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venerdì 16 giugno 2017

Sognare è vivere, una storia di amore e tenebra

Sognare è vivere – il tenero sguardo di Fania (Natalie Portman)
Il vivere quotidiano di una famiglia nella Gerusalemme pre-nascita stato d'Israele. Una storia di luce e tenebra. Sognare è vivere (2015, di Natalie Portman).

di Luca Ferrari

La terra dura di Gerusalemme scandisce i ritmi di una famiglia giunta in Palestina come tante altre migliaia di ebrei dopo aver abbandonato l'orrore dell'Europa nazista. Adattamento cinematografico del romanzo autobiografico "Una storia di amore e di tenebra" (di Amos Oz) e distribuito dalla neonata Altre Storie, è sbarcato sul grande schermo Sognare è vivere (2015), primo lungometraggio diretto dall'attrice premio Oscar Natalie Portman e presentato Fuori concorso al Festival di Cannes 2015.

1945. La II Guerra Mondiale è finita. Centinaia di migliaia di ebrei sono fuggiti dall'Europa liberata, destinazione quella Palestina alla base delle loro lontane origini. Tra di essi, la famiglia Klausner: Arieh (Gilad Kahana), la moglie Fania (Natalie Portman) e il piccolo Amos (Amir Tessler). Mentre l'uomo è felice e ansioso di partecipare a questa nuova pagina di Storia, la donna patisce gli spazi angusti e il clima arido.

La famiglia di Fania viene dalle terre baltiche. Abituata vivere all'aria fresca e in mezzo alla natura, qui, a Gerusalemme, ha trovato solo rocce, sole e politica. Lo stato d'Israele non esiste ancora. A governare è un provvisorio Mandato Britannico in terra palestinese. Per la donna la sola oasi di leggerezza è il dolce figliolo a cui racconta storie con protagonisti loro stessi. Nemmeno le rispettive famiglie le sono di conforto, criticata per ragioni diversi dalla propria madre e quella del marito.

Fania è un'anima sofferente ma di fronte a ciò che sta succedendo, è solo un essere minuscolo la cui voce al massimo viene recepita dal cuore del figlio ancora piccolo. È materna. Le sorelle vivono lontane, a Tel Aviv, e solo di rado riesce a vivere qualche momento di pace. Con la mente torna sempre lì, ai ricordi mescolati all'immaginazione, sognando un eroico conquistatore ebreo capace di liberare la sua casa ma allo stesso tempo essere premuroso e attento alla sua persona.

Arieh è sempre più preso dalla sua attività letteraria e politica. Amos non ha amici, e si rifugia nella lettura, cosa non troppo ben vista da molti compagni di scuola. Lì nel mezzo c'è lei, Fania. Il suo fisico crolla. Non regge più la luce. Questo nuovo mondo non è la sua casa. Per alcuni è solo una “bimba capricciosa”. Per alcuni semplicemente bisogna andare avanti. Anche lei troverà la forza di farlo, a modo suo s'itende.

Tutti (o quasi) conoscono la storia dell'Olocausto ma in quanti possono dire di avere la medesima (o presunta tale) della storia degli ebrei una volta arrivati nella futura Israele? L'urlo di gioia misto alla sensazione di una rivoluzione raggiunta quanto davanti alla radio viene annunciato che è passata la Risoluzione delle Nazioni Unite per la creazione di uno stato d'Israele, è a dir poco toccante. C'è inevitabilmente un ma. C'è il ma di (quasi) tutti gli Stati arabi che hanno votato contro e tutti noi nel 2017 sappiamo com'è andata avanti la Storia.

Solo nell'immaginazione due popoli oppressi si uniscono. Figli di un padre violento, ciascuno vede nell'altro la ferocia che in principio hanno subito” sentenzia Amos. Ebrei e arabi, entrambi perseguitati dall'Occidente, invece di trovare una strada comune per vivere come fratelli che appunto sono, ancora oggi, a più di 70 anni dalla fine delle ostilità del secondo conflitto mondiale, non hanno saputo (voluto) trovare una strada per la condivisione di quella terra così grondante di sangue.

