia creare e portare sogni ai bambini. E fu proprio in una delle sue incursioni che Sophie lo vide, armato di un particolare strumento con cui soffia il sogno dentro il bambino (e non solo). I suoi conterranei però, sempre più rabbiosi, fiutano qualcosa e la bambina è decisa ad aiutare il proprio amicone a sbarazzarsi di loro, anche a costo di presentarsi dalla Regina d'Inghilterra (Penelope Wilton) in persona.

Si sentiva la mancanza di un film come Il GGG - Il grande gigante gentile. Sceneggiatore del cult anni Ottanta I GooniesSteven Spielberg (Lo squaloE.T. - L'extraterrestreLincoln) è tornato a lasciare il segno in un genere che in passato gli ha regalato tante soddisfazioni e un'ammirazione eterna da parte di fan in tutto il mondo. Sono poche le fiabe capaci di regalare autentiche emozioni. Senza strafare né utilizzando sopravvalutati effetti tridimensionali, il regista parla di sogni, infanzia e collaborazione tra mondi diversi. E chissà se quel leggere di Sophie sotto le coperte altro non sia che un omaggio a Bastian e La storia infinita (1984).

La fisionomia del gigante è morbida. Sembra un pupazzo quando viene maltrattato da quelli più grandi di lui ma la sua unica preoccupazione è proteggere Sophie. Non mancano le risate, a cominciare dal brindisi a corte con lo sciroppo sfribollino, dalle caratteristiche bollicine che vanno giù invece che salire, e sui cui inevitabili effetti a scoppio nessuno saprà resistere, inclusi i generali militari di Sua Maestà e l'impeccabile Mr. Tibbs (Rafe Spalls - il Danny Moses de La grande scommessa).

Già spia russa alla corte di Spielberg in Il ponte delle spie (2015), interpretazione che gli valse la statuetta dell'Academy come Miglior attore non protagonista, Mark Rylance è la voce originale del gigante gentile. Se per il pubblico italiano è impossibile riconoscerlo dalla suddetta, di sicuro la fisionomia strizza non poco l'occhio all'attore inglese classe 1960. Esordio sul grande schermo invece per la dodicenne del Cheshire, Ruby Barnhill, convincente più che mai nei panni dell'ostinata e coraggiosa Sophie.

Prodotto da Walt Disney Pictures e distribuito in Italia da Medusa Film, rispetto alla mia consueta cine-posizione veneziana, ho avuto il piacere di assistere alla proiezione di Il GGG - Il grande gigante gentile al cinema Garden di Rende (Cs), in Calabria. Una sala longitudinale così creata per permettere ai più grandicelli e alti di accomodarsi nelle retrovie. Personale cordiale e grande presenza di piccini allo spettacolo. Curioso il cartello fuori dalla sala che ricordava agli spettatori di "non entrare con bottiglie di vetro (e fin qua nulla di nuovo) e... prodotti di rosticceria".

Il GGG - Il grande gigante gentile non è un film né un cartone animato. Non strizza l'occhio a nessun pubblico di mezzo. La nuova opera Spielberghiana penetra dentro come i sogni soffiati dal gigante dentro i bambini. Oggi i sogni, di qualsiasi età, sono sempre più a rischio. Non serve essere orfani per sentirsi abbandonati e senza nessuno al mondo.  Alle volte è sufficiente un amico vero per cambiare il corso della propria esistenza e quella di tanti altri. Banale? Semplicistico? Stucchevole? E se fosse solo dolcemente veritiero?

Settimo anno di vita per cineluk - il cinema come non lo avete mai letto. Non ho idea di che anno cinematografico sarà. Raramente mi è capitato di iniziare con un film così coinvolgente e in un luogo lontano da casa, come se Il GGG - Il grande gigante gentile volesse indicarmi la strada di questo 2017. Un'epoca questa, chissà, dove magari realizzerò i miei sogni in un'insolita dimensione. Sarà vero? Io mi fido del Grande Gigante Gentile di Steven Spielberg. Da questa prima recensione dell'anno, auguro a tutti di fare bellissimi sogni e poi di realizzarli.