Protagonista all'età di 13 anni dell'indimenticabile Leon (di Luc Besson) al fianco di Jean Reno e Gary Oldman, per la sua prima regia l'attrice di origine israeliane Natalie Portma (V for Vendetta, Il cigno nero, Jackie) ha scelto un testo per niente facile. Una storia gravida di pioggia interiore il cui titolo originale rende decisamente meglio dell'omologo italiano. Una storia dove le ombre interiori cercano il proprio spazio in un mondo sempre più complicato e drammaticamente mutevole.

In questo inizio estate 2017 sono sbarcati sul grande schermo tre colossi commerciali con budget da capogiro: La Mummia, Wonder Woman e Baywatch, film quest'ultimo tratto dall'omonima serie degli anni '90. In mezzo a questi prodotti dal facilissimo appeal e cavalcando i due più nauseabondi trend del momento (cinecomic e remake), che cosa potrà mai dire/dare Sognare è vivere (2015, di Natalie Portman)? Poco o niente, se non a una ridotta e più colta minoranza. Chi s'illude del contrario è uno stolto incapace di comprendere il tempo che sta vivendo.

Ebrei e palestinesi si stanno ancora facendo la guerra, banalmente i telegiornali sono più interessati ad altro. Il Medio Oriente è ancora una terra dalle mille contraddizioni. La maggioranza delle sue dittature sono ben accette dall'Occidente con la sola storica eccezione dell'Iran. È indubbio che la maggior parte del pubblico sia più interessato a una superdonna dai poteri soprannaturali che non alla Storia dove ciascuno potrebbe contribuire a cambiare e modificarne gli eventi futuri. Ma è proprio questo il punto.

Realizzare un sogno significa ucciderlo” racconta Amos ormai anziano nello scorrere di Sognare è vivere. Più di tante altre generazioni, il mondo attuale si accontenta dell'effimero. È ormai convinto che non ci sia più nulla da fare. Meglio dunque credere che un'immaginifica Regina delle Amazzoni possa entrare nella nostra dimensione sistemando le cose che non iniziare a comprendere i meccanismi del Sistema, e dunque agire. No, quello è difficile. Più facile ignorare, lamentarsi scrivendo post e restare nel'ignoranza. Più semplice andare al cinema a vedere Wonder Woman che Sognare è vivere.


Il trailer di Sognare è vivere

Sognare è vivere – la famiglia Klausner:
Arieh (Gilad Kahana), Fania (Natalie Portman) e sdraiato il piccolo Amos (Amir Tessler)

martedì 13 giugno 2017

Mr Deeds, il genuino Adam Sandler

Mr Deeds - il semplice Longfellow Deeds (Adam Sandler)
Un ragazzotto di provincia con la passione dei messaggini d'amore eredita una fortuna. Mr Deeds (2002, di Steven Brill). Un grande cast capitanato da un grandioso e genuino Adam Sandler.

di Luca Ferrari

La tipica storia americana dove la sincera e amabile Provincia fa la festa alla Città, boriosa e senza scrupoli. Longfellow Deeds (Adam Sandler) lavora in una pizzeria del New Hampshire e ha una passione: scrive bigliettini di auguri col sogno di vederli pubblicati. Tutto cambia quando si ritrova recapitata un'eredità di miliardi di dollari. Il viscido avvocato Chuck Cedar (Peter Gallagher) però è lì pronto a usare qualsiasi mezzo pur di arraffare il malloppo.

Variegato e di qualità il cast, a cominciare dalla spregiudicata giornalista Babe Bennett/Pam Dawson (Winona Ryder) le cui convinzioni presto andranno riviste. Spazio poi al fedelissimo maggiordomo del riccone scomparso, Emilio Lopez (John Turturro), senza dimenticarsi dell'amico di Deeds, Occhi Storti (Steve Buscemi). Tutto da gustarsi in salsa anarchica, il cameo dell'ex-numero 1 del mondo di tennis, John McEnroe, nella parte di se stesso.

Lo confesso, ho un debole per Adam Sander. È un comico grandioso. Fattosi le ossa al Saturday Night Live, è apprezzabile tanto in ruoli scanzonati (Un tipo imprevedibile, Pixels), quanto in commedie romantiche (50 volte il primo bacio, Mia moglie per finta) o interpretazioni più intense (L'altra sporca ultima meta, Reign Over Me). Commedia brillante, Mr Deeds (2002, di Steve Brills). Un film capace di regalare sorrisi spontanei senza nessun superpotere o fisico palestrato.


Il trailer di Mr. Deeds

Mr Deeds - Occhi strani (Steve Buscemi)

venerdì 9 giugno 2017

Big Little Lies, "più cinema di tanto cinema"

Big Little Lies - Jane (Shailene Woodley), Madeline (Reese Witherspoon) e Celeste (Nicole Kidman)
Anche la comunità più benevola e ben accogliente può nascondere segreti e paure inconfessabili. È sbarcata sul piccolo schermo la miniserie Big Little Lies (2017, di Jean-Marc Vallée).

di Luca Ferrari

La ricca e progressista comunità di Monterey (California) sta per dare il benvenuto alla nuova arrivata, una donna single insieme al suo bambino. Qui sono tutti gentili e le scuole sono ottime. Dietro tutto questa patina biondo-educata e salutista però, si nasconde un mondo di segreti non troppo condivisi. Basata sull'omonimo romanzo di Liane Moriarty, è sbarcata sul piccolo schermo la miniserie televisiva Big Little Lies – Piccole grandi bugie, creata da David E. Kelley e diretta da Jean-Marc Vallée.

Jane Chapman (Shailene Woodley) è sulla strada per portare il figlioletto Ziggy (Iain Armitage) al suo primo giorno di scuola. Per loro è l'inizio di una nuova vita. Causa un banale contrattempo su quattro ruote, fa la conoscenza di Madeline Mackenzie (Reese Witherspoon), anch'essa in procinto di accompagnare la piccola Chloe (Darby Camp). Da una giornata di festa e presentazioni, ecco il fattaccio. Amabella (Ivy George), figlia della potente Renata Klein (Laura Dern), è stata picchiata da un coetaneo. Chiestole chi sia stato, ha indicato Ziggy. Il piccolo però nega.

Non troppo ben vista da tante colleghe mamme, Renata alza subito i toni della discussione. È convinta sia lui il colpevole e lo denigra pubblicamente. Il nuovo arrivato viene però difeso a spada tratta, oltre che dalla mamma (certa che non stia raccontando bugie), da Madeleine e la migliore amica di quest'ultima, Celeste Wright (Nicole Kidman), i cui gemelli sono anch'essi nella medesima classe. La tranquilla e collaborativa comunità di Monterey mostra subito qualche crepa ma questo non è che l'inizio.

Violenza sulle donne. Bullismo scolastico. Invidie. Tradimenti. Famiglie allargate e problemi diversificati. A Monterey come in ogni altra parte del mondo gli esseri umani costruiscono e sfasciano tutto. La propria casa potrà avere anche un 'invidiabile vista sull'Oceano Pacifico e magari non si avranno le ansie di arrivare a fine mese con l'acqua alla gola ma tutti abbiamo sentimenti, paure e preoccupazioni.

Madeline è un vulcano. Non smette (quasi) mai di parlare. Si è risposata con il moderno e tecnologico Ed Mackenzie (Adam Scott). Insieme all'ultima nata, vive insieme a loro tre anche Abigail (Kathryn Newton), nata dalle prime nozze di Madeline con Nathan Carlson (James Tupper). Sono passati anni ma qualcosa le ribolle ancora. Lo tollera poco, ancor meno da quando si è risposato con la “ecologica” e sensuale Bonnie Carlson (Zoë Kravitz). Intelligente e sensibile, quest'ultima sente le difficoltà di una situazione difficile da gestire ma fa del suo meglio per spronare tutti ad andare d'accordo.

Celeste e Renata sembrano due facce delle stessa medaglia. Entrambe donne forti e decise, la prima ha fatto un passo indietro nel nome della famiglia (e di qualcosa d'altro), la seconda è un bulldozer pronta a ottenere sempre ciò che vuole. Celeste è quanto di più materno ci possa essere, Renata vuole primeggiare a ogni costo spostando la "corsa" anche sul fronte della figliolanza. Sono comunque due madri e come tali vogliono il meglio per le loro creature. Ci sarà molto da conoscere e scoprire.

Se le protagoniste femminili danzano tra onde, ombre e i raggi più splendenti, non sono così nitidi nemmeno i maschi, molti dei quali anime inquiete e irrisolte. Sono andati avanti ma qualcosa di loro s'è perso per strada. Gordon Klein (Jeffrey Nordling), marito di Renata, è considerato un ricco mollaccione eppure non si fa problemi a minacciare di ritorsioni legali la più indifesa Jane. Tra Ed e Nathan inevitabilmente non scorre buonissimo sangue, eppure entrambi sono ansiosi di dimostrare l'uno all'altro il poter prevalere in modo manesco.

Perry Wright (Alexander Skarsgård), marito di Celeste, è un uomo di successo. Ha una bellissima moglie e due figli. Qualcosa lo turba però e lo si capisce fin dalle prime battute. Cede alla rabbia, e non vuole che la moglie riprenda il lavoro. Incarna al "peggio" la fragilità maschile del terzo millennio. Incapace di voltare pagina, si sfoga nel modo peggiore ovviamente mantenendo la facciata di uomo integerrimo e dai nobili principi. Di tutto questo però i figli non sembrano accorgersene. O almeno questo è ciò che lui e Celeste si auto-convincono.

Big Little Lies parte dalla fine. Un fatto gravoso di cui volutamente non si capisce oggetto e soggetto. Ciò che via via viene scandito sono piccole goccioline di veleno condite dall'acredine dei comprimari. I sospetti. Ognuno sembra volerne sapere più di tutti.  Tutti pronti a salire in cattedra denigrando qualsiasi dettaglio, dalla troppa irruenza a chi bacia la propria metà pubblicamente. In perfetta sintonia col mondo distorto dei social network, tutti credono di sapere tutto di tutti.

Le serie televisive del piccolo schermo sono (da un pezzo) la nuova frontiera del cinema di alta qualità. Anni fa le serie e in generale la televisione erano considerati un passo indietro per la carriera degli attori, oggi farebbero carte false per esserne i protagonisti. Non è un caso che Big Little Lies annoveri due premi Oscar, Nicole Kidman e Reese Whiterspoon (Legally BlondeWalk the Line - Quando l'amore brucia l'anima, Se solo fosse vero), una grandissima attrice vincitrice di tre Golden Globe e due nomination agli Oscar, Laura Dern, e Shailene Woodley (Paradiso amaro, Colpa delle stelle, Snowden), californiana classe '91, uno dei volti nuovi più promettenti.

Delle principali protagoniste femminili, Nicole Kidman (The Peacemaker, Moulin Rouge!, Grace di Monaco) ha qualcosa di più. Fa un po' da chioccia a Madeline e Jane. Affronta la vita da sola senza alleati. La sua vita è un mix indecifrabile di amorevolezza e sofferenza. Nel suo cuore c'è molta forza ma dovrà lottare non poco per dargli una forma e uscire allo scoperto. Come tutti, cade nella negazione ma il giorno per chiamare il peggio col suo vero nome, arriverà anche per lei.

Dietro la telecamera della serie c'è Jean-Marc Vallée, regista canadese di Montreal  che ben conosce alcune delle protagoniste. Dopo aver portato all'Oscar Matthew McConaughney e Jared Leto nel drammatico e commovente Dallas Buyers Club (2013), appena un anno dopo ha fatto conoscere al pubblico del grande schermo un'altra storia vera. Quella di Cheryl Strayed in Wild (2014), interpretata proprio da Reese Whiterspoon, la cui madre era una dolcissima Laura Dern.

Dimenticatevi gli intrighi fin troppo pettegoli di Desperate Housewives. Lasciate stare i cocktail di Sex and the City. Le bugie di Big Little Lies raccontano ben altro. Le storie di Big Little Lies penetrano con spietato e tremulo realismo dentro quei segmenti di conscio/subconscio che una donna non confida neanche all'amica più intima. “Più cinema di tanto cinema” ha scritto Piera Detassis, direttrice del mensile Ciak, sul numero di maggio parlando della suddetta serie. Questo è Big Little Lies – Piccole grandi bugie. Aspettarsi una seconda grandiosa stagione è lecito. Realizzarla, un dovere.

Il trailer in lingua originale di Big Little Lies
Big Little Lies - Renata (Laura Dern), Madeline (Reese Witherspoon) e Jane (Shailene Woodley), 
Big Little Lies - Celeste (Nicole Kidman) coi figli

mercoledì 7 giugno 2017

Rendition, sparizioni forzate e torture

Rendition Detenzione illegale - Anwar El-Ibrahim (Omar Metwally) viene torturato senza pietà
Le sparizioni forzate nella cosiddetta "lotta al terrorismo". Un viaggio nell'orrore più tragicamente angosciante e reale. Rendition - Detenzione illegale (2007, di Gavin Hood).

di Luca Ferrari

Film per chi ha scorza. Qui non c'è lo splatter di qualche improbabile horror. Qui c'è una pagina nerissima della cronaca recente. Qui si parla delle sparizioni forzate autorizzate dall'amministrazione Bush nel dopo-11 settembre nella guerra al terrorismo. Ecco dunque innocenti catturati ovunque con la complicità di tanti governi (Italia inclusa), portati in prigioni segrete per essere torturati fino a confessare dove si trova Osma Bin LadenRendition - Detenzione illegale (2007, di Gavin Hood).

Tutto questo  accade all'ingegnere Anwar El-Ibrahim (Omar Metwally), di rientro a dal Sudafrica a Washington per ricongiungersi con la moglie americana Isabella (Reese Whiterspoon). Sbarcato però in terra statunitense, viene fatto accomodare in una stanza appartata e interrogato. Il suo nome viene poi (abilmente) fatto scomparire dalla lista dei passeggeri di quel volo e per l'innocente Anwar ha inizio un altro viaggio, dentro le maglie dell'inferno più atroce.

In parallelo ha inizio una lotta disperata e angosciante dove Isabella si scontra con la più spietata politica del capo dei Servizi Segreti, Corrine Whitman (Meryl Streep). Neanche il supporto dell'amico Alan (Petere Sarsgaard), braccio destro del senatore Hawkins (Alan Arkin) farà mutare il destino di dolore che sta subendo il proprio marito. Dalla CIA alla CIA, la palla per estorcere informazioni arriva all'agente speciale Douglas Freeman (Jake Gyllenhaal). Ma anche chi applica la legge arriva a un punto in cui non può più supportare una simile vista di sopraffazione e abusi.

In programmazione questa sera (h. 21) su Iris canale 22Rendition - Detenzione illegale (2007, di Gavin Hood) non è per niente una pagina chiusa. Un film da vedere ma che non tutti saranno in grado di reggere. Guantanamo e Abu Grahib sono i nomi più noti delle prigioni segrete, ma il mondo è pieno di buchi neri da cui nessuno è mai riuscito a far ritorno e di cui nessuno sa nulla, Amnesty International e le tante associazioni che lottano per i diritti umani incluse.

Nessuno è al sicuro al giorno d'oggi. Pazzi furiosi da una parte etichettati con nomi dall'appeal più allucinante, Stati irresponsabili incapaci di comprendere il mondo. Le politiche di controllo del neo-presidente Donald Trump fanno poi pensare che sempre meno gente (turisti inclusi) avranno tanta voglia di venire negli Stati Uniti dovendo aprire profili social e fornendo password delle proprie email. La vera minaccia è una cosa, i sospetti e l'abuso della privacy un'altra.


Il trailer di Rendition - Detenzione illegale 

Rendition Detenzione illegale - il volto angosciato di Isabella (Reese Whiterspoon

domenica 4 giugno 2017

A Beautiful Mind, qualcosa di straordinario

A Beautiful Mind - John Nash (Russell Crowe) e la moglie Alicia (Jennifer Connelly)
Dramma, storia vera e delle grandiosa interpretazioni. A Beautiful Mind (2001, di Ron Howard) è un film che no può mancare nella propria cineteca.

di Luca Ferrari

La storia del matematico-economista statunitense premio Nobel, John Nash (1928-2015). A casa dei miei genitori ho ancora incollata al muro della mia "cameretta" il poster di questo grandioso film, A Beautiful Mind (2001, di Ron Howard) con Russell Crowe, Ed Harris, Paul Bettany e Jennifer Connelly. Un film grandioso, vincitore di quattro premi Oscar (Miglior film, regia, sceneggiatura e attrice non protagonista) e altrettanti Golden Globe, da vedere e rivedere.

Mostruosa l'interpretazione di Russell Crowe (L.A. Confidential, Padri e figlie, The Nice Guys), ingiustamente privato del premio Oscar, più per averlo vinto l'anno prima con Il gladiatore, che non per la prova (più classica) di Denzel Washington in Training Day (di Antoine Fuqua). "Io voglio credere che qualcosa di straordinario possa ancora accadere" dice la moglie Alicia a John. A Beautiful Mind di sicuro lo è stato.

Il trailer di A Beautiful Mind

venerdì 2 giugno 2017

The Circle è già realtà... anche su Best Movie

The Circle - la giovane protagonista Mae Holland (Emma Watson)
Condivisione totale. Privacy zero. Le parole di cineluk sbarcano sul mensile Best Movie (giugno 2017) nella sezione “Secondo voi” con la recensione del film The Circle (2017, di James Ponsoldt).

di Luca Ferrari

Mae (Emma Thompson) si è appena svegliata e ha subito ricevuto il buongiorno da migliaia di followers. Lei è una star del web. Lei è la neo-star di The Circle. Un mondo parallelo dove i segreti sono stati banditi. Un mondo dove chi non condivide viene sanzionato. Un mondo dove tutti vogliono essere protagonisti ma qualcuno, da una comoda posizione di poderoso privilegio, legge e annota ogni dettaglio. Questo è The Circle (2017, di James Ponsoldt). Ne potrete leggere una interessante recensione scritta dal sottoscritto (cineluk) sul numero di giugno del mensile Best Movie.

Internet e lo strapotere dei social network. Un'arma a doppio taglio dove libertà e controllo si mescolano nel modo più subdolo possibile. L'allarme è già stato lanciato ma la gente non ne vuole sentire. Giorno dopo giorno le aziende incamerano milioni grazie all'attività gratuita di centinaia di migliaia di utenti. E ciò che è peggio, non ci rendiamo conto che tutte queste informazioni regalate potrebbero anche tornare indietro come il più letale dei boomerang. The Circle (2017, di James Ponsoldt) è un film da vedere.

“Prima di entrare a The Circle, dite addio alla vostra privacy!” dice una frase promozionale della pellicola. Ho assistito alla proiezione di The Circle (2017, di James Ponsoldt) appena un mese fa. L'ho voluto fortemente vedere. Più che agli attori, la storia o quant'altro, ero attirato dal tema così fortemente reale e di costante e mutevole attualità. Conosco i social network. Li studio e ci lavoro. Ne ho appreso i pregi ma comprendo anche la forte pericolosità e sono in troppi a usarli male e in modo irresponsabile. Per sé e per gli altri.

Ho visto The Circle neanche un mese fa ma ancora adesso ci sto riflettendo. Ogni volta che mi connetto a uno dei vari Twitter o Facebook che sia, penso a chi ci sia dall'altra parte della rete e sta prendendo nota delle mie ricerche su questi canali. Può farlo, esattamente come può disporre di tutte  le immagini che vado a postare, termine che sarebbe meglio chiamare col suo vero nome: “regalare”. Dopo aver recensito The Circle su cineluk - il cinema come non lo avete mai letto, ho scritto un secondo e differente pezzo per Best Movie che lo ha pubblicato.

Non è certo la prima recensione che invio miei lavori al celeberrimo mensile cinematografico ma la sorpresa di scoprire che avessero scelto proprio questo articolo mi ha inorgoglito oltre modo. Film come V for Vendetta (2005, di James McTeigue) o l'ancor più recente Snowden (2016, di Oliver Stone) evidenziano chiaramente il problema della manipolazione delle informazioni e gestione dati. Eppure, pur sapendolo, continuiamo a ignorare questi allarmi concedendo a questa sorta di neo-Massoneria digitale ogni nostro segreto senza alcun riserbo.

“Ciò che non è online non esiste, quindi via alla condivisione!”. “Metteresti la tua vita online per il lavoro dei tuoi sogni?”. “A The Circle non esistono false identità: tutto è rintracciabile”. “Vivere la tua vita online: non è un sogno, ma la realtà”! Le tante finestre di The Circle (2017, di James Ponsoldt) spalancano buchi neri. Per noi al momento è ancora tutto un gioco ma tra vent'anni la nostra libertà potrebbe avere i connotati di un mostro invulnerabile. Nel frattempo, buona lettura e buon cinema a tutti.

La recensione del film The Circle scritta da cineluk e pubblicata su Best Movie (n. 6 - Giugno 2017) 
The Circle - dal risveglio alla buona notte, Mae (Emma Watson) è sempre connessa