Il trailer di Il GGG - Il grande gigante gentile

Il GGG - il gigante gentile insieme alla piccola Sophie
Il grande gigante gentile soffia i sogni ai bambini de cinema Garden di Rende (Cs)

martedì 3 gennaio 2017

Paterson, la vita (poetica) com'è

Paterson - il conducente Paterson (Adam Driver)
Un uomo semplice. Guida gli autobus cittadini e convive con una donna. Scrive poesie senza velleità di farle conoscere. A lezioni di vita da Paterson (2016, di Jim Jarmusch).

di Luca Ferrari

La sveglia verso le 6,30 del mattino ogni giorno. Il breve tratto a piedi fino a raggiungere la stazione degli autobus e lì montare in servizio. Fa le sue ore e torna a casa dall'amabile compagna. Una passeggiatina col cane e una birra al bar. Lì nel mezzo, un taccuino dove la penna poetica si lascia andare semplice e senza nessuna velleità di pubblicazione od ostentazione. Non ha nemmeno uno smartphone. L'insolito viaggio di Paterson (2016, di Jim Jarmusch)

Paterson (Adam Driver) dorme. Guarda l'ora sull'orologio da polso e si sveglia, lasciando la sua dolce Laura (Golshifteh Farahani) ancora sotto le coperte. Fa colazione coi cereali al miele e si reca al lavoro. Guida i bus cittadini. Ascolta le conversazioni dei passeggeri. Nella pausa pranzo lascia libero sfogo alle parole. Ogni giorno. Dopo cena lo attende qualche nota jazz nel locale di Doc (Barry Shabaka Henley), serate animate talvolta dai battibecchi amorosi di Everett (William Jackson Harper) e Marie (Chasten Harmon).

Paterson è taciturno ma non asociale. Sente, ascolta. Prodigo nel far compagnia a una ragazzina che aspetta da sola la mamma e la sorellina, scoprendo poi la natura poetica della fanciulla. Laura è una casalinga sorridente e spensierata. Dipinge. Prepara cupcake da vendere al mercato del sabato. In questo momento della sua vita vorrebbe fare la cantante country. Adora le poesie del suo compagno e vorrebbe che le facesse uscire dal proprio taccuino e magari farne qualche copia. Paterson dice sempre che lo farà.

La nuova opera di Jim Jarmusch (Daunbailò, Dead Man, Solo gli amanti sopravvivono) è un film a tratti sorprendente. In un 'epoca in cui tutti si credono esperti di qualsiasi cosa sentendo per di più la necessità di esprimerlo a chiunque, Paterson va per la sua (monotona) strada. Si sente soddisfatto di ciò che ha o magari no, ma non ha comunque importanza. Non impugna una casacca o un credo per imporre il proprio modo di sentire (vedere) il mondo. Ci gira intorno. Ci medita dentro, per sé e magari anche Laura. Paterson lavora. Ama. Scrive. E lo sa solo lui.

Presentata in concorso alla 69° edizione del Festival di Cannes, Paterson omaggia l'omonima cittadina del New Jersey dove, tra i tanti immigrati italiani che vi si stabilirono, soggiornò per un certo periodo anche l'anarchico Gaetano Bresci. Dopo aver saputo che re Umberto I aveva decorato il generale Fiorenzo Bava Beccaris, macellaio della cosiddetta "protesta dello stomaco", questi partì alla volta della Madrepatria e uccise il monarca. Paterson (film e protagonista) a modo suo è anarchico, utilizzando un linguaggio personale.

La mia storia personale con Jim Jarmusch è qualcosa di molto romantico, intrecciandosi con la solitudine più estrema, il cantautore canadese Neil Young e il mio primo viaggio a Londra. Il linguaggio utilizzato in questo film era un qualcosa che di certo non potevo trascurare ma la sorpresa o meglio il regalo più grande l'ho avuto quando sono arrivato nel "mio" cinema Giorgione di Venezia dove ho scoperto, al momento di fare il biglietto, che Paterson era stato "promosso" nella sala più grande (A) a discapito del più modesto Florence (2016, di Stephen Frears).

Chi è che nel terzo millennio ha ancora voglia di scrivere poesie? Chi riuscirebbe a sedersi davanti a un fiume senza fare subito una foto e postarla in qualche inutile social network? Per Paterson è quasi sempre tutto ok. Il suo cane Marvin, un bulldog inglese, ogni giorno gli azzoppa la cassetta della posta, e lui paziente la risistema. Non alza la voce. Passa attraverso il tempo e lo spazio. Si scansa e lo colpisce. Paterson (2016, di Jim Jarmusch) è un film capace di far tornare la voglia di pensare. Guardare il mondo e pensare, senza fare null'altro. Senza guadagnarci né mostrarlo agli altri. Paterson è un viaggio che tutti dovremmo ricominciare a prendere in considerazione.

Il trailer di Paterson

Paterson - teneramente abbracciati, Paterson (Adam Driver) e Laura (Golshfifteh Farahani